DA CAVALLERIA RUSTICANA

9

Oggi agosto è finito. Ho solo sette giorni per saperne di più. Ed è presto detto. In panchina con me siede uno spazzino. È un fiume in piena. Mi racconta tutto.
“Le donne in piazza a sedere che aspettano lu pullman a chi la vogliono dare a bere? Aspettano i clienti”.
Gli spazzini da queste parti, sono un po’ i furbi del paese, alcuni sono ex galeotti, o gente che non ce l’ha fatta a fare il salto di qualità. Analfabeti. Quindi sanno perfettamente come vanno le cose nel concreto.
Mentre mi dice questo e quello, udiamo un grido fortissimo. Ha squarciato in due il mio cuore. Salto su, mi giro a destra, sinistra, cerco mia figlia che scorrazza nel parchetto giochi, accanto all’altalena. L’urlo proviene dallo scivolo blu, quello dei bimbi di tre anni. C’avviciniamo.
Non ci si può credere, si tratta di una bambina di circa 5 anni, paffutella, capelli lunghissimi. Urla e sta per perdere i sensi. Il suo sangue gocciala come una fontanella. Ha fatto una chiazza per terra accanto alle nostre scarpe. Sua madre sta già chiamando l’ambulanza. Tutti sono col cellulare in mano. D’istinto. Ma è troppo tardi ormai. Vogliamo essere d’aiuto quando è troppo tardi, ormai. Ci avviciniamo io e il mio informatore, per capirci di più in quella confusione. Non ci si può credere davvero, la bimba ha perso un dito. Non è un graffio, no, no, la lama tagliente dello scivolo, lama d’alluminio, gliel’ha proprio squarciato di netto. Ci sono tre persone giovani, che stanno cercandolo lì nella siepe. La piccola sta dicendo che lo ha visto saltare di là. Intanto c’è sangue dappertutto. Ecco, stanno dicendo : – Cà! Cà è! -, l’hanno trovato. Lo avvolgono in un fazzoletto, è piccolissimo, si tratta del l’anulare. E glielo consegnano alla madre. Quando arriva l’ambulanza vanno di corsa a Catania per cercare di farglielo riattaccare.
In pratica che è successo: lo scivolo d’alluminio si era rotto, si era staccato un pezzo dall’attacco dell’anta di legno che lo sorregge, proprio a metà. Era diventata una lama tagliente rivolta in aria. Qualsiasi bambino che si fosse messo, scivolando a tutta birra, si sarebbe potuto tagliare. Poteva capitare alla mia, a quello, a quella, a chiunque. È capitato alla piccola G*, che adesso è in ambulanza, senza un dito, e siccome qui le notizie volano peggio che una raffica di vento in Amazzonia, sappiamo già, che si è tagliata a livello di tendini, anche l’indice e il dito medio. Un disastro insomma!
Quello scivolo ch’era mezzo rotto in quella maniera, s’era visto già da 4 giorni, ma nessuno ha detto niente. Né i vigili si son visti per transennare il tutto. Né mai nessuno è venuto a far manutenzione e sistemare la cosa. Qui, prima facciamo accadere le cose, poi solo dopo c’è il chiacchiericcio. Da queste parti la manutenzione per mettere in sicurezza i bambini, è l’ultima cosa che si vede in giro. Intanto dopo due orette nemmeno, già ci giunge voce da ragazzi di 14 anni, che il dito l’ha perduto. Cioè non gliel’hanno potuto/saputo rimettere. Questo “gioco del cazzo” gli è costato tanto a G*!
Intanto lo spazzino ha finito per modo di dire il suo orario di lavoro, monta sulla sua ape e si smaterializza a fine viale. Prendo mia figlia per una manina, guardo quanto è bella, e cammino, cammino veloce, non me ne rendo neanche conto. Di quanto stiamo andando veloce. Il sangue m’impressiona, quindi decido di levarmelo subito dalla testa. Vogliamo andare un po’ a zonzo senza meta.
Una piccola incursione lungo la scalinata. Su per Piazza Umberto Primo. Ci s’accorge che quella è la “vera piazza che conta del paese” per gli uomini che la risiedono. Sono due panciuti a lato sinistro, canottiera mezza strappata, circa cinque a lato destro, stanno insieme ma stanno tutti zitti, a lato dei due bar una decina, baffuti con piccola Moretti in mano anche alle 9 del mattino. Sono tipici uomini di piazza! Anche se è quasi trent’anni che mi vedono passare e trapassare di qua d’estate, fra un po’ m’hanno visto cresce, mi guardano sempre come una cosa dell’altro mondo. “La forestiera su del Nord, loro devono perciò cercare di fare bella figura”. Quindi si mettono dritti, alzano le loro pance, veramente ma veramente grosse, grugniscono le sopraciglia, e mi seguono con lo sguardo. Incontro Sandro, il mio amico, il vero informatore di fiducia. Mi fa subito: – Ah Mary, che ci fai cà? Tu te ne devi andare di cà? Nu’ c’appassare di cà! Non lo vedi che c’è? C’è tutta la marmellata di ‘sto schifìo! Non passare per la piazza, passa pe’ da sutta, li scaluni… –
E siccome oggi agosto è finito, spudoratamente gli chiedo: – Perché? Ch’è successo qua? Mi devo preoccupare? C’è qualcosa che non so e dovrei sapere?-
Lui: – e che qua, hanno ammazzato troppe persone in due anni. Uno… l’ultimo… solo qualche mese fa, a giugno. T’ascantare… Mary altro che. –
Sgrano gli occhi, mi gratto i capelli, passo la mano sulla fronte corrucciata, drizzo le antenne, naturalmente lo metto a suo agio, do fiducia, sprigiono fiducia e lo faccio sfogare.
Sono talmente dentro alla storia che la vivo. C’è un tizio, un allevatore di vacche, che trentacinque anni fa aveva sparato a il fratello di un altro allevatore. Terreni presi abusivamente, confinanti. Qui gli omicidi veri son fra pecorai. Per cumuli di fieno o piccole campagne abbandonate, s’ammazzano. Per loro è dare il pane quotidiano a casa. Se t’impossessi di un terreno oppure è direttamente tuo tramite la famiglia, loro arrivano, entrano, e quieti ti fanno capire che di là dentro te ne devi andare. Tranquillo che lo fai. Non si fanno scrupoli, si sparano fra di sé. Di solito qui, bisogna avere paura degli allevatori. Insomma, questo ci fece scappare il morto, fu preso e arrestato. Si fece tipo vent’anni al fresco. Poi dopo quando uscì emigrò in America. Se ne scappò lì diciamo. Per evitare cose. Se ne sta buono, all’ombra, per una decina d’anni. Un bel giorno, all’improvviso, quest’anno d’estate, decide di fare rientro nel suo Paese. Forse per ribeccare la famiglia. Invecchiato, cambiato, dopo trent’anni rientrò. Allora, in sintesi, stava venendo giù dalla via del Palazzo Verga, sbuca giù in Piazza. Una macchina in pieno giorno, passa lì vicino. Saranno state le 10 del mattino. Al fruttivendolo lì nel centro c’è il mondo di gente. Scende un altro tizio da questa macchina. Puhm-Puhm. Due colpi belli secchi. Zitto zitto il guidatore senza neanche andare veloce, ingrana la marcia e se ne vanno. Assolutamente lavoro pulito. Dinanzi a tutti. Arrivano in macchina come qualsiasi altra macchina, silenziosi. Lo stendono là. Rimonta in macchina e se ne vanno senza sgommare. Li hanno presi? Li hanno arrestati? No. Nessuno sa descrivere la macchina. Nessuno s’è accorto di niente. Hanno lasciato un morto ammazzato in Piazza, e nessuno sa dire ch’è successo. Ma tutti sanno il motivo.

Nulla ho da inventare, la realtà supera di gran lunga la fantasia già di per sé. Tutto quello detto, è veramente accaduto perfino il dito mozzato. Come se non l’avessi scritto io, ho solo dovuto inserire i pezzi del puzzle. È come se l’avesse scritto la vita. Adesso ho capito perché i film di fantascienza piacciono tanto, perché il sangue vero, spezza il silenzio degli innocenti, quando meno te l’aspetti.

Non c’è un TO BE CONTINUED. THE END!

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7 pensieri su “DA CAVALLERIA RUSTICANA”

  1. leggo “9”, presumo ce ne siano altri otto prima, ma non è importante, il brano non ha bisogno di appoggiarsi ad altre parole, è autosufficiente e maturo. Spaccato di Sicilia come non credevo ne esistesse ancora, eppure non è stereotipo è narrazione di vita.
    ml

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  2. beh che dire… da un punto di vista puramente egoistico avrei preferito che ci fossero altri quadretti, altre sfumature, altre pennellate roventi… d’altro canto… non si puo’ non restare totalmente ammirati da questa rinsavita riscoperta dell’essere lì dove si riscoprono certi meccanismi, certe strade sgangherate e certa bellezza; questa scrittura ha la capacità di unire un passato ineluttabile ad un futuro imperscrutabile; è lì la forza, nella congiunzione tra l’orecchio lanciato nel passato che sa di terra vissuta, di mattoni rossi, di petali e ghirlande: da un punto di vista puramente egoistico avrei voluto cose che non mi competono, per cui mi limito ad ammirare la forma perfetta della tua diagnosi artistica.

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  3. Mary, ho appena scoperto questo tuo post. Io sono catanese. Ho vissuto a Catania per quarantacinque anni: Adesso ne manco da quasi trenta. Sì, è vero ci sono certi luoghi dove ancora esistono e resistono uomini da te descritti e possono anche accadere i fatti da te narrati. Non è piacevole, lo so, Ma purtroppo è così. non si possono cancellare in una manciata di anni, secoli e secoli di soprusi e di violenze subite dai siciliani, soprattutto se in questa manciata di anni lo Stato è presente solo per perpetrare un assistenzialismo interessato o lo sfruttamento palese. In questo racconto tu hai magistralmente evidenziato tutto questo, raccontandone gli effetti.

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    1. Ti ringrazio moltissimo per avermelo seguo questo. Naturalmente io scrivo le cose che vedo dove io vado, non è sempre per parlar male della Sicilia, se mi trovo a Bologna o a Venezia, e lì i vien l’ispirazione u qualcosa che accade… naturalmente ne parlo… io adoro la Sicilia, mia madre è siciliana il mio primo amore è catanese la mia città poetica preferita è Siracusa la mi carnagione è olivastra nel mio sangue c’è un po’ di carusazza 😛

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