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OGGI

OGGI

Vorrei, ma non posso, non sono sola.
Non mi andrebbe essere vista
perché non vorrei ritrovarmi a giustificare.
Perché non ho una macchina di proprietà,
non ho una casa, o un bene, o una busta paga,
ho solo due cose, il mio rispetto, e l’orgoglio,
quindi ci tengo molto, non voglio che nessuno
mi manchi di rispetto
quanto al mio orgoglio? Beh è l’unica cosa che ho
quindi me lo tengo ben stretto.

Invece vorrei cercare i vecchi cani senza padrone
ma poi? Non so quello che mi può capitare
da ora a stasera! Quindi come potrei stare in attesa
della vostra telefonata? Oggi è così: l’imprevedibile vita
è mia, e la vorrei ancora una volta diversa, meno imprevedibile
“l’ambivalente fuoriprogramma” che fa stare col cuore in gola
e potervi aspettare, e potervi accogliere, col mio solito sorriso.

Ci sono tre persone ora, che mi vorrebbero sempre zitta.
Prima le persone me le potevo scegliere, mi piacevano e
affanculo chi non la pensava come me, oggi invece
proprio le persone che di solito avrei scartato
me le devo portare dietro tutta la vita, e sccc taci, ‘sta muta,
mi fanno, ci credete? A me? Sccc zitta tu in questa cosa non c’entri
mi dicono! Quando mi esprimo, o mi do il diritto di replica,
io per loro sono una mosca che ronza nell’orecchio, non mi ascoltano
fanno così con la mano, senza sentire, come se fossi un elemento di disturbo.

Pensavo, pensavo che essendo nella stessa stanza, seduti allo stesso tavolino
potessi anch’io dire la mia opinione.
No, mhm no, loro, mi hanno fatto capire a chiare lettere che io no,
loro sì, ma io se ci sono o non ci sono nella stessa situazione, non ha importanza:
-taci, tu ferma, buona, vai di là, muta, tu in questa faccenda non c’entri-.
Addirittura fanno la faccia strana, sbalordita, quando si accorgono
che ho un’opinione anch’io. Ma mi giudicano subito come:
-Ecco con le sue manie di superiorità!- Ci credete?
Pensavo, pensavo di poter intavolare una buona conversazione, interagire,
e invece no. Oggi io non posso. Né fare i miei passi indietro
né fare passi in avanti.

12/04/2019

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RACCOLTA di CORTI e di SINAPSI

“COLTELLI FALCI E MARTELLI”

[ TRATTO DA UNA FACCENDA SEMISERIA ]

Ho degli amici in Sicilia. Nell’entroterra in Sicilia. Che mi fanno le feste tutte le volte che mi rivedono.
E loro tra l’incudine e il martello ci stanno davvero!
Gli ho insegnato tutto io. Tutto quanto.
L’unica cosa che mi chiedevano in cambio era provare almeno una volta nella vita a non guardare cosa c’era sotto la mia gonnella. E dei dubbi alcuni signori ce l’hanno avuti davvero, visto che coi miei anfibi-alti fino al ginocchio, la coppoletta che faceva ombra a pelo di zigomo, per nascondere quell’unico rigo di Eyeliner sugli occhi, me ne andavo a sedere con tutto il mio menefreghismo sulle panchine << ai posti bui >> coi 10 o 12 ragazzi, maschiacci furbissimi che capendo bene la situazione, circondavano fitti fitti quell’unico essere anomalo, essere del peccato.
E la gente si chiede tutt’ora come mai, come sia possibile che il nostro unico desiderio fosse quello di star lì, ore e ore, un po’ in piedi un po’ no, a non far niente.
Infatti non ci crede, fa meno fatica, e pensa “Chissà che cose turche fa tutta sola quella forestiera della parte dell’Italia in mezzo a quei carusazzi“ dalle reputazioni di sciupafemmine. Poi è andata a finire che ero io la “sciupamasculi“. E mi hanno appioppato anche questa e vabbene così. Chissenefrega.
Noi, avevamo ben altri segreti da nascondere. E ce la spassavamo dato che la nostra unica necessità era quella di far girare canne, almeno 3, cosicché nessuno di noi, durante i discorsi, fosse mai senza fumare. Tre tiri e via, gira, gira. E gira!
Ogni tot tempo, nelle mattine nelle quali mi svegliavo troppo presto per incontrarli al viale, andavo a sedermi alla fontana nell’attesa di un semplice << ciao! >> o << ehi Chiara, hai visto a Cammelo? Hai visto i gemellini ? – o chessò – hai visto passare a Turi? No perché gli devo chiedere da’ cosa di ieri – facendomi subito partecipe delle loro faccende. Loro, a me, non mi lasciavano mai sola.
Comunque stavo dicendo, che in quelle mattine tipo dalle 10 alle 10 e mezzo, quando ero lì alla fontana col mio pacchetto da 10 di Marlboro, che ho sempre considerato sigaretta per sigaretta:”ecco le mie sorelline!”, bene, a mandate di due per volta, venivano delle ragazzine a braccetto, tutte belline secchine truccate e tremanti in quei loro primi tacchettini, a chiedermi : << ma senti, tu sei Chiara di Firenze? – e io – sì >>.
<< E di cu se’i figlia? – e io – e voi? >>
<< No ma te la possiamo fare …una curiosità? >> . Credevo che si sbagliassero, che l’imbarazzo inceppasse il loro lessico o che si trattasse di un lapsus freudiano da piccole impiccione, ma non è così, perché ogni domanda è “curiosità”.
<< Ma tu, che cosa ci fai lì, tutte le sere , coi carusi? >> , poi si guardavano imbarazzate e si correggevano – ehm, ragazzi! – Come se io fossi americana e quindi non capissi. Io le guardo quasi compiaciuta di destare tutto quello scompiglio, le stiro e le ammiro da cima di capelli ai piedi, lanciando anche sguardini ammiccanti, do un tono alla suspense, tiro un pé alla sigaretta e poi dico – perché? Niente, faccio due chiacchiere, sono amici – , loro ci pensano un po’ su e prima che riaprano la boccuccia io intervengo e dico – che c’è? C’è qualche vostro ragazzo lì? E non vi fidate? – Ho colto nel segno.
Lo colgo dalle guance improvvisamente arrossate e dalla pelle raggrinzita da rugacce tremolanti in prossimità del mento, pur essendo carne giovanissima.
Bene gentile pubblico, le spediscono da me i loro stessi genitori per “indagare“ e farmi presente “che non sta bene” che non si usa lì, ma poi alla fin fine, le sgamo sempre, che anche loro lì hanno nascosto un amore di quelli che a 15 anni già sogni : – me lo voglio maritare a quello -. Alla fine mi fanno sempre un’ incredibile tenerezza, e lascio perdere.
Ma i ragazzi lì, il pomeriggio e appena il sole comincia a calare, hanno sempre un sacco di cose da fare, hanno le loro faccende da sbrigare, che so, incontrare quel tipo, scappare da quell’altro, e non hanno tempo per star a ragionare dei grandi sogni profondi delle loro coetanee.
Anche se si vocifera che la domenica nel primo pomeriggio, è grande festa per tutti. Ogni tanto infatti, la femmina, la incontrano anche loro. Ma sono incontri che durano quelle due o tre ore e lasciano il tempo che trovano.
<< Ma loro ci stanno! >> dicono << e che ci possiamo fare! Loro ci stanno eccome! >>.
Poi quando sono veramente cotti e gli occhi assumono forme che tutto possono sembrare tranne che degli occhi, si lasciano andare a racconti scabrosi, e parlano, parlano, parlano.
<< Guarda Chià, chissa’ dà! >> si fermano per respirare poi << Maria la babba! >> , ed io già capisco dai gesti delle mani.
<< Chissa’ dà, brutta e lurida com’é, non sai quanto ci piace >> e ovviamente quel loro “ci piace” non sta a significare che piace a loro, ma “ci piace” cioè che le piace tanto scopare.
<< Ieri addirittura con tutti noi…>>
<< Ma quanti eravate? >>
<< Che so, quattro, cincu … bù…>>
<< Minchia! >>
<< Sì sì, ma sai quella quanto ce l’ha? Quella ce l’hape tanta cussì! >>
Va bene, gentile pubblico, voi non avete idea che razza di personaggi ho conosciuto e di come ne sia zeppa la Sicilia.
Devo assolutamente raccontarvi di quella volta che mi venne a trovare un mio caro amico di Firenze.
Io e lui, legatissimi da vari piaceri in comune.
Per esempio, andare a Fontane Bianche al mare. Bene, il posto era bellissimo, da favola tropicale, grotte e rocce e scogli bianchi, l’acqua talmente era limpida che vi si poteva vedere il fondale, sole a picco e 40° all’ombra. E io, che prendevo il sole in topless. E lui si lasciava andare ad una totale orgia di fotografie, fissato com’era per l’obbiettivo e il soggetto.
Così a tette gnude a far la diva fuori e dentro dall’acqua con quella schiumina delle onde che ci stava proprio bene nelle foto. Insomma avevamo riempito tre, ma che dico tre, quattro…ma che di più di più, ben sei rullini, dato che il tipino lì, s’era fatto prendere la mano e quando lui si faceva prenderelamano da qualcosa, di solito “la mano gli sfuggiva“.
Quatti quatti verso sera si fece ritorno al paisiello, tutti assolati, accaldati, direi ustionati come eravamo. Ma la curiosità di vederci come gamberi sugli sfondi celestini, ci mangiava vivi. Ricordo che non riuscimmo neanche a fare l’amore quella notte o forse sì, ma lui può essere che fece cilecca. Porello mica gli posso dare tutta la colpa, ero io che da sopra non volevo che mi toccasse nemmeno per scherzo la schiena.
E mentre lui ci dava dentro come un fringuello, io ripetevo – Foto! Foto! Foto! – Cosicché lui mi guardava ed io capivo che gli si era ritirato.
Ma quello era il mio lato più narciso, più narciso, più narciso di tutti, che usciva fuori, che di solito ero più contenta io a farmi fotografare che quello che me le doveva scattare.
Il giorno dopo la curiosità c’aveva ormai rovinati, divorati completamente, cazzo non potevamo aspettare di tornare al NORD ( cioè a Firenze ) per far sviluppare quelle foto scoop!
<< Dio c’ho un’idea! C’ho un’idea! >>
<< Si salvi chi può! Allora dai dimmi…>>
<< Facciamo così, andiamo nel paese vicino, tanto è ovvio che qui non le possiamo far sviluppare perché qui mi conoscono tutti e anche il fotografo! Ce n’è solo uno qui! Capisci? E mi conosce e conosce persino la mì mamma, e mi vergogno >>.
Niente, si stabilì che dovevamo assolutamente andare nel paese vicino. Non c’erano discussioni anche perché se quello mi vedeva con le tette all’aria, senza costume, c’era il caso che si facesse i doppioni per mettersele nella sua bacheca privata. Quindi si fece V. – L. in macchina verso il primo pomeriggio. Quanto sarà distante V. da L. ? Beh diciamo 20 km, bene noi si fece 20 km per scampare a quel fotografo del cazzo che conosceva mammà!
S’arrivò finalmente a L. ormai stremati e cotti dal sole, si cercò e si cercò un fottuto fotografo, chiedendo in giro, e poi eccolo! Beccato! Si parcheggiò e si scese tutti contenti e soddisfatti, con in mano i sei rullini che tenevamo stretti stretti ch’erano così tanti che quasi quasi ci cascavano dalle mani e ce li stringevamo, manco avessimo delle foto segrete della CIA!
Si entrò dentro e rimanemmo raggelati, praticamente ingessati come dei mamelucchi sull’uscio, tra la porta verde e l’interno del negozietto tutto tappezzato di robe, che più era pieno e più ci faceva venire quel senso di soffocamento, che non posso star qui a descrivervi, perché ragazzi, il tipo dietro al bancone anch’esso verde, era come se ci stesse aspettando da mò, l’avevamo notato fin da subito appena varcata la soglia, vista la posizione squilibrata in cui si era messo e l’occhio spinoso da serial killer che ci guardava e guardava ghignando come un riposseduto. Sembrava pazzo!
Allora, descrizione : capelli crespi lasciati cadere liberi e vegeti come delle piante, fin sotto le spalle, tanto ce li aveva lunghi, ma erano così gonfi che pareva una siepe, baffi e barba foltissime e gomiti ben posizionati sul tavolo, come a dire – eccovi beccati! – e si girellava e si dondolava su quello sgabello. Non è finita qua perché…reggetevi forte, la cosa veramente ma lasciatemelo ripetere, veramente allucinante, è che era esattamente lo stesso identico famoso fotografo di V. ! Non ci potevamo credere, ci sembrava di vivere uno di quei films western vecchissimi che non si sa come si entra ma si sa benissimo come se ne esce ; io diventai rossa paonazza e cominciai a mordermi la boccuccia in tutte le posizioni possibili ed immaginabili, per non scoppiare a ridere ed evitare la figura di merda, salvando almeno il salvabile, il mio amico iniziò a sudare e a sudare così tanto che quando io stessa con mezza coda dell’occhio mi accorsi che stava grondando come una spugna zuppa, tra parentesi conoscevo benissimo il problemino del mio amico, cioè che quando era imbarazzato o briaco o incazzato o ingessato o quant’altro, iniziava a sudare così tanto che non si poteva far altro che porgergli due fazzoletti, beh quando me ne resi conto evitai in tutti i modi di guardarlo. Anzi per la precisione tutti e due evitammo come la peste di girarci e guardarci negli occhi! Si sarebbe scoppiati a ridere sputacchiando tutto il negozio! Con quell’espressione nel volto ci mancava solo la vignetta di un fumettista a sottoscrivere :
– Cazzo si fa? Scappiamo! Bravi siamo stati, che fenomeni! Abbiamo fatto 20 km di macchina per evitare quel… proprio quel fotografo lì e ce lo ritroviamo qui davanti a LLL.?! – insomma quell’espressione nei visi traditrice aveva fatto comparire un’altra vignetta di tutt’altro genere sopra la capoccia di lui – Eh eh eh! Venite venite, avvicinatevi vi stavo aspettando! – e ghignava e ghignava. Mi sembra pure di ricordare di aver mormorato al mio amico, prima di scoppiare a ridere sul serio, una cosa tipo – E dai facciamo dietrofront e andiamocene, sei matto, questo non me le deve vedere le tette nude a me! – e lui deve avermi anche sussurrato –
Troppo tardi azz!! –.
Insomma ce ne stavamo lì pietrificati come dei fessi.
Ok facemmo tre passi in avanti, tanto eravamo in ballo oramai e dovevamo ballare, gli sorridemmo e gli mettemmo i nostri segretissimi e infiniti rullini sul tavolo ma lui, no dico proprio lui il fotografo ci precedette con un immenso sorriso a cinquantacinque denti ed esclamò: << Io a te ti conosco! Noi due ci siamo già incontrati a V . !! >> ma il bello è che lo disse puntando il ditone al mio amico di Firenze, che poveraccio non sapeva se ridere o se piangere e disse soltanto : << um! um! >>.
Non potevamo più tirarci indietro e il fotografo con uno scatto velocissimo s’era già pappato i rullini e li aveva già messi nell’apposita busta, impugnando una penna e dicendo:
<< Allora? A che nome li metto? >>.
Lui gli rispose pensandoci bene : << Mah! Lucignolo! Scriva pure Lucignolo! >>.
<< Bene Lucignolo, (che nome buffo) torna pure a ritirarli domani sera…>>
Poi io mi voltai, mi mossi quatta quatta con passo felpato verso la porta per andarmene e ridere finalmente fuori, ma da dietro le spalle mi sentii dire…<< E tu Chiara salutami tanto tua madre…anzi, perché non venite a ritirarle direttamente a V. chi ve lo fa fare di venire fin qui ? >>.
Infatti…si pensò noi…infatti.
Ovviamente il giorno dopo lo feci andare da solo a prendere le foto, io decisi di scomparire.
Ma i miei amici siciliani son di tutt’altra razza, alcuni paiono proprio topi di fogna, anzi per certi versi assumono più le sembianze dei gatti, “specie quando li senti miagolare per richiamarsi all’ordine nei campi di battaglia!” Ogni tanto emettono dei suoni strani, bizzarri, geniali, ti giri e ti rigiri e non sai da dove provengono, probabilmente da molto vicino, solo non li vedrai mai.
Hanno imparato l’arte della trasparenza fin dall’età delle fasce e del latte. Da dietro le siepi dei cosiddetti << postibui >> senti urlare con tonalità devo dire, musicale ed intonata : “Swhapps ! Swhapps !” e da un certo angoletto vedi partire quattro ragazzetti facendo finta di niente, ed io che me la rido sotto i baffi. Poi hanno imparato che se gli mancano le cartine basta dire, tanto lì si usa così : “Cupet ! Cupet ! Lenzola ! Cupet-Lenzola !”, cioè coperte o lenzuola bianche. Quando s’inventano queste cose, mi riscopro partecipe di danni e mi sento a casa, ma sempre in modo del tutto inconsapevole.
<< Bugiarda ! >> mi urlerebbe ù Quartinu ! << Bugiarda fimmina e malefica! Tu sì che la sai lunga! Ammuninne carusi! Chista la sa longa! E ci futta a tutti noi pari pari quantu siamu! >> Ah ! il Quartino, gran bravo ragazzo, secondo me ha sempre avuto una cotta ma non me l’ha mai detto. Per onore!
Lì tutti ci si vuole bene peggio di come teniamo al nostro sangue, solo che nessuno parla mai di sentimenti, di tutto sì, ma mai di sentimenti. E forse il trucco è proprio là.
Loro a me, così col dito, non me l’hanno mai fatto.
Nelle albe più buie e più luminose che abbia mai visto, all’età dei loro 5 anni, li ho guardati andare verso le loro campagne, cogli scarponi da ometto, i coltellacci nelle tasche strappate, i pantaloni rattoppati male, i cappelli da uomo che va per i campi, ovvero le coppole, le guance rovinate dal sole, le mani già grosse come quelle dei padri, e in fila trotterellando, li ho visti andare fischiando cose siciliane.
Chissà cosa facevano, io però, mi affacciavo dal grande balcone in pietra lavica, mi appoggiavo alla ringhiera di ferro, esattamente all’ora del tramonto rosso e viola, proprio davanti ai miei occhi sbigottiti, davanti a me e sotto le colline che si preparavano ad accogliere la grossa palla arancione ed il ritorno dei mocciosetti. Esattamente al tramonto e non c’era verso di sbagliare neanche di un colore, loro risalivano da quella salita a destra e poi a sinistra. Erano duri sì, dei piccoli ometti di cinque anni tutti orgogliosi e sorridenti, non li ho mai sentiti lamentare, ma giocare a pallone, tanto. E nessuno si doveva permettere di avvicinarsi a me, mi custodivano come un gioiello raro, non andavano a scuola ma a suon di strada e di lavoro duro, ne imparavano di cose. E poi c’ero io, l’unica con la gonnella solo che portavo i pantaloni il più delle volte e facevo discorsi seri, una “cosa” anomala insomma. I miei amici in Sicilia sanno cos’è la terra, e dei mattoni ne possono parlare e raccontare tanto, hanno persino tirato su case da soli, e piantato anche qualche pianta, ma poi dicono – Eh ma sai, Chià, la botanica qui è molto difficile, ci devi stare dietro e non ti devi scordare di annaffiare, se no è finita! Il problema nasce quando però c’è “il bulldozzer” che ti segue! –.
Vi voglio raccontare di quella volta in cui mi hanno raccontato, che un gruppo di ragazzetti, entrò nella villa del maresciallo di zona,un maresciallo talmente scomodo da far nascere un malcontento generale. Il paese si lamentava perfino della sua grossezza fisica, della pancia allegra che si portava dietro, fiero d’aver mangiato chissà che roba. Gli scavalcarono il cancelletto, uno faceva il palo e gli altri rubavano una per una le galline; gliele fecero tutte senza remore. Insomma sparì tutto il pollame! “Che roba ragazzi, rubare le galline!” Solo che alla fin fine gli lasciarono un bigliettone piantato con un paletto sull’erbetta piena di piume dove c’era scritto : “AH MARESCIA’ ! LA LEGGE È UGUALE PER TUTTI !”
Non è che di gran discorsi ne hanno praticati molti, ma di cose alla Cunsiria tra albanesi invadenti ne hanno cantate parecchie.
Eh, i miei amici, i miei amici, e dire che loro tra la falce e il martello ci stanno davvero!

[ 2006 ]

RACCOLTA di CORTI e di SINAPSI

Foto [13]
<< IL TORO ESCE DALLA GABBIA >>

Devo trarre ispirazione da questo libro, qui, che ho tra le mani.
Tanto sono tornata sulla strada che m’ha sempre portato oltre.
Lontano. Quindi non sarà neanche un’impresa così ardua, così difficile, perché è esattamente da questa posizione, ch’è sempre partito tutto. Io accendo il lumino accanto a me, sulla mia destra, pesco un libro a caso, me lo metto come piano di lavoro sulle mie ginocchia, alzo gli occhi mezzo secondo e li lancio sul muro grigio-scuro ricamato dalle ombre e dalle luci e poi li faccio scorrere fino al soffitto, ma tutto questo quasi contemporaneamente a quando mi accorgo di lui, che mi dorme davanti di profilo sul suo lettino, per far sì che la mia ispirazione parte dall’oscura ombra e va verso una luce che io stessa non credevo potesse esistere. Ma non in questo caso. No perché, non ne ho più bisogno di guardare… di osservare… ho già tutto piantato con le radici in testa. Ce l’ho ormai dentro, tutto l’ambiente, che come vedete e come io stessa mi sto rendendo conto, non ho avuto bisogno neanche di fermarmi, di respirare, guardarmi in giro, arrampicarmi sulle cose per trarre quel giovamento da sanguisuga come facevo fino un paio di settimane fa. Adesso potrei farvi una descrizione dettagliata su ogni oggettino posizionato, o su ogni metro cubo lasciato libero, o addirittura dirvi di lui, che gli hanno cambiato il letto con uno professionale, dice, adatto, e sinceramente ve lo dico proprio con sincerità, non è che lo abbia guardato poi così tanto da quando ho messo piede qui, nella sua stanza.
Ormai i miei occhi vanno da sé, anche senza sforzarli, e lo tengo d’occhio anche senza fissarlo troppo. Ed ho già annotato la forma e le sbarre alte e com’è fatto questo lettone. Quindi ricapitoliamo fino a che punto siamo arrivati: i miei occhi vedono anche se non guardano e lui parla e racconta di tutto anche se dorme imbottito di morfina.
No oggi no. Oggi è bastato che mi sedessi sulla solita poltrona vecchia, perché partisse da sé… la penna. Prima, poco prima che mi sedessi e che mia madre ci lasciasse da soli, lei lo ha sistemato meglio, gli ha farfugliato non so che, e nel frattempo gli ha tirato su le sbarre d’acciaio, chiudendogliele per bene, per poi sussurrargli dolcemente – così sei più sicuro e… non si sa mai… oggi è meglio che non ti alzi e con queste almeno sei più al sicuro –. Io so solo due cose, che lei m’ha fatto morire per quanto era dolce e che lui ha risposto: -eh… il toro esce dalla gabbia!– Così ha detto.
Così ha detto.
Dio ragazzi, m’ha fatto morire dalle risate, anche perché guardava proprio me, e sembrava cattivissimo in quel momento, davvero. E mi viene ancor più da ridere, perché più indifeso di lui non so chi ci può essere. Ma torniamo alla mia cosa iniziale, cos’è che chiedevo? Ah sì, l’ispirazione. Di solito arrivata qui l’ho tirata fuori da vecchi poeti ventenni, da autori come Baudelaire e il suo oppio fottutissimo o da scrittori italiani di fine novecento. Ma non in questo caso. Oggi ho sulle ginocchia un altro tipo di libro, si chiama “ SOLDI TRUCCATI “ ed è di un certo Lombard. Ed è successo che molto spontaneamente m’è scattato un processo alla rovescia: dalla scrittura che si è scatenata come una pazza, vi saluterò dandovi i miei più cordiali saluti, e mi dedicherò alla sua lettura.

[2006]

RACCOLTA di CORTI e di SINAPSI

Di Giorgio Bassani:
“Roma 1944. PAGINE DI UN DIARIO RITROVATO”

Martedì Gennaio 1944 – “ Roma è come una gran P., aspetta di farsi f. dagli inglesi dopo essersi fatta f. dai tedeschi”.
Fra tutti i discorsi uditi in questi giorni d’attesa, qui a Roma, questo sentito fare da C. ieri, verso l’ora d’un tramonto rosa, stupendamente indifferente, m’è parso il più notevole .
Oggi ho visto di nuovo, davanti all’Adriano, A.Q.Q. è stato, in questi ultimi anni, una creatura di Bottai (vedi una debole difesa dell’antico protettore tentata da Q. all’Esperia, alcuni giorni orsono, contro la mia eloquenza che riconosco giacobinamente volgare). È un grosso e tarchiato tipo di padano sensuale e felice, Q. , la borghesia settentrionale presenta assai di frequente fisionomie del genere della sua, trasuda calcolo e furbizia da tutti i pori d’una pelle spessa e arrossata di contadino inurbato di fresco.
Più che farmi la corte – come credevo in principio – ha l’aria di proteggermi.

Di Marianna 
“A PROPOSITO, SE PER TE È TANTO PER ME È TUTTO”

Guardatele le due pulzelle come si divertono. Cazzo guardatele da dietro la macchina.
Sgambettano, un poco litigano ma son sempre cose da niente, perché hanno l’età. Hanno l’età di quella che si fa pace subito.
Sono nei sedili posteriori della familiare rossa bordeaux, calzini fosforescenti magenta un po’ più sotto del ginocchio. E quel che più conta, è che cantano veramente male.
Il padre sbanda per il ridere. E la madre si domanda perché non trova mai le risposte.
L’hanno scampata per un filo.
Missione compiuta – ho capito che mi volevi veramente bene quella volta che mi hai fregato in partenza – non te l’ho mai detto prima, ma non ti scuso per niente.
Scendi, adesso scendi, e cazzo scendi da questa macchina che metto sotto un gatto. Secondo me, vomiteresti dentro.
Le due tizie sono cresciute, hanno non molti ricordi della vicenda, causa lavori in corso della psiche, e non pochi scherzi o disegni del Signore da sostituire con le solite frottole a sé stesse.
Ma si sa le vie del Signore sono infinite. E fin qui va tutto alla grande.
-Senti io son pazza di mio, se mi lascio andare con te, ci sta che impazzisco ancora di più, e poi come si fa?–
-Se tutto va bene siamo rovinati.-

[ 2005 ]

Prima prima prima, gli artisti veri, morivano di fame, e nei loro tormenti dolci, tiravano avanti una vita fatta di stenti. E inneggiavano a grandi amori, nutrendosi d’altro, sentimenti allucinanti, gabbiani che fluttuavano nel cielo o visi curiosi che si specchiavano nei pelaghi di fonti d’acqua. Ora, ora i cosiddetti artisti, fanno la vita da re, si sono fatti furbi, sanno cosa va di più, e navigano nell’oro avendosi fatto bordi piscina con due cartucce di pochezza di frasi, in discoteche di uno squallore e dubbia bellezza melodica, mettendo magari persone alla postazione di strappo biglietto. No no no, non era la stessa cosa.

RACCOLTA DI CORTI E DI SINAPSI

“DA LIVORNO TUTTO TACE”

Poche parole nel mattino con il goccio di caffè e il pacchetto da dieci vuoto, di Marlboro.
Di fronte alla Via Luigi Pirandello, il bar di Claudio stava già per aprire, non con lui ma col padre e il fratello, pronti a vendere le sigarette di sottobanco.
Niente aggeggi e niente droghe nel cassetto.
Solo uno strano sorriso come un ghigno. La voglia di sparare in aria per fare una strage senza alcuna ragione e senza senso, tanto per farlo, tanto per spaccare in due le diverse opinioni sulla “Libertà di scelta”, tanto per sparare agli uccelli.
Mi stava forse impacchettando con estrema follia, la lettera che tutto poteva sembrare tranne che d’amore.
Si stava preparando per una passeggiata, per esplorare tra un cespuglio e un incrocio la sua tranquillità. I piedi rigidi e tesi lo portarono diretti verso una cassetta della posta. La imbucò.
Posta Prioritaria e mi arrivò il giorno dopo.
Quando me la sono trovata sul mio tavolino da lavoro, pensai: “Oddio, questa me la posso leggere anche dopo, tanto sarà piena di miliardi di offese e minacce d’ogni tipo, ora non c’ho voglia per sprecare due ore di tempo”.
La posai lì accanto e tornai a far ricerche sul computer. Poi la aprii con violenza e curiosità, visto che il mio occhio destro si posava lì ogni tanto.
Presi il foglio, lo srotolai, dato che era tutto ben piegato e signori e signore…non era affatto una lettera! Ma bensì un disegnino, di quelli che fanno i bambini piccini.
Non c’era firma , non c’era una scritta , non c’era mittente, non c’era un cavolo, solo quel maledetto coso, con tanto di strisciolina blu di cielo al bordo, il sole giallo al centro e due case in basso, una più grande e una più piccola. Tre specie di donnine, in tre situazioni diverse, col capo tondo marrone e la sottana a forma di triangolo, ma i bambini disegnano meglio.
A tale visione mi prodigai per fare le mie appropriate mosse: reagire col silenzio!
Camminavo disinvolta, uscivo, frequentavo locali, bevevo, socializzavo in Via Faenza, poi ancora in Via Faenza e poi ancora in Via Faenza! Ogni tanto cambiavo anche, andavo in P.za Santa Maria Novella. Altre volte facevo direttamente in casa.
Diedi il mio tributo varcando la soglia del mio Pub familiare e dissi:
<< Allora ti sono mancata? >>
<< Eh come no! >>
<< Dai Ponci, fammi una birra >>.
Poi mi sedetti al tavolino dove già era ben posizionato il mio amico Charles Albert.
<< Allora, notizie da Livorno? >>
<< No, cioè sì. Solo questa >>
<< E cos’è? >>
<< Aprila >>
<< Cosa? E…e…che è? >>
<< Sì anch’io ho fatto la stessa espressione ieri sera quando l’ho vista >>.
Prima si scoppiò “in una leggera risata” poi si cercò di capirne il senso, il nesso logico, e una volta capito che non c’era, lui diede questa espressione: << Oh mamma! ma questo sta male! >>.
E si finì lì.
Ma Mister Sfortunello, stava perdendoci proprio la testa, dato il mio mutismo, così mi mandò uno straccio di sms, strano perché di solito erano molto più lunghi:
“Io come hai visto ti ho sempre cercata e lo faccio anche ora, ma questo te non l’hai mai fatto. Forse non ti manco così tanto o forse pensi di essere stata trattata male solo tu, allora se devo continuare a contare le pecore la notte e pensare a una che non mi pensa nemmeno, mi dispiace ma preferisco dimenticarti per sempre e in modo irreversibile, e ti giuro che questa volta non scherzo. Vorrei parlare con te, cercare di sistemare tutto insieme, io sono con te amore, farti capire che…mi devi ascoltare. Pensaci e fammi sapere al più presto, mi basta solo una risposta, staremo meglio entrambi nei due casi. 871 872 873 874 875 879 880 e per ora quante pecore…Laura vieni a Livorno a trovarmi?”.
Poco sale in zucca la sera quando fumato l’ultimo spinellino si recava all’ippodromo in sala, per vedere di capirci qualcosa.
Con la sua superficialità, tentava di fare persino il presuntuoso, ma aveva dei modi di fare di plastica, che quelli che reputava “giusti” per farsi dare delle dritte in realtà si prendevano gioco di lui e andava tutto dritto e arzillo a puntare sempre un cavallo perdente.
Il mio amico RiKKa mi informò qualche giorno dopo che lo aveva asfissiato con varie telefonate. Mi disse a suo modo che gli avrebbe dato volentieri “Una bella sistematina”.
RiKKa:<< Ah, poi mi fa: Ma quali sono i piani di Laura, ora? >>
<< Cosa? E che c’entra questo? >>
<< Sì sì mi ha detto proprio così: quali sono i piani di Laura, ora su di me! Mah, ad un certo punto mi sembrava di parlare con un bambino. Cioè come se io fossi suo padre e lui mio figlio >>
<< Non ho parole >>.
E si finì lì.
Sono passate tagliando, tagliando, due settimane, io continuo le mie cose, esco, cammino, frequento, conosco, presento, prendo, lascio, bevo, cerco di smettere di fumare, riprendo.
Un’altra volta i miei amici Charles Albert e RiKKa mi fanno: << Allora, da Livorno notizie? >>
<< No…non direi…>>
<< Allora, da Livorno tutto tace…>>
<< Ha ha ha ha ha ha ha ha ha ha >>.

[ 2003 ]

RACCOLTA DI CORTI E DI SINAPSI

“LA FEBBRE (DA CAVALLO) DEL SABATO SERA”

<< Io no. Io non ho mai fatto “i pezzi”>>.
Raccontava o blaterava Marchino in uno dei suoi soliti o insoliti pomeriggi domenicali, quando la macchina sembrava muoversi da sé in strade percorse di notte solo da cinghiali o daini.
<< Se ci vai con diecimila lire stai lì a guardare tutto il cartellone, te lo studi, te lo ammiri coi lucciconi agli occhi. Cazzo ammicchi la botta di culo. Ma è difficile. Se ci vai con tanti “vaini”[*1] non ti interessa di star lì a studiare “le prestazioni di cavalli in sala”. Perché se ci vai con pochi soldi hai la speranza di vincerli, se ci vai con tanti soldi hai solo la speranza di non perderli! >>.
Cavalli, cavalli, cavalli, questi benedetti stalloni! Bei tempi quando in pista correva il suo preferito, “Fascino”, ora senz’altro ci andava ogni tanto così a perditempo, quando in tasca poteva avere chessò, per lo meno centomila lire; si avvicinava senza dar noia a nessuno, agli sportelli dei totalizzatori, o per convenienza ai picchetti, annusando da sotto ai baffi i ciuffetti d’erba tagliata fresca e l’odore della cacca di cavalli, gli ricordava che era nel suo posto, che era a casa, insomma.
Allora si avvicinava lì, faceva la sua puntatina d’un deca[*2] poi una piccola corsettina per vedersi la partenza, il momento migliore, qualche minuto di gloria e poi via, mani in tasca verso la sua macchina bianca, fuori dal cancello sul Viale Italia.
Marchino era il pezzo di pane del gruppo, a volte pensavamo che fosse incapace di difendersi, quando noi volevamo uscire, imbroccare persone al volo, saltare da una pista all’altra della discoteca, lui ci diceva sempre: << No il sabato mi dispiace no, non me lo potete toccare! Tutti gli altri giorni non c’è problema, ma il sabato è sacro, io non esco! >>.
Ecco, sì avete capito, sto tipo qua odiava uscire il sabato sera, noi sospettavamo, voci di corridoio, che preferisse starsene per i fatti suoi a studiarsi il suo “SPORTSMAN” per vedere di giocarsi i suoi risparmi ormai agli sgoccioli su qualche corsa vincente.
Allora mentre il protagonista dei miei pensieri ogni santo sabato ci bidonava, io tornata dopo una lunga serata a fumare una sigaretta dietro l’altra, decisi di fargli presente che una cotta come la mia non poteva essere trascurata. Presi su la cornetta lo chiamai e gli dissi una cosa molto, molto romantica: << Ho deciso sai? Voglio venire con te alle corse domani. Mi ci porti? >>
<< Sì perché no? Magari porti fortuna, che ne avrei anche bisogno eppoi così t’insegno! L’importante è che non cammini appresso ai “gufi”![*3] >>.
Mi venne a prendere a un’ora assurda della mattina di domenica, a venti alle due iniziava la prima corsa nel fantastico ippodromo di San Rossore a Pisa e per far in tempo dovevamo partire da Livorno a un’ora decente. Mentre ci si avvicinava all’ingresso lui tirava fuori dalle tasche le 6.000£ per l’entrata, dimenticandosi di pagare anche per me, chissà come mai, io dal canto mio montavo un’adrenalina mista a inconsapevolezza e avventura. Ero elettrizzata. Mi guardavo intorno, c’era gente d’ogni tipo, c’erano quelli più giovani di me tutti gasati e attrezzati, coi loro jeans a ciondoloni e le mutande bucate in vista e persone che un’età precisa non gli si poteva dare, dalla coppia normalissima con bambino al solitario e più incallito giocatore che in quel momento sembrava essere lì solo lui per scommettere. C’erano i gufi, gli iellati, le sventole dei pizzetti fascisti, le pollastrelle in cerca dei babbi, con le minigonne mini-mini-mini.
Mi prese la mano, approfittando di un momento in cui l’avevo lasciata andare inerme vicino al suo fianco invidiabile. Mi portò sicuro di sé dentro l’ippodromo, allo steccato.
<< Guardando questo steccato ogni ricordo risale spontaneo…>>
<< Ti son successe tante cose qui eh? Questi posti potrebbero parlare eh? >>
<< Sì ma non si può fino all’infinito vantare un cuore pieno di vecchi ricordi >>, interruppe guardandomi finalmente dritto negli occhi, poi diede una leggera occhiata di sbieco verso la pista e urlò: << Guarda! Guarda lì, sono pronti! >>.
Le gabbie si aprirono diffondendo nell’aria il colpo secco e partirono al galoppo nel fragore della gente, i sette cavalli.
Quegli zoccoli rumorosi, che rumore magico emanavano! Mi lasciavo coinvolgere dal loro fascino, dalla loro potenza. Dio come mi sentivo piccola dinanzi a tanta forza. L’adrenalina di tutti loro era contagiosissima, che anche se ero l’ultima arrivata, già mi sentivo una giocatrice incallita. Ecco quel rumore che passava sotto i miei occhi, dopo la curva, era il più forte. Ecco di nuovo il mio sguardo andava alla ricerca di quelle scale, di quegli omini prima accovacciati poi in piedi per esalare l’ultimo respirone trovando il modo di riscaldarsi.
Niente, quella volta non si vinse e nemmeno le corse successive e si puntava e si puntava e si giocava e si faceva in su e in giù dai picchetti al totalizzatore, al tondino per un’illuminazione sui cavalli più belli che li facevano gironzolare lì sotto i musi di tutti, sopra le tribune, alle gradinate, contando quasi i chilometri che i nostri piedi facevano, tutti esaltati com’eravamo perché nella perdita “avevamo già vinto” nel vedere tutto quel bendiddio, sembra assurdo.
<< Dai rimaniamo ancora un po’…>>
<< Sì ti faccio vedere l’ultima corsa, la settima che è quella migliore! >>
<< Te…quanti soldi ti son rimasti? >>
<< Io…un ventino >>
<< Io ne ho solo mille…no, ho duemila lire! >>
<< Dai scegli te l’ultimo cavallo eppoi lo vai a giocare, non ti preoccupare ti insegno io, gli devi dire: gioco 6.000£ di trio e le restanti 16 sul vincente ok? È facilissimo >>.
Mi appiccicai cogli occhi e col naso al tabellone dentro la sala, facevo quasi una conta a caso, dato che mi sentivo proprio imbranata e sapevo che non me ne intendevo per niente. Poi mi concentrai un attimo e diedi la mia risposta:
<< Mhm, sì ho deciso io voglio “Cuor Di Leone”! Sai mi ricorda una persona…>>.
Così mi diressi verso una cassa con una bella biondina che ci ispirava cose positive e sussurrai con un filo di voce: << Io…ehm, voglio giocare il n.3 vincente da 16 mila e una trio, il 3 vincente con l’1, il 6 e il 7! >>. Naturalmente anche quella corsa la perdemmo, ma fu il modo ad essere diverso, quasi da picchiare a cazzotti i muri, ( mi spiegò poi ).
Il nostro bel cavallino era in testa per quasi tutto il percorso, stava vincendo, ma proprio quando mancavano pochi passi, pochissimi cm al palo, il cavallo dietro col fantino più anziano perciò con più esperienza, lo superò e via verso un’altra sconfitta divertentissima.
<< Ma dai! Non si può perdere di corto muso sul palo! >>.
E tutto l’ippodromo << Naaaaa! >>
Proprio mentre i miei giorni sembravano trascorrere veloci e pieni di inutili gioie, giorni uguali trascorsi nel dubbio, nell’ambiguità, proprio quando la mia anima si stava infognando nel buio soffocante e galleggiava nella merda delle sigarette, le incertezze, le paure stavano prendendo il sopravvento, mi spuntò come per incanto la tanto attesa telefonata.
<< Pronto? >>
<< Pronto Lucrezia? >>
<< Oh ciao! Dimmi, dimmi, sì sono io >>
<< Ehm ehm, ciao bella, ecco vedi ho avuto delle dritte, ci sarebbe un cavallo da giocare, dice che è molto in forma e pronto per questa corsa di domani, ti va se ce lo giochiamo? Anche poco? >>
<< Eh? Sì sì, perché no, sì, sì, non si sa mai vero…>>.
Accettai senza far una piega.
Che profumo dolcissimo c’era quella sera, era un profumo strano, che l’aria si trascinava via, come quei ricordi che si lasciano trasportare dalle seratacce tra amici, nei pubbettini di fiducia, con birre, risate e qualche litigata dettata da una sbronza malinconica.
Mi venne a prendere intorno le 13 e 45.
Fuori un po’ di vento e macchine dappertutto.
Stavo zitta, non avevo niente da dire. Pure lui non è che fosse particolarmente brillante. Arrivammo all’ippodromo per l’inizio della seconda corsa. Ero ancora emozionata. Perciò era ancora tutto a posto. Ma quali pochi soldi!? Questo tirò fuori la bellezza di cinquecentomila lire e si fece tutti i picchetti per vedere la quota migliore. A cinque riuscimmo a fare la nostra puntata; se tutto fosse andato bene avremmo vinto tre milioni.
“Una corsa, un discendente per cavalli mediocri” 2.250 metri, il telecronista annuncia la partenza e continua: “Nitens rileva sulla retta opposta il leader On the Rocks e in retta respinge Disperazione!”il nostro cavallo.
“DISPERAZIONE risale efficacemente sulla piegata finale, sembra poter disporre agevolmente di Nitens ma in retta non riesce a perfezionare il sorpasso e sul palo perde in una fotografia strettissima!”
<< Tutta colpa del fantino! Sempre quel fantino! Muzzi! Solo lui poteva perdere così! Con un cavallo che sulla carta non poteva mai perdere. Ma vaffanculo Muzzi! >>
Fu per puro caso che qualche giorno dopo, lungo un viale alberato, con le foglie che rincorrevano i miei capelli né tanto lunghi né tanto corti, incontrai Diana e Lorenzo. Le ultime novità? Che si erano lasciati ma che continuavano a vedersi “come amici”.
<< Ciao amore mio! >> mi fa lei con un sorrisetto a cinquantacinque denti, bionda platino e rossetto rosso alla Madonna anche sui denti, però nel complesso poteva andare, insomma come dire “beccava”.
<< Senti noi sabato prossimo abbiamo intenzione di partire, non so…andare ad Amsterdam…>>
<< Ah sì? Che bello dev’essere una bella esperienza >>
<< Già ma te verresti? Dai ci si diverte, si viaggia senza biglietto! Ce lo facciamo tutto nel cesso >>
<< Mhm quand’è che avete detto che partite? >>, storcendo il nasino faccio sentire nell’aria il mio diniego per quella cosa che onestamente non mi eccitava nemmeno un po’. Le quattro chiacchiere di routine, le due birrette al volo nel barrettino di fronte alla strada e il tempo necessario per chiedermi se ero contraria al sesso “in tre”.
<< Cosa? >> esclamo io alzandomi dal panchetto…
<< Ora vado in bagno, faccio due goccioline…insomma mica state parlando sul serio, con…con…voi?? >>. Quei due rimasero impassibili come due citrulli, io scappai letteralmente nel cesso di quel buco di posto, stavo scoppiando a ridere. Là dentro entrò zitta zitta Diana:
<< Ehi mica ti sarai offesa? >>
<< No figurati, non me lo aspettavo, tutto qua >>
<< Già però devo dir la verità, a me e a lui ci sei sempre piaciuta, ci garbi da un bel botto di tempo, sai questa cosa è venuta fuori da sé, parlavamo del più e del meno, sai due cannette di troppo e ce lo siamo detto, comunque non ti preoccupare mica ti si salta addosso…e dimmi, che fai di bello in questo periodo? Sei un po’ sparita dalla circolazione…>>
<< Ma veramente sono un po’ stanca…e esco poco. >>
Ma lei non si fermava ad una semplice dichiarazione di stanchezza, era la classica tipa un po’ ochetta, tutta vestita all’ultimo grido, abiti firmati, capelli cotonati, tutti i giorni shopping, tutti i brividi del mondo, carta di credito del babbo e giocava a far l’avventuriera con uscite del cavolo.
E così mentre i miei amici si perdevano nei loro viaggi senza meta, io mi lasciavo perdere senza speranza nel mondo da poco acquistato, I CAVALLI, le mie mutande e un tipino niente male che non mi si filava nemmeno un tot.
[*1]:modo di dire strettamente del popolo Livornese per indicare Cash in mano, I SOLDI LIQUIDI!
[*2]:modo di dire toscano per indicare un deca, ì decino, 10milalire.
[*3]:modo Livornese che sta ad indicare le persone che portano Sfortuna nelle sale da gioco

[2003]

25 AGOSTO 1993

“D.F. – G.G. C.L.”

Non ho digerito quel che ti ha allontanato
“questioni di intuizioni non in tempo”.
Era più forte di me
il tuo sangue a terra
più forte di te.
Non potremo mai parlare nella stessa stanza
Lui non vuole.
E tu con la tua eroina preferita
un ballo da solo nel cesso
il sesso coi bracci che si sfioravano
in mezzo a mille genti
gli occhi neri
– non hai paura di lui? –
– un po’…ma mi fa bene –
– Non ho paura della morte
per te farei anche questo –
<< allora smetti! >>
– sei bellissima quando fai così -.
Tu con tutti i fili di tutto
e, dico TUTTO QUANTO,
l’età mia era frivola.
E non ero un’eroina. Lo sono adesso.
Quando parlo a quattro anni insieme,
parlo a quattrocchi.
Non senti. Eppure ho sempre “detto”.
Non ho più bisogno di starti appiccicata.
Perché ti ho talmente dentro
che mi sembra di “stare con te”
di continuo. Sì Claudio!
Mi sembra di stare così tanto con te,
che non ho più bisogno che tu lo sia, con me,
mi stai sempre nelle ossa
e in tutti i miei pori,
che non ho neanche bisogno
di stare con te.
Sono le cinque, svegliati.
Ho caldo.
Spogliami.
Già, sono già nuda.
Presentami tutti i tuoi amici.
Lo sai, che adoro da sempre te,
che mi pare sempre di innamorarmi di altri.
Ma sono le dieci del giorno dopo.
E tu devi recuperare.

…….

“DEDICATA ETERNA”

Dedicata eterna sintonia nel pensarti
incantata rimango e sempre silenziosa.
Il passo dolce estivo fremeva davanti
accaduto presto troppo presto
per assecondarlo e sento la voce.
Dedicata sempre un secolo di vita
e ancora ti voglio E tutto è per te.

…….

“SIAMO NEL 2002”

Presentati come sai, come sai di piacermi,
è successo nel ’93 e punge ancora…
Dispiace dirti “uomo sapiens”
che mi sei cascato dalle gambe
che stringere le tue mani non mi gratifica.
Non conosci il mio sangue
vulnerabile gemito,
non ricordi il mio passato
non è passato ancora un minuto…
vulnerabile castità,
non conosci il mio dolore
e pensi di rivedermi al più presto!
Cos’è cambiato?
Cos’è mai successo?
Cos’è accaduto di così grave per ridurci
in questo stato?
Lo so, lo so…ti ho ferito,
imperdonabile da parte mia.
E a me?
È successo nel lontano millenovecento novantatré
e brucia ancora.
Credo non sia più possibile smettere di bruciare.
Credo che brucerò in eterno
e tu non lo sai.

 

25 AGOSTO 1993

MORIRE DI MILLE STELLE

Morire di mille stelle
costellazioni all’orizzonte
mari neri e finimondo.

Descrivere particolari
come debolezze mie per te.

Vedo rosso
e Marte mio è la chiave,
questa è la chiave.

Pura, lucente
violacea la vita
acerba sui fianchi
e i cinque anni
come i miei ventisei
e va bene così.

Innamorata di tutto
indebolita nuovamente
stavolta di te
sconvolgente gusto
amarognolo su sguardo.
Il passaggio segreto
forse un po’ troppo
esploso sul colle in gennaio.

Stregata
dilaniata e vinta
di un occhio semplice
pace e pioggia acida
non sarà più indifferenza.

Morire di guerra e pace
vino accantonato,
l’odore assurdo sul terrazzo emozionante,
vissuto il tramonto
non sarà poi
la fine del mondo
se toccai il fondo.

Finita! Finita!
Mezza pinta e verde di rabbia
allontanata ubriaca.

La danza

La polvere la pace

di strega

Nel tempo.

XXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXX

AD UN PEZZETTINO DI CIELO”

Se vuoi andare vai…

Io rimarrò qua
a contemplare le mie scarpe
sui ciuffetti d’erba
perché son viva e son sulla terra,
le ali le ho perse,
non dimenticate,
perse.

 

XXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXX

QUANDO SARA’”


Se fossi la sabbia di questo mare…

Se fossi i raggi di sole
urlanti e attraversanti…
se fossi in pericolo mi toccheresti l’anima…
se fossi nel buio totale
diresti frasi toccanti e segrete…
se fossi la rabbia di ciò che scrivo…
Non voglio essere il bisogno di evolvere
se non è questo di cui ho bisogno…

Non voglio essere una continua preghiera
se quello che sento è riempirti delle mie esperienze…
Non voglio essere il taglio delle vene
se il mio sangue è cosparso in tutto il corpo…

Non voglio essere l’ultima briciola
se hai smesso di mangiarmi da tempo…

Il momento della fuga
è stato il momento in cui ho avuto paura d’amare…
Il momento della disdetta
è stato il momento in cui ho dichiarato silenzio…

Se fossi la sabbia di questo mare…

Se fossi mio fratello urlante e invisibile…

Se fossi imbarazzata
mi spiazzeresti col mettermi comoda…
Se fossi un angelo
attraverserei dubbi e insicurezze…

Se fossi Dio
non avrei bisogno della tua anima…
se fossi la rabbia di ciò che scrivo…
non voglio essere la fine del tuo sogno
se tutto quello di cui ho bisogno è iniziare…
non voglio essere
una madre preoccupata
se la paura è solo tua…
non voglio essere
la tua libertà
se le catene non sono le mie…
non voglio essere la scoperta
se tutto quello che sono è confusione…

il momento del silenzio
è stato il momento in cui
ho scoperto il suono del Requiem…
il momento della forza
è stato il momento in cui
mi sono esposta.

[Boh vecchie, 1995 forse ’96]