INTITOLAMI TU

                     VENNE

Venne l’inverno e gli angeli sprofondavano per le strade abbandonando l’energia delle loro ali e disponendosi supini nel cuore della terra, l’incanto metallico dell’imbrunire assorbiva il celibato delle loro schiene accarezzate dai capelli lasciati mollicci a spargere aroma vergineo.

Riflessi di shampoo e scorribanda di dita passate sui corpi nudi, si accarezzavano accatastandosi l’uno sull’altro indirizzandosi sguardi stonati nel ghiaccio calcato sulla loro pelle, gli abbracci si deformavano fino a concedere poche decine di millimetri alla distanza, la fessura d’aria sufficiente per il movimento infuriato dei sessi che si azzannavano l’uno dentro l’altro, in una grazia violenta che sigillava carne su carne bollente.
I tetti delle automobili celebravano neve consistente, avvicinai le mani ai seni di Margaret e attraverso i vestiti la spinsi verso di me, porgendo la sua schiena sul mio petto, i guanti di lana le si sfilarono e le sua dita vennero a contatto con il mio collo, vi incise le unghie nella parte laterale e succhiandosi tra le labbra un lieve accenno di sangue si allontanò verso la distesa immensa di neve che liberava il parcheggio da qualsiasi possibilità di disordine urbano.
Il modellismo non è cosa semplice se non si sa trattare l’argilla ed il segreto sta nella spada che è tutt’altra roba, tutt’altro affare, mentre nell’angolo c’è chiasso Al spegne il silenzio e dice –Vuoi toccarlo ? Vuoi toccarmelo ? Senti , senti come sono eccitato-
-No Al, “paradossalmente” è una parola che mi fa venire- .
Insisteva la versione dell’aria nel fare gelo anche qui che non c’era nulla con cui coprirsi e le scale si svestivano di passi nell’erezione degli stupori da busta della spesa rovesciata e casalinghe si gettano con le disperazioni all’aria e chissà che ottengono in quei loro monologhi affrettati verso porte chiuse con un insulto a vanvera nella corsa gocciolante dal viso sul pavimento del bagno, e i detersivi senza tappo imbrogliavano la dignità dell’odore e qualsiasi stanza brilla di odio.
Vuoi che venga in ginocchio verso di te, o che mi metta a parlare di prati immensi nei quali lasciare rotolare catene d’oro strappate dal collo di fanciullaggine, vuoi che insista con le dita e con la lingua sotto di te, vuoi che mi metta a scrivere ghignando sulla lampadina giallo bollente sopportazione, vuoi mettermi la testa tra le gambe o forse che tutto questo possa significare nostalgia di un posto già visto, con le sue insegne fioche che rubano senso del mistero a quel buio che propende gallerie per tutti gli sbocchi di notte inesauribile che sospira matrona al peso di uno stantuffare corpi.
E poi mi piacciono i limoni.
Più del caffè, meno del vino, verso la pelle che se ne fotte delle stagioni, ciò che vi scivola sopra corrompe l’immobilità di labbra, tette assediano petti, uno stringere evangelico nel suo disciplinarsi nella sostituzione di un’idealizzazione con vento di stanza, finestre lasciate spalancate e si raffreddano un po’ tutti, metto il viso sull’alba e la trovo sempre lì con le sue sopracciglia cespugliose di rapporti epistolari tra rami e pompe di benzinai appena ricaricate, da qui posso constatare l’incedere di un progresso barbaro e poeta che incornicia nel petto della mattina istanti dimenticati giusto in tempo, per la liberazione di una testa posata sul cuscino e tutto sa di nebbia da ingoiare.
E il lettore non capisce, il lettore si lamenta, vorrebbe storie che siano inscatolate e sobrie, protagonista che fa parlare di sé con i tratti fisici e le fissazioni, tic e manie, introspezioni e mutismi d’adolescente incapace di mettersi alle spalle la propria camera affittata soltanto ai versi di Rimbaud, il lettore crede che sia tutto disciplina e sudore e non ha mai visto bottiglie sverginare con rabbia tentativi di baci rimandati e chissà quali mattonelle potrà mai immaginare che non siano una scacchiera mediocre amoreggiata da acari e tacchi a spillo che hanno già pressato la geometria, il lettore crede in una divinità che si fa capricciosa ad ogni virgola conchiusa e ritiene necessaria la bellezza della calligrafia per una lettura che non sia nient’altro che passatempo da ombrello spalancato a proteggere la testa, peccato questo corrodere che ingurgita tela da bassa sartoria, peccato questo fuoco che divampa e l’ingegneria impazzita nel nucleo di balsamo antico si rivolge alle tue gambe larghe che intrecciano sentieri di sguardi diagonali, forse dovrei dormire e avrei un paio d’ore in più per pregare con le mani giunte gli incisivi sulle labbra e poi socchiudere gli occhi e spalancarli allo stupore di un dio che non ha mai chiesto confessioni e correre sul balcone dove lo stesso panorama di sempre mi accarezza per l’ultima volta prima di te. Sento la mancanza di tanti piccoli cricetini ed uno spazzolino da denti nuovo perché fu comprato senza consenso appare già vecchissimo quando s’infila tra dente e dente di uno splendore indicibile e si intromette fra noi quando non ne vogliamo proprio sentire di dormire, ma piuttosto ci ammaliamo di graffiti di incisivi di bruciature di sigaretta sull’ombelico, perché non conosciamo altro modo che comunicazione istantanea e a singhiozzi facciamo i grandi di immutabili alibi.
Pericoloso quello che mi spingi a fare, tu mi vuoi lì in bilico fra la ringhiera ed un tacco a spillo quasi spaccato, non sai non sai che sono qui solo per me, e ti ubbidisco come una geisha illuminata solo per il mio gusto spudorato di venirmi a prendere ciò che solo tu puoi darmi in questo momento.
Ancora criceti impazziti lungo l’istante da orgasmo pieno in faccia, allora persino l’incazzatura dei clacson per strada sparisce, spariscono le macchine e le strade che tanto di polveroni non ne possono più e noi ne potremo raccontare più di quei gomiti a brandelli dei diavoli, ogni tanto ci provano a passare di qua, lo potremo raccontare con quell’ansia addosso che sai . Ansiolitici presto, presto, o il principe Valium potrebbe offendersi , non c’è questione che tenga quando mi dici che guardo anche se mi fai chiudere gli occhi appena mi offri il tuo Whisky immettendomelo direttamente dalla tua lingua dentro la mia bocca . Eccolo, ho già il cuore in fibrillazione ed il tuo coso duro nei pantaloni spinge i vermi agitati nello stomaco ,vorrei potergli sganciare un morso ma non mi è permesso dalle cento contraddizioni che mi fanno schizzare via, e se mi guardassi dal buco della serratura del bagno dove mi son andata a nascondere per spostare adeguatamente il filo interdentale delle mie mutandine, che ti racconterei?
Raccontami nulla che sia storia, né i popoli, né le loro bruciature d’orgoglio, lasciati a marcire fuori dai fulmini di stanza che rendono partecipe un rock di clarinetti disintegrati verso il pavimento e solo battito cardiaco impazzito con il suo tumtumtum che avvolge in quel suono greve tutto il resto e bagliori soffiati via da un crack di vetro, tutto deve rompersi, bisogna mettere in dubbio la manodopera dell’uomo della natura dei sentimenti a tavolino e delle scelte a prebenda.
Di solito gli uomini subiscono il fascino del pericolo solo nelle sue conseguenze, io pretendo i suoi respiri di morte sul mio viso, ad un centimetro da un paradiso senza santi e con le ginocchia sprofondate in un massacro di errori, viziare gli specchi che rimandano indietro riflessi di tempo trattenuto per il collo e stretto in gola, soffocato, costretto a parlare in condizioni di impossibilità, i pugni contro il niente e contro tutto, senza rabbia, solo muovere il braccio, il corpo, quello su cui riesco ad avere un potere, nessuna correttezza politica, nessuna democrazia della carne.
Frantumare l’ego ridurlo ad una macchia cicatrizzata nella schiena della storia, con le firme in calce di tutti quelli che parlano di libertà o amore, sciocchi idioti illusi, bambini dal capo d’angelo e dalla purezza che va oltre uno strato di pelle lacerata, lascio ai loro giochi di parco pubblico e altalena quell’incanto sublime del conosciuto, io mi perdo nella follia e nel vuoto, nel disordine e nel fuoco sul petto, nel grigio di una nullafacenza calpestata e sono morsi sul tuo collo a socchiudere respiri, preda contro preda, cacciatore contro cacciatore, zanna che cerca zanna e liquido che fuoriesce da organi serrati, l’ingiustizia della passione, la violenza delle gambe, l’oscenità delle mani che cercano di trattenere il tutto su una nuvola pacifica e il soffitto si rende parallelo allontanandosi da ciò che in una vita di specchio avrebbe potuto riflettere, si alza e massacra calce e tegole, nella speranza cristiana di una disperata inclinazione che lo distolga dal suo parallelismo, l’antimatematica che cerca un nodo nel baratro degli incroci impossibili.
Non ero bravo in aritmetica.
Neanche in matematica.
Bottiglia di Montepulciano durata minuti 23, sigarette cinque sul tavolo, cuffie nelle orecchie ma nessuna musica, quando inizio a scrivere dimentico qualsiasi elemento, ho bisogno solo di materia e ispirazione, la prima la si ottiene, la seconda la si cerca, questa notte cerco te nei tuoi bassifondi di rischio che mi sussurri scostandomi capelli e mi sembra di riconoscere la tua voce, come la tua calligrafia, ondeggiante e tendente all’inchiostro soffiato dopo le stanghette sulle lettere cerchiate, riconosco bene, sensazione di vuoto riempito, voglia di riempimento di vuoto, un vuoto che adoro nella sua dittatura.
Al bagno, ho saliva annerita dal vino, come i tuoi capezzoli che immagino, per ora posso soltanto, i poeti dicono turgido io preferisco dire annerito, mi dà un senso di forza acquisita, ciò che mi serve nello stringerti verso di me e dirti non c’è nulla di più bello di questo, ora, in questo momento, mentre il cielo crolla e che piacere vederlo sbattere contro la terra, il mio punto di forza è l’ironia, a volte la nascondo negli affetti, altre nel sesso, sostanzialmente ti vorrei parlare negli occhi e dirti “ascolta” questo rauco ululare notturno.
Lazzara che tendi la mano inginocchiata, la tua foto mi parla di vita in corsivo, ti vedo in una posa ambigua e la notte mi accarezza la schiena dicendomi i tuoi massaggi la renderebbero felice, peccato io non creda alla felicità, molto più poetico credere all’opposto, il fatto che io non mi pianga addosso come il 93 per cento dei poeti mi mette in conto la mia assurdità, cammino danzando e abbraccio gente sconosciuta per strada, nei supermarket, voglio elargire loro un segno d’affetto mancato e il loro stupore è sempre amore mancato, voglio bene a chi soffre, per natura, invece amo chi mi tiene fermo alle sponde di un letto e mi dice adesso voglio farti volare.
Io volo, ogni tanto.

[con la collaborazione speciale di Alc** Len** = https://bowarms.wordpress.com/

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7 pensieri su “INTITOLAMI TU”

  1. Trivellazione dei sensi alla ricerca dell’estasi compiuta, oltrepassando gli spessori dell’anima, inseguendo, e raggiungendo, il surreale appagamento di una passione, di un attimo, di una vita.
    Meravigliosa creatività. Avvincente spettacolo. Martellante ritmo.
    Alla fine, l’estasi è mia.
    Grazie, ciao. Piero

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  2. A me pare una una faccenda seria di amplessi cosmici e fluidi che inondano anfratti, cavità, abissi, cervelli. E senza andare lontano con la vista, non più in là di una macchia sul muro vicino al poster del santo del giorno, che per sua natura va cambiato spesso, mentre la macchia no, perché senza contorni, una galassia che non finirai mai di viaggiare. E’ una faccenda tossica, così seria e tossica che i cani della narcotici diserterebbero in massa, per strada a inseguire barboncine in tacchi a spillo rotti, e nessuno sfonderebbe quella porta se non dall’interno. E comunque è una faccenda soprattutto d’amore, così seria, tossica e d’amore che il mondo potrebbe guarire già oggi, tutto quanto e di tutto, se solo smettessimo di infilare monete nelle fessure sbagliate.
    In quanto lettore che sa poco ma gli pare anche meno, sono comunque felicemente puntuale 😉
    Buon pomeriggio.

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