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Allora volo via perché arriverà che mi infilo gli anfibi e la maschera migliore e un attimo è già domani ma non me ne parlare così spesso perché arriverà, te lo giuro, un miracolo anche per noi.

RACCOLTA di CORTI e di SINAPSI

[2006]

-MARIANNA TRA I CANCELLI-

Cazzo! C’è qualcuno che da lassù mi ficca le sue parole in testa. C’è qualcuno che vuole che io sia…
Per “lui” eran Pidocchi, dirò “lui” per non smascherare niente, che sia un tacito segreto fra noi, poi un po’ me ne vergogno anche, è ovvio mi domando perché diavolo abbia deciso proprio me, lui da così in alto ed io, così in basso.
Quindi ci leggo – pidocchi di qua, pidocchi di là – bella parola però, che usava per… mentre per me è tutto un gran periodo che mi s’affollano parole strane, per me insomma ci son solo Pulci, pulci, pulci, pulci, pulci a destra, pulci a sinistra, pulci a terra, pulci nel pane, pulci coll’olio, lo vuoi un panino alle pulci?
Nutro la mia particella zingara e anche la più intrigante, tra discorsi inferociti di un inchiostro delicato come Dio comanda. Tutto deve essere a base d’indecenza e consapevolezza, non ci posso credere “sto tipo qua” ha fatto la sua scelta, una donna per giunta! per i suoi sporchi affari! è stato colpo di fulmine subito.
Lamenti, lamentele, puttanate, ma che volete, rigurgiti, imbrattamenti, condotti per tombini delle feci, silenzi. Ma chi ve lo fa fare! Ebbene sì, ebbene mi sembra di ricominciare a respirare, e odoro, odoro, odoro, tiro su insomma, anche in mezzo allo smog, anche qui dentro respiro odori nuovi, tra piscio e letteratura colta. Andata.
Io penso molto quando vado in bagno. Io penso meglio, lì.
Sarà perché sto bene da sola. Ed è l’unico posto il cesso, in cui mi ritrovo davvero da sola.
<< Siamo io e il mio scroscio! >>
Sapete che vi dico? Che un giorno ci ritroveremo io e il mio “Suggeritore di rovine” seduti ad un tavolo di legno, di quelli grandi rettangolari da campagna Toscana, saremo l’uno di fronte all’altra, sì ci ritroveremo così, io a fare la solita contorsionista nel sedermi assolutamente non composta, “lui” in silenzio puntando due diti in alto in segno di Grandi Informazioni, dandomi Istruzioni…sì ci troveremo un giorno a mangiare pane e pulci, in un tavolo.
“Borowski porta abiti di velluto e suona la fisarmonica. Combinazione irresistibile, specialmente se si considera che Borowski non suona male. Dice d’essere polacco, ma naturalmente non è vero. È ebreo, Borowski, e suo padre era un filatelico. Veramente, quasi tutta Montparnasse è ebrea, o mezzo ebrea, che è peggio. Carl e Paula, e Cronstadt e Boris, e Tania e Sylvester, e Moldorf e Lucile. Tutti, tranne Fillmore. Si è scoperto che è ebreo anche Henry Jordan Oswald. Luis Nichols è ebreo. Anche Van Norden e Ché rie sono ebrei. Frances Blake è ebreo; o meglio: ebrea. Titus è ebreo. Sono travolto da una valanga di ebrei. Scrivo queste cose per il mio amico Carl, suo padre è ebreo. È importante per capire.
Fra tutti l’ebrea più bella è Tania, e per amor suo mi farei ebreo anch’io. Perché no? Già parlo come un ebreo. E sono brutto come un ebreo. E poi, chi odia gli ebrei più di un ebreo?” […]
Non ci si guarda più attraverso le sbarre d’acciaio freddissime, nei suoi momenti di lucidità, perché gli hanno cambiato il lettone un’altra volta. Non ci sono più << i cancelli >> zio.
In casa mia a S. c’è un muratore, anzi per la precisione è un imbianchino, e si fa i cazzi suoi, e anche quelli miei, per la verità, ma lo ignoro perché io l’ho provato un giorno e anche molto di più, il rispetto del suo mestiere, ma lui non il mio.
<< Quindi raschia raschia, che ti passa >>.
“Capiterà qualcosa anche altrove. Succede sempre qualcosa. Si direbbe che, ovunque vada, ci sia dramma. Gli uomini sono come i pidocchi, ti entrano sotto la pelle e vi si infossano. Tu gratti e gratti finché esce il sangue, ma non riesci mai a toglierti la rogna. Dovunque vado, la gente fa scempio della sua vita. Ognuno ha la sua tragedia privata. È nel sangue, ora: sciagura, noia, pena, suicidio. L’atmosfera è satura di sfacelo, delusione, futilità. Gratta e gratta, finché non resta più pelle. Eppure, su di me l’effetto è esilarante. Invece d’esserne scoraggiato o depresso, mi diverto. Chiamo sciagure e ancora sciagure, calamità più grandi, più grandioso sfacelo. Voglio che tutto il mondo vada fuori sesto, che tutti si grattino a morte”.
Dice Lui. Eh! che vi avevo detto? Mica ci si può far niente se aveva già capito tutto. Se aveva ragione. Ed io e Lui la pensiamo proprio uguale.

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RACCOLTA di CORTI e di SINAPSI

NON MI PIACCIONO GLI UOMINI ZERBINO–VUOI FARMI UNA COLPA ANCHE DI QUESTO?-

[ UNA DONNA SI LEGA A UN UOMO NON PER QUELLO CHE LE DA’, MA PER QUELLO CHE LUI È ]

Ti avevo detto che la tua intelligenza era come un vaso pieno stracolmo di vermi e questi moltiplicatisi, giunti al limite, scivolavano, cascavano giù e mi facevano sentire impregnata di molliccio, mi invadevano, salivano su per tutto il mio corpo e li sentivo, li sentivo, li sentivo eccome, questi vermi avvolgermi, salirmi fino alla mia di testa.
Dunque, tu spugna io spugna.
E allora suona! Suona! “Umprodigal Doughter” di Alanis, falla finita e continua a battere così, faMMI finita!
Ma mi rispondesti << ah bello sentirsi paragonati ad un vaso pieno di vermi, come intelligenza >>.
I luoghi comuni non son quelli frequentati per calpestare tritare strade che poi le abbiamo buttate nella storia ed ora son quasi leggenda, il luogo comune è non aver capito che Amore è Tattica.
E allora dico basta alle chiavi d’accesso se poi sbagli sempre ad entrare. Stop agli urli dei tuoi vermi, che tu non lo sai ma erano le tue carte vincenti che non hai mai sfruttato, stop alle tue regole intrufolatesi che non corrispondevano assolutamente se io tutto quello che sono è entrare in punta di piedi. Stop ai tuoi rifiuti, stop al tuo pizzico di cattiveria perché tutti sanno che sei un essere buono, stop ai tuoi “questo non è importante”, stop al tuo volermi tutta per te, stop ai tuoi problemi, stop ai tuoi “mi sono rotto il cazzo perché te lo sei rotta te” se tutto quello che sono è un grido forte e chiaro.
Dunque tu convinto e io confusione.
E allora suona musica incantatrice come quell’incantatore di serpenti, suonami “Fake plastik trees” dei Radiohead nella versione della Morissette e stendi un silenzio tutt’intorno.
Mi dicesti << ormai ti conosco da tanto tempo so come sei fatta >> e l’unica cosa che penso è che non penso a un bel niente se non che adoro vedere un uomo che fa apprezzamenti su una cameriera e ancora non ho ben chiaro qual è il motivo per cui non posso contribuire io ad elencare i miei apprezzamenti su ragazzi per ovvi motivi, mozzafiato.
Le sigarette qui scarseggiano.
Un digestivo per questo non c’è.
Guarda che io non ti ho mai desiderato mio non perché era pieno di potenziali pretendenti e tu pretenzioso dell’irraggiungibile sguardo sempre rivolto oltre il tuo ma perché non mi piaceva come camminavi.
Ti avevo detto << tu non lo sai, tu non lo sai, ma sei talmente intelligente che la mia sensibilità si trasforma in sensitività e riesci a farmi sentire cose anche quando fai di tutto per occultarle, sai…le solite voci che sento…>>
Tu mi rispondesti:<< mi prendi per il culo. Sempre. >>
Tu non lo sai ma io l’ho sentito lo stesso, quello che hai detto.
Dunque tu inadeguato io stronza.
E allora dico basta alle tue piazzate melodrammatiche.
Un Aulin per questo non c’è.
Guarda che non ti ho mai amato come intendi tu non perché era pieno di pretendenti indisciplinati vincenti, ma perché non mi è mai piaciuto come mi portavi il bicchiere.
Ci sono le note di Still, ci sono le note di Still ora, e allora suona Alanis, ma mi sbaglio o ci sono delle potenziali bombe qui?
Tu sei quello che sta lì, noi parliamo, tu ci ascolti, non partecipi, noi spariamo cazzate, tanto per parlare, e tu stai lì zitto, cerchi di chiappare tutto e lo acchiappi, te lo registri, lo prendi, te lo programmi e te lo porti dentro il cranio, te lo ficchi lì, per poi usarlo come spunto per inventarti nuove litigate.
Cerchi sempre di fare in modo che tutto ti dia noia!
Dunque tu cimice nascosta io bersaglio in codice.
Forse un giorno allungherò o accorcerò questa pagina.

RACCOLTA di CORTI e di SINAPSI

Foto [13]
<< IL TORO ESCE DALLA GABBIA >>

Devo trarre ispirazione da questo libro, qui, che ho tra le mani.
Tanto sono tornata sulla strada che m’ha sempre portato oltre.
Lontano. Quindi non sarà neanche un’impresa così ardua, così difficile, perché è esattamente da questa posizione, ch’è sempre partito tutto. Io accendo il lumino accanto a me, sulla mia destra, pesco un libro a caso, me lo metto come piano di lavoro sulle mie ginocchia, alzo gli occhi mezzo secondo e li lancio sul muro grigio-scuro ricamato dalle ombre e dalle luci e poi li faccio scorrere fino al soffitto, ma tutto questo quasi contemporaneamente a quando mi accorgo di lui, che mi dorme davanti di profilo sul suo lettino, per far sì che la mia ispirazione parte dall’oscura ombra e va verso una luce che io stessa non credevo potesse esistere. Ma non in questo caso. No perché, non ne ho più bisogno di guardare… di osservare… ho già tutto piantato con le radici in testa. Ce l’ho ormai dentro, tutto l’ambiente, che come vedete e come io stessa mi sto rendendo conto, non ho avuto bisogno neanche di fermarmi, di respirare, guardarmi in giro, arrampicarmi sulle cose per trarre quel giovamento da sanguisuga come facevo fino un paio di settimane fa. Adesso potrei farvi una descrizione dettagliata su ogni oggettino posizionato, o su ogni metro cubo lasciato libero, o addirittura dirvi di lui, che gli hanno cambiato il letto con uno professionale, dice, adatto, e sinceramente ve lo dico proprio con sincerità, non è che lo abbia guardato poi così tanto da quando ho messo piede qui, nella sua stanza.
Ormai i miei occhi vanno da sé, anche senza sforzarli, e lo tengo d’occhio anche senza fissarlo troppo. Ed ho già annotato la forma e le sbarre alte e com’è fatto questo lettone. Quindi ricapitoliamo fino a che punto siamo arrivati: i miei occhi vedono anche se non guardano e lui parla e racconta di tutto anche se dorme imbottito di morfina.
No oggi no. Oggi è bastato che mi sedessi sulla solita poltrona vecchia, perché partisse da sé… la penna. Prima, poco prima che mi sedessi e che mia madre ci lasciasse da soli, lei lo ha sistemato meglio, gli ha farfugliato non so che, e nel frattempo gli ha tirato su le sbarre d’acciaio, chiudendogliele per bene, per poi sussurrargli dolcemente – così sei più sicuro e… non si sa mai… oggi è meglio che non ti alzi e con queste almeno sei più al sicuro –. Io so solo due cose, che lei m’ha fatto morire per quanto era dolce e che lui ha risposto: -eh… il toro esce dalla gabbia!– Così ha detto.
Così ha detto.
Dio ragazzi, m’ha fatto morire dalle risate, anche perché guardava proprio me, e sembrava cattivissimo in quel momento, davvero. E mi viene ancor più da ridere, perché più indifeso di lui non so chi ci può essere. Ma torniamo alla mia cosa iniziale, cos’è che chiedevo? Ah sì, l’ispirazione. Di solito arrivata qui l’ho tirata fuori da vecchi poeti ventenni, da autori come Baudelaire e il suo oppio fottutissimo o da scrittori italiani di fine novecento. Ma non in questo caso. Oggi ho sulle ginocchia un altro tipo di libro, si chiama “ SOLDI TRUCCATI “ ed è di un certo Lombard. Ed è successo che molto spontaneamente m’è scattato un processo alla rovescia: dalla scrittura che si è scatenata come una pazza, vi saluterò dandovi i miei più cordiali saluti, e mi dedicherò alla sua lettura.

[2006]

RACCOLTA di CORTI e di SINAPSI

Di Lalla Romano:
“LA GUARDIA”

Non sono vecchio? Trent’anni fa ne avevo venti. Ero anch’io audace e moderno, come te; dico questo senza troppa ironia, perché una giovinezza vale l’altra, e anzi voglio che tu non consideri il mio racconto come polemico (intenzione da cui aborro) né esemplare, se non in quanto vero. Scusa se spiego ancora che per vero non intendo “realmente accaduto” anche se tale circostanza non è disprezzabile, lo giudico ancora vero, vale a dire non indegno di essere evocato, perché non è stato annullato dalla vita, ma reso più significativo: per me solo, si capisce, che lo posso collegare al mio presente, e di questo aspetto così rilevante purtroppo non ti posso far parte.
Ma il suo contenuto di verità dovrebbe sussistere, mi sembra, siccome tale verità è più nelle sfumature che nella tenue vicenda.

Di Marianna 
“SONO IN PIENA ORGIA CREATIVA”

Non sono bene in vista quelle scartoffie dalle quali mi dovrei difendere nelle ore più buie. Sta andando avanti ad anti-dolorifici e mi stoppo tre nanosecondi per osservarlo in quel filino di occhi apparentemente assopiti, e mi rigetta come una scarica torrenziale l’ispirazione.
E sbrodolo brodaglie di conversazioni nelle mie ore più decenti.
Te non ci sei, ma non torno a pensarti neanche morta. Potrei rischiare di lasciarlo da solo.
Sul foglio in cucina c’è scritto in rosso:“CENA. CLEXANE 8.000 VI . DAL 21/12 AL 25/12 : EXTRACYT 6CP”.
Poi guardo poco più in su e trovo scritto TACHIPIRINA 1CP ORE 20.00. Ma qui ce n’è stato bisogno alle 18.55.
Scusatemi, l’ho dovuta estrarre prima dalla scatoletta. Speriamo che da qui alle 20.00 sia coperto.
Non ho fatto come di istruzione, ma era già calcolato un anticipo delle 19.00, io ho solo accelerato quei cinque minutini. Prima che? Prima che gli scoppiasse la testa.
Ed io, ridendo quasi, penso: – che cazzo può fare una tachipirina del cazzo a quel cazzo di mal di testa? –
Ho finito i sudori. Lui li ha cominciati.
Siamo punto e daccapo. E gli scoccia persino essere aiutato.
Io non penso a te perché ho deciso di impazzire in altro modo, e te lo dimostrerò.
Mio cugino ha riposto ben bene cosicché non lo scovassi “IL MANGIATORE D’OPPIO“ di Baudelaire.

[2005]
*scritta seduta all’ombra di un lumino dalla stanza di mio zio quando ancora pensavo che il tempo fosse infinito, prima che partisse con la sua ventiquattrore, sù. 

RACCOLTA di CORTI e di SINAPSI

Di Giorgio Bassani:
“Roma 1944. PAGINE DI UN DIARIO RITROVATO”

Martedì Gennaio 1944 – “ Roma è come una gran P., aspetta di farsi f. dagli inglesi dopo essersi fatta f. dai tedeschi”.
Fra tutti i discorsi uditi in questi giorni d’attesa, qui a Roma, questo sentito fare da C. ieri, verso l’ora d’un tramonto rosa, stupendamente indifferente, m’è parso il più notevole .
Oggi ho visto di nuovo, davanti all’Adriano, A.Q.Q. è stato, in questi ultimi anni, una creatura di Bottai (vedi una debole difesa dell’antico protettore tentata da Q. all’Esperia, alcuni giorni orsono, contro la mia eloquenza che riconosco giacobinamente volgare). È un grosso e tarchiato tipo di padano sensuale e felice, Q. , la borghesia settentrionale presenta assai di frequente fisionomie del genere della sua, trasuda calcolo e furbizia da tutti i pori d’una pelle spessa e arrossata di contadino inurbato di fresco.
Più che farmi la corte – come credevo in principio – ha l’aria di proteggermi.

Di Marianna 
“A PROPOSITO, SE PER TE È TANTO PER ME È TUTTO”

Guardatele le due pulzelle come si divertono. Cazzo guardatele da dietro la macchina.
Sgambettano, un poco litigano ma son sempre cose da niente, perché hanno l’età. Hanno l’età di quella che si fa pace subito.
Sono nei sedili posteriori della familiare rossa bordeaux, calzini fosforescenti magenta un po’ più sotto del ginocchio. E quel che più conta, è che cantano veramente male.
Il padre sbanda per il ridere. E la madre si domanda perché non trova mai le risposte.
L’hanno scampata per un filo.
Missione compiuta – ho capito che mi volevi veramente bene quella volta che mi hai fregato in partenza – non te l’ho mai detto prima, ma non ti scuso per niente.
Scendi, adesso scendi, e cazzo scendi da questa macchina che metto sotto un gatto. Secondo me, vomiteresti dentro.
Le due tizie sono cresciute, hanno non molti ricordi della vicenda, causa lavori in corso della psiche, e non pochi scherzi o disegni del Signore da sostituire con le solite frottole a sé stesse.
Ma si sa le vie del Signore sono infinite. E fin qui va tutto alla grande.
-Senti io son pazza di mio, se mi lascio andare con te, ci sta che impazzisco ancora di più, e poi come si fa?–
-Se tutto va bene siamo rovinati.-

[ 2005 ]

RACCOLTA di CORTI e di SINAPSI

Di Giovanni Arpino :
“ GABY LA NANA ”
Adesso lo so bene. Adesso ho capito.
La felicità è un niente fatto di niente, una nebbia senza sapore, senza forma senza senso.È come la salute, cominci a capirla quando ne esci, quando hai un male. È come il guscio d’una noce, al quale la noce aderisce così bene dal di dentro. Della felicità vieni a sapere solo quando ne sei stata sparata via, il guscio s’è spaccato e tu ti ritrovi di colpo a dover giudicare da sola il freddo e il caldo, il mangiare e il letto.

E non si funziona più.
Tutto diventa storto e raggrinzito. Ti vesti e non sai perché ti sei messa quegli stracci invece di altri, ecco tutto.
Ti pettini e a un certo momento la mano si ferma nel gesto e ti passa la voglia di finire, di uscire col pettine dal fondo dei capelli.
Così oggi, persino io, se qualcuno mi dicesse “bei tempi quelli di una volta, vero Gaby?” persino io lo guarderei come si guarda un pazzo o un nemico.

Di Marianna Gì.
“NON MI POSSO SEMPRE ARRABBIARE SE QUALCUNO MI SVEGLIA”

Dalla poltrona vecchia di questa stanza lui mi ha chiesto se per favore gli potevo dare un fazzoletto.
Un gesto semplice, alzarsi far fare CLIC CLOC alle ginocchia, porglielo e rimettermi giù.
Invece ho tremato.
Ho sbattuto in un colpo solo contro ciabatta, comodino con pappagallo, bastone a tre zampe, ho fatto un casino. Comunque gliel’ho porto con un soffio di gesto e lui ha capito.
Lui, quest’uomo dalle mani livide e butterate da poter dire martoriate, ha sussurrato con la poca voce rimasta, quella dell’educazione sviscerata che lo tiene in vita, a dispetto di quella delle bestemmie della rabbia che se n’è andata via scivolata forse in un bicchier d’acqua offerto nell’ultima visita di chissà chi, bene, ha detto un solo grazie. Ma io so, io so, mi avrebbe voluto dire “non preoccuparti, stai tranquilla”.
L’uomo dorme con un profilo affilato, e tutto sembra apposto. Da qui.
Il lampadario con le sei punte verso il soffitto, il comò antico, il pavimento toscano da rifare, è tutto fermo, qui.
Ma io, io, scommetto che nella sua mente c’è già una qualche soluzione di parole, di frasi bambinesche che gli domandano, lo affollano e lui che si risponde mettendosi a sedere, finalmente dritto “vediamo come posso fare per uscire da questo covo di matti”.
Che cosa dico io? A questo punto dico, che anche se è bello vedermi lì, tutta che brillo di luce propria, buttata a sonnecchiare, mentre non guardo in faccia nessuno perché in quel momento per me, conta soltanto il sonno, non mi dispiacerebbe che tu mi svegliassi.

[ 2005 ]
*scritta seduta all’ombra di un lumino dalla stanza di mio zio quando ancora pensavo che il tempo fosse infinito, prima che partisse con la sua ventiquattrore, sù. 

Prima prima prima, gli artisti veri, morivano di fame, e nei loro tormenti dolci, tiravano avanti una vita fatta di stenti. E inneggiavano a grandi amori, nutrendosi d’altro, sentimenti allucinanti, gabbiani che fluttuavano nel cielo o visi curiosi che si specchiavano nei pelaghi di fonti d’acqua. Ora, ora i cosiddetti artisti, fanno la vita da re, si sono fatti furbi, sanno cosa va di più, e navigano nell’oro avendosi fatto bordi piscina con due cartucce di pochezza di frasi, in discoteche di uno squallore e dubbia bellezza melodica, mettendo magari persone alla postazione di strappo biglietto. No no no, non era la stessa cosa.

RACCOLTA di CORTI e di SINAPSI

“LA LEGGENDA DEL 16”

A lui gli si posò sopra quel ginocchio decorato da jeans decorativi, un moscone.
Lo fissavo come se volesse dir qualcosa che non mi potevo assolutamente perdere.
Dormiva con gli occhi semi aperti ed ogni tanto il visino gli andava in giù e in su, in uno sbuffo di scivolata dal finestrino che lo sosteneva.
Ascoltavo il silenzio e d’improvviso mi apparve il brusio come un compagno per il mio viaggiare.
Poi ho creduto sul serio che ci sarebbe stato un attimo in cui il mio stato d’animo avrebbe avuto la stessa linea del disegnino che mi stavo inventando. Ma la mia enorme sciarpa di lana mi copriva talmente a fondo l’espressione, che non sapeva che mi stava facendo bene.
Davanti a me vidi penzolare da chissà dove, un ragno, che era così microscopico che solo degli occhi come i miei, avrebbero potuto vederlo.
Ero elettrizzata e un misto fra il sospetto e il curioso.
Pensai: “io odio i ragni”!
Così adagiai i miei occhi un’altra volta su quel moscone in cerca di parole, niente parlai io: << Vedi, ti ho sempre amato, ma ora devo andare, devo, ma ascolta, non ha nessuna importanza per me stare con te, perché ti amo così tanto che ti ho qui, qui dentro di me, quindi sappi che non mi mancherai, non mi sei mai mancato, perché in fondo non ne ho avuto bisogno, ti ho sempre portato con me, in tutti i miei viaggi, anche se non siamo mai stati insieme, mi sei talmente dentro nelle ossa che in tutto questo tempo è come se fossimo stati sempre insieme, perciò io posso anche lasciarti andare, vai >>.
Lui si svegliò, fece volare il moscone e mi sorrise.
<< E quel che penso, con tutta la mia testa, me lo tengo ben stretto. Ne vado fiera >>.
[ Dedicata ad un bus ]

[ 2004 ]

RACCOLTA di CORTI e di SINAPSI

“UOMINI CHE PARTONO (DI TESTA) A CAUSA DEI LORO SENTIMENTI”

Hai voluto cambiare un animale in un altro animale ma non lo sai che non si può tramutare un ghepardo in un mammut?
Sì sì, balla pure da lassù, devo dire che quando ti portavo le rose per alleviare i tuoi mal di pancia da mestruazione, non ti mettevi di certo a saltellare così, avevi un viso sbattuto, pallido, facevi quasi ribrezzo, ma non te lo dicevo per educazione e un po’ anche per libidine alle tue tette ingrossate.
Stai pensando sicuramente che se cambiassi atteggiamento e modo di portarti il caffè a letto, mi toccheresti l’anima facendo anche una piccola carezza al mio pisello.
Ma ti stai distraendo un’altra volta, che diamine! Ti ha chiamato qualcuno, e sempre con sto cellulare in mano, te lo tocchi come tocchi i corpi maschili che ti fai, sei fantastica, mi arrapi anche mentre sei al telefono, ma il punto non è questo, è che hai altri impegni tu, altre cose a cui pensare, sogni introspettivi che ovviamente non mi vuoi confidare eh chi te lo farebbe fare, nemmeno io lo farei fossi in te, ma tu… ma tu…sei molto più intelligente di me, hai esche magnifiche per andare a pescare, hai prede più intriganti di me.
<< Hey Carloalberto? Che fai, noi andiamo, tu rimani qui? >>
<< Eeeh? Mmm, sì sì, andate, vai cioè vai, andate pure…>>.
Che fulminata ragazzi, si è abbassata per salutarmi, sapete io sono seduto, e lei mi ha ficcato la lingua in bocca per buttarmi in gola il fumo della canna che si stava fumando.
Lei è alta, è vestita bene ma sembra nuda quando cammina, o forse lo è, oddio non ci vedo più bene!
Corro in bagno, bisogna che mi rilassi, ora faccio colare l’acqua sulla nuca, cazzo è calda, non l’avrei mai detto, qui si scoppia, meglio che esca.
Vado a prendere la metropolitana, sono a piedi, mi hanno lasciato a piedi, mah meglio, perché sono le 4.07, e il marciapiede a quest’ora sembra pulito, che mi pare anche di sentire in giro una melodia tipo provenire dal finestrino di una Chevrolet parcheggiata. Tipo Nocturne di Chopin, ma non ne sono sicuro.
Mi fa ridere. Sto bene. E forse sono pazzo.
Un giorno Samuele incontrò Mary, lei ci perse la testa e anche qualcos’altro.
Lui era tutto dritto sulla sua schiena.
Lavoravano insieme e fra cento e più persone lei non si sarebbe mai aspettata d’innamorarsi proprio di lui, e poi ripeteva sempre: << Se non mi sono fissata in due anni che sto qui, ormai sono salva, non mi capiterà più! >>.
Invece…postazioni vicine, orari di pranzo coincidenti, mansioni complementari, i suoi occhi che vispi rincorrevano ogni passetto, ed ecco che lei ci casca come una pera cotta. Lui, una volta capito tutto, la invitò subito a passare un intero pomeriggio fra giri in macchina interminabili, belle cassette di musica nell’autoradio, fino ad approdare nella sua casa in montagna. Insomma le solite cose che fanno impazzire le donne particolari.
A Mary nel profondo che più profondo non si può, già le sembrò di ammiccare una fregatura. Forse già da allora cominciò ad allontanarsi, a far dieci passi indietro.
Il primo appuntamento e già lei era tutta irrigidita.
Samuele faceva il bello e dannato, gentile ma un pizzico misterioso, usava a tavolino tutte le tecniche di seduzione. Le sparò così al volo, anche un bel fuoco al caminetto nel bel salone centrale.
Si mise giù e cominciò ad accendere stecchi di legno e giornali. Si lasciava illuminare dalle luci della brace.
Allora lei pareva cedere, si avvicinava quella gatta, si avvicinava con estrema eleganza, lo stuzzicava con profili e occhi neri come il carbone.
Allora lui faceva il timido. Un’altra cosa che le accapponava la pelle di passione. Insomma un po’ timido, un po’ strano, un po’ gentile ma anche irraggiungibile, non si capiva bene, ma comunque di colpo lui si alza, la prende e comincia a baciarla.
Dentro la sua testolina frullava sicuramente il pensiero “menomale che dicevano i colleghi che era troppo timido per me”!
Tutto sembrava filare liscio come l’olio, a parte qualche inconveniente, di gusti assolutamente non in comune, che s’inceppavano come una rotella arrugginita, ogni tanto per dare tipo il campanello dall’allarme a quella storia, TLIN-TLIN!Ma come ogni donna capatosta Mary, fingeva di non vedere, di non accorgersi di quei segnali che…era evidente: non poteva durare fra i due.
Lo portò a casa, ci furono le presentazioni ufficiali, i vari pranzi di Natale e S. Stefano in famiglia, e un bel giorno lei si sentì male.
Grosse fitte allo stomaco disse, grosse fitte allo stomaco.
Lui ovviamente si presentò per darle il suo conforto, le portò anche un mazzetto di fiori.
Sua madre uscì di casa, per dar loro più privaci. Dopo un paio di coccole e di “come stai di qua e come stai di là” finirono a letto. E non per giocare a carte. Insomma furono scintille e furono momenti di vero amore.
Dopo di che il velocissimo modo di rivestirsi e il fuggire subito in salotto per la paura che venissero beccati dal rientro della madre.
Mary si avvicina a lui per continuare con quel momento idilliaco, si avvicina per dargli un bacio e tra un gesto e l’altro le scappa un << Ti amo >>.
Lui si blocca per un po’, indietreggia e sta zitto. A quel punto lei gli chiede << Beh, senti io…io mi sa che sono sulla giusta via dell’innamoramento, e tu?>>.
Lui niente. Zitto. Ma almeno le sorride.
A lei non basta.
<< Dai Samuele, ormai io e te stiamo insieme da due mesi, dai, puoi dirmelo, non ti devi più vergognare ormai di me >>.
Lui ancora zitto.
<< E dai insomma, cos’è che provi tu esattamente per me?!>>.
Allora lui a quel punto le sfiora leggermente una mano e le sussurra:<< Stare insieme… stare insieme…no per me è una parolona grossa, per me non esiste “lo stare insieme” >>
<< Sì ho capito, ma cosa provi? >>
<< Beh ecco…tu per me sei una…un’amica >>
<< Come un’amica? Ma che significa? >>
<< No, volevo dire, una grande amica…>>.
Lei chiuse un attimo i battenti. Si fermò tutto in quella stanza, poi si calmò d’un botto, e con estremo ghiaccio al cuore decise di non farlo nemmeno finire di parlare.
Gli disse semplicemente:<< Quella è la porta. Aprila e vai. Ma ricordati che io non bacio nessuno sulla bocca, nessuno dei miei amici. Tu forse usi fare così. Ma io non sono tua amica. Ora vattene! >>.
Chissà perché, quello, i giorni successivi al lavoro cominciò a parlare di continuo bene di lei, fregandosene delle regole di quel posto, di perderci la faccia, e chissà come mai lui aveva per le mani una delle donne più belle della città e se la fece sfuggire così? E in tempo da record! Mentre penso e ripenso a cose futili, vedo che tutto ancora gira intorno a te.
La cannabis l’ho quasi masticata per la rabbia che mi sale in corpo.
Io so. Io lo so, che non ci potrà mai essere nulla fra di noi. Eppure ancora ci spero. Ma che ci spero e ci spero, già mi immagino le facce di tutti coloro che si sono imbattuti nel tuo sublime cammino.
Loris appiccicato dietro il portabagagli della mia stupida, stupidissima panda rossa, Pasquale ricoverato in qualche ospedale psichiatrico nel centro Italia, André con un microchip infilato da qualche parte qua dentro da bravo stalker incallito, la Susy, sì perché hai traviato anche una donna, (anche più di una) saresti capacissima di tutto tu, insomma la Susy sopra il tettino avvinghiata con quelle manine a ventosa, come fosse un geco e col suo cappotto nero come un gufo che ci segue, ma non è finita qui, ecco che ti apro il cruscotto per vedere se trovo una rivoltella e farla finita, ed eccoti che ti spunta il Barone! Claudione.
No basta, devo cambiare capitolo.
Aspetta che salga su quel treno in corsa, e ti farò vedere io.
All’improvviso mi sveglio di colpo da una tua domanda, una delle tue solite, cazzo pensavo di essere solo, di essermela scansata oggi, e invece no, ecco te che mi chiedi:<< Ma per te quale sarebbe la soluzione più giusta? Insomma, mi spiego meglio: dimmi fino a che punto “è grave” LA COSA! >>.
Io faccio un’espressione che non sto di certo a dire qui, deglutisco e dico:<< Beh, è come per un condannato a morte. Magari questo sta lì tutta la sua vita nella sua cella, fino al giorno della sentenza. Poi finalmente lo portano nella stanza dove devono farlo fuori e… tre minuti prima di premere il bottone, t’arriva uno che gli dice, “mi spiace ma la sentenza è rimandata fino al mese prossimo!” E questo sta lì capito? Ma lo sa che tanto prima o poi lo dovranno fare fuori. Capisci? >>
<< Mmm… e quindi qual è la soluzione per te? Visto che comunque non è così grave, anche perché te non sei in una cella un metro per due e non sei all’ergastolo >>
<< La soluzione? Aspettare semplicemente la prossima esecuzione. Se non ci sarà tra poco, per me è come per il condannato a morte, aspetterò i prossimi due mesi stando nella merda. Ma tanto lo so che prima o poi succederà >>.
Lei capisce perfettamente ma non per questo non s’incavola. Io la faccio sempre incavolare.
E che ci volete fare? È più forte di me.

[Con la collaborazione del diretto interessato]

La gente ulula, la gente salta e si dimena, fischia e spernacchia.
Come sempre, anche stavolta è tutta una questione di punti di vista. Per quanto mi riguarda, mi ritrovo avvinto in un fraterno abbraccio con il tappeto del ring e non trovo nella situazione nulla per cui urlare qualcosa a chi che sia. Cerco con fatica di aprire una fessura in quella pesca pesta e marcia che chissà come ha sostituito il mio occhio e contemporaneamente, con la braciola cruda e tagliuzzata che mi trovo in bocca, faccio l’inventario dei denti, annotando mentalmente diverse assenze.
Del salvamenti nessuna traccia, a quest’ora sarà in volo per Detroit , mentre i suoi ex protetti sono tutti o quasi entro il mio limitato campo visivo, come scogli bianchi in un mare rosso e schiumoso.
Sono sicuro, lei non ha neppure esultato. Mi ci gioco la borsa; è tornata con il suo tipico, irresistibile passo , all’angolo e adesso, rosa aulentissima, pensa già al prossimo incontro, bevendo una birra, fumando una paglia e guardando Uomini e Donne alla TV.
Sento Carl, il mio secondo, che urla -“Stai gggiù, stai gggiù !!”-.
Fiato sprecato, da come mi sento avrò minimo la mascella rotta e qualche costola incrinata e , anche se così non fosse, affanculo tutto, io voglio la barella, l’ospedale, analgesici ed ipnotici per attutire il dolore e il sapore della sconfitta definitiva.
Poi Carl dà una ciucciata alla sua cannuccia bordeaux e riprende:<< Vedi amico mio, quando mi vedranno per terra, in ginocchio, sarà solo perché sto per prendere bene la mira! >>.
Sì sì, dice bene lui.
Mi godo il conteggio mantenendo con dignità la più assoluta immobilità, poi due reebok pump devastano il mio tranquillo arcipelago di denti sangue e saliva. Appartengono al medico, il Dottor Strawberry Field For Ever che mi ausculta a dovere, grugnendo istruzioni agli infermieri , i quali mi immobilizzano il collo e mi caricano sbuffando sulla barella. Carl mi sta togliendo i guantoni e tanto per tenermi su bofonchia :
<< Merda Al, te l’ho detto mille volte che con lei non puoi spuntarla. Fottuto stronzo lei appartiene a tutta un’altra categoria rispetto a te… >>.
Carl è fatto così, sobrio o sbronzo, e adesso è sbronzissimo, dice sempre in faccia quello che pensa, anche quando di quello che pensa non gliene frega un cazzo proprio a nessuno.
Che lei sia troppo veloce, troppo agile, troppo intelligente per me, lo so sin dai tempi in cui le facevo da sparring partener , giù nella vecchia palestra di St. Spirit Street.
All’epoca lei era impegnata nelle continue sfide e rivincite con Robby “Robocop” Robertson, che sono rimaste nella leggenda.
Farle da sparring era eccitante ed istruttivo, e anche se per me eran cazzi e mi riempiva di mazzate anche senza darci troppo sotto, il lavoro mi piaceva un sacco. Piano piano entrai in pianta stabile nel suo entourage, su su nella scala gerarchica , fino a diventare anche il suo secondo a bordo ring : le passavo l’acqua e la sputacchiera , le spalmavo la crema coagulante sulle abrasioni e le sussurravo parole d’incoraggiamento.
Non poteva durare, tutto questo era tanto, ma volevo di più, volevo starci io lassù sul ring con lei, volevo fare sul serio, via i caschi protettivi e i guantoni maggiorati, volevo batterla e volevo papparmi tutta la posta in palio. Tutte illusioni, nate un po’ dalla coca, un po’ dalle botte subite in tutta una carriera di sconfitte. Tutte illusioni che si sono infrante; la realtà è quella che Carl continua inopportunamente a ricordarmi anche sull’ambulanza, mentre l’infermiera mi misura la pressione : << Anche stavolta non c’è stata storia cazzo, anzi, cazzo è stata esattamente la stessa fottuta storia che si ripete da otto anni, e questo sarà il quarantesimo ricovero… merda non ci potevo credere mentre stavo lì a guardarti, col mio Cubalibre, mentre ti massacrava un’altra volta; ha troppo gioco di gambe, è troppo veloce e tu non riesci a fermare il suo lavoro ai fianchi, sei capace soltanto di rifugiarti in clinch ! Ti prende per il culo, ti irride e poi quando si stufa, BANG, e in un attimo ti trovi in comunione eucaristica con le calzature dell’arbitro… >>.
Non cerco di zittirlo, lo escludo e basta, concentrandomi sul tranquillo beep beep dei macchinari, e intanto penso a quello che dovrò dire ai ragazzi della stampa…mi rifugerò in clinch anche lì sparando ogni tanto le mie bordate di banalità. Del resto l’articolo di domani ce l’hanno bello che scritto in testa e nulla di quello che potrò dire – sempre che la mascella me lo permetta – potrebbe cambiarlo di una virgola. Lo leggo sul soffitto della mia nuova stanza d’ospedale :
CALUMET CITY : ieri sera al Super Busk Arena , Sweet Sugar ha battuto per KO alla nona ripresa il suo avversario nonché ex sparring partener Albert Einstein.
Si tratta per lui della dodicesima sconfitta contro il ciclone dalla pelle vellutata.
Noi ne abbiamo abbastanza e si vocifera che sia così anche per lui e che si prepari ad appendere i guantoni al chiodo. Dopo sette riprese all’insegna della schermaglia verbale, tutte a favore di Sweet Sugar, la quale ha fiaccato il già imbolsito Al con un continuo, implacabile lavoro ai fianchi, la svolta si è avuta a metà dell’ottavo round, quando con una fulminea mossa, la zuccherosa ha superato le difese del frastornato Einstein, e lo ha centrato con il più appassionato e devastante bacio che si sia visto negli ultimi anni. Al è stato salvato dal gong ed ha resistito per l’intero nono round solo grazie alla forza di volontà. La fine però era ineluttabile, la si fiutava nell’aria, la si vedeva negli occhi sognanti di Einstein ed è giunta appunto alla fine del nono round , quando Al ha ferito senza rendersene conto i sentimenti di Sweet Sugar , che si è sentita offesa a tal punto da negare qualsiasi contatto, se pur telefonico al tragicomico pugile, il quale è stramazzato al suolo e non si è più mosso di motu proprio. Amen.
Che scrivano quello che vogliono, è stato il mio ultimo incontro. Non sto poi così male, potrei ricominciare ad allenarmi domattina, ma oggi sul ring ho visto nei suoi occhi, che non sono più un degno avversario, che anzi non lo sono mai stato, che son rimasto sempre e solo il suo sparring partener. E poi , sinceramente, lei merita di incrociare i guantoni con avversari più validi del sottoscritto, se vuol restare al TOP …

[ scritto da Riccardo Mattii ]

[ 2004 ]