RACCONTO : IL DIARIO DI BORDO

17/ 07/ 2008

“Catania pullman”.

Arrivate con un’ora di ritardo, alle 10.00. l’aria condizionata equivalente a zero sul treno. Siamo nel Sud gente! Il mio broncio raggiunge terra. Entriamo nella stazione dei pullman “Ast” tipo la Sita per noi di Firenze. O.K., siamo qui, c’è mancato poco che il treno facesse un incidente, ma non l’ha fatto.
E stiamo tutti bene.
Mi siedo ad osservare a vista le valigie. Sono l’unica e le sedie sono tutte vuote. Mamma è andata a fare i biglietti per Vizzini. Si deve prendere ‘sto Ast. O.K., niente, ascolto. Sono un’ottima osservatrice io. Di là dal vetro c’è un gruppo di autisti pullman. Tutti in sovrappeso tranne uno e tutti con gli occhiali a specchio.
I discorsi sono questi: << Omettere che significa…? Ah?! È questo quello che vuoi spiegato? >>
<< See… see… che significa omettere? >>
<< Allora. >> pausa per tirare una bella boccata di sigaretta, si concentra, tutti aprono gli orecchi in attesa della bocca della verità, e: << cioè, mio compare, tipo, faccio un esempio, c’è uno che deve fare una denuncia, e… omette di fare la denuncia! Ù capisti?! >>. Tutto questo si capisce no? Detto in stretto siciliano. Come quando esce uno e fa: << Oh che film stanno dando nella televisione? >> ed indica un grosso schermo nero piatto quasi sopra di me. D’istinto mi giro e lo guardo, mi accorgo dopo che è forato da due buchi di proiettili.
Ghigno.

17/ 07/2008

“A Destinazione”.

Siamo arrivate intorno l’ora di pranzo. Sole a picco asciutto quasi africano. Ho due occhiaie così, dormito zero. Mamma s’incazza subito col vicinato, incomincia a parlare da sola, ed urla come un’ossessa. Io stringo i pugni. Io sto zitta. Io mi arrostisco al sole.
<< Trovate le chiavi? >> le fo.
<< Oh! Stai zitta! Non mi fare confondere, non so più dove sono! >> mi fa.
<< Ma hai avuto 15 ore di treno per pensarci… >> le fo.
<< Oh! E ora non mi ricordo più! Stai zitta o vattene! >> mi fa.
C’ho fatto il callo. Non ci faccio più caso ormai. Dicono che è il suo modo per dimostrarmi che ci tiene. Comunque non ci faccio caso, il sole mi ha squagliato la materia grigia in testa. Sono stremata. Hanno messo due grossi cassonetti della spazzatura proprio nel muro della nostra casa. Sotto il balconcino della cucina. Il puzzo deve essere equivalente tipo a quello di Napoli in questo periodo. Così mia mamma sta smadonnando. E tutto il vicinato ha pensato bene di chiudersi dentro. Io la tengo a distanza. Sto per collassare. Non oso dirglielo. Evito così di sentir risposte del cazzo.
<< Oh stai zitta! Ora non cominciare! >> sbraita. Poi se la piglia con mezzo mondo. Meglio così. Dico io. Trovate le chiavi, ( dopo un’ora ), entriamo, faccio la rampa di scala per salir su tutte le valigie. La mia è leggerissima, la sua ( non si sa come mai ) è pesante da morire. E buste e bustine del cibo. Le scale, me ne accorgo subito, son piene di cadaveri d’ogni specie. Chessò i millepiedi presente no? O lombrichi a metà. Calabroni appesi cioè impiccati da ragni abnormi. Cacchette di topo sparse diligentemente qua e là. mamma s’impegna subito ad aprire il catoio per accendere i contatori. Il catoio per intenderci è una specie di garage per noi del Nord, solo molto, molto, molto più grande. Una specie d’immensa grotta, resa abitabile ( più o meno ), con muri spessi spessi, che serviva per ripararsi dalle bombe della guerra. Ecco questo per intendersi.
Fa così, fa cosà, apre, chiude, gira la manovella, alza, abbassa, pigia e … vi dico solo questo: NON C’È ACQUA! Praticamente non possiamo fare un cazzo. Tipo cosa? Tipo la pasta! Deficienti! Il caffè! Dare una cenciatina al frigo ch’è ricoperto da strato opachissimo e mettergli dentro bottiglie di acqua calda-africana. Siamo disidratate. Affamate. Assonnate. Stressate da far schifo. Io me la piglio con lei. Lei se la piglia con me. In un modo o nell’altro dobbiamo uscirne vive. Forse è il caso di sbranarci a vicenda. Il letto di camera mia è ricoperto da un’unica immensa ragnatela sopra. Camera mia invece è semplicemente infestata da fantasmi. Cattivi. Fanno sparire le cose. E ridono di me! Scendo giù, sto per mordere mia madre, mentre lei sta per uccidere un vicino. Dobbiamo andare in Municipio. Per elencare e far presente tutte le cose e i disagi.
Allora, elenco degli esposti:
– pago le bollette, ma dov’è l’acqua!
– pago le bollette, e non c’è rispetto!
– pago le bollette quindi vengo qui!
– pago le bollette ma non posso lavarmi!
– pago la spazzatura ma è sudicio!
– pago la spazzatura ma com’è che nessuno lava la strada lì?
– venite adesso/subito/ora, a togliere quel cassonetto da sotto cucina mia se no ve lo sbalanco di là dal bastione!
Tempo residuo in Municipio: mezzora! Conclusione? Niente.
<< Io Signò che ci posso fa’!? >>.
Si ritorna a casa incredule, ormai non sento più neanche i morsi della fame. Né lo strano formicolio sotto i palmi delle mani. E… dico solo questo: viene Santina che ci invita a pranzo!
Mamma: << No, non fa niente… >>
Io: << Ma sì certo! Piglio la borsa e vengo!! Grazie Amica!!! >>.

Annunci

2 pensieri su “RACCONTO : IL DIARIO DI BORDO”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...