XII Capitolo

[ Preso dal mucchio, non è finito, per il mio piccolo e unico fan ]

XII

Quei gatti stavano mangiando emettendo dei versi striduli e nasali quasi come fossero altre creature, non di certo semplici gatti. Dopo qualche minuto di silenzio, si sentiva solo lo sgranocchiare dei croccantini tra i canini aguzzi. Poi ancora fischi dal profondo della loro gola, poi un urlo, poi una parolaccia felina in un canto lirico, come un avvertimento, come la calma prima della tempesta. E la tempesta arrivò, inesorabile: un graffio bello e buono al ventre del gatto dalla coda vaporosa. Lui emise un grido pari alla strega delle fiabe. Sembrava volesse parlare. Spettrale. Ancora soffiava, mettendosi appiattito a terra, coda quasi scomparsa, fra le zampe. Mentre quello cicciuto bianco e nero gli si mise alto alto davanti, a un palmo dai baffi. Quello piccolo rosso, faceva razzia di cibo.
Tra grugniti vari, soffiate, graffi allo stomaco, noi decidemmo lì all’istante, che avremmo continuato con impegno, quello per cui eravamo venuti a fare. Avremmo dopo la scuola, portato cibo ai gatti dei cassonetti, lui dopo il turno alle Poste, avrebbe ripulito il posto, l’immondezzaio che c’era.
Tornavo a casa da scuola con un peso in meno, una leggerezza pari ad una piuma. La mia amica veniva spesso con me, ormai si era affezionata. A quell’affare del far partire una piccola ma consistente, colonia felina, nel nostro paesello dimenticato da Dio. Ricordo una volta, che fissai prima con Alfredo, lei si arrabbiò, forse ingelosita, allora venne di corsa a casa mia tutta scapigliata, senza occhiali, sbandò e inciampò prima su un motorino lì parcheggiato, un vecchio “Ciao”, poi da terra fu assalita dalla mia gatta. Le saltò addosso sulla schiena, poi sulla faccia, con le zampette posteriori nel discendere, la graffiò terribilmente sulla guancia fino al labbro superiore. Gettò un urlo che si sentì per tutto il quartiere.
– Bettt! Cattiva cattiva cattiva cattiva! –
– Che succede? – accorsi fuori e vidi Giusy per terra fra la polvere gialla sulla camicia bianca, a pancia sotto. La guardai meglio, vidi il sangue che le scorreva sul volto. Lei si alzò su, senza neppure degnarmi di uno sguardo, si mise a rincorrere Bet. Io ridevo. Ridevo a più non posso. Mentre lei continuava a ripetere che era una gatta Cattiva.
Bet ad un certo momento s’impuntò, per la prima volta le sentii fare un miagolio piuttosto forte, la guardò mezzo secondo con due pupille grosse così, le saltò su un’altra volta. Fece un balzo di un metro e mezzo grazie all’aiuto della sua coda lunga, ormai un po’ pendente verso sinistra, per colpa delle grinfie del Mastino napoletano, quel Cash. La puntò direttamente gli occhi, centrandogliene uno. Le fece un graffietto piccolo nel dotto lacrimale inferiore. Per Giusy fu la fine. Si mise a urlare, a piangere, a dire che la gatta era pericolosa, che dovevo farla guardare da uno specialista, forse prima o poi c’avrebbe assalito di notte! Bet pareva imbizzarrita, aveva il pelo tutto arruffato e la coda grossa come quella degli scoiattoli. S’era gonfiata, la linguetta entrava e usciva dalla bocca. Il musino e le orecchie all’indietro. Faceva paura.
Giusy se ne dovette andare. Io esclamai solo:- Uno a Zero per Bet -.
Era cresciuta la mia piccoletta, si stava facendo sempre più sfilata. I suoi graffi sempre più taglienti, i suoi morsi cercavano di prendere il polso, stringere fino all’arteria. Il male era sempre più insopportabile. Fu così che io ci giocavo sempre più di rado.
Il tempo trascorreva velocissimo, fra le ultime interrogazioni a scuola prima della grande fine, i miei bisticci con l’inseparabile Giusy, e le uscite col postino più dolce che abbia mai conosciuto. Sino allo sbucare in punta di piedi della impollinata primavera inoltrata e dell’Aprile. Col sentire le campane delle dodici Chiese presenti nel paese, dal boschetto Monnalisa, sciamarono delle api. Sentì il bisogno di cambiar casa la vecchia ape regina seguita dalle operaie, in una sorta di “febbre della sciamatura”, e queste esploratrici si misero fitte fitte a cercare il posto ideale.
Non potetti credere ai miei stessi occhi, si misero a grappolo proprio sul cornicione del mio portone. Entravano ed uscivano da un forellino all’ombra una alla volta. Facevano da una sponda all’altra e si fiondavano a proiettile là dentro, Bet sentì quel rumore da sopra camera mia. Accorse, e le vide immediatamente, io ero immobile. Ne avevo così tanta paura che le mie gambe rimasero impietrite. Poi con la coda dell’occhio vidi Bet che faceva dei versi strani, tipo metallici con la voce felina, e come una perfetta macchina da guerra …… TO BE CONTINUED

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