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Allora volo via perché arriverà che mi infilo gli anfibi e la maschera migliore e un attimo è già domani ma non me ne parlare così spesso perché arriverà, te lo giuro, un miracolo anche per noi.

OGGI

OGGI

Vorrei, ma non posso, non sono sola.
Non mi andrebbe essere vista
perché non vorrei ritrovarmi a giustificare.
Perché non ho una macchina di proprietà,
non ho una casa, o un bene, o una busta paga,
ho solo due cose, il mio rispetto, e l’orgoglio,
quindi ci tengo molto, non voglio che nessuno
mi manchi di rispetto
quanto al mio orgoglio? Beh è l’unica cosa che ho
quindi me lo tengo ben stretto.

Invece vorrei cercare i vecchi cani senza padrone
ma poi? Non so quello che mi può capitare
da ora a stasera! Quindi come potrei stare in attesa
della vostra telefonata? Oggi è così: l’imprevedibile vita
è mia, e la vorrei ancora una volta diversa, meno imprevedibile
“l’ambivalente fuoriprogramma” che fa stare col cuore in gola
e potervi aspettare, e potervi accogliere, col mio solito sorriso.

Ci sono tre persone ora, che mi vorrebbero sempre zitta.
Prima le persone me le potevo scegliere, mi piacevano e
affanculo chi non la pensava come me, oggi invece
proprio le persone che di solito avrei scartato
me le devo portare dietro tutta la vita, e sccc taci, ‘sta muta,
mi fanno, ci credete? A me? Sccc zitta tu in questa cosa non c’entri
mi dicono! Quando mi esprimo, o mi do il diritto di replica,
io per loro sono una mosca che ronza nell’orecchio, non mi ascoltano
fanno così con la mano, senza sentire, come se fossi un elemento di disturbo.

Pensavo, pensavo che essendo nella stessa stanza, seduti allo stesso tavolino
potessi anch’io dire la mia opinione.
No, mhm no, loro, mi hanno fatto capire a chiare lettere che io no,
loro sì, ma io se ci sono o non ci sono nella stessa situazione, non ha importanza:
-taci, tu ferma, buona, vai di là, muta, tu in questa faccenda non c’entri-.
Addirittura fanno la faccia strana, sbalordita, quando si accorgono
che ho un’opinione anch’io. Ma mi giudicano subito come:
-Ecco con le sue manie di superiorità!- Ci credete?
Pensavo, pensavo di poter intavolare una buona conversazione, interagire,
e invece no. Oggi io non posso. Né fare i miei passi indietro
né fare passi in avanti.

12/04/2019

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10 AGOSTO – 6 SETTEMBRE 2018 – SICILIA.

Scorre tutto molto veloce, neanche il tempo di verificare se siamo noi allo specchio, come le nuvole cariche di temporale estivo, ci imbrogliamo i piedi facendoci scatti a boccacce e ci confondiamo il presente coi giorni passati: ma siamo davvero noi due quelle là?
In una fumosa giornata di agosto un temporale ha scaricato più acqua di quanta ne avessi vista in un anno. Fulmini e tuoni potenti, mi hanno sorpresa: pensavo di partire per trovare la Sicilia e invece ho trovato Torino. Agosto in Sicilia? Macché! Neanche un giorno di sole. Solo pioggia solo pioggia, solo pioggia. Indosso un giacchetto marrone bucato per coprire i brividi alle braccia, trovato in un vecchio baule del secolo scorso, e faccio indossare una maglietta del pigiama a mia figlia, per lo stesso motivo. Qui intorno pullula di bambini che giocano nella polvere. Ma il mio umore è di quelli delle lucertole sotto un sasso all’ombra di un mandorlo, nella mia campagna. È in cerca di distanze.

Era vicino in piedi dietro di me. Lo sentivo nel suo fruscio, ansimare, respirare. Al contempo io ero seduta, nella posizione del loto, dandogli le spalle, a due passi eppure distante. Era in piedi, eretto, radici dappertutto, il bosco più silenzioso che avessi mai visto. Tronchi alti alti e secchi, alcuni erano grossi e molto aggrovigliati fra loro. Parevano mangiarsi a vicenda. Il sole a che punto era: alto. Nessuna ombra a terra. Nessun elemento di disturbo. Le foglie rimanevano avvinghiate come aggrapparsi ad una vita spericolata. Nessuno emetteva alcun suono. Solo silenzio e concentrazione.
Lì ferma, immobile, alla punta del mio naso – Nam myoho Renge Kyo -.
Gli occhi mi si spalancarono da soli e si persero nell’istante del “tutto” soleggiato. Coinvolsero quel punto là, poi quello laggiù. Distese di campagne verdi e stradine scoscese appena accennate. Lo sguardo contemplava il grande spazio, nel silenzio, e il bosco dietro misterioso, lo stesso.

Ho iniziato a fumare perché è morto un mio amico
ed ho smesso di fumare perché è morto un mio amico.
Che giro fa la vita, forse tutto è un circolo,
comunque dai, basta basta! Non mi piace ripetermi,
mi piace il cambiamento, il cambiare sentiero!
Bene si è chiuso un “ciclo” tutta un’intera epoca!
Ora voglio Mens Sana in Corpore Sano
adesso voglio movimento
lungo sentieri di bosco,
correre, scarpinare,
arrampicarmi
camminare
campagna
verde
RESPIRARE.

RACCOLTA di CORTI e di SINAPSI

“AUDIOGUIDA – SPARITA”

Dove c’è arte ci devono essere persone che si accovacciano a terra, ed io sono costretta a dirgli di alzarsi. Ma inchino la testa.
Sono remunerata neanche troppo bene per atteggiarmi in ciò che non mi sarei mai sognata di fare. Mi pagano per trattare male quelli che mi stanno più simpatici. L’arte qui è ovunque; fermata nelle pieghe delle idiosincrasie di mattonelle quadrate a forma larga, diamagnetica da ogni aspirazione di fessura, scivolosa e và và và all’inseguimento delle ombre, incanalata tra i fantasmi di quelli prima, delle orme calde ma non scottanti di quelli che son passati prima, è rischiosamente non notabile, sta lì appesa sul pannello gigante verde, sei tu che le strisci accanto urlandole qualcosa dietro.
Non ti avvolge, lei è silenziosa.
Le donne qui hanno tutte minimo minimo due lavori. E chi le regge più!
Entriamo ed usciamo da luoghi in cui ci insegnano a parlare a bassa voce. Io dico solo – Ehi mi dai un occhio qui che devo andare in bagno? – che roba gente squilibrata almeno quanto me, chiedere il permesso anche per andare a pisciare! Mentre do quell’apparenza mi vado puntualmente ad intossicare i polmoni colla nicotina. Alle volte la troppa purezza mi annoia. Qui sono tutti troppo puri.
Aiuuuto – vorrei gridare – Aiuuuto c’è nessuno che mi sente? Guardate guardate, quello sta passando così, non si è nemmeno seduto a contemplare la Madonna di Cimabue e tutto quel casino che pare una battaglia! Cazzo e guardate, non ha toccato niente! Il plexiglas non è intaccato dalle impronte digitali, come messaggi nelle bottiglie! Cazzo, ma voi lo sapete che messaggi portano le bottiglie? -.
Già, son tutti così gentili ed educati ridicolmente che appena manomettono il loro fiato c’è anche chi mi obbliga ad insegnarli come si fa.
E gli devo dire – ssccc…faccia silenzio – .
Quindi hanno abbozzato anche i quadri di dire la loro.
Tornando a casa impiastricciando sul bagnato di questo centro rinascimentale mi fermerò a bere birra e a riprendere me stessa.
Per distaccarmi da te – biascico praticamente senza saliva, – Per distaccarmi da te penso alle tue dita e a nient’altro -, quindi per non pensarti devo distaccarmi dalle tue dita. A me questi posti non sono mai piaciuti, arte certificata che si contempla a distanza di padiglioni, memorie tracciate, date in corsivo, retrogusto di naftalina o insomma quegli odori lì da posti chiusi.
La donna della biglietteria ha una cicatrice proprio sopra il sopracciglio destro, gliel’ho vista, ché con me quei giochini di capelli davanti agli occhi funzionano mica.
Affondo nei particolari insignificanti per dimenticare il microelogio di quelli necessari ad un buon dialogo, quindi ad un buon rapporto.
D’altra parte la tipa mi deve soltanto staccare questo biglietto, mentre pago cerco di non guardarmi troppo intorno, un uomo ossuto mi sorride e toccandosi il cappello mi indica la via d’entrata, salvezza eterna – si potrebbe dire – e spiandogli l’orologio sul polso sinistro calcolo le 3 ore e mezza di tempo che ho a disposizione prima che chiudano.
Ma uno qui ci entra solo se ha una buona motivazione che se ne fotta dell’arte – penso – c’è da essere mica normali a starsene sepolti nell’agonia del silenzio d’educazione, tutti questi interminabili minuti. Poi la vedo, di sfuggita, che si intrufola in un angolo e scambia quattro parole con un collega, giovane, capelli corti il tipo, e mentre osservo con aria assente uno di questi immensi dipinti mi passa davanti, proprio a pochi metri, le vedo quel ghigno strano che si porta addosso chi ha appena finito di parlare di letteratura e ne è uscito con il proprio lato narcisistico assolutamente intatto.
Il tipo che è con me è già ubriaco, a lui il biglietto gliel’ha staccato con cautela, la tipa con la cicatrice, ha visto questi due metri per centotrenta chili e si è tenuta alla larga da cattive interpretazioni – la parola di Cristo, l’uguaglianza tra gli uomini – continua a dirmi questo mentre fissa un busto di marmo – siamo nati tutti uguali e allora non è giusto che io, fratello, devo pagare per il mio colore della pelle – e camminare con questo colosso qui, in mezzo ai turisti tedeschi che si spostano cinque passi prima, non è mica così male, certo i problemi nasceranno quando avrà bisogno di bere e qui dentro – penso – al massimo posso procurargli una PepsiCola al bar di sotto, poi questo qui se la prende a male e inizia a mettere in atto il suo passato da pugile, ché questa storia è vera – dice lui – facevo il pugile e tiravo e colpivo e questo e quest’altro.
Mentre cerco di tenerlo lontano dal busto di marmo, ché nel frattempo se l’è fatto amico, una tipa dall’accento spagnolo mi viene a ricordare molto gentilmente che non si può fare tutto questo bordello. Cioè lei usa parole in divisa, la storia del bordello è una mia libera interpretazione, indico Kamar e le dico di rivolgersi direttamente a lui – Guardi che non la mangia mica – e questa biondina qui, per tutta risposta, si gira e sulla bocca riesco a cogliere solo qualche parola, una delle quali finisce con “nardo”. Pensare che mentre scrivo perché qualcosa qui dentro di me gocciola, rischio ogni secondo che passa, la mia intera vita nei campi di concentramento. Eppure sembro non preoccuparmene, me lo faccio scivolare di dosso, tutto questo malumore che incombe intorno, sulle nostre capocce.
Passo le dita sui tasti di ‘sto cavolo di cellulare e così rischio.
Se mi beccassero non mi leccherebbero il culo, loro, loro sì esatto, magari dovrebbero, ma mi condannerebbero a qualche inquisizione. O mi fucilerebbero a vista. Non sanno, no, non sanno, questa è proprio una cosa di cui ne sono ignari, che io…che la mia vita è breve, che in fondo la mia inizia e finisce qui. Loro mi possono anche condannare a tutte le camere a gas che vogliono. Io arrivo lì punto e muoio.
Ahahaha, non hanno capito di essere loro gli immortali. Che sono loro quelli che rimarranno nella storia, dal momento in cui io ho deciso, qui, di immortalarli.
E posso per uno strano potere di chissà quale arcangelocombattente, mi ha appioppato, posso distruggerli o ricostruirli per la leggenda, con un paio di righe.
Eh quindi, questi “capi” che mi comandano per poche lire, non hanno ancora ben chiaro che mi vorranno pregare in cinese un giorno, per pagarmi certamente il triplo, perché io mi scordi di loro e di quanto son stati insopportabili.
Mi vorranno pagare perché io li cancelli da qui.
Vediamo chi c’è, c’è Andrea detto “ì meglio”, con lui si può parlare di tutto. Ma il suo argomento preferito è il sesso. Noo, io non ti scarico – pausa solenne – io ti trombo! -. Dice in continuazione. Viene e và con una certa disinvoltura, come una trottola, sempre nel momento meno opportuno, anche se questo dipende dai punti di vista, e si fa passo passo tutte le postazioni, e c’è chi dice che se l’è rigirate tutte, intendo le hostess.
Già con te bisogna prendere il numerino – dico io.
Ma poi, ad un certo punto, si ferma, ti guarda e fa partire quella stellina che ha sulla superficie del suo piccolo occhino nero. E lì sai, che sta per intraprendere un discorso serio. Ed incomincia coi suoi discorsi arzigogolati sui rapporti interpersonali.
Con me, parla sempre di scrittura.
Ciao poetessa, buongiorno poetessa, buonasera poetessa – mi fa.
Io tutta contenta mi accendo e comincio a parlargli di me. A volte riesce a farci estrapolare cose che non avremmo mai avuto l’intenzione di dire.
Ci sa fare, è bravo.
-Allora ti va se ti porto delle mie cose ? –
-Sì certo, poi ti dirò le mie impressioni, sai…a me non piace “bruciarle” le poesie…- si ferma e riprende – no, non intendevo nel vero significato del termine, ma in quell’altro -, io lo guardo e faccio segno di non aver capito, allora mi spiega : – è che a me piace leggerle con calma, farle riposare, dare a me stesso il tempo di metabolizzare e poi ci ritorno sopra -. Ganzo! Penso. È proprio quello che mi ci vuole a me.
Così gli faccio capire “gesticolando” che sono entusiasta di questo suo interessamento verso ciò che scrivo.
– Ma nooo! Guarda che io lo faccio solo per portarti a letto! – e finisce così.
Ma lui mi studia. Anche se alle volte ho l’impressione di essere io a studiarlo.
Ora passo la parola alla Silvia : – Ciao! E così ci lasci eh? – mi fa, con un sorrisetto che le sfiora la pelle olivastra. Io sono su l’uscio con la mia borsetta e già aggiubbottata, pronta per staccare, fuggire, far festa insomma.
Lei è a strappar biglietti. La sua postazione preferita. Poi china la testa mettendosela leggermente di scorcio, tra il profilo ed il trequarti dalla mia visuale, è da quadro penso, e lei cerca di riprender battuta socchiudendo quegli occhini neri da indiana, per non mostrar troppo la simpatia che nutre e nascondere bene a fondo un qualcosa che le macera dentro lo stomaco.
Ha spesso quest’aria da broncino incallito, eh oh, ha pur sempre una reputazione da difendere! E così fa la seria e ti parla da duretta, anche quando lo vedi che morirebbe dal ridere.
Per me è una dura. Per lei, è solo tempo che fugge strizzandole l’occhio da dietro le spalle, quando ancora ed ancora “non succede mai niente” e poi è tutto così a rilento ché sempre “troppo tardi”.
Per tutti, è colei che scrive per i bambini.
Sì me ne sto andando… ma guarda… mi dispiace un casino lasciarvi, non sai quanto -, faccio io e sghignazzo come una pazza. Lei mangia la foglia subito e dice in controluce : – Eh sì! Ti vedo che sei disperata! Guardati ti stai strappando tutti i capelli! Eheheh, dai su, di corsa a casa! Vai subito a dipingere! Subito eh! È un ordine! – e qui ci starebbe bene un Buuuh generale di tutti gli arcangelicombattenti di un certo Barbis che si vanta d’essere un abitante dell’inferno e di conoscerli tutti.
Ma lei è fatta così. Troppo artistica per non augurarle buona giornata solo cogli occhi. È il “gioiellino” del posto.
Ho conosciuto gente interessante, in pochi minuti. Ed ho conosciuto gente odiosa in pochi minuti.
Non si tratta di sesso per una volta, no si tratta di feeling mentale.
Si tratta di pelle, per una volta.
Senza sapere che sono proprio le cose che ti piacciono di più, questo senso di mistero, d’imprevedibilità, questo “maledetto pericolo”, che ti hanno fatto prendere la tua scelta. Di lontananza.
Perché sei un fatalista, uno che lascia fare al destino.
“Se le cose devono avvenire, bene, che avvengano, se no, vuol dire che non era destino” magari pensi. Un fatalista passivo, uno che non combatte per quello che realmente vuole. Si arrende e va nella sua distanza ambivalente. Mentre qui è battaglia.
Ogni volta assume un gusto diverso questa faccenda.-
Mi dicevi.
+* SCRITTA A QUATTRO MANI CON UNO MOLTO INGAMBA CHE HA UN NOME ASSURDO: “Alceo”+*
[ 2006 ]

RACCOLTA di CORTI e di SINAPSI

“L’ESSENZA PER UNA VIA DI FUGA”

Scappare, di corsa andar via, saltare il fosso, correre il più lontano possibile.
<< Nuova Zelanda dove sei? >>.
Scappare un’altra volta, amici quarantenni semidivorziati mi cercano ancora, psicologi imprestati mi dettano e non ho soldi : << Ho finito tutto >>.
Scappare dalla casa, dalla finestra, dalla strada calda.
Erano tutto quello che avevo, erano i miei amici, erano le mie avventure estive, erano inconfessabili prigionie su terra straniera…”E questo era il tuo problema? E questa era la nostra discussione?”
<< Scappare…Nuova Zelanda ma dove sei? >>
<< Senza di me…cavartela come sempre, come puoi – non ho più parole – ho detto tutto >>.
Scappare dal tuo letto, dallo psicologo amico, dall’orologio impazzito, ho bisogno d’assistenza, stai per partire, mi fa male, ma mi divertirò, riderò, festeggerò, brinderò, non vedrai le mie rughe.
Eri tutto quello che avevo, eri i miei amici, eri le mie avventure estive, eri inconfessabili prigionie su terra straniera, la Nuova Zelanda, la Nuova Zelanda…”E questa era la discussione? E questo era il problema?”
Salutami con la mano alzata, quando partirai da quel treno in corsa, la sagoma sarà piacevole, mi accorgerò di te, mi sentirò parte di te, mi mancherai solo un po’.
Urlami di correrti dietro, dimmi quello che vuoi sentire, gridami non invano l’amore che vuoi, dio solo sa se correrei, se volerei.
Mi ricordo d’improvviso quando lo incontrai e lui che sussurrò:
<< Vulcano rosso fuoco continuo battito al cuore, sembri così ricostruire e mi perdo e mi perdo, totalmente nell’abbandono. Sembra l’amore fedele, sembra un bisogno nuovo, sembra tutto perfetto >>.
Allora trattenendo il fiato gli sussurrai: << Vulcano di fuoco esploso quel giorno sincero e la luce emerge ancora, ancora e ancora totalmente nell’abbraccio, sconvolgente simbolo d’argento. Sembra l’amore fedele, sembra di conoscerti da sempre, sembra tutto qui >>.
In fin dei conti, devo solo trovare la giusta dimensione, una via di fuga, per uno stato di benevolenza, se il mio istinto più puro si trova bene solo quando mi scontro col mondo, vuol dire che non devo per forza cambiare. In fin dei conti, devo solo aggiustare un paio di cose insignificanti, dettate da labbra insapori, che non hanno voglia di gustare la vera essenza.
<< E va bene… evvabbene! >>.
Se proprio mi trovo meglio coi miei pensieri ribelli vorrà dire che è lì che devo stare!
Se proprio mi trovate così insensibile ai vostri sguardi freddi e mi trovate “diversa”, vorrà dire che la mia strada è ancora una volta da un’altra parte.
Morire di mille stelle, costellazioni all’orizzonte, mari neri e finimondo. Descrivere particolari come debolezze mie per te: << Vedo rosso e Marte mio è la chiave, questa è la chiave! >>.
Pura, lucente, violacea la vita acerba sui fianchi, innamorata di tutto, indebolita nuovamente, stavolta di te sconvolgente gusto amarognolo su sguardo. Il passaggio segreto, forse un po’ troppo è esploso sul colle in Gennaio, ed io stregata, dilaniata e vinta, di un occhio semplice, pace e pioggia acida sui binari della mente: << Non sarà più indifferenza! >>.
Morire di guerra e pace e come chiodo fisso “La danza la polvere la pace di strega nel tempo”.
Luce accesa quest’oggi: << Oh Signore complimentati! >>.
Manipolami quanto vuoi, son venuta forte, danzatrice imperterrita di crimini infantili e dimmi se ci riesci, chi emergerà per primo?
<< Oh Signore crudele! Quanto tempo scorrerà perché ti accorga di me? >>. Occhio feroce, naso e bocca di miele, stento a credere, stento a crederci.
<< Oh amante dei sogni, manipolami le gambe, insegnami a camminare, complimentati poi…>>. Luce accesa quest’oggi, piccolo mio dormi “La culla ti piace?”
Quanto vuoi stritolami, son tornata dura, impiegabile stoffa di lino e lana di sciarpa, lunga stampella abbandonata, ora corro più di te.
<< Oh! Le storie che ho raccontato per te, oh! Le pagine che ho riempito per te! >> nulla in confronto a quando mi sento malaticcia di vita e scrollo la testa se odo parlare di morte in combutta col mal di vivere e viceversa a seconda di come va la luna e se su Marte stavolta ci possiamo andare a sdraiare per pomiciare alla faccia di chi scambia il giorno con la notte.
<< Quante accuse infondate ho raccolto per te. Quante lucertole brillanti ho accudito per te. Oh Signore, come sono stata discreta e taciturna tra le tue carte sottochiave. Oh i sorrisi che non ti ho mai negato >>.
Luce accesa quest’oggi signore dei castelli in aria, non crederesti ai tuoi occhi se mi vedessi: dalla danzatrice alla pittura su tela, a lunghe passeggiate in Sicilia ed in Toscana, e quanti ricordi tieni nel tuo bagaglio?
Sbriciolami come terracotta, scolpisci ancora il tuo cuore sul marmo di Siena.

[ 2006 ]

RACCOLTA di CORTI e di SINAPSI

“IL NOSTRO FAR WEST”

[ DA UNA STORIA VERA ]

Nella prima metà del ‘900 muore di vecchiaia, nel carcere di Malta un ergastolano del Sud Italia. Il signor Nino agli inizi della sua vita, viveva in un paesino di quattro case che starebbe stretto a chiunque per quanto era privo di strade inesplorate, o di vicolini sconosciuti i cui nomi restano un mistero – come avviene nelle grandi città -. In effetti ce n’era una sola di strada, quella principale, che conduceva dal punto A zona campagna fuori mano, al punto B la piazza.
Questo paesino era così piccino che si potevano udire i fatti propri attraverso le tende delle cucine di quelli che abitavano di fronte. Potevi apprendere se eri guarito da tale malattia dal figlio del fruttivendolo, o dalla vecchietta nera, con scialle decorosamente agghindato lungo la schiena, scarpe bucate, qualche pelo di troppo spuntato da mento e mascella, che veniva a ritirare l’offerta per il patrono del paese porta per porta. Si sapeva sempre tutto dalle parole del vento.
Quattro case sì, era sto paesino, dimenticato perfino da Dio, si diceva, Monte R. nel Catanese.
Insomma c’era questo tipo, il quale svolgeva dei lavoretti saltuari come elettricista, così tanto per non dar troppo nell’occhio. La sua seconda copertura era fare il camionista, nonché viaggi lunghi e spericolati. Ma il suo guadagno principale proveniva dal gioco delle carte, che veniva fatto nel suo fondaco, un ampio garage polveroso e stracolmo di damigiane di mosto selvatico, profumi sciroppati tra legna ammassata e topolini grossi quanto gatti al pianterreno della sua casa. Tutte partitelle super clandestine quelle del signor Nino, il quale voleva diventare colui che comanda a Monte R. .
In quel loculo riuniva i possidenti del paese più esperti nel gioco delle carte. Tutto avveniva in maniera segreta e alquanto ambigua. Anche le grasse mogli dovevano restarne fuori.
Nino aveva una famiglia composta da moglie e due figliolette ed un nipote orfano di 10 anni, il quale diventa il personaggio clou della presente storia.
Quei giocatori avevano la pelle segnata dalle ore trascorse sotto il sole a smungere mucche e pecorelle, ma anche da quelle passate sotto il bicchiere di vino; man mano che la cosa si faceva più seria, s’infognavano e si incallivano sino ad accanirsi irrimediabilmente, fino al punto di giocarsi tutti i possedimenti possibili ed immaginabili. I più astuti di loro arrivavano a un pelo dal giocarsi la casa.
Erano diventati dei cowboy del poker!
Proprio per questo motivo non potevano esimersi dalla sfortuna più bieca, perché la vincita era per loro causa di morte.
Nino diventava sempre più irrequieto e incazzato quando vedeva scivolare via il suo danaro e se non gli uscivano carte buone, non poteva fare altro che finirla a modo suo: a schifio.
Impugnava la sua accetta e non li faceva certo tornare a casa vivi! Nino era sorretto da una fede incrollabile, ed il più delle volte si limitava a seppellire le sue vittime nel terreno pietroso vicino al torrente. Poi andava in chiesa, accendeva un cero a S. Rocco e pregava. Altre volte, quando lo sfortunato vincitore non poteva semplicemente sparire, Nino dava una mano al Santo ed inscenava un qualche incidente anche non troppo plausibile. Per esempio, uno di tali sventurati morì schiacciato tra muro e la fiancata del camion di Nino. E come nulla fosse sparivano le tracce lì insieme al parlare della gente, come una grossa nuvola che si depositava sotto terra.
Tali grandi guadagni, così come la fortuna che girovagava sempre intorno a lui, durarono per parecchi anni.
Il nipote Rocchino era adibito a fissare l’appuntamento per le bische, ed altre volte veniva mandato in piazza a comprare le sigarette, tra parentesi anche quando di sigarette ce n’erano a bizzeffe.
<< Turi dov’è Don Pippino? >> sorrideva tra i baffi stretti stretti, << Pà! Guarda, guarda chi c’è? C’è Rocchino pà! >>.
Funzionava così, pochi sguardi furtivi, due boccate svelte dalla pipa, intendersi al volo anche sotto gli occhi del maresciallo che con classe si voltava immancabilmente dall’altra parte.
<< Per stasera >>
<< Ah Rò, a che ora c’è il cinema? >>
<< Don Pippì, alla solita ora, così mi ha detto mò zio >>, funzionava così.
<< Ah Rò, ma che ci si può fumare in quel cinema? Allora vedi di prendere molte sigarette ah ah ah ah >>.
<< Ossequi Don…>>
<< Ossequi >>.
Un giorno Nino incaricò il ragazzino di trovare Sebastiano Di Blasi detto “cento rinari“ e di combinare un incontro per la sera stessa. Il Di Blasi era un forestiero venuto dal continente alcuni mesi prima e che aveva trovato lavoro come pastore nella fattoria di Don Pippino. Rocchino filò dritto in quella direzione e si mise a tirare sassi alle oche che sguazzavano nel laghetto dietro la casa padronale, fino a quando vide passare “cento rinari”, il suo cane e le 37 pecore di Don Pippino. Fece la sua commissione strizzando l’occhio destro e schizzò via saltellando. Il Di Blasi era un frequentatore abituale del fondaco di Nino, dal quale negli ultimi tempi a colpi di scopa aveva portato via quasi 300 mila lire, decisamente troppe tanto più che una buona metà della somma era appartenuta a Nino.
Alle 22 arrivò al fondaco, alle 22 e 30 era già cadavere.
Nino lo prese alla sprovvista, arrivandogli alle spalle, mentre si stava servendo un bicchierino di vino, gli aprì la giugulare, lo squartò tagliuzzandolo con uno di quei coltellazzi da macello, senza preoccuparsi né delle urla da maiale lanciate da Di blasi che non potevano arrivare a nessun orecchio indiscreto, né del sangue abbondantemente versato sul pavimento di pietra per cui aveva pronti due ballini di segatura più sapone e spazzolone. Per quanto riguarda il corpo, beh, se ne era preoccupato nel pomeriggio, quando davanti ad un bicchiere di Corvo aveva deciso che non valeva la pena di spaccarsi la schiena scavando una fossa; ci avrebbero pensato i maiali. L’unico imprevisto capitò mentre Zicca e Rina, i maiali, stavano sgranocchiando le ossa del Di Blasi. Rocchino contravvenne al preciso ordine dello zio, che gli aveva detto: “Stasera non ti rincasare troppo presto, vammi a prendere le sigarette e fermati a giocare al viale coi tuoi amici và, che cose da uomini sono!”. Mentre invece si affacciò alla porta proprio quando Nino ci dava sotto di ramazza, tutto rosso per la fatica ed il sangue.
<< Che ci fai qui disgraziato! >> disse appena lo vide, agitando minaccioso la ramazza.
<< Ho dimenticato il pallone per giocare coi carusi >> rispose.
<< Carusazzi ‘sta mischia! Fila via, che ho da fare! >>, fece lo zio avanzando di un paio di passi e misurando la bastonata.
<< Ma zio >> – balzo all’indietro di Rocchino – << Che fai? Che è tutto ‘sto sangue? >> – bastonata avventata – << Ho ammazzato u cunigghiu, per fare la zuppa Rocchino e se ti prendo finisci anche tu nella pentola! >>.
Nei giorni successivi Nino aumentò la dose di ceri per S. Rocco e tenne le orecchie ben aperte fino a quando fu sicuro che la scomparsa del Di Blasi non avrebbe suscitato che qualche alzata di spalle, del resto in paese lo sapevano tutti che prima o poi sarebbe scomparso. Nonostante questo nella pietrosa corteccia cerebrale del biscazziere rimase il timore che Rocchino, tonto com’era lo potesse tradire senza volere. Per questo da quel giorno smise di utilizzarlo per organizzare le sue bische ed appena questi compì tredici anni lo spedì il più lontano possibile ad imparare un mestiere, cosa del resto frequente a quei tempi. Il più lontano possibile fu Caltagirone, ed il mestiere scelto fu quello di fotografo. Oggi è uno dei migliori sulla piazza.
E così a quei tempi, per quelle strade non buone, Rocchino alla sua tenera età, si svegliava tutte le mattine alle 5, faceva gli scontati 5 chilometri a piedi sotto la polvere e poi al tramonto per il rientro. Già, tutti i santi giorni la solita solfa.
Insieme al suo “mastro” andava a fotografare un po’ di tutto: gruppetti di microcriminalità agli angoli, baby gang pericolose per fottere il pane al prossimo, quelli del demanio per gli appezzamenti delle terre dove chi vi entrava era abusivo ma se ne appropriava legalmente! I pesci piccoli insomma, i pesci grossi no, non ce n’era bisogno. Stavano prendendo tutti la nave che si sentivano già newyorchesi. Ma prediligevano i matrimoni. Cioè per guadagnare, dicevano, per guadagnare scattavano ai matrimoni. Una scelta azzeccata sotto molti punti di vista dato oggi Rocco è uno dei migliori fotografi di matrimoni, su tutto il territorio catanese.
All’età di diciassett’anni, fece ritorno al suo paese di quattro case, ma si fa per dire, in occasione della festa di San Rocco. Lo zio a sua volta, era impegnato nella realizzazione dei disegni di illuminazione della strada principale e della piazza, a sue proprie spese. Era tutto tirato a specchio e tranquillo, mentre avvitata lampadine su lampadine. Pregava sotto un ghigno tremulo, anche perché a quei tempi era forte la devozione per un Santo e quello era il suo modo per ringraziarlo di tutti quegli anni senza averlo fatto prendere, senza avergli fatto scoprire i suoi crimini. Nella piazza il giorno della festa c’era un sacco di gente e confusione, lo scenario preferito da una banda di scippatori che, batteva le feste di paese sgraffignando tutto quello che potevano. Non lo sapevano, ma avevano gli sbirri alle calcagna ed anche quel giorno ce n’erano una decina in borghese, provenienti dalla questura di Messina, mimetizzati tra le fitte bancarelle nella speranza di coglierli sul fatto.
I poliziotti erano sul chi vive, e quando dal banchino di un poveretto che vendeva noccioline, pistacchi e semini per tutti i gusti, sparì il cestino con l’incasso, presero ad aggirarli con fare sbirresco, bloccando tutti quelli che, secondo il loro metro, avevano un’aria sospetta.
Si sentirono parecchie urla e voci e schiamazzi: << Signori! Signò! Aiutatemi cà tutto mi futtirono! Aiutatemi, o maronna mace santissima! A ladro, a ladro signò! >>.
L’agente scelto Vito Lopresti, una burba con sei mesi di servizio effettivo ed una barba di tre giorni fatta crescere ad arte per impersonare un pastore, considerò “fortemente sospetto” – come avrebbe poi scritto nel rapporto – l’atteggiamento di Rocchino, che se ne stava da una parte tutto solo ed ingrugnato, in piedi e con le mani in tasca, ad osservare la festa ed il multicolori del passare della folla. Quando vide un pastore tracagnotto farglisi sotto, pensò al solito sfigato in cerca di qualche spicciolo o sigaretta, ed era già pronto ad un secco diniego quando invece si sentì dire:
<< Carabbinieri! Favorisca i documenti! >>.
Rocchino seguì l’istinto di scappare e si trovò in un attimo con la faccia a terra, un ginocchio tra le scapole ed una beretta appoggiata alla nuca. Poi l’agente rinfoderò la berta afferrò Rocchino per il bavero della giacca e lo tirò in piedi urlando << Ah ah sei stato tu a fregare il Bilasi eh?! Dove sono i tuoi compari? >>.
Il ragazzino che per ben sette anni aveva tenuto fissa nella mente l’immagine di quel sangue per terra nel fondaco, rispose subito: << Io nenti saccio. Lasciami andare maresciallo. >>
<< Eh eh che vuoi farmi fesso a me? Prima dimmi che ne sai tu dei soldi di quel poveretto del Bilasi! >>
<< Non li presi iooo quei soldiii! O come devo fa a spiegarmi…nenti, nenti saccio. Perché quando lo uccisero m’ha mandato a comprare le sigarette. Ho visto il sangue…ma mi disse che aveva accoppato il coniglio! >>.
L’appuntato per quanto inesperto aveva un buon istinto sbirresco e capì subito di trovarsi di fronte ad una “notizia criminus” coi fiocchi e che avrebbe dovuto muoversi in modo tale da mantenere il ragazzino nello stato confusionale in cui si trovava, per indurlo a raccontare tutto quello che sapeva. Lo portò in caserma, lasciandolo a piangere in una stanzetta disadorna per più di un’ora, poi con l’aiuto del maresciallo Carrisi, il più abile della Compagnia a recitare la parte del buono negli interrogatori, torchiarono Rocchino, ricostruendo quello che era successo nel fondaco di Nino sette anni prima. Per una semplicissima coincidenza di nomi simili, Di Blasi il morto ammazzato e Bilasi il venditore ambulante, quasi azzeccati dalla parte del destino, che il pischellino stremato dai ricordi equivocò, la scomparsa del giocatore ucciso fu finalmente notata da qualcuno.
<< Credo che sia opportuno dare uno sguardo alle pratiche riguardanti le persone scomparse, Brigadiere >> disse il maresciallo, << ma prima sarà il caso di andare a prelevare Nino >>.
Come tutti sanno, se c’è una cosa che i carabinieri sanno fare con stile sono i prelievi, ed infatti l’arresto di Nino fu veramente spettacolare: era in equilibrio su una scala di legno retta da una parte dal Sindaco e dall’altra dal Parroco, mentre avvitava le ultime lampadine dell’illuminazione più bella che si fosse mai vista a Monte R. . La piazza del paese era gremita di gente che aspettava l’inizio della processione che avrebbe chiuso i festeggiamenti in onore del Patrono. Nino era perso nei suoi pensieri, per lui ogni lampadina avvitata era un grano del rosaio, ognuna rappresentava una nuova invocazione al Santo ed un ringraziamento per non averlo mai fatto scoprire. Quando vide i gendarmi “con i pennacchi e con le armi” ai piedi della scala e sentì il brusio della piazza spengersi all’improvviso, per poco non perse l’equilibrio.
Nonostante la sua ventennale confidenza con l’azzardo, Nino non capì che quello della Benemerita era solo un bluff. I carabinieri infatti non avevano nulla di concreto in mano, solo i ricordi confusi di un ragazzino un po’ sciroccato, una testimonianza che da sola non sarebbe valsa assolutamente a nulla. La lucida pazzia e la freddezza calcolatrice del pluriomicida furono offuscate dalla sua fede malata, egli si sentì abbandonato, tradito dal proprio Santo protettore e quindi perduto.
Per questo, quando il giorno dopo l’avvocato Mazzi arrivò di gran carriera da Messina per assistere Nino, questi aveva già ammesso l’omicidio del Di Blasi e confessato spontaneamente quello di altri sei individui: uno schiacciato dalla fiancata del suo camion, quattro scomparsi nel nulla, ed uno trovato agonizzante in un vicolo con otto coltellate alla schiena, che prima di morire aveva accusato l’amante della moglie, tale Giovanni Fifuzzo, il quale per questo si era fatto 18 anni di galera da innocente. L’avvocato Mazzi mise la museruola al suo assistito, ma ormai era troppo tardi. Nessuno in paese si fece avanti per accusare Nino e le ripetute perquisizioni del fondaco non portarono a rinvenimento di prove concrete dei traffici e degli omicidi ivi avvenuti, ma nonostante questo Nino dopo una lunga battaglia processuale si prese quattro ergastoli.
Il fatto così tanto particolare viene raccontato nelle famiglie continuamente a tutt’oggi, perché “non si sa mai il caso, potesse servire d’esempio”.
<< Vedete cari figliuoli e care figliuole – fanno i vecchi rammentando -dovete crescere, maturare, non fare ì babbi, dovete lavorare duro nei campi, a zappare ve ne dovete “ire”, farvi le ossa, farvi ciù furbi! Non siate come dei baccalà davanti ad una semplice domanda di routine dei carabinieri, che qui tutti uguali ci chiamiamo, noi attri…che ì sbirri, sempre sbirri sono! >>.

[ 2006 ]

RACCOLTA di CORTI e di SINAPSI

“COLTELLI FALCI E MARTELLI”

[ TRATTO DA UNA FACCENDA SEMISERIA ]

Ho degli amici in Sicilia. Nell’entroterra in Sicilia. Che mi fanno le feste tutte le volte che mi rivedono.
E loro tra l’incudine e il martello ci stanno davvero!
Gli ho insegnato tutto io. Tutto quanto.
L’unica cosa che mi chiedevano in cambio era provare almeno una volta nella vita a non guardare cosa c’era sotto la mia gonnella. E dei dubbi alcuni signori ce l’hanno avuti davvero, visto che coi miei anfibi-alti fino al ginocchio, la coppoletta che faceva ombra a pelo di zigomo, per nascondere quell’unico rigo di Eyeliner sugli occhi, me ne andavo a sedere con tutto il mio menefreghismo sulle panchine << ai posti bui >> coi 10 o 12 ragazzi, maschiacci furbissimi che capendo bene la situazione, circondavano fitti fitti quell’unico essere anomalo, essere del peccato.
E la gente si chiede tutt’ora come mai, come sia possibile che il nostro unico desiderio fosse quello di star lì, ore e ore, un po’ in piedi un po’ no, a non far niente.
Infatti non ci crede, fa meno fatica, e pensa “Chissà che cose turche fa tutta sola quella forestiera della parte dell’Italia in mezzo a quei carusazzi“ dalle reputazioni di sciupafemmine. Poi è andata a finire che ero io la “sciupamasculi“. E mi hanno appioppato anche questa e vabbene così. Chissenefrega.
Noi, avevamo ben altri segreti da nascondere. E ce la spassavamo dato che la nostra unica necessità era quella di far girare canne, almeno 3, cosicché nessuno di noi, durante i discorsi, fosse mai senza fumare. Tre tiri e via, gira, gira. E gira!
Ogni tot tempo, nelle mattine nelle quali mi svegliavo troppo presto per incontrarli al viale, andavo a sedermi alla fontana nell’attesa di un semplice << ciao! >> o << ehi Chiara, hai visto a Cammelo? Hai visto i gemellini ? – o chessò – hai visto passare a Turi? No perché gli devo chiedere da’ cosa di ieri – facendomi subito partecipe delle loro faccende. Loro, a me, non mi lasciavano mai sola.
Comunque stavo dicendo, che in quelle mattine tipo dalle 10 alle 10 e mezzo, quando ero lì alla fontana col mio pacchetto da 10 di Marlboro, che ho sempre considerato sigaretta per sigaretta:”ecco le mie sorelline!”, bene, a mandate di due per volta, venivano delle ragazzine a braccetto, tutte belline secchine truccate e tremanti in quei loro primi tacchettini, a chiedermi : << ma senti, tu sei Chiara di Firenze? – e io – sì >>.
<< E di cu se’i figlia? – e io – e voi? >>
<< No ma te la possiamo fare …una curiosità? >> . Credevo che si sbagliassero, che l’imbarazzo inceppasse il loro lessico o che si trattasse di un lapsus freudiano da piccole impiccione, ma non è così, perché ogni domanda è “curiosità”.
<< Ma tu, che cosa ci fai lì, tutte le sere , coi carusi? >> , poi si guardavano imbarazzate e si correggevano – ehm, ragazzi! – Come se io fossi americana e quindi non capissi. Io le guardo quasi compiaciuta di destare tutto quello scompiglio, le stiro e le ammiro da cima di capelli ai piedi, lanciando anche sguardini ammiccanti, do un tono alla suspense, tiro un pé alla sigaretta e poi dico – perché? Niente, faccio due chiacchiere, sono amici – , loro ci pensano un po’ su e prima che riaprano la boccuccia io intervengo e dico – che c’è? C’è qualche vostro ragazzo lì? E non vi fidate? – Ho colto nel segno.
Lo colgo dalle guance improvvisamente arrossate e dalla pelle raggrinzita da rugacce tremolanti in prossimità del mento, pur essendo carne giovanissima.
Bene gentile pubblico, le spediscono da me i loro stessi genitori per “indagare“ e farmi presente “che non sta bene” che non si usa lì, ma poi alla fin fine, le sgamo sempre, che anche loro lì hanno nascosto un amore di quelli che a 15 anni già sogni : – me lo voglio maritare a quello -. Alla fine mi fanno sempre un’ incredibile tenerezza, e lascio perdere.
Ma i ragazzi lì, il pomeriggio e appena il sole comincia a calare, hanno sempre un sacco di cose da fare, hanno le loro faccende da sbrigare, che so, incontrare quel tipo, scappare da quell’altro, e non hanno tempo per star a ragionare dei grandi sogni profondi delle loro coetanee.
Anche se si vocifera che la domenica nel primo pomeriggio, è grande festa per tutti. Ogni tanto infatti, la femmina, la incontrano anche loro. Ma sono incontri che durano quelle due o tre ore e lasciano il tempo che trovano.
<< Ma loro ci stanno! >> dicono << e che ci possiamo fare! Loro ci stanno eccome! >>.
Poi quando sono veramente cotti e gli occhi assumono forme che tutto possono sembrare tranne che degli occhi, si lasciano andare a racconti scabrosi, e parlano, parlano, parlano.
<< Guarda Chià, chissa’ dà! >> si fermano per respirare poi << Maria la babba! >> , ed io già capisco dai gesti delle mani.
<< Chissa’ dà, brutta e lurida com’é, non sai quanto ci piace >> e ovviamente quel loro “ci piace” non sta a significare che piace a loro, ma “ci piace” cioè che le piace tanto scopare.
<< Ieri addirittura con tutti noi…>>
<< Ma quanti eravate? >>
<< Che so, quattro, cincu … bù…>>
<< Minchia! >>
<< Sì sì, ma sai quella quanto ce l’ha? Quella ce l’hape tanta cussì! >>
Va bene, gentile pubblico, voi non avete idea che razza di personaggi ho conosciuto e di come ne sia zeppa la Sicilia.
Devo assolutamente raccontarvi di quella volta che mi venne a trovare un mio caro amico di Firenze.
Io e lui, legatissimi da vari piaceri in comune.
Per esempio, andare a Fontane Bianche al mare. Bene, il posto era bellissimo, da favola tropicale, grotte e rocce e scogli bianchi, l’acqua talmente era limpida che vi si poteva vedere il fondale, sole a picco e 40° all’ombra. E io, che prendevo il sole in topless. E lui si lasciava andare ad una totale orgia di fotografie, fissato com’era per l’obbiettivo e il soggetto.
Così a tette gnude a far la diva fuori e dentro dall’acqua con quella schiumina delle onde che ci stava proprio bene nelle foto. Insomma avevamo riempito tre, ma che dico tre, quattro…ma che di più di più, ben sei rullini, dato che il tipino lì, s’era fatto prendere la mano e quando lui si faceva prenderelamano da qualcosa, di solito “la mano gli sfuggiva“.
Quatti quatti verso sera si fece ritorno al paisiello, tutti assolati, accaldati, direi ustionati come eravamo. Ma la curiosità di vederci come gamberi sugli sfondi celestini, ci mangiava vivi. Ricordo che non riuscimmo neanche a fare l’amore quella notte o forse sì, ma lui può essere che fece cilecca. Porello mica gli posso dare tutta la colpa, ero io che da sopra non volevo che mi toccasse nemmeno per scherzo la schiena.
E mentre lui ci dava dentro come un fringuello, io ripetevo – Foto! Foto! Foto! – Cosicché lui mi guardava ed io capivo che gli si era ritirato.
Ma quello era il mio lato più narciso, più narciso, più narciso di tutti, che usciva fuori, che di solito ero più contenta io a farmi fotografare che quello che me le doveva scattare.
Il giorno dopo la curiosità c’aveva ormai rovinati, divorati completamente, cazzo non potevamo aspettare di tornare al NORD ( cioè a Firenze ) per far sviluppare quelle foto scoop!
<< Dio c’ho un’idea! C’ho un’idea! >>
<< Si salvi chi può! Allora dai dimmi…>>
<< Facciamo così, andiamo nel paese vicino, tanto è ovvio che qui non le possiamo far sviluppare perché qui mi conoscono tutti e anche il fotografo! Ce n’è solo uno qui! Capisci? E mi conosce e conosce persino la mì mamma, e mi vergogno >>.
Niente, si stabilì che dovevamo assolutamente andare nel paese vicino. Non c’erano discussioni anche perché se quello mi vedeva con le tette all’aria, senza costume, c’era il caso che si facesse i doppioni per mettersele nella sua bacheca privata. Quindi si fece V. – L. in macchina verso il primo pomeriggio. Quanto sarà distante V. da L. ? Beh diciamo 20 km, bene noi si fece 20 km per scampare a quel fotografo del cazzo che conosceva mammà!
S’arrivò finalmente a L. ormai stremati e cotti dal sole, si cercò e si cercò un fottuto fotografo, chiedendo in giro, e poi eccolo! Beccato! Si parcheggiò e si scese tutti contenti e soddisfatti, con in mano i sei rullini che tenevamo stretti stretti ch’erano così tanti che quasi quasi ci cascavano dalle mani e ce li stringevamo, manco avessimo delle foto segrete della CIA!
Si entrò dentro e rimanemmo raggelati, praticamente ingessati come dei mamelucchi sull’uscio, tra la porta verde e l’interno del negozietto tutto tappezzato di robe, che più era pieno e più ci faceva venire quel senso di soffocamento, che non posso star qui a descrivervi, perché ragazzi, il tipo dietro al bancone anch’esso verde, era come se ci stesse aspettando da mò, l’avevamo notato fin da subito appena varcata la soglia, vista la posizione squilibrata in cui si era messo e l’occhio spinoso da serial killer che ci guardava e guardava ghignando come un riposseduto. Sembrava pazzo!
Allora, descrizione : capelli crespi lasciati cadere liberi e vegeti come delle piante, fin sotto le spalle, tanto ce li aveva lunghi, ma erano così gonfi che pareva una siepe, baffi e barba foltissime e gomiti ben posizionati sul tavolo, come a dire – eccovi beccati! – e si girellava e si dondolava su quello sgabello. Non è finita qua perché…reggetevi forte, la cosa veramente ma lasciatemelo ripetere, veramente allucinante, è che era esattamente lo stesso identico famoso fotografo di V. ! Non ci potevamo credere, ci sembrava di vivere uno di quei films western vecchissimi che non si sa come si entra ma si sa benissimo come se ne esce ; io diventai rossa paonazza e cominciai a mordermi la boccuccia in tutte le posizioni possibili ed immaginabili, per non scoppiare a ridere ed evitare la figura di merda, salvando almeno il salvabile, il mio amico iniziò a sudare e a sudare così tanto che quando io stessa con mezza coda dell’occhio mi accorsi che stava grondando come una spugna zuppa, tra parentesi conoscevo benissimo il problemino del mio amico, cioè che quando era imbarazzato o briaco o incazzato o ingessato o quant’altro, iniziava a sudare così tanto che non si poteva far altro che porgergli due fazzoletti, beh quando me ne resi conto evitai in tutti i modi di guardarlo. Anzi per la precisione tutti e due evitammo come la peste di girarci e guardarci negli occhi! Si sarebbe scoppiati a ridere sputacchiando tutto il negozio! Con quell’espressione nel volto ci mancava solo la vignetta di un fumettista a sottoscrivere :
– Cazzo si fa? Scappiamo! Bravi siamo stati, che fenomeni! Abbiamo fatto 20 km di macchina per evitare quel… proprio quel fotografo lì e ce lo ritroviamo qui davanti a LLL.?! – insomma quell’espressione nei visi traditrice aveva fatto comparire un’altra vignetta di tutt’altro genere sopra la capoccia di lui – Eh eh eh! Venite venite, avvicinatevi vi stavo aspettando! – e ghignava e ghignava. Mi sembra pure di ricordare di aver mormorato al mio amico, prima di scoppiare a ridere sul serio, una cosa tipo – E dai facciamo dietrofront e andiamocene, sei matto, questo non me le deve vedere le tette nude a me! – e lui deve avermi anche sussurrato –
Troppo tardi azz!! –.
Insomma ce ne stavamo lì pietrificati come dei fessi.
Ok facemmo tre passi in avanti, tanto eravamo in ballo oramai e dovevamo ballare, gli sorridemmo e gli mettemmo i nostri segretissimi e infiniti rullini sul tavolo ma lui, no dico proprio lui il fotografo ci precedette con un immenso sorriso a cinquantacinque denti ed esclamò: << Io a te ti conosco! Noi due ci siamo già incontrati a V . !! >> ma il bello è che lo disse puntando il ditone al mio amico di Firenze, che poveraccio non sapeva se ridere o se piangere e disse soltanto : << um! um! >>.
Non potevamo più tirarci indietro e il fotografo con uno scatto velocissimo s’era già pappato i rullini e li aveva già messi nell’apposita busta, impugnando una penna e dicendo:
<< Allora? A che nome li metto? >>.
Lui gli rispose pensandoci bene : << Mah! Lucignolo! Scriva pure Lucignolo! >>.
<< Bene Lucignolo, (che nome buffo) torna pure a ritirarli domani sera…>>
Poi io mi voltai, mi mossi quatta quatta con passo felpato verso la porta per andarmene e ridere finalmente fuori, ma da dietro le spalle mi sentii dire…<< E tu Chiara salutami tanto tua madre…anzi, perché non venite a ritirarle direttamente a V. chi ve lo fa fare di venire fin qui ? >>.
Infatti…si pensò noi…infatti.
Ovviamente il giorno dopo lo feci andare da solo a prendere le foto, io decisi di scomparire.
Ma i miei amici siciliani son di tutt’altra razza, alcuni paiono proprio topi di fogna, anzi per certi versi assumono più le sembianze dei gatti, “specie quando li senti miagolare per richiamarsi all’ordine nei campi di battaglia!” Ogni tanto emettono dei suoni strani, bizzarri, geniali, ti giri e ti rigiri e non sai da dove provengono, probabilmente da molto vicino, solo non li vedrai mai.
Hanno imparato l’arte della trasparenza fin dall’età delle fasce e del latte. Da dietro le siepi dei cosiddetti << postibui >> senti urlare con tonalità devo dire, musicale ed intonata : “Swhapps ! Swhapps !” e da un certo angoletto vedi partire quattro ragazzetti facendo finta di niente, ed io che me la rido sotto i baffi. Poi hanno imparato che se gli mancano le cartine basta dire, tanto lì si usa così : “Cupet ! Cupet ! Lenzola ! Cupet-Lenzola !”, cioè coperte o lenzuola bianche. Quando s’inventano queste cose, mi riscopro partecipe di danni e mi sento a casa, ma sempre in modo del tutto inconsapevole.
<< Bugiarda ! >> mi urlerebbe ù Quartinu ! << Bugiarda fimmina e malefica! Tu sì che la sai lunga! Ammuninne carusi! Chista la sa longa! E ci futta a tutti noi pari pari quantu siamu! >> Ah ! il Quartino, gran bravo ragazzo, secondo me ha sempre avuto una cotta ma non me l’ha mai detto. Per onore!
Lì tutti ci si vuole bene peggio di come teniamo al nostro sangue, solo che nessuno parla mai di sentimenti, di tutto sì, ma mai di sentimenti. E forse il trucco è proprio là.
Loro a me, così col dito, non me l’hanno mai fatto.
Nelle albe più buie e più luminose che abbia mai visto, all’età dei loro 5 anni, li ho guardati andare verso le loro campagne, cogli scarponi da ometto, i coltellacci nelle tasche strappate, i pantaloni rattoppati male, i cappelli da uomo che va per i campi, ovvero le coppole, le guance rovinate dal sole, le mani già grosse come quelle dei padri, e in fila trotterellando, li ho visti andare fischiando cose siciliane.
Chissà cosa facevano, io però, mi affacciavo dal grande balcone in pietra lavica, mi appoggiavo alla ringhiera di ferro, esattamente all’ora del tramonto rosso e viola, proprio davanti ai miei occhi sbigottiti, davanti a me e sotto le colline che si preparavano ad accogliere la grossa palla arancione ed il ritorno dei mocciosetti. Esattamente al tramonto e non c’era verso di sbagliare neanche di un colore, loro risalivano da quella salita a destra e poi a sinistra. Erano duri sì, dei piccoli ometti di cinque anni tutti orgogliosi e sorridenti, non li ho mai sentiti lamentare, ma giocare a pallone, tanto. E nessuno si doveva permettere di avvicinarsi a me, mi custodivano come un gioiello raro, non andavano a scuola ma a suon di strada e di lavoro duro, ne imparavano di cose. E poi c’ero io, l’unica con la gonnella solo che portavo i pantaloni il più delle volte e facevo discorsi seri, una “cosa” anomala insomma. I miei amici in Sicilia sanno cos’è la terra, e dei mattoni ne possono parlare e raccontare tanto, hanno persino tirato su case da soli, e piantato anche qualche pianta, ma poi dicono – Eh ma sai, Chià, la botanica qui è molto difficile, ci devi stare dietro e non ti devi scordare di annaffiare, se no è finita! Il problema nasce quando però c’è “il bulldozzer” che ti segue! –.
Vi voglio raccontare di quella volta in cui mi hanno raccontato, che un gruppo di ragazzetti, entrò nella villa del maresciallo di zona,un maresciallo talmente scomodo da far nascere un malcontento generale. Il paese si lamentava perfino della sua grossezza fisica, della pancia allegra che si portava dietro, fiero d’aver mangiato chissà che roba. Gli scavalcarono il cancelletto, uno faceva il palo e gli altri rubavano una per una le galline; gliele fecero tutte senza remore. Insomma sparì tutto il pollame! “Che roba ragazzi, rubare le galline!” Solo che alla fin fine gli lasciarono un bigliettone piantato con un paletto sull’erbetta piena di piume dove c’era scritto : “AH MARESCIA’ ! LA LEGGE È UGUALE PER TUTTI !”
Non è che di gran discorsi ne hanno praticati molti, ma di cose alla Cunsiria tra albanesi invadenti ne hanno cantate parecchie.
Eh, i miei amici, i miei amici, e dire che loro tra la falce e il martello ci stanno davvero!

[ 2006 ]

RACCOLTA di CORTI e di SINAPSI

[2006]

-MARIANNA TRA I CANCELLI-

Cazzo! C’è qualcuno che da lassù mi ficca le sue parole in testa. C’è qualcuno che vuole che io sia…
Per “lui” eran Pidocchi, dirò “lui” per non smascherare niente, che sia un tacito segreto fra noi, poi un po’ me ne vergogno anche, è ovvio mi domando perché diavolo abbia deciso proprio me, lui da così in alto ed io, così in basso.
Quindi ci leggo – pidocchi di qua, pidocchi di là – bella parola però, che usava per… mentre per me è tutto un gran periodo che mi s’affollano parole strane, per me insomma ci son solo Pulci, pulci, pulci, pulci, pulci a destra, pulci a sinistra, pulci a terra, pulci nel pane, pulci coll’olio, lo vuoi un panino alle pulci?
Nutro la mia particella zingara e anche la più intrigante, tra discorsi inferociti di un inchiostro delicato come Dio comanda. Tutto deve essere a base d’indecenza e consapevolezza, non ci posso credere “sto tipo qua” ha fatto la sua scelta, una donna per giunta! per i suoi sporchi affari! è stato colpo di fulmine subito.
Lamenti, lamentele, puttanate, ma che volete, rigurgiti, imbrattamenti, condotti per tombini delle feci, silenzi. Ma chi ve lo fa fare! Ebbene sì, ebbene mi sembra di ricominciare a respirare, e odoro, odoro, odoro, tiro su insomma, anche in mezzo allo smog, anche qui dentro respiro odori nuovi, tra piscio e letteratura colta. Andata.
Io penso molto quando vado in bagno. Io penso meglio, lì.
Sarà perché sto bene da sola. Ed è l’unico posto il cesso, in cui mi ritrovo davvero da sola.
<< Siamo io e il mio scroscio! >>
Sapete che vi dico? Che un giorno ci ritroveremo io e il mio “Suggeritore di rovine” seduti ad un tavolo di legno, di quelli grandi rettangolari da campagna Toscana, saremo l’uno di fronte all’altra, sì ci ritroveremo così, io a fare la solita contorsionista nel sedermi assolutamente non composta, “lui” in silenzio puntando due diti in alto in segno di Grandi Informazioni, dandomi Istruzioni…sì ci troveremo un giorno a mangiare pane e pulci, in un tavolo.
“Borowski porta abiti di velluto e suona la fisarmonica. Combinazione irresistibile, specialmente se si considera che Borowski non suona male. Dice d’essere polacco, ma naturalmente non è vero. È ebreo, Borowski, e suo padre era un filatelico. Veramente, quasi tutta Montparnasse è ebrea, o mezzo ebrea, che è peggio. Carl e Paula, e Cronstadt e Boris, e Tania e Sylvester, e Moldorf e Lucile. Tutti, tranne Fillmore. Si è scoperto che è ebreo anche Henry Jordan Oswald. Luis Nichols è ebreo. Anche Van Norden e Ché rie sono ebrei. Frances Blake è ebreo; o meglio: ebrea. Titus è ebreo. Sono travolto da una valanga di ebrei. Scrivo queste cose per il mio amico Carl, suo padre è ebreo. È importante per capire.
Fra tutti l’ebrea più bella è Tania, e per amor suo mi farei ebreo anch’io. Perché no? Già parlo come un ebreo. E sono brutto come un ebreo. E poi, chi odia gli ebrei più di un ebreo?” […]
Non ci si guarda più attraverso le sbarre d’acciaio freddissime, nei suoi momenti di lucidità, perché gli hanno cambiato il lettone un’altra volta. Non ci sono più << i cancelli >> zio.
In casa mia a S. c’è un muratore, anzi per la precisione è un imbianchino, e si fa i cazzi suoi, e anche quelli miei, per la verità, ma lo ignoro perché io l’ho provato un giorno e anche molto di più, il rispetto del suo mestiere, ma lui non il mio.
<< Quindi raschia raschia, che ti passa >>.
“Capiterà qualcosa anche altrove. Succede sempre qualcosa. Si direbbe che, ovunque vada, ci sia dramma. Gli uomini sono come i pidocchi, ti entrano sotto la pelle e vi si infossano. Tu gratti e gratti finché esce il sangue, ma non riesci mai a toglierti la rogna. Dovunque vado, la gente fa scempio della sua vita. Ognuno ha la sua tragedia privata. È nel sangue, ora: sciagura, noia, pena, suicidio. L’atmosfera è satura di sfacelo, delusione, futilità. Gratta e gratta, finché non resta più pelle. Eppure, su di me l’effetto è esilarante. Invece d’esserne scoraggiato o depresso, mi diverto. Chiamo sciagure e ancora sciagure, calamità più grandi, più grandioso sfacelo. Voglio che tutto il mondo vada fuori sesto, che tutti si grattino a morte”.
Dice Lui. Eh! che vi avevo detto? Mica ci si può far niente se aveva già capito tutto. Se aveva ragione. Ed io e Lui la pensiamo proprio uguale.

RACCOLTA di CORTI e di SINAPSI

NON MI PIACCIONO GLI UOMINI ZERBINO–VUOI FARMI UNA COLPA ANCHE DI QUESTO?-

[ UNA DONNA SI LEGA A UN UOMO NON PER QUELLO CHE LE DA’, MA PER QUELLO CHE LUI È ]

Ti avevo detto che la tua intelligenza era come un vaso pieno stracolmo di vermi e questi moltiplicatisi, giunti al limite, scivolavano, cascavano giù e mi facevano sentire impregnata di molliccio, mi invadevano, salivano su per tutto il mio corpo e li sentivo, li sentivo, li sentivo eccome, questi vermi avvolgermi, salirmi fino alla mia di testa.
Dunque, tu spugna io spugna.
E allora suona! Suona! “Umprodigal Doughter” di Alanis, falla finita e continua a battere così, faMMI finita!
Ma mi rispondesti << ah bello sentirsi paragonati ad un vaso pieno di vermi, come intelligenza >>.
I luoghi comuni non son quelli frequentati per calpestare tritare strade che poi le abbiamo buttate nella storia ed ora son quasi leggenda, il luogo comune è non aver capito che Amore è Tattica.
E allora dico basta alle chiavi d’accesso se poi sbagli sempre ad entrare. Stop agli urli dei tuoi vermi, che tu non lo sai ma erano le tue carte vincenti che non hai mai sfruttato, stop alle tue regole intrufolatesi che non corrispondevano assolutamente se io tutto quello che sono è entrare in punta di piedi. Stop ai tuoi rifiuti, stop al tuo pizzico di cattiveria perché tutti sanno che sei un essere buono, stop ai tuoi “questo non è importante”, stop al tuo volermi tutta per te, stop ai tuoi problemi, stop ai tuoi “mi sono rotto il cazzo perché te lo sei rotta te” se tutto quello che sono è un grido forte e chiaro.
Dunque tu convinto e io confusione.
E allora suona musica incantatrice come quell’incantatore di serpenti, suonami “Fake plastik trees” dei Radiohead nella versione della Morissette e stendi un silenzio tutt’intorno.
Mi dicesti << ormai ti conosco da tanto tempo so come sei fatta >> e l’unica cosa che penso è che non penso a un bel niente se non che adoro vedere un uomo che fa apprezzamenti su una cameriera e ancora non ho ben chiaro qual è il motivo per cui non posso contribuire io ad elencare i miei apprezzamenti su ragazzi per ovvi motivi, mozzafiato.
Le sigarette qui scarseggiano.
Un digestivo per questo non c’è.
Guarda che io non ti ho mai desiderato mio non perché era pieno di potenziali pretendenti e tu pretenzioso dell’irraggiungibile sguardo sempre rivolto oltre il tuo ma perché non mi piaceva come camminavi.
Ti avevo detto << tu non lo sai, tu non lo sai, ma sei talmente intelligente che la mia sensibilità si trasforma in sensitività e riesci a farmi sentire cose anche quando fai di tutto per occultarle, sai…le solite voci che sento…>>
Tu mi rispondesti:<< mi prendi per il culo. Sempre. >>
Tu non lo sai ma io l’ho sentito lo stesso, quello che hai detto.
Dunque tu inadeguato io stronza.
E allora dico basta alle tue piazzate melodrammatiche.
Un Aulin per questo non c’è.
Guarda che non ti ho mai amato come intendi tu non perché era pieno di pretendenti indisciplinati vincenti, ma perché non mi è mai piaciuto come mi portavi il bicchiere.
Ci sono le note di Still, ci sono le note di Still ora, e allora suona Alanis, ma mi sbaglio o ci sono delle potenziali bombe qui?
Tu sei quello che sta lì, noi parliamo, tu ci ascolti, non partecipi, noi spariamo cazzate, tanto per parlare, e tu stai lì zitto, cerchi di chiappare tutto e lo acchiappi, te lo registri, lo prendi, te lo programmi e te lo porti dentro il cranio, te lo ficchi lì, per poi usarlo come spunto per inventarti nuove litigate.
Cerchi sempre di fare in modo che tutto ti dia noia!
Dunque tu cimice nascosta io bersaglio in codice.
Forse un giorno allungherò o accorcerò questa pagina.