RACCOLTA di CORTI e di SINAPSI

Di Giovanni Arpino :
“ GABY LA NANA ”
Adesso lo so bene. Adesso ho capito.
La felicità è un niente fatto di niente, una nebbia senza sapore, senza forma senza senso.È come la salute, cominci a capirla quando ne esci, quando hai un male. È come il guscio d’una noce, al quale la noce aderisce così bene dal di dentro. Della felicità vieni a sapere solo quando ne sei stata sparata via, il guscio s’è spaccato e tu ti ritrovi di colpo a dover giudicare da sola il freddo e il caldo, il mangiare e il letto.

E non si funziona più.
Tutto diventa storto e raggrinzito. Ti vesti e non sai perché ti sei messa quegli stracci invece di altri, ecco tutto.
Ti pettini e a un certo momento la mano si ferma nel gesto e ti passa la voglia di finire, di uscire col pettine dal fondo dei capelli.
Così oggi, persino io, se qualcuno mi dicesse “bei tempi quelli di una volta, vero Gaby?” persino io lo guarderei come si guarda un pazzo o un nemico.

Di Marianna Gì.
“NON MI POSSO SEMPRE ARRABBIARE SE QUALCUNO MI SVEGLIA”

Dalla poltrona vecchia di questa stanza lui mi ha chiesto se per favore gli potevo dare un fazzoletto.
Un gesto semplice, alzarsi far fare CLIC CLOC alle ginocchia, porglielo e rimettermi giù.
Invece ho tremato.
Ho sbattuto in un colpo solo contro ciabatta, comodino con pappagallo, bastone a tre zampe, ho fatto un casino. Comunque gliel’ho porto con un soffio di gesto e lui ha capito.
Lui, quest’uomo dalle mani livide e butterate da poter dire martoriate, ha sussurrato con la poca voce rimasta, quella dell’educazione sviscerata che lo tiene in vita, a dispetto di quella delle bestemmie della rabbia che se n’è andata via scivolata forse in un bicchier d’acqua offerto nell’ultima visita di chissà chi, bene, ha detto un solo grazie. Ma io so, io so, mi avrebbe voluto dire “non preoccuparti, stai tranquilla”.
L’uomo dorme con un profilo affilato, e tutto sembra apposto. Da qui.
Il lampadario con le sei punte verso il soffitto, il comò antico, il pavimento toscano da rifare, è tutto fermo, qui.
Ma io, io, scommetto che nella sua mente c’è già una qualche soluzione di parole, di frasi bambinesche che gli domandano, lo affollano e lui che si risponde mettendosi a sedere, finalmente dritto “vediamo come posso fare per uscire da questo covo di matti”.
Che cosa dico io? A questo punto dico, che anche se è bello vedermi lì, tutta che brillo di luce propria, buttata a sonnecchiare, mentre non guardo in faccia nessuno perché in quel momento per me, conta soltanto il sonno, non mi dispiacerebbe che tu mi svegliassi.

[ 2005 ]
*scritta seduta all’ombra di un lumino dalla stanza di mio zio quando ancora pensavo che il tempo fosse infinito, prima che partisse con la sua ventiquattrore, sù. 

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