RACCONTO : IL DIARIO DI BORDO

24/ 07/ 2008

Dormi dormi dormi piccolo ragnetto che vedo penzolar. Tanto di te non mi devo curar.
Mi fa schifo scrivere in questo periodo. Mi fa schifo tutto. Mi appoggio al quietismo.
Sono talmente riposata che voglio restare in fase di arrugginimento in eterno. Ma niente c’è Sandro che mi suona e scampanella di sotto. Scappo. Anzi scappiamo insieme!
Ci mettiamo in moto e si va al mare.
Rieccoci qua, faccia a faccia, io, il mare con l’onda anomala…
Siamo stratosfericamente bagnati ma non sudati. Ci abbronziamo, ci insabbiamo, ci sdraiamo, ci rituffiamo, si fa a chi arriva primo, insomma le solite cose. Solo che lo guardo e vedo. Sì sì lo vedo. È troppo bello per rimanere lì senza sfiorarlo. Nero, muscoloso, luccicante, spalle così, braccia così, schiena così, gocciolina proprio lì… e il resto l’ho rimosso. Comunque Sandro è un vero amico. Ci pensiamo poi la sera a fare un giro notturno verso il Cimitero.
“Omettere” che voleva dire?

25/ 07/ 2008

Deciso. Le figure nei miei films sono ombre dai contorni rossi. Contaminate. Devo guardare l’acqua che tira il mio mulino al vento. Il mio purgatorio. Controllare che ore faccio. Terminare le mie frasi. Interrotte. Navigare. Devo. Tutto rosa lassù.
Interessarmi della mia parola data. La barca a remi, che remo, nella mia tempesta.
Rettile indenne nel sogno al posto del dormire.
Sfanculo il riposo. Sfanculo il sonno. Ma è tutto il pomeriggio che il materasso azzurro mi sorregge. Orizzontalmente.
Sono le 13.13, sono qui. Penso a tutto.
Sono le 15.15, qui. Non ricordo.
Alle 16.16, ancora così. Ho chiuso.
Alle 17.17, me la dormo.
Questo sonno mi stanca. Vorticosamente. Paralizzata dal riposo. Paralizzata dal troppo sole.
Ore 18 e qualcosa, fotografo col cellulare la mia stanza. A pezzi faccio le altre. Troppa Comprensione fa paura che tutto questo faccia male. Sta cominciando a farmi male.
Ho bisogno di un goccetto. Esco. Gli occhi miei sono pesti, ed è come essere il disco che salta per la troppa consumazione. Ma è sempre il disco più rotto quello che si vuol mettere.
Per fortuna c’è la negatività.
Cammino. Cuffiette incorporate. Mi sento osservare dai lupi, dal pastore maremmano che mi taglia la strada, dal barboncino sporco che è accanto, dal pitbull color ruggine galoppante verso la meridiana est, da bocca aperta e lingua ciondoloni e passo felpato e occhio spento. Dalle rondini e dai colombi. In cima. Da Piazza Marconi e dall’enorme statua nera del Verga. Le panchine e i vecchi che non se ne perdono uno dei miei passi. Il terreno, pietra lavica, battuto, lercio, e i 322 sputi che ho contato.
Entro al Bar 2.000. Esco con la piccola moretti in mano. Mi siedo ad un tavolo fuori. Faccio la brava bambina: io non fumo dentro. C’è un tipo losco accanto che mi fissa in modo da manicomio. No! No! Non è un eufemismo. Nemmeno una battuta. Sembra uscito da un manicomio punto e basta. Quando si è seduto, il piccolo barista gli fa: << Prego, Vuole Ordinare? >>, io mi vedo tutta la scena, dagli occhietti vispi che ho dietro la nuca. ‘Sto tipo gli fa: << Pecché… se un cristiano si assetta deve pe’ fozza ordinare qualche minchiata, và?! >>. Il piccolo barista, solo con lo sguardo risponde: << Noo! Noo! Pe’carità! Ci mancherebbe! Stia… stia… >>. O.K., penso… siccome io sono spesso nella merda perché attiro gli psicopatici, per gli amici detti: zecche… decido al volo di mandare un sms al paladino della salvezza: Sandro! Mi chiama immediatamente dicendo: << Sto Arrrivando! Aspetta da’! >> il tono è abbastanza eufonico.
Arriva. Sgomma. Inchioda. Parcheggia. Col muso sopra il marciapiede. Sembrano scene da films! Giuro. Scende sbattendo la portiera, dietro di lui c’è la nebbiolina d’atmosfera, suonano le campane di San Giovanni, gli uccelli si alzano in volo sbattendo l’un coll’altro. Si siede accanto a me di fronte a lui. Ci accendiamo tutti e tre le nostre rispettive sigarette. All’unisono! Io Benson rosse. Sandro Camel. L’antagonista Mms blu. Si studiano reciprocamente. Giuro che il tipo in questo momento sta assumendo l’espressione dei pesci palla. Cogli occhi appunto, a palla.
Deglutisco. E glu e glu e glu e glu.
Si alza, piglia le chiavi e si leva di culo. Abbiamo vinto a chi ride per ultimo!
<< Occhio Mary, quello poteva esser un criminale >> mi fa.
<< Un criminale?? Azzo perché proprio CRIMINALE? >> fo.
<< E che saccio! Qui sotto c’è lo studio di un avvocato per le cause perse…! >>.
Due minuti e vengono Il Gatto e La Volpe. Colleghi della forestale. Sì perché fanno il bosco Sandro e gli altri. Vengono, ci sediamo a un altro tavolo e alterniamo Wodka a birra. Ci stiamo ammazzando dalle risate. Il Gatto e La Volpe son due personaggi assurdi: uno grosso grosso, l’altro secco secco. E si conoscono da 30 anni. Dove và l’uno và anche l’altro. Beh non proprio ovunque. Le donne a letto le tengono ben separate dal loro lavoro. Lì per lì non sembra ma sono simpatici. La Volpe è quasi alcolizzata Il Gatto non c’è abituato ma rischia con noi. Che banda.
E sfottono alla grande Sandro. Insomma da bravi amici – compagni – fratelli – colleghi, lo stanno tirando su tirandolo giù. Il povero Sandro ormai in difficoltà, non ne può più. Io rido e rido e rido che non mi contengo più. Sono in mezzo a 3 VERI UOMINI. Mmmh no dai Mary le avventurette estive no dai! Sei cresciuta! Non portano a niente le avventurette estive.

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