INIZIO DELLA PAGINA BIANCA

LA GIOCATRICE DI BILIARDO

Non avevo mai conosciuto il dolore prima di aver conosciuto questo. Scricchiolano le sedie di legno antico, il fumo non esce più dalla stanza, un casino si sente in lontananza, e comincio a muovermi stando pur seduta qua. Sono tre anni che sono qua. Non avrò mai più quel senso di beatitudine e di grazia, che mi si regalava dall’alto, quando rimanevo da sola e iniziavo il vero cammino. E stavo sola e mi sentivo bene. Attraversavo salotto, corridoio, cucina, tavolo lungo, poi ancora corridoio lucido, poi ancora tavolo tondo in salotto, e terrazza. Finalmente terrazza! Attraversavo marciapiedi, strisce pedonali, semafori verdi, accendendomi sigarette, con le guance un po’ rosse. Non avrò mai più respiro.
Scricchiolano le foglie d’estate sotto le scarpe da poeta, il fumo fino a tre anni fa, si disperdeva attraverso gli alberi di Mosciano. Tutto pareva volare, perfino le mie camicette. Non ricorderò mai più quel senso di libertà. Non avrò mai più nel sangue e nelle ossa quel miracolo di condivisione di passioni. E dovrò rinunciare a dormire per non rischiare di ri-sognare. E dovrò rinunciare a buttar giù qualche riga, qualche birra, qualche sassolino nella scarpa.

Non avrò mai più carezze.

Non mi ero mai schiantata col dolore prima di aver incontrato questo destino. Ora mi mangio le mani per la fame come la mia bambina, per non aver capito in tempo quello che possedevo. Tutta quella beatitudine e grazia, quasi musicale e leggera. Ora è tardi per il ricordo di quei passi che da soli formavano un tutt’uno con la strada vecchia. Medievale quasi. Di P.zza San Marco coi suoi incroci e le sue fermate di autobus. Ed io che aspettavo sempre il tempo di un mozzicone di sigaretta prima di entrare. In quel tempo potevo ancora decidere di me. Ora mi mangio le mani per non aver capito. Perché è sempre troppo tardi per un bel pensiero. L’aria che aveva un dipinto sotto i portici in P.zza Santissima Annunziata, coi suoi piccioni, coi suoi truffatori e ladri di cuori, e turisti improvvisati fuori stagione. Quell’aria che davano le mie parole lette tra le pagine di un quadernino. E c’era chi mi ascoltava. La mia bocca che si apriva e si chiudeva per le risate che mi facevano fare senza sforzo. Ed era lì a portata di mano, la felicità di essere guardata dentro per davvero. E maledico me, perché è sempre troppo tardi. Perché tutto quello che accade d’importante è sempre prima. Non avrò mai più nella lingua il sapore di un miracolo alla prima sorsata.
Mi sedevo in panchina, sola, e stavo bene. Poi senza decidere, mi alzavo e attraversavo. Mai piaciuto attraversare col rosso. E sempre odiato non attraversare sulle strisce. Così accendevo la solita, e dritta e lunatica camminavo sotto stazione, sopra i tombini sporchi, gradinate, scalini coi marocchini pieni di ombrellini, ancora marciapiede di sinistra, Hotel a cinque stelle, ancora passetti verso bancarelle fatte di teli verdi, verso San Lorenzo. Nel centro della mia città si può pensare e cantare poeticamente e non ci se ne rende conto. E’ questo il meglio della mia città. Basta camminare a sguardo dritto, sigaretta in bocca, senza prendere la mano di nessuno. Parlavo poco all’epoca del giardino fiorito di Bobolino. Lavoravo su me stessa, svoltavo curve in macchina, dopo la quindicesima c’era Bobolino, coi suoi magnetismi. Le rose tutto l’anno. Rosse come il sangue di giovani ribelli. Io parlavo poco ed è per questo che non mi sentivo dentro, di più di quanto mi ci senta adesso. Era così bello stare a vedere le espressioni degli occhi che cambiavano ad ogni secondo. Ora sono solo fissi, in basso. Nessuno sa più dov’è andata la fata di giugno nei discorsi a mezza sera sulla rotta di Roveta. Le ruote di mille avventori andavano spedite senza far casino. Io e la Roveta siamo sempre state impregnate di belle idee. E maledico me per non aver percepito quel tempo in tempo. Lontano, lontano, lontano, ho abbandonato i miei sorrisi al Mitico Pozzo. In cui io mi sono sempre chiamata fuori da tutto. Andavo lì, per dimenticare e far fare lo stesso a tutti gli altri. Generosa com’ero. Cosa che assolutamente non mi riesce più ora. Ora è già tanto che sono a sedere da tre anni qua. In questa stanza che non me la sento più mia, dove non regna più grazia e abbondanza di nettare di Paradiso. Sto qua dove il fumo non esce più per distendersi in terrazza. Chissà se la mia mano picchiettando sui tasti di una tastiera mi riporterà mai al Pozzo di nuovo. Basta così, fermiamoci qui. Glielo direi se avessi ricominciato a parlare poco. Fermiamoci qui direi sottovoce se ancora mi ascoltasse guardandomi. Ma è sceso qui, a questa stazione, dove non vi è più senso guardarmi negli occhi. Dove vi è quel treno che lo rincorre, mentre io non sono mai salita, per mancanza di voglia, e sono rimasta a terra. Non vi è più speranza di essere guardata. Non avrò mai più fiato. Mi mancherà sempre il respiro. E non potrò più camminare dove mi pare. Sedere in panchina. Decidere la compagnia o la solitudine. Decidere una canzone o il silenzio. Decidere di accendere o di spegnere. Di dire la verità più di ogni altra cosa al mondo. Anche se non è tutto in ordine io sono ancora così. Pure io sono importante. Pure per la gente che non sono io. Pure il vino mi manca a sedere sul muretto. E il meglio della mia città ce lo siamo perso. Perché non ci disperdiamo tra i rami del bosco per paura di perderci. Mentre invece era così bello. Ma potrei scriverlo per ore. Mentre tutto adesso è lontano, lontano.

La giocatrice di biliardo cinque anni fa ha imparato a bersele le bottigliette. E fare punti. E lasciare tutti a bocca aperta. Era lei, lì in piedi con la stecca in mano, e un miliardo di sorrisi. Adesso No. È fino ad ora un’unica apparizione. Nulla più.

Una gran brava giocatrice di biliardo anche senza parole si fa ascoltare. Se ne va in circoli frequentati da giocatori bravissimi e beve birra con loro. Apre bottone coi più tosti, osserva tutto anche ciò che succede dietro di lei, alle spalle, dentro i bagni, fuori il posto, dentro di sé. Una gran brava giocatrice di biliardo, è sotto il segno del toro e va d’accordo con tutti gli altri, purtroppo. Le giornate di sole con le scottature alle spalle, bottiglie d’acqua stappate con una mano, i piccioni che si abbeveravano lungo la fontanella, sotto il bastione, quell’autobus che non arrivava mai, ma mai mai mai, non vivranno più. Non avrà più luce dentro agli occhi. Nessuno parlerà di lei. Ascolta.
Che stupida che ero prima. Che frignavo per nulla. E ce l’avevo lì in un pugno la libertà. Che piangevo nel bagno verde del pub a Santa Maria Novella. Piena. E non sapevo nulla. Non sapevo ancora un cavolo di nulla.
Che stupida che sono stata, quando credevo di aver incontrato il diavolo nero. La morte o come la vogliate chiamare! Io che non avevo ancora visto il vero abisso. Io che non mi ero mai scontrata con un vero disertore di rispetto.

Non avevo conosciuto il dolore prima di aver conosciuto questo, dolore.

Ma io sono forte e le dure non piangono.

27/5/2012

MEARò

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