INTITOLAMI TU

SENZA UN TITOLO DECENTE
Tra insetti e piccoli chiodi assassini, c’è solo assenzio.
Mi pagano per fargli la guardia.
Vedo, e non ho nulla da raccontarvi.
Le cantilene sono cessate nel mio io
si è bloccata la cosa, sono finite le melodie ritmate, sempre le stesse, sempre uguali, finita la voglia, finita parola, finita la lisca, finito l’amplesso, finito tutto.
Oggi qui scrivo per scrivere che non ho nulla da raccontare.
Siamo solo dei Mostri. Sacri.
Non chiedermi “che cosa significa quella poesia?” dello scorso anno, o non chiedermi “che cosa volevo dire con quelle frasi?” dello scorrimento di una mano.
Non domandarmi di spiegarti quelle pagine o non agitare spiegazioni a me.
Uno prima deve imparare a leggere, deve imparare che c’è sempre un momento in cui parte la distrazione, c’è sempre un momento. E invece no! Deve imparare a stare nel carcere. Deve,
deve entrarci lì, imparare a farsi inchiodare dalle punteggiature, dai doppi sensi, ma anche dagli ottavi, deve imparare che molte volte si amano i nonsensi.
Deve imparare il gusto dei libri, prendere respiro, imparare a sentire il suono del proprio ritmo, a riconoscersi, deve star lì, leggere leggere leggere.
Che in fondo è pieno di mostri sacri, pronti a dare partecipazione dei loro assassini, pronti a lasciare gialli pensieri per far pieno centro nel loro egocentrismo.
Una volta imparato tutto questo; una volta imparato a leggere, magari, magari un giorno me la spiegherai tu che cosa significa quella poesia.

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