“VIA FAENZA”

Ci sono preghiere, ventagli appesi su mattoni antichi, davanti all’entrata del negozio indiano, ciao e buonanotte precipitano neanche te ne accorgi, volti stranieri che si girano mentre non li guardi, tutti son lenti, e tu, a sedere sul solito tavolino tondo. Tra un po’ caschi. Col bicchiere di Cuba – libre. Passeggiano col sorriso là, e si fermano pure, è consueto persino avvistarne uno che si apre un libro mentre si fa fotografare in bianco e nero. Ci sono pigri, a sedere sul marciapiede, ed io nonostante le insidiose correnti arrivo in tempo a sedermi, prima che mi freghino il posto. Sul mio solito tavolino tondo. Dunque io e te, ordiniamo il secondo giro. L’estate così ha inizio. << Bella e abbracciami dai, >> precipitano a piombo, un abisso che non si può descrivere. Mi sento a casa, là fuori, dove il colore che emerge è decorato di odori di spezie. Ci sono strette di mano, poi una toccata e fuga al cuore, l’ultimo discorso che coincide con l’ultima sigaretta, quaranta carte son volate in una sera. Lui ha barba nera folta, capelli lunghi un po’ mossi. È un grande amico, e ora glielo dico.
Ci sono donne, fisse a guardare la vetrina delle borse grandi in pelle, come se sfogliassero riviste, poi magari fanno solo da sfondo al quadro e c’è una voce lontana risuonante un soffocato << Ma quella è solo una mignotta! >>. Nessuno ci fa caso. Tutti sorseggiano dimenticando la loro brutta giornata viola. Ci sono rimbombi per tutta la Via, tumulti densi, da capo a coda, suoni acuti che sbattono nelle orecchie fino a fartele tappare, per poi accorgerti che sta solo passando davanti a te, un gruppo turistico, giapponesi cogli ombrelli e i trolley gonfi.
Poi di lì a poco, finisce la confusione.
Parrucchiere economico tunisino di fronte allo sguardo, sulla destra un anti bar da the, con le fontane e mattonelle d’atmosfera, azzurre, sullo sfondo se socchiudi gli occhi, a sinistra, un piccolo negozio di vestiti, multicolori, pakistano, e poi c’è Pietro col pallone sempre. Urla << Chi sta alla porta? >> e mi fa alzare sempre a me. L’odore del Kebab si confonde al suono del sax di un avventore. Lo seguiamo da fermi, battendo le mani, estasiati sbalorditi fagocitati arricchiti conservati appiccicati alle nostre radici.
Parte il quarto giro, e la frase storica di Carlo Alberto: << Quando mi vedranno in ginocchio sarà soltanto perché starò Prendendo meglio la mira! >>.
Nessuno ancora sa, che tutto sta per essere messo in discussione.
Ci sono scelte imminenti da prendere, vecchi sottobraccio, omicidi della porta accanto, ricordi senza lasciare particolari, ci sono scippatori algerini, clandestini che tutti conoscono, ci sono birre da pagare e cose ancora da bere o tante da offrire, ci sono madri come Iris che cerca, cerca, e nel suo inferno richiama il bimbo che è scappato di là dietro, Iris ch’è tanto bella quanto sexy. Nessuno ci riesce a capire quanto il giorno e la notte trascorsi lì.
Mentre mi sto arrendendo alle lusinghe di un tizio senza nome, senza futuro, arriva Riccardo, il mio angelo custode, tra un attimo glielo spiego. Lui si accende un joint in piedi e fa: << Nuovo taglio di capelli? No, ho detto, vuoi entrare dentro? >> lui è l’unico che sa aspettare le risposte tutte per intero. Si mette vicino a me, conta: << Una, due, tre, quattro … vuoi una piccola? >> diciamo Sì in un sovrapporsi di voci, vuoi crederci o no, ma Riccardo è l’unico che aspetta che finisci di rispondere. Anche con gli occhi.
Ci sono le teorie di Carlo Alberto, che ti rimangono a ronzare in testa, come quella delle stelle: << Cara amica, le persone sono di tre categorie, una Le stelle Comete, due Le Meteore, tre Le Stelle Fisse! >>.
C’è un crocevia qua, un’identità, dentro il nostro Pub Irlandese, ci fa accontentare di niente.

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