IL GRANDE BIANCO

[* questo è un altro, un’altra cosa ]

VII° CAPITOLO

DEGNO DI SER LANCILLOTTO

Stavo sognando nel primo pomeriggio, senza alcun sudore, in un tempo statico, in quanto privo d’iniziativa, nelle lenzuola volate per terra, nelle briciole sul pavimento di qualche panino morsicato a fatica. Semi deserto in camera mia. Alcuni pensieri mi si accumulavano in testa come passetti guizzanti dei miei otto gatti e mi giravo e mi rigiravo sfidando gli occhi appesantiti. Ancora dormivo. Ancora sognavo.
Speravo fosse terminato, concluso, ma invece no il girotondo sull’altalena riprendeva senza alcun senso logico e mi ritrovavo sudato fradicio a voler scappare senza sapermi muovere, a voler gridare senza avere alcun timbro di voce, a volermi addormentare definitivamente.
Tornai sui miei passi, tornai prima d’essere divorato da ragni giganti, ombre azzurre sul pavimento, mi ripresi balzando fuori dal flash e piombando nella realtà di mia madre e mia sorella Adele. Mi urlavano dall’altra parte della casa.
– Oh ì che vu volete? – gridai – Cazzo ho bisogno di dormire! Non sono sordo ci sento, ci sento – urlai ancora e poi – Basta mi accendo uno spino! -.
Strisciavo coi piedi nudi sui jeans chiari abbandonati e i boxer a terra, mi dirigevo senza alcuna meta per cominciare un’altra lunga giornata. Sbattevo su tutti gli spigoli. Mi sembrava di essere rinato dal mostro che mi rosicchia il cervello.
Ok, adesso pigiamo il tasto dell’avanzamento veloce fino al 15 Agosto, quando ben attrezzato partii per Pianaz e il Monte Civetta. Trasformai il retro del furgone in alcova, con due materassi, lenzuola e piumoni a volontà, ed in saccoccia avevo 4 pezzi, anzi 4 biglietti comprati da una banda d’arabi fuori di testa in S. Spirito.
Mentre veleggiavo in autostrada tutto fatto di bamba, in direzione Venezia, pensavo con un sogghigno che il caso ha voluto mostrare le differenze tra la Conny e Mabel, proprio nella scelta delle mete estive: Conny viene portata dalla passione del padre in un paesino montano, tra boschi, cime svettanti, rapide con raffiche di vento per i lanci col deltaplano, natura trionfante, mucche al pascolo e tutto il resto del campionario, un punto per rilassarsi e meditare; Mabel viene portata per volontà materna verso il mare, col sole a picco fino alle 5 del pomeriggio, in un paesino davvero siciliano, che la sua presenza deve mettere in subbuglio, fra chilometri di campagne di grano, rovi, macchine saltate, figli di boss, pecorai criminali, piromani, uomini della ricotta e dell’onore, giovani marmocchi coi coltelli e le coppole in cerca di guai.
Ma torniamo sul Monte Civetta e restiamoci una quindicina di giorni idilliaci, fatti di escursioni montane, di gite a cavallo, di spinelli d’erba buona trovata dopo una giornata di indagini in un parco di Mestre, e di storie con gli amici dark fino alla calza maglia, che la Conny era riuscita a procurarsi chissà come ad Udine.
Il nostro rapporto era risorto, aveva avuto un rigurgito davvero colorato, dopo la telefonata tra noi intercorsa una decina di giorni prima. Mi aveva colto del tutto di sorpresa, tutto preso com’ero nelle travolgenti storie di coca di Cristian, il quale, spariva e riappariva ad intervalli irregolari, portando sempre appresso sacchetti pieni di sostanza, allegria, paranoie sfuse e un telefonino, un Motorola G76, sì, sì, quel mattoncino nero con lo sportello, proprio quello, che spesse volte squillava cogliendoci sempre in fallo e mettendosi poi a diffondere la sola voce sempre allegra e dolce, piena di risate squillanti… di Mabel.
Ma torniamo ad altro telefonino, il mio, che si mise a squillare una sera, proprio mentre stavo stendendo con plastico movimento del polso, una lunga striscia curva di “Coca-Cosa”. Feci uno Sniff lungo e veloce, quella bamba aveva quel sapore amaro misto al sale. Abbassai il volume della radio e risposi tirando su col naso due – tre volte: -Wé, eh eh eh ciao Ramon, che stai facendo? – mi fece la Conny dall’altra parte del ripetitore Omnitel e continuò poi, facendosi progressivamente più seria, raccontandomi, primo: di aver avuto un incidente in motorino con la sua amica odiosa Orlanda; secondo: di star per partire per le vacanze con la famiglia, a Pianaz; terzo: di essersi accorta che le manco davvero troppo e infine conclude chiedendomi di raggiungerla in loco, perché alla luce di questa sua nuova constatazione, non avrebbe mai potuto resistere senza di me fino a Settembre.
-“E magari se vieni qui si può andare al CINEMA!”-
Torniamo all’avanzamento veloce e riprendiamo dal momento in cui, carico di gloria, ripartivo dal Monte Civetta per tornare a casa. Conny era affranta giuro, stava piangendo mentre mi abbracciava dicendo: – Ci vediamo la settimana prossima, va bene? Appena torniamo anche io e i miei -. Parve proprio innamorata e lo sembrai anche io, anche se il giorno successivo sarei stato a Pisa, ad inventare scuse inammissibili e vergognose per Benedetta, dalla cui vita ero sparito facendo puff e lasciando solo uno sbuffo di fumo, quindici giorni prima.
Pareva davvero innamorata Conny dicevo, e lo sembrava anche il giorno prima a Venezia, quando, dopo aver trovato posto in un parcheggio sotterraneo, avevamo cominciato a scherzare. Scesi dal furgone per buttare le bottiglie di birra vuote e lei mi chiuse fuori, protestai energeticamente, ridendo e facendole smorfie di disappunto, fino al momento in cui lei cambiò espressione e atteggiamento, con un sorrisetto tra l’ironico e il provocante stampato in faccia, si slacciò gli anfibi e li tolse, poi si stese sul sedile e cominciò a sbottonarsi i pantaloni lucidi neri. Io non ho guanciotte, ma se le avessi avute le avrei sicuramente spiaccicate sul vetro chiuso.
La guardai e le risposi anch’io con un sorriso, ma incredulo sempre più incredulo, man mano che mi rendevo conto che non si trattava di uno scherzo. I pantaloni volarono via e l’ironia si dileguò dal suo volto, lasciando campo al desiderio che prese il controllo dei suoi muscoli facciali. Intanto là intorno la gente passava e andava scoccando diversi sguardi incuriositi verso di me, un tipo in piedi che guardava con l’espressione estasiata l’interno di uno sgangherato Scudo bianco. Ma gli ignari passanti non sapevano che all’interno dello sgangherato furgone non c’era più nulla che ostacolasse il mio sguardo, a parte le sue dita che si muovevano lente, lente, lente, lente, lente, lente.
Poi con un vero Coup De Teatre girò la chiavetta dell’accensione per poter aprire i finestrini, ma girò troppo e il furgone sussultò andando a cozzare col muso contro il muro. Scoppiammo a ridere come pazzi, io piegato in due, mentre annaspavo cercando di aprire la porta e lei cercando gli indumenti dispersi. Poi senza nulla addosso scese e lasciando lo stereo a palla e i finestrini aperti, ci rinchiudemmo nell’alcova. Partì Roxanne dei Police, poi ancora Every Breath You Take, e ancora Police, una vampata di Invisible Sun, poi saltò fino a Pornography dei The Cure. Ci veniva meglio a suon di musica, l’atmosfera dei nostri miti ci accompagnava nel ritmo del nostro amplesso.
I sentimenti sembravano solidissimi nei suoi occhi, quando spostò la testa di lato, si scostò i capelli dal volto, mi guardò di sbieco e disse: – Non dirmelo quando stai per venire -.
Credetemi non glielo avrei detto, ma pochi intensissimi minuti dopo vidi un braccio foderato di un giallo fosforescente da pompiere introdursi nell’abitacolo: – Cazzo! Ma che cazzo… chi cazzo è? – mi lamentai restio dal distrarre la Conny, che stava tranquillamente comoda sotto con le coscette aperte, che però notò l’allarme nella mia voce, seguì il mio sguardo e poi convulsamente cominciò a rivestirsi. Pochi attimi e siamo già fuori, arrossati, scarmigliati e furenti, ma era solo il sorvegliante del parcheggio che voleva spegnare la radio. A questo punto è quasi notte e la canna che ci fumiamo poi, seduti sugli scalini di una chiesa, è l’unica divagazione turistica che ci concediamo.
Un po’ per tutte queste ragioni restai di stucco, quando, appena tornato a casa a Siena, cominciai a chiamarla senza mai trovarla e lo stucco si trasformò in cemento che mi si depositò sullo stomaco quando una settimana dopo il suo ritorno, riuscii a strapparle un appuntamento, e la trovai seduta sugli scalini della Chiesa di S. Spirito, in compagnia dell’Orlanda e chiaramente maldisposta nei miei confronti. Alla fine la molliamo l’orrenda Orlanda, e ci rinchiudiamo nell’alcova ancora non smantellata.
– Ce li hai i soldi per la bamba? – chiese e dopo il mio diniego mi rese impotente stendendosi rigida come un manichino sul materasso, rispondendo ai miei tocchi come una bambola gonfiabile e dulcis infundo lamentandosi sdegnosamente della mia incerta prestazione.
Forse fin qui non s’è capito, ma io e la sfiga abbiamo un rapporto assai conflittuale: io cerco di evitarla sinceramente, ma certe volte le vado incontro e immancabilmente mi rileva il suo spirito beffardo. La conosco tanto bene che quasi la sento arrivare. Un esempio? Se buco una gomma c’è sempre un bullone incastrato o il crick rotto e comunque subito dopo, nel raggio di pochi chilometri e nello spazio di pochi minuti… foro di nuovo.
– Quanto cazzo sei bravo a cambiare le gomme eh? – mi dicono tutti.
– È tutto merito della sfiga – vorrei rispondere; ma poi lascio perdere, non capirebbero.
La sfiga, si sa non viene mai da sola, si porta sempre la sua amica scalogna, un po’ più vecchia ma ugualmente carogna, e, alla luce di tutto questo come direbbe er Pupo Totti – È normale ghe! -; quella sera, dopo la botta di vita con la Conny, tornando a casa bello, bello, mi addormentai sulle note di Blasphemous Rumors: “I don’t want to start any blasphemous rumors, but i think that good got a sick sense of houmor and when I die I expect to find him laughin!” ( non voglio fare discorsi blasfemi ma penso che Dio abbia un senso dell’umorismo schifoso e quando morirò mi aspetto di trovarlo sghignazzante ).
Spesso un tale accadimento porta al decesso, soprattutto in quel particolare tratto di autostrada, ma oltre la linea gialla e gli ultimi due metri di asfalto, non un fosso, non un muretto, non un boschetto, no, un pratino d’erba perfettamente rasato declinante verso una lunga rete metallica. Come sempre nei miei colpi di sonno, mi svegliai un attimo troppo tardi per evitare l’inevitabile, e giusto in tempo per godermi lo spettacolo pensando e urlando solo un sacrosanto “cazzo – cazzo – cazzo – cazzo” che è poi il sacro mantra dei momenti di strizza acuta. Assunsi la tipica posizione pre-impatto inevitabile irrigidendo gli arti – le mani sul volante – i piedi tutti e due inutilmente piantati sul freno, e inarcando la schiena contro il sedile. Il furgone invece non si scompose per niente, semplicemente andò declinando sul prato fino ad incontrare la rete e poi continuò la sua corsa incurante appoggiandosi a questa.
“Merda – merda – merda” continuavo con gli occhi sgranati “Cazzo vuoi vedere che la sfango?” pensai e… poi dal buio emersero dei robusti rami frondosi, membra di un albero piantato proprio a fil di rete. Lo Sbrang dello schianto non coprì l’urlo con cui espressi il mio oscuro tormento: “di chi saranno i frutti di ‘sto ramo fottuuuto?? Dell’autostrada o del merdoso che ha piantato ‘sto cazzo d’alberooo??”.
Dopo il succitato Sbrang, ecco uno Stronk alquanto vegetale e poi il furgone si fermò. Anche qui, la polizia arrivò dopo la gente e fece un sacco di domande… ma non prese le impronte, no, si limitò a chiamare un carroattrezzi, io pagai le 500 carte per l’intervento e poi tutti, gente accorsa in soccorso, sbirri e carroattrezzi, si fecero un tot di ghignate guardando la mia espressione che voleva essere di umile incredulità, e soprattutto il ramo frondoso infilato sul lato destro del mio furgone, come la penna nel cappello dell’alpino. Oltre a questo nessun altro danno. Ma mi dispiacque per l’albero, unica creatura più sfigata di me in tutta questa storia.
Alla fine mi ritrovai solo come da 10 anni a quella parte e come sempre profondamente insoddisfatto di me stesso. Cresciuto con il mito dell’amore eterno alla fine sui vent’anni l’amore l’avevo trovato e questo era finito nel peggiore dei modi: una lenta agonia infarcita di tradimenti. E dopo automaticamente ripresi la ricerca del grande amore ma ero cambiato senza rendermene conto, mi sceglievo un obbiettivo con due begli occhi e possibilmente belle tette, le scagliavo addosso tutte le attenzioni di cui ero capace e fingevo, con lei e me stesso fino all’assurdo, dichiaravo amore eterno, regalando anelli strepitosi e cercavo di convincermi che sì quello era amore, che per lei avrei fatto cose degne di Ser Lancillotto, ma mi sentivo tradito e ingannato a prescindere e per reazione a questa sensazione, tradivo a mia volta.
Poi una notte, mentre fumavo sotto un albero in un bastione delle mura di Lucca, un ragazzo e ragazza si misero a scopare a un metro e mezzo da me, guardandomi e lì, credetti di aver trovato la mia strada.
Era stato eccitante, molto eccitante e alla fine di lei non sapevo neppure il nome perché al mio goffo: – Beh comunque io mi chiamo Ramon eh… – il lui della coppia aveva sbottato:
– No senti, niente nomi ciao! -.
Perfetto! Sesso di prima qualità e nessun coinvolgimento, nessun dolore, nessuna ferita, nessun tradimento. Da quella sera entravo in un mondo diverso con regole tutte sue, fatto di luoghi d’appostamento, di segnali fatti con gli stop della macchina, di lunghe attese ricompensate da pochi minuti inondati da adrenalina e anche di amicizia con gli strani animali che popolano quel mondo. Gente “normale” sposata e con figli alla ricerca di emozioni, gente complessata, incapace di imbastire una relazione regolare, ragazzi giovanissimi e vecchi panciuti. Tutti con il loro soprannome: “Milleluci” che andava in giro con un furgone pieno di faretti; “Jo” che faceva la stessa cosa da Massa Carrara; “Il Ragioniere” famoso per la sua postura da statua di sale sulla spiaggia, e poi “Pisciami addosso” che amava far alle donne questa richiesta, e “L’idraulico”, “Il cuoco” e “Za” dalla targa della sua jeep e mille altri, me compreso, da tutti chiamato “ì Siena” chissà perché.
Oh in fondo non c’è nulla di strano, in questo mondo ci si ritrova nei posti come se fossimo al bar e poi ore ed ore di discorsi così:
– Wé ciao, lo sai che m’è successo? –
– No… –
– Cazzo, mi son fatto or ora una coppietta! –
– Cazzo, davvero? E chi? –
– No, non una delle solite, questi hanno una Y10 scura targata Pisa… –
– Mhm… prendo nota… –
– E fai bene, giuro lei avrà vent’anni, mhm… un pezzo di fica da urlo… si son fermati sotto quel lampione lì, io son passato un paio di volte e alla terza ho visto che lui le toccava le bocce, alla quarta lei gli faceva un pompino! –
– Nooo!! –
– Sì sì, a quel punto ho parcheggiato e mi son messo dietro la siepe, sì proprio dove c’è quel buco e che spettacolo! Lei glielo ciucciava e lui intanto con la mano le tirava su la gonna, per farmi vedere il culo! Io l’ho tirato fuori ovviamente, ma mi dicevo, cazzo mica vorranno solo farmi lo spettacolino? Beh, a quel punto ha cominciato a ronzare lì intorno “Testa Pianeta” –
– Nooo quel rompi palle! –
– Già cazzo lui, io gli ho fatto cenno di levarsi di torno, ma lui nulla, sai com’è quell’idiota, ha parcheggiato ed è sceso quasi di corsa –
– Che stronzo, secondo me non se l’è mai fatta una coppietta! –
– E infatti quando la coppietta è partita io ho preso per il collo “Testa Pianeta” e gli ho detto che la coppietta era mia e se provava a venirci ancora dietro gli avrei sfondato lo sterno a calci! –
– Ah ah ah se la sarà fatta sotto! –
– Sì, mi ha detto che non s’era accorto che c’ero io e poi è sparito con la coda tra le gambe. Poi ho seguito la Y10, che andava via piano piano, mi hanno portato dritti al campo spazzatura e lì sapessi che chiavata! –
– Mhm sì, ma lui? –
– No, no, non era un frocio, ce la siamo scopata a turno… aaah che roba! -.
Questi racconti potevano essere fantasie o fatti avvenuti prima, o racconti uditi e fatti propri, non aveva importanza e nessuno ci faceva caso, era parte del gioco, come le lunghe attese, i giri a vuoto e poi la botta d’adrenalina quando proprio hai deciso di andartene via. C’erano poi i nostalgici, quelli del “sapessi com’era qui 10 anni fa! Ti facevi tre coppie a sera e dietro ogni duna di sabbia c’erano coppie ad esibirsi! Sapessi il bordello!!”
I profeti dell’ultimo giorno, quelli del “ormai sta finendo questo mondo, non c’è più nulla solo vecchie coppie o coppie a pagamento… ah che tempi…”
E poi una gran varietà di filosofi che davan giustificazione morale al nostro operare, si andava dai più teorici: “gli impulsi sessuali leciti debbono essere seguiti, così da realizzare a pieno la propria personalità”; ai più pratici: “ma scusa, se qui è un continuo via vai di uomini che portano a scopare la propria donna, perché non approfittarne?”.
Insomma ero ben inserito in questo universo notturno, nel quale cercavo di sfogare la frustrazione e l’insofferenza che mi si accumulavano dentro durante il giorno, quando studiavo accanto alla mia ragazza, che si era rifiutata di amarmi, fino a che non fu troppo tardi. Io in effetti volevo essere amato, illudendomi che questo avrebbe fatto nascere l’amore anche in me, finalmente. Poi Marzia, la mia ragazza appunto di quell’epoca, scoprì i miei diari apocrifi, anzi per esser sincero fui io che volli farglieli scoprire e allora capì, dopo sei anni di amarmi e si sentì ferita, tradita, inzozzata.
Troppo tardi: – Sei tu la stronzina che fai il filo da mesi al mio miglior amico, sei tu che mi hai sempre tradito, sei tu che hai fatto gli occhi dolci persino al mio sergente e questo mentre io sudavo sette camicie per metterti in testa che ti volevo bene e quei venti esami che hai dato li hai passati grazie a me! Bene, mentivo e mi son fatto la tua migliore amica e cento altre, nelle notti di cui non hai mai sospettato nulla. Io so tutto di te e tu di me ancora non sai nulla! -.
“Click”. Lei sbatté giù il telefono e io caricai in macchina lo zainetto e me ne andai al mare.
Era il 3 Marzo 1997, poco tempo dopo avrei conosciuto Benedetta, 16 anni, uno strano cocktail di timidezza estrema ed ostinata decisione; ovunque andassi nella mia ricerca di isolamento e avventure, me la ritrovavo a pochi metri di distanza, distesa sul suo asciugamano che scherzava ridacchiando con la sua fedele amica, lanciandomi sensuali occhiate.
Se voi foste un trentenne drogato e depravato, riuscireste a resistere ad una sedicenne morbida e vogliosa che vi vuole a tutti i costi? Non so voi, ma io resistetti a lungo mantenendo la storia su un livello di amicizia pomiciante fino alla fine dell’estate, quando cominciai a lavorare.
Ci vedevamo raramente, vergognosi e allo stesso tempo eccitati per l’eccessivo sbalzo generazionale che c’era tra noi.
Poi arrivato Gennaio e con lui Mabel e Conny gli incontri si interruppero del tutto, per riprendere solo in quel Settembre del ’98, quando per dimenticare Conny feci l’amore con lei e per combattere l’ossessione per Mabel, mi ci misi assieme.



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