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CORIANDOLO

“CORIANDOLO”

Da un tubetto di colla hai creato la luna a mezzogiorno
piano piano proprio non sai camminare
ti ho visto dal fondo di un buco
hai sparato le tue cartucce ad acqua,
sui binari dei tuoi trenini
hai sempre camminato coi ginocchi
bucando tutti i pantaloni
senza aspettarmi.

Non ti dirò mai, mai, e poi mai rimani
noi siamo così, viaggiatrici a piccoli passi
viandanti d’oro nel deserto,
il segno che c’è arrivato è:
bisogna andare al tremore della fiamma
di campagne qui, ne abbiam viste già molte
basta verde, vogliamo il giallo!

(Guerriera dal cuore zelante
capelli come rose rosse
preziosi quei fili di rame)*

Non hai mai avuto paura del buio
nemmeno dei lividi sui gomiti
nelle parole il nome di tuo padre
nei tuoi occhi neri come il carbone
ti sei accorta che non mi assomigli
vai dal salato al dolce senza timore
hai le guance come nelle mie tasche
colorite di coriandoli fissati col vinavil.

(Ho detto a Coraline che può crescere,
prendere le sue cose e poi partire…
Ma Coraline non vuole mangiare no,
[…]
Sarò l’acqua da bere
il significato del bene,
sarò anche un soldato,
[…]
E in cambio non chiedo niente,
soltanto un sorriso,
ogni tua piccola lacrima
è oceano sopra il mio viso)*

( *Cit. Dei Maneskin )



FRANCOBOLLO

“FRANCOBOLLO”


Ti voglio bene, ti voglio tanto bene,

in fondo hai un visino così, così…
hai un viso tra l’imbronciato e il sorridente.
Il broncio lo hai ottenuto da me
vuol dire che ti ho toccato duramente,
più di tutti gli altri, gli altri…
“E son tornata per vederti andare”*
con la tua carnagione da merendina al cacao
le tue caramelle e la barba da rifare
io con la carnagione da scaffale di surgelati
le scarpe sporche e un vecchio francobollo
per le parole da spedire al creatore.
La prima volta con la valigia piena di sogni
scamiciato, senza problemi… i problemi…
e ora che ci penso, il tuo sorriso
anche il sorriso lo hai ottenuto da me.
Questo fa sorridere.

[* Citazione Roberto Vecchioni ]

SE IL SOGNO É PiÚ FORTE DELLA REALTÁ SI REALIZZERÀ

Reggiti forte, se vuoi davvero sapere della mia vita,
no, non aggiustarti il vetro rotondo del tuo Swatch,
sei stato tu a voler addentrarti in questa palude melmosa
piena di incastri e funi calanti e mangrovie e bambù
come nel Vietnam si cammina nel tunnel Cu Chi
perché son diventata una termite coll’esercito
che scava lavorando il sotterraneo per non uscirvi a pezzi
in piena giungla e odore d’onorata morte vivente.
Siediti anzi alzati o fai come ti pare, ma se insisti
poi dopo, non dirmi che non t’avevo avvertito.
Non avevo le ali d’angelo quando ero piccola
e mi dicevano – vieni dai, qui a sederti sulle ginocchia –
non mi sentivo giovane a vent’anni, e a trenta
era come se mi mancasse un passo al fosso,
mi sentivo sempre troppo vecchia, per ciò che stavo facendo
non so se mi spiego. Ora che ho le rughe, i capelli bianchi,
le forze indebolite, il fuoco al cuore, le sopracciglia
spettinate, sbiadite, le labbra senza rossetto, un dente in meno,
adesso mi sento una vent’enne, una rotella che torna indietro.
Se mi chiedi aspettati che “a domanda rispondo”!
Poi dopo non ti mettere a piangere, non ho fazzoletti
non abbassare il viso a terra, per nasconderti,
non ti mettere le mani ai capelli, non strapparteli e
non darti pugni in fronte, non dare testate all’armadio
se inizi ‘sto discorso vai solo avanti. Non ci sono panchine.
Se vuoi sapere del mio passato siediti e inizia a reggerti,
andai dal maestro sbagliato, con la manina direttamente
accompagnata dalla mamma, entrai dalla porta principale
mi lasciò lì dicendo – ti vengo a prendere tra un’ora –
non riuscii più a trovare l’uscita da lì. Era grande la porta
io ero piccola, il maestro era cicciuto, non mi fissava
io invece sì, il pianoforte era nero, al muro, metronomo.
La luce era calda, la moquette blu, la luce giallissima
giocava con le ombre sul muro. Bianco. Il centrino rotondo.
Lo spartito aperto. Lui aveva un maglione verde scuro.
Non mi ricordo com’ero vestita io. Il mio viso non lo vedo.
In verità non mi ricordo proprio dove mi sono lasciata.
Poi solo guerra in Vietnam, con le pezze al culo, fangosi
guerre di napalm e razzi illuminanti per il buio della giungla
guerra di tempesta, di vietcong nascosti, e cascare e inciampare
nei sassi merdosi pieni di sanguisuga e correre con l’asma.
Ma non ce l’ho fatta. Da un secondo all’altro mi sono
catapultata dagli 8 anni ai 18. Come una kamikaze ho sganciato
la bomba. Non ho idea di chi ho raso al suolo, qualche civile sì
è precipitato nell’abisso della voragine dell’atomica.
Non ho altro d’aggiungere. Ho pensato che se la vita era
troppo pericolosa anche senza coccodrilli, ho pensato che
se il sogno è più forte della realtà allora forse si realizzerà.
No, non di là, non mettere piede lì, ci sono mine anti uomo,
adesso siediti, è tornato l’inverno ad agosto, il 25 agosto!
Mi disse – a domani – cioè capisci? A domani capisci?
Avevo detto basta con l’immaginazione, avevo giurato che basta.
E invece, mentre camminavo lungo lo stesso marciapiede,
gli guardavo il culino muoversi di qua e di là, pantaloni bianchi
canottiera viola, muscoli al vento caldo, poi lo vedo volare
verso il suo ultimo volo. Dritto a tutta velocità verso la sua bara.
In un baleno ripiombo nel mondo di bugie, dei sì tanto succede
sempre agli altri, anche se però vorrei sapere perché le cose degli altri
succedono sempre a me. Non sono fatta per mangiare dal tuo piatto
ne ho viste di cotte e di crude, che se mi guardi dentro gli occhi
non mi vedi più a me, ma direttamente i cadaveri che ho spazzato
lasciato indietro, ammucchiato nella fossa comune prima dei rastrellamenti.
Ho una tale sensibilità ormai acquisita, credimi, che nemmeno io
me ne rendo conto, ma sento cose, cose in previsione del futuro.
Un’altra lotta, spiaccicata al finestrino dell’autobus
per cercare di correre più forte, un’altra volta con l’asma.
Un’altra volta non ce l’ho fatta. E quei fantasmi mi raggiunsero
e sbeffeggiarono. E allora io chiedevo ai miei amici
affinché li picchiassero, e giuro, lo fecero! Chiedevo ad amici
di picchiare altri amici, a comando rispondevano. Ma non bastava
la mia sete era di un altro genere. Era prugna, grumosa, sangue
fatica del perdonare di anni in anni in anni senza avere pietà.
Senza sapere cosa fosse la pazienza del leone in gabbia.
Ancora una volta colsi il buono che c’era da una persona cattiva:

mi suggerì – Se cerchi la luce dentro di te scoprirai che la Luce
sei tu stessa, e prima o poi la Fortuna verrà a te, e scaccerà
via tutto il resto -. Ancora una volta mi ritrovai a sognare
e per farlo funzionare, mi dissi che se il sogno era più duro
della realtà, la realtà sarebbe scomparsa.
Lo senti l’odore del napalm? Ti affonda le narici
ti entra dentro, ti droga e asciuga le labbra che alla fine
se non bevi subito ti annienta a convulsioni, disidratato.
Poi ho conosciuto mafia, picciotti pesci piccoli, coltelli, coppole
con l’aria di quelli che contano, in macchine mezze scarcassate.
Mi si fionda uno addosso ma c’era una busta grande di plastica
piena di Bianca, allora arrotolo un pippotto con le centomilalire
e gli dico di farsi, di continuare a farsi e così fece, fino a quando
si dimenticò di me e scomparsi da sola, perché da sola fra i cespugli
mi muovo meglio. Ricordandomi cosa avevo imparato
nel periodo dell’esercito delle termiti nel sottosuolo di Cu Chi.
Poi tra un pasto saltato e un altro, tra una battaglia e un rastrellamento
incontrai l’amore vero. Adesso che vuoi non mi ricordo se
incontrai quello per la polvere magica che aveva o se per avere
polvere magica inciampai nell’amore. Amore tormentato. Schiaffi
spinte, sbronze, spiagge, fotografie, non lasciarmi, non per primo te.
A venticinque anni avevo già messo in fuga i pirati, gentaglia
con cicatrici nel viso, avevo già sistemato a dovere marocchini
con lo zaino dietro, i quali si sono complimentati, alzato i cappelli.
Per timore di perdermi nei tunnel iniziai ad imparare ad assaggiare tutto
e a uscirne da sola. Senza l’aiuto di nessun supporto. Ce l’ho fatta.
Portavo un onorato scudo, elmetto, corazza, dettagli sulle braccia
eppure lo stesso approdai al Pozzo di Bello Sguardo, al Dublin Pub
di Via Faenza, con l’amico delle stelle, delle comete, delle galassie.
E poi lo sai, lui, l’unico che mi abbia amato e rispettato
a dispetto del rispetto di se stesso, anche lui è morto.
Troppo giovane, troppo presto, troppo all’improvviso.
Dovrei sentire qualcosa a questo punto? Che ne so un macigno?
Un vortice dentro? E invece niente. Stavolta niente.
Forse c’ho fatto l’abitudine. Ora me l’aspetto sai…
me l’aspetto da un momento all’altro. La finestra che si riapre
su nel cielo mentre io resto a terra mentre si porta via qualcos’altro.
Adesso è arrivato il tuo turno. C’abbiamo provato, dovresti pregare
come sai fare tu, giù a bocconi, io c’ho provato, la strada l’ho cambiata
l’orizzonte era una distesa di rose piene di spine. Mi hanno trafitto.
Mi sono sentita guardata dall’alto al basso, come in un combattimento
con Muhammad Alì, non ho più il naso come l’avevo prima,
mi sono sentita la chiave girare dietro le mie spalle, sbattuta in carcere,
poi sì l’ho conosciuta la pazienza del leone in gabbia.
Coi capelli bagnati, senza poter telefonare, senza sigarette, senza cesso
senza potermi levare lo sporco di dosso, senza contatti, soltanto 4 mura
e la flebile voce all’orecchio: – dai lo faccio per il tuo bene – e poi ancora:
– tu non capisci, tu hai sbagliato, tu non sai niente, tu ti dovresti calmare! –
E così mi sono presa le colpe di ciò di cui non ne avevo colpa.
Cercavo di spiegarti cos’erano i colori ma tu vedevi solo in bianco e nero,
mi dicevi che non dovevo ribellarmi, mi rieducavi, mi iniziavi a nuovi
comportamenti, come in Cambogia “col resettare il passato e fare L’Uomo Nuovo”.
Il lavaggio del cervello stava iniziando la propria strada come vermi
rosicchianti. E se fumavo una sigaretta, una mano mi sottraeva tutto il pacchetto
e me lo accartocciava sotto gli occhi, e se trovavo linea per intercettazioni
come in guerra, quella stessa mano mi sequestrava anche il telefono.
Se provavo a fiatare, mi si diceva che non avevo diritto di parola
se non avevo appetito, mi si costringeva a mangiare nello stesso tavolo
del nemico, e mi si spiegava le strategie per ottenere cose, e tutto mi riportava
sempre, sempre, che non si ottiene nulla se lo si prende e basta,
anzi, si rischia solo di rifinire in gattabuia.
C’è stato il lato oscuro, più spiegavo il senso di giustizia, più c’è stato
il togliere, il levare, il negarmi, il restringere regolamenti.
Presto ho capito che dovevo diventare “L’uomo Nuovo”, cambiar rotta
per ottenere più libertà, che poi poteva essere solo un po’ d’ossigeno,
ma sono cresciuta ancora tutto d’un botto e menomale che vi ero
già abituata, ma stavolta senza l’esercito dei vietcong, da sola;
questa guerra l’ho combattuta da sola, senza gallerie sotterranee,
me le hai fatte sparire tutte, ma mi sta bene sì così, perché la forza
me la sta dando questa bambina che ho partorito, ch’è l’unica cosa
preziosa che ho, e vuoi farmi sviluppare nella confusione dell’inganno
del solito ricatto – stai attenta, se ti scopro, te la porto via -.
Ora siediti, mi avevi fatto una valanga di domande,
come ad un interrogatorio, io a domanda rispondo, poi non dire di no,
dimmi, dimmi, dimmi un solo esempio in cui ho peccato io
da quando mi conosci?

CREPET

“Per la festa della Donna ricordiamoci che gelosia, possesso e violenza non hanno nulla a che fare con l’ Amore. “Essenzialmente molti uomini hanno ancora difficoltà ad accettare la lunga coda della liberazione della donna, nonostante siano passati più di quarant’anni dalle tante conquiste, come il divorzio. Sono quelli che non hanno elaborato ciò che è avvenuto in questi anni, restando legati a un concetto di famiglia arcaica, che vede la donna ancora come sottomessa e l’uomo con un ruolo dominante. Tiene a te, tanto è vero che ti controlla e arriva anche a picchiarti. Esiste un tipo di cultura che vede il maschio come un “protettore”, nel senso di padre padrone, che vuole gestire e far sentire il suo potere sulla propria compagna. La gelosia, ad esempio, viene vista come prova dell’intensità amorosa, di una passione da dimostrare psicologicamente e fisicamente. Quindi si ritiene che faccia parte integrante di ogni relazione sentimentale e che quando viene sollecitata, possa anche scatenare reazioni violente. La gelosia porta sempre sciagure e drammi e bisognerebbe insegnare ai giovani a non considerarla come un sintomo dell’amore, perché non lo è mai. E va detto a scritte capitali che la gelosia non è una forma d’amore, ma solo di possesso, perché l’amore è rispetto innanzitutto. Ti amo, dunque ti rispetto. Bisogna capire che quando qualcuno cerca di controllarti, quel sentimento cessa di essere amore e diventa manipolazione e ossessione. Quindi viene a mancare il rispetto dell’altro, perché non ti vedo più come una persona ma come una cosa di mia proprietà. Alla base della violenza e del femminicidio, c’è sempre l’idea di considerare le donne come oggetti, non come individui. Io ti uccido perché tu sei una cosa mia. Si fa fatica ad accettare che una ragazza oggi possa fare le stesse cose e la stessa vita di un maschio suo coetaneo. Queste pari opportunità scatenano rabbia, gelosia e invidia negli uomini frustrati, perché una donna così è libera, può scegliere e quindi non è controllabile. Le madri devono dire alle figlie di lasciare immediatamente il fidanzato al primo accenno di uno schiaffo, facendo capire loro che non è una ‘prova che tiene a te’, anzi è tutto il contrario, ed è un comportamento che non va tollerato né discolpato. Il problema è che molte madri hanno incassato per anni con il marito, mandando giù rospi, non solo in termini di violenza, ma anche di incomprensioni e sottomissioni. E quindi, per non mettersi in discussione, questo loro atteggiamento lo tramandano alle loro figlie.
Paolo Crepet

UN FASCIO DI LUCE ILLUMINA LA CUCINA

UN FASCIO DI LUCE ILLUMINA LA CUCINA

Sai cosa mi è sempre piaciuto pensare?
Un fascio di luce attraversare la finestra, fermarsi sul legno delle mensole
illuminare la cucina, il forno, te che vieni, apri un’anta del mobile dei piatti
ti metti accanto, apri, chiudi, bevi l’acqua, ti metti vicino spalla con spalla
a me in piedi ai fornelli che giro col mestolo melanzane e peperoni, di scatto
m’accorgo, girandomi, la tua spalla mi supera in lunghezza, sei bella che cresciuta.

Di profilo vedo il sorriso e mi fa sentire il tuo “regalo”, sei felice
una cascata di meraviglia, di emozioni palpitanti, nessun uomo
mi ha fatto sentire quel tipo di emozione: luce mista al sole.
Tutto è descrivibile, tutto è prendibile, come se allungo la mano
e prendo il bicchiere lì abbandonato sul tavolo, – io ho qualcosa per te –
dice la vocina interiore: – cosa hai per me? – e mi regala libri
libri, libri su libri, pile di libri, non so se riuscirò a finirli mai
ma so, che solo il gesto di iniziarli, mi fa imbottire di gioventù
cosa, che chi non ha il tempo per farlo, è già vecchio da tanto tempo.

Uno fra tutti, lì in mezzo alla libreria in legno massiccio, m’ha abbagliato
più degli altri, dei Canti Orfici, del Tropico del Cancro, di Pelle di Leopardo,
più dell’Eco Rispose, anche più dell’Era del porco e di Despero e Cicatrici,
e quello Accecati dalla luce, il primo amore d’autore, più del Ponte sul precipizio,
anche più del Libraio di Selinunte, Il Pasto nudo, e persino di quello che mi abbagliò
fin dalle prime righe Biglietti agli amici e l’affascinante Altri Libertini,
più di Bagheria e dell’altro, Isolina, di Un indovino mi disse e dell’Inizio è la mia Fine,
è: << Imparalo adesso e imparalo bene, figlia mia. Come l’ago della bussola
segna il nord, così il dito accusatore dell’uomo trova sempre una donna cui dare la colpa.
Sempre. Ricordalo, Mariam >>. E’ Mille Splendidi Soli del grande Khaled Hosseini.

Sai cosa penso di lui? Che non poteva far altro nella sua vita, se non lo scrittore.
Ha spennellato in un piatto d’argento la vita risoluta di due donne, Mariam e Laila
dolce attenta, le ha descritte con le lacrime agli occhi senza versarne una,
con luoghi e incanti come fossero tutti i luoghi, tutti noi, e quindi tu risplendi
mentre esci contenta coi tuoi amici della tua età, colgo quel raggio caldo
rimasto ancora lì oltre il tuo tempo a me concesso, la tua risata squillante
la tua frase – sei sempre bellissima vorrei essere come te – mi tiene ancora viva,
già, questo libro, Mille Splendidi Soli, parla senza volerlo di me e te.

È nel caldo abbraccio di quel pensiero, ritrovarti ormai ventenne, in cucina
quando sei in procinto di uscire, di far le tue esperienze, far la tua vita
mi appare tutto limpido: il cammino con te è stato facile, essendo l’unica
con cui non mi son dovuta scontrare su ogni cosa anche la più primitiva,
ch’è alla base di ogni momento fra noi: non la guerra non la distruzione non
chiusura cerebrale ma pace. Ora ci penso, con te non ho dovuto combattere
nessuna battaglia, non ho dovuto ripiegarmi su me stessa a urlare
contro i muri di gomma, non mi hai tarpato le ali, essendo una che la sopravvivenza
me l’hai spianata non complicata con la banalità delle accuse e critiche,
sei stata un percorso semplice, spontaneo, puro, accogliente, confidenziale
come quando mi guardi mentre non ci sono, come quando anche senza dirselo
te ne vai perché capisci ch’è il momento di scrivere, e non fai eco, nemmeno.
Ti sei sempre comportata con amore verso “le diversità” rispetto
per gli umili, gli ultimi, gli animali, persino i vegetali, a dispetto
dei cattivi esempi dei grandi uomini che ti circondavano fin da bambina.
Intesi come uomini adulti non “grandezza di spirito”.
– Gli uomini si sa, sono piccoli, poco intelligenti, son spiccioli, poca roba
non c’arrivano su certi livelli, si bloccan lì, chi lo sa, lo sa! –

Quando sono da sola sento ancora la tua scia qui come presenza
i tuoi occhietti vispi che dicono che bisognerebbe imparare dagli animali
come si dovrebbe stare in questo mondo, non dai potenti, da chi si sente
l’arroganza di imporci per forza il modo di esistere, ch’è loro non nostro,

allora tu inizi a importi come cittadina ben integrata nella socialità,
respiri e ti muovi, sicura di te, con la certezza in viso al posto della pelle
cammini secondo i tuoi gusti, secondo la tua tavolozza di colori.

Sei meticcia, sei impregnata di moltitudini di radici, di due pensieri
diversi ma complementari, sei solare e ti prodighi verso chi non lo farebbero
verso chi di solito viene discriminato, ce lo insegni sai, ce lo insegni tu
che non dobbiamo avere paura verso “il diverso”. Io e te si gioca
a quel gioco “la staffetta” e mentre corro tu mi superi e prendi il testimone
e vai, vai, perché ti piace godere la vita tu te la mangeresti se te lo lasciassero fare,
perché una volta mi dicesti: – che si vive a fare senza divertirsela? – e la penso come te
sai? Con spregiudicatezza, con coraggio buttare alle ortiche tutti gli scudi
le corde che legano le caviglie, le catene di protezione, le armature, i paletti
senza paure buttarsi col piede più lungo della gamba, nell’infinito.
Ritorna quel fascio di luce, a far giallastra la cucina, siamo così io e te.

16/02/2021