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Allora volo via perché arriverà che mi infilo gli anfibi e la maschera migliore e un attimo è già domani ma non me ne parlare così spesso perché arriverà, te lo giuro, un miracolo anche per noi.

DA: LUCIDA MATURA

VIA FAENZA”

Ci sono preghiere, ventagli appesi su mattoni antichi, davanti all’entrata del negozio indiano, ciao e buonanotte precipitano neanche te ne accorgi, volti stranieri che si girano mentre non li guardi, tutti son lenti, e tu, a sedere al solito tavolino tondo. Tra un po’ caschi. Col bicchiere di Cuba – libre. Passeggiano col sorriso là, e si fermano pure, è consueto persino avvistarne uno che si apre un libro mentre si fa fotografare in bianco e nero. Ci sono pigri a sedere sul marciapiede, ed io nonostante le insidiose correnti arrivo in tempo a sedermi, prima che mi freghino il posto. Sul mio solito tavolino tondo. Dunque io e te, ordiniamo il secondo giro. L’estate così ha inizio. << Bella e abbracciami dai, >> precipitano a piombo, un abisso che non si può descrivere. Mi sento a casa, là fuori, dove il colore che emerge è decorato di odori di spezie. Ci sono strette di mano, poi una toccata e fuga al cuore, l’ultimo discorso che coincide con l’ultima sigaretta, quaranta carte son volate in una sera. Lui ha barba nera folta, capelli lunghi un po’ mossi. È un grande amico, e ora glielo dico.
Ci sono donne, fisse a guardare la vetrina delle borse grandi in pelle, come se sfogliassero riviste, poi magari fanno solo da sfondo al quadro e c’è una voce lontana risuonante un soffocato << Ma quella è solo una mignotta! >>. Nessuno ci fa caso. Tutti sorseggiano dimenticando la loro brutta giornata viola. Ci sono rimbombi per tutta la Via, tumulti densi, da capo a coda, suoni acuti che sbattono nelle orecchie fino a fartele tappare, per poi accorgerti che sta solo passando davanti a te, un gruppo turistico: giapponesi cogli ombrelli e i trolley gonfi.
Poi di lì a poco, finisce la confusione.
Parrucchiere economico tunisino di fronte allo sguardo, sulla destra un anti bar da the, con le fontane e mattonelle d’atmosfera, azzurre, sullo sfondo se socchiudi gli occhi, a sinistra, un piccolo negozio di vestiti, multicolori, pakistano, e poi c’è Pietro col pallone sempre. Urla << Chi sta alla porta? >> e mi fa alzare sempre a me. L’odore del Kebab si confonde al suono del sax di un avventore. Lo seguiamo da fermi, battendo le mani, estasiati sbalorditi fagocitati arricchiti conservati appiccicati alle nostre radici.
Parte il quarto giro, e la frase storica di Carlo Alberto: << Quando mi vedranno in ginocchio sarà soltanto perché starò Prendendo meglio la mira! >>.
Nessuno ancora sa, che tutto sta per essere messo in discussione.
Ci sono scelte imminenti da prendere, vecchi sottobraccio, omicidi della porta accanto, ricordi senza lasciare particolari, ci sono scippatori algerini, clandestini che tutti conoscono, ci sono birre da pagare e cose ancora da bere o tante da offrire, ci sono madri come Iris che cerca, cerca, e nel suo inferno richiama il bimbo che è scappato di là dietro, Iris ch’è tanto bella quanto sexy. Nessuno ci riesce a capire quanto il giorno e la notte trascorsi lì.
Mentre mi sto arrendendo alle lusinghe di un tizio senza nome, senza futuro, arriva Riccardo, il mio angelo custode, tra un attimo glielo spiego. Lui si accende un joint in piedi e fa: << Nuovo taglio di capelli? No, ho detto, vuoi entrare dentro? >> lui è l’unico che sa aspettare le risposte tutte per intero. Si mette vicino a me, conta: << Una, due, tre, quattro … vuoi una piccola? >> diciamo Sì in un sovrapporsi di voci. Vuoi crederci o no, ma Riccardo è l’unico che aspetta che finisci di rispondere. Anche con gli occhi.
Ci sono le teorie di Carlo Alberto, che ti rimangono a ronzare in testa, come quella delle stelle: << Cara amica, le persone sono di tre categorie, una Le stelle Comete, due Le Meteore, tre Le Stelle Fisse! >>.
C’è un crocevia qua, un’identità, dentro il nostro Pub Irlandese, ci fa accontentare di niente.

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IMPOSSIBILE IL TITOLO è GIà PREESISTENTE

“PER ADULTI”

Non bisogna aver pazienza con questa masturbazione di geni fessi
la eiaculazione del fenomeno è scisso e scandaloso, troppo grosso!
ho la speranza impazientita da cotanta festività, oggi è nel giorno dei santi!
e voi avete la ferita aperta nel discendere da codesto letto.
la ferita aperta
la ferita aperta
la ferita aperta
la ferita aperta
la ferita aperta
la ferita aperta
ed io ho il mio stile.

29/3/2007

DA:”CRONACHE VERDI”

Sono esplosa! D’improvviso una forza misteriosa proveniente dal basso e poi chissà, un po’ di qua e là, mi ha spinto verso lo specchio della trousse dei trucchi. Mi sono guardata gli occhi, non erano più spenti, allora come i vecchi tempi ho preso d’istinto la matita nera, ho iniziato ad evidenziarli, poi il mascara, a fare in sù le ciglia lunghe. Qualche brillantino come ombretto, nulla di più. Poi ho preso il phon e il pettine, ho cominciato a farmi una pettinatura. Ho guardato bene cosa mettermi addosso. Ho scelto le scarpe che luccicano d’argento, per risaltare l’abbronzatura del piedino. Senza consapevolezza, mi reco nella vecchia camera di mia madre, prendo tre gocce della sua colonia buonissima. Poi con tanta meticolosità preparo mia figlia. Senza coscienza ho avuto un’energia che le cose piatte degli oggetti non ti danno mai.
Siamo uscite leggere che neanche la salita a novantagradi della Piazza abbiamo avvertito.
Lei stranamente allegra nell’accorgersi di non aver neanche insistito troppo stavolta per trascinarmi fuori. Io avevo un sorriso pieno di passione stampato in faccia. E mentre i piedi andavano veloci da sè, anche io mi son domandata come mai avessi tutta questa voglia di uscire? Da dove lo stessi trovando quel desiderio di prendermi cura dei miei capelli, del profumo, di rimettermi a vecchio modo il mascara…
La bimba mi fa: – Però si va allo scivolo prima? –
Le rispondo dolcemente un: – No prima si va di volata al bar, faccio subito, poi ti ci porto, se fai la brava ti giuro che gioco tutto il tempo con te –
Lei sorridente e speranzosa: – Ma che devi fare al bar? Una birra eh eh?! Ma poi mi spingi anche sull’altalena? –
– Ti spingo, ti spingo in alto, dove vuoi, dopo si gioca insieme ai giochi, però ora devi stare a sedere, porta pazienza se no è inutile il relax. Se no io non mi rilasso mai? –
Lei ancor più speranzosa: – Ma poi mi prendi anche le patatine? Lo sai che oggi sei molto bella mamma? –
– Sì… ti ringazio… ma no dai non esageriamo… tu sei più bella! –
– No, è vero! Tu oggi sei la mamma più bella del mondo! -.
Siamo entrate al bar, tutti si sono messi di lato per farci largo, chiedo – Scusi posso? Il portacenere? – e subito due mani rugose davanti che mi porgono i loro pacchetti di Marlboro aperti in segno di: – Prenda pure! Vuole? – io declino l’offerta gentilemte, tirando fuori le mie, oggi non ho proprio voglia di star a combattere con anziani arzilli e i loro soliti discorsi deprimenti. Oggi, no. Mi sento un’esplosione dentro di… di forza.
Mi faccio una Beack’S piccola, la sgolo in tre sorsate. Fumo una sigaretta solamente. Sono elettrica. Pago veloce, si attraversa e in un lampo siamo già al parchetto dell’unico scivolo con l’unica altalena sgangherata. Due panchine vuote, mi ci siedo subito, e finalmente capisco tutto: ho voluto trattare la mia femminilità per vedere come va se lo rincontro.
– Signò! Signò! – mi sento chiamare quasi subito. Ritorna il mio sorriso brillante, è lui. Cioè prima arrivano i suoi occhi e poi le sue gambe.
Siede appiccicato al mio ginocchio accavallato. Mi si piazza davanti fissandomi, il suo sguardo sembra un semaforo verde. La bimba che corre libera di qua e di là con varie bambine cicciottelle, per poi picchiettarmi sulla spalla – Mi spingi ora? – sicché mi alzo di scatto e la metto sull’altalena. Mi accorgo che lui è la mia ombra: praticamente è accanto a me, quasi quasi le sue braccia sfiorano le mie. Tutt’a un tratto è diventato super protettivo, respinge i palloni che arrivano dall’altra parte parandoli come fosse un supereroe al rallentatore, poi mentre la bimba scende e sta per salire su un albero, lui in preda al panico mi fa: – No! Stia attenta signò! Quell’albero è mezzo rotto può scivolare… rompersi il nasino… la faccia scendere! – io lo osservo incuriosita e nel contempo cerco di darmi l’aria di chi la sa più lunga di lui.
– La spingo io sull’altalena? La guardo io? –
– No ti ringrazio. Senti sai mica se quel Bar laggiù è aperto a quest’ora? –
– Sì mi pare di sì. Perché? –
– No è che dovrei andare in bagno. Non ce la faccio quasi più –
– Fare la pipì? –
– Sì -. Mi lancia un’occhiata come se avesse capito tutto della vita, con una complicità esplicita, poi sghignazza da sotto il ciuffo lungo.
Così senza nemmeno spender troppe parole decidiamo subito di incamminarci per il Bar alla fine della stradina alberata. La bambina ed io per la manina e lui la mia ombra.
Poi mi fa: – Posso darti del TU? Tu, quanti anni hai? –
– QuarantaDue! E invece tu? –
– io se***… anzi no, quin***… ne devo fare! -. Sorpassata l’antipatia iniziale, durata solo un paio di giorni, è ufficiale ormai: anche lui mi guarda come se fosse alla sua prima cotta. Col tipico affanno di chi gli sta per sobbalzare il cuore dalla gola. Ma ehy, noi siamo dei muri duri, teniamo molto bene a bada i tremolii e non ce ne facciamo accorgere.
Ci sediamo tutt’e tre, io volo in bagno, poi ordino due vaschette di patatine col ketchup per loro e per me una birra. Alla prima sorsata scatta subito la prima sigaretta. Neanche il tempo di espirare il fumo che si autoinvitano al nostro tavolo un suo gruppettino di amici. Tutti scugnizzi di strada, personaggi dal quadretto ben identificabile; cappellini alla rovescia, occhi furbetti, sdentati, sorrisi spalancati in modo genuino, curiosi, e tutto l’ambaradan. La mia piccola ed io ci sentiamo subito a nostro agio. Come se fossimo da sempre appartenute a quel posto, a quella compagnia. Era tanto ma proprio tanto tempo che non mi sentivo così: completamente priva d’imbarazzo. Sapevo con maestria cosa dire, come fare, come muovere le mani e completamente non adisagio. Finalmente stavo vivendo il Presente; in quel tavolino fra occhi furbi e ingenui allo stesso tempo, avevo come per incanto, staccato davvero la spina. Poi ad un certo punto sento “del movimento” sotto il tavolo, guardo lui, vedo che mi punta in modo strano, dò un’occhiata in basso, è lui che mi sta facendo il piedino. Lo blocco subito col mio sguardo inceneritore. Ghigna.
– A và ragazzi circolare! Circolare! – li butta praticamente fuori. – Circolare, via via! -. Dico che per me non c’è problema, possono rimanere.
Poi m’interroga: – Quanto fumi di solito? –
Rispondo sorridente: – Pochissimo, non ho più l’astinenza da vizio, io in genere fumo solo per DUE motivi, o se sono parecchio arrabbiata o se sono felice, allora ci sta! –
E lui di botta-risposta: – E ora sei felice? –
– Ora sì.- Esplode il suo grande sorriso.
Senza neanche troppe parole o troppe giustificazioni mi fa – Vabbè ora me ne devo andare a fare un giro – io lo mollo semplicemente con un accenno della mano, spippolando il mozzicone nel posacenere. Uno sguardo di un’intesa pazzesca e via. Ognuno per la Sua strada. Così è perfetto! Senza impegno! Esattamente come dovrebbe essere. Capirsi senza spiegazioni, in silenzio, sorridersi di continuo, volersi fare del bene, senza essere impegnativi.
Io sono così, adoro stare in mezzo alla gente, le persone, l’umano che c’è in loro, mi dà la linfa vitale. Sono fatta così, non mi posso cambiare, le chiacchiere da BAR a me piacciono okay?

DA: “CRONACHE VERDI”

Poi d’improvviso arriva uno sguardo e ti ricorda di vivere per te. Solo per te stessa! E così senza nessuno sforzo, lo senti, lo senti quel respiro che parte dalla bocca dello stomaco e va fino in cielo. Chissà dove va. Si sparge su nell’aria. E butti via le chiavi, che ti avevano regalato, per chiudere i carillon soffocando la musica dentro come un rimbombo nel fegato, sferzando pseudodecoro; deponi per terra sotto i piedi tutte le catene e le paranoie che nella mente abitavano abusivamente. Apri la porta e esci.
Cammini veloce, poi lenta, poi velocissima, a pieni polmoni senza nessun orario!
Ti dimentichi di tutti e te ne vai. Perché arriva all’improvviso che la tua vita è più forte di tutto! Ti scordi in un secondo di tutte le protezioni, delle reti e delle imbracature da trapezista, ti lanci e oscilli, oscilli, senza corde, senza messainsicurezza; così ti butti senza pensiero, scoprendo che non c’è nulla di male. Vivi solo per sentirne il “piacere”.
Arriva quel giorno baciato dal sole d’Agosto, chi se lo sarebbe mai aspettato, mentre stavo deponendo il sentimento al chiodo, mi sono imbattuta in un volto.
Mia figlia stava giocando a zoppino, lui la stava per mettere sotto con una sgommata di bicicletta. Andava come un fulmine. Tutto piegato in avanti col mento sul manuvrio tanto che si confondeva con la fronte. Io ho veduto solo la striscia nera a terra. Lui sorride come fosse un trofeo. Sobbalzo in piedi e gli faccio – vieni – con la mano. Arriva. Si ferma dritto a un metro e mezzo da me, mangiando una mela. Mi guarda senza espressione. Sembra incazzuto. Mi sfida con lo sguardo. Io di solito quelli che mi sfidano li catalogo subito come chi sta sbagliando di grosso. Lui davanti zitto sulla sua bici più grande di lui. Io lo fisso severa. Lui non abbassa lo sguardo. Allora mi avvicino e gli faccio chiaramente vedere i miei occhi neri, e che sto per aggredirlo. Ma niente, non intende abbassare lo sguardo. Io mi dico sotto sotto – Cosa? Ma chi è?- lui infila un’altra volta il piede nel pedalino blu, sta per riprendere la sua corsa. Ma lo blocco, mi ci metto proprio davanti. Me lo mangio vivo a parole.
– Beh? Potevi frenare! Non vedi che qui ci son bambini che corrono e che devono giocare? Frena cazzo no?! –
Dopo un lungo silenzio, in cui pensavo di tutto, persino che fosse scemo, mi risponde con un filo di voce: – Non ce l’ho i freni -. Prende e se ne va. Da dietro lo guardo, però nonostante l’antipatia, c’è qualcosa che mi attrae. Ma ancora non riesco a decifrare che cosa. Allora lo studio. Lo osservo. Cerco di capire cosa mi frulla. Lo seguo con la coda dell’occhio anche da lontano. Noto che ritorna spesso dalla mia parte a fare i giri e frenando con la ruota di dietro. Mi lancia uno sguardo incazzato, ma gli faccio capire che non mi tiro indietro dalle sue sfide, gli faccio capire chiaramente di non essere una cagasotto. La mia bambina ad un certo punto va sull’altalena, e lo chiama.
– Ehi vuoi giocare con me? – lui ci va subito, parcheggia per bene, fa scendere la bimba giù, e sale lui sull’altalena ma in piedi. Inizia a fare il matto andando in su e in giù pericolosamente, quasi si ribaltava. Eppoi quando l’altalena era veramente in alto, lui salta e salta verso di me. Ho sentito che avrei voluto sgridarlo. E invece mi è venuto da ridere.
– Mamma, ma hai visto cosa fa? Ma è stupido? –
– Praticamente sì! -.
Eppoi capisco cos’è quel frizzare al petto. È che io sono sempre stata attratta “dal bello”, e non poteva essere altrimenti con un faccino così. Viso dai lineamenti perfetti. Capelli lunghi lisci, moro e occhi verdi fosforescenti!
Torniamo a casa dove sentiamo subito un odorino di patate fritte.
– Nonna c’hai messo il sale? –
– No. Perché te non mangi senza sale? –
– No. Io mangio con il sale –
– I bambini non dovrebbero mangiare il sale! –
– Ma io non sono più una bambina! – allora dato la conversazione con mia madre, sottovoce la bimba mi esprime il suo pensiero direttamente: – Lo sai che una mia amica mangiava sempre sale ed è diventata giovane, perché sulla scatola c’era scritto “Rinforza le ossa vecchiali!” –

 

[ to be continued. non ho idea quando, per ora appendo i miei pensieri al chiodo. ma poi farò surprise! ]

Da:”CRONACHE VERDI”

11 Luglio, ho ripulito tutta questa vecchia casa, da secondo piano, mezzanino, e pian terreno. Polveroni si innalzano e s’intravedono in controluce quando entra il raggio di sole direttamente da fuori il balcone quasi ad accecarmi, da corridoio a uscio della sala e tavolone ottocentesco. Le scale le faccio stasera; il catoio domani e non ne posso più. Siamo qui da due giorni e ho già la mente affollata da domande, altro che riposo!
“Quindi abbiamo nel nostro bel Paese degli avanzi di galera espulsi dagli altri Stati, con l’accusa di terrorismo, una roba seria eh, e non lo sappiamo? E li possiamo conoscere, incontrare, incrociare, fare amicizia, ignari? E quindi il nostro Governo lo sa? I nostri Comuni, i Sindaci, chi lavora per noi, li conoscono e non ci informano? Insomma tutto normale per loro? E chi lavora in Comune li conosce certamente visto che ai Richiedenti Asilo gli passa il sussidio a tutti. Comunque non conosco questa persona bene, sicuramente è pure una brava persona, mi dico, sicuramente è simpatico, e ha lottato tanto, se ha fatto quello che ha fatto avrà avuto persino le sue belle ragioni, lì c’è la dittatura, torturano i giovani, li polverizzano, e in fondo “i ribelli” son considerati terroristi perché si ribellano a quel regime là, ma… non credo che la polizia Svizzera sia così incompetente e che siano tutti stupidi, se hanno indagato e poi arrestato uno per 5 anni per terrorismo, qualcosa di vero o inquietante ci sarà pur sotto, no?”
<<Mammina mammina.>> Voce flebile che si insinua molto lentamente. Non rispondo, pulisco, pulisco, rifletto, penso un casino, e mentre penso mi faccio friggere il cervello da paranoie a volte, che mi dimentico di vivere nel presente. O sono rimasta nel passato prossimo o sono già proiettata nel futuro.
<<Mamma allora sei sorda!!>>
<<Uh! Dimmi dimmi.>>
<<Dove ce l’hai le orecchie?>>
<<Qui>>
<<Allora usale. Mi annoio, si può uscire? Mi porti fuori come ieri?>> la vocina è sempre pacata e disciplinata, in cerca di qualcosa, ma ha già assunto un tono indurito, per lasciare un senso di… come lasciare un senso di… un senso… di colpa, ecco.
<<No, piccola qui non c’è mai nessuno a quest’ora, non ci conviene uscire, finisco qua, rifaccio per bene camera nostra e i letti belli belli… e poi basta oh! Si uscirà domani!>> Se ho o no un Nuovo Hobby questo altro non è che pulire e fare ordine! Cinque anni fa non c’avrebbe creduto nessuno. Ma adesso non leggo, non dipingo, non scrivo più, niente sono bloccata, bloccata, e mi sta sempre più prendendo il desiderio di sistemare gli armadi: piego e metto in ordine d’importanza, faccio anche le combinazioni, gli abbinamenti, magliettine a maniche corte ripiegate come da negozio e dentro i pantacollant giusti, talvolta il giorno dopo cambio, sentendomi un senso strano addosso, e riformo i completini per colore. Tutto perfetto. Quello che non si usa più, bustone e lo butto. Stop! Senza neanche provare emozione. Il cassettone per i cambi dei letti, gli intimi, lenzuoli, coperte, copertine, federe, cuscinini. Poi è la volta del bagno. Prendo in mano una spugnetta verde a caso, e inizio a strofinare. Lucido, lucido, ci ripasso, penso, parlo da sola, mi fisso allo specchio, vedo puntino bianco del dentifricio, mi catapulto a prender il prodotto e inizio l’opera del lucidare i vetri. Mi sento una psicopatica casalinga. Chiudo la porta e mi appunto il lavoro per l’indomani.
Alle ore 10.30 del giorno 12 io e la piccola siamo già vestite, profumate, pronte per ritornare al parchetto giochi. Lei corre subito, senza neanche dare il tempo di appollaiarmi sulla panchina dei vecchietti. Corre verso un gruppettino di bimbi, urlando che saranno per sempre ottimi amici, gli frega subito la bici, mi guarda e con la manina alzata fa ciao-ciao: <<Mamma guarda guarda le mie amiche mi hanno dato la BRIcicletta! Sono brava?>> sparisce dietro le frasche. Mi siedo, chiedo scusa al gruppetto, e già son tutti lì che dicono: <<Ma nooo non si preoccupi è simpatica! Se non lo fanno ora che son piccoli!>>.
Mi giro dietro le mie spalle e mi accorgo di quell’iraniano a sedere su un marciapiede, accanto al figlio che fa sgommate concentriche con la sua bicicletta. Il tipo è sempre con lo sguardo dentro il suo cellulare. Come se stesse leggendo qualcosa di fondamentale per lui. Mentre lo guardo mi faccio notare, gli faccio cenno col viso. Si alza e viene verso di me.
<<Ohhh Salam Aleikum! Come sta?>>
<<Aleikum Salam. Sto abbastanza bene.>>
<<Sai io guardare moltissimo social, perché vedo qui gente del mio Paese, sapere come va? Sai quanti ho saputo morti?>>
<<Morti eh già. Me l’immagino. Tu quando sei venuto in grande barca qui, hai visto coi tuoi occhi che…>> e rifaccio il verso delle onde del mare. Mi sento soffocare pure io. Facendomi stretta stretta. Nel frattempo mi si stringe il cuore nel vedere che lui agita la mano in segno di -Uhh sì sai quanti, quanti!-.
<<Ma anche qua in internet sai?>> continua a mettermi davanti lo schermo del suo telefonino, <<Qui è importante formazione, tu cabisci? Vedo tutti i giorni come funziona mio Paese, eh bom no, nulla, amici miei morti, morti tanti. Ma tu dai, dammi contatto tuo social!>>

<<Ehh? Io? Ah no, no, non ce l’ho io un contatto qui, e poi sai, mi dispiace ma mio marito ricordi? Sai non sarebbe affatto contento… non posso, meglio evitare>>
<<Ma va? Nooo, non c’è niente di male! Mia moglie non portare quel coso tuo marito vuole che tu mettere? Vabè non insisto…>>
<<No. Tranquillo io non metto nulla io mi vesto all’italiana. Ma tu lavori? Qui trovato lavoro?>>
<<No. Non lavoro da 3 anni. Ma io tengo tanti soldi, sono tutti in Svizzera, ma non dare niente a me, perché li tengono bloccati. Che schifo io non so come continuare così. Vorrei andare in Svizzera a prendere i miei averi ma non posso più mettere piede lì. Qui sai… mi danno solo 100 euro al mese… io tengo moglie e figlio conosci tu? E lo sai con una volta a fare spesa già finiti tutti tutti…>>.
Sono ammutolita, sento che mi dispiace, percepisco che è un brav’uomo, che non deve esser facile con 100 euro al mese per tutti e tre. Penso che inevitabilmente il Comune e la Regione Sicilia si stia mangiando tutto lasciando i disperati a mangiare i più affamati. Contemporaneamente mi viene spontaneo osservarlo: ha le braccia muscolose e piene di tatuaggi. Sì quei tatuaggi che si fanno in carcere. Mi viene anche il timore per noi. Un po’ di paura mista a confusione, diffidenza. Cerco con gli occhi mia figlia. La trovo; è di nuovo a giocare col figlio dell’iraniano, con la terra caccosa e pisciosa dei cani randagi. Se la tirano in aria e si divertono come pochi. Carini. Quindi lancio la bomba: <<Ma tu se qui non trovi lavoro, non trovarti bene qui, e ti do pure ragione! Perché non fai di tutto per ritornartene nel tuo Paese?>>
<<No, non posso. Appena io entro a Paese mio sono morto.>> Lo dice pacatamente passandosi due dita da parte a parte del collo.
Lo saluto, prendo mia figlia, me ne vado a casa con la consapevolezza che non lo voglio più incontrare. Non vorrò più stare a sentirlo, non gli vorrò dare più confidenza; mi dispiace ma non ce la faccio, questa storia è troppo più grande di me. Mi ha dato una sofferenza di vuoto e desolazione. Razionalmente so che se vengo a sapere di queste cose mi può andar bene come mi può andar male. Irrazionalmente fa assalire la confusione ambivalente fra la pietà e l’antipatia; fra un senso di colpa e l’egoismo, le bestemmie, il rifiuto, e ancora una vota la disponibilità all’ascolto, la compassione. Elementi che mi portano tutti a non capirci più niente. Scrivo su un pezzetto di carta stracciata dalla piccola: “Cercare di essere meno emotiva, meno impulsiva, più distaccata, essere più diffidente, chiacchierare meno, meno parole, meno casini, essere più razionale”.
Mi rinchiudo sparendo un paio di giorni. Lo faccio di tanto in tanto. Per non dare nell’occhio.  Lì fuori non c’è più nessuno che mi ispira. Non vi è nessuno cui sento quella scintilla per cui vale la pena correre ad andare a conoscerlo. Mi interessano di più le parole di questo libro che vuole parlarmi, “LA FINE è IL MIO INIZIO-T.T.”

MI FAI UNO SPIEGO??

Stavo giocando con la bimba, per spiegare il gioco le fo : <<Laila ora ti dico un esempio… ma questo è solo un esempio eh!?>>
E lei <<Cosa è un “esempio”?>>
io <<Uh! “esempio” significa… spiegazione! Tipo fare la spiegazione di una cosa facendo degli esempi, appunto…>>. E poi ci si rimette a giocare per un po’. Ma ad un certo punto, lei mi fa:
<<Mamma, Fammi Uno Spiego!>>