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RACCOLTA di CORTI e di SINAPSI

Foto [13]
<< IL TORO ESCE DALLA GABBIA >>

Devo trarre ispirazione da questo libro, qui, che ho tra le mani.
Tanto sono tornata sulla strada che m’ha sempre portato oltre.
Lontano. Quindi non sarà neanche un’impresa così ardua, così difficile, perché è esattamente da questa posizione, ch’è sempre partito tutto. Io accendo il lumino accanto a me, sulla mia destra, pesco un libro a caso, me lo metto come piano di lavoro sulle mie ginocchia, alzo gli occhi mezzo secondo e li lancio sul muro grigio-scuro ricamato dalle ombre e dalle luci e poi li faccio scorrere fino al soffitto, ma tutto questo quasi contemporaneamente a quando mi accorgo di lui, che mi dorme davanti di profilo sul suo lettino, per far sì che la mia ispirazione parte dall’oscura ombra e va verso una luce che io stessa non credevo potesse esistere. Ma non in questo caso. No perché, non ne ho più bisogno di guardare… di osservare… ho già tutto piantato con le radici in testa. Ce l’ho ormai dentro, tutto l’ambiente, che come vedete e come io stessa mi sto rendendo conto, non ho avuto bisogno neanche di fermarmi, di respirare, guardarmi in giro, arrampicarmi sulle cose per trarre quel giovamento da sanguisuga come facevo fino un paio di settimane fa. Adesso potrei farvi una descrizione dettagliata su ogni oggettino posizionato, o su ogni metro cubo lasciato libero, o addirittura dirvi di lui, che gli hanno cambiato il letto con uno professionale, dice, adatto, e sinceramente ve lo dico proprio con sincerità, non è che lo abbia guardato poi così tanto da quando ho messo piede qui, nella sua stanza.
Ormai i miei occhi vanno da sé, anche senza sforzarli, e lo tengo d’occhio anche senza fissarlo troppo. Ed ho già annotato la forma e le sbarre alte e com’è fatto questo lettone. Quindi ricapitoliamo fino a che punto siamo arrivati: i miei occhi vedono anche se non guardano e lui parla e racconta di tutto anche se dorme imbottito di morfina.
No oggi no. Oggi è bastato che mi sedessi sulla solita poltrona vecchia, perché partisse da sé… la penna. Prima, poco prima che mi sedessi e che mia madre ci lasciasse da soli, lei lo ha sistemato meglio, gli ha farfugliato non so che, e nel frattempo gli ha tirato su le sbarre d’acciaio, chiudendogliele per bene, per poi sussurrargli dolcemente – così sei più sicuro e… non si sa mai… oggi è meglio che non ti alzi e con queste almeno sei più al sicuro –. Io so solo due cose, che lei m’ha fatto morire per quanto era dolce e che lui ha risposto: -eh… il toro esce dalla gabbia!– Così ha detto.
Così ha detto.
Dio ragazzi, m’ha fatto morire dalle risate, anche perché guardava proprio me, e sembrava cattivissimo in quel momento, davvero. E mi viene ancor più da ridere, perché più indifeso di lui non so chi ci può essere. Ma torniamo alla mia cosa iniziale, cos’è che chiedevo? Ah sì, l’ispirazione. Di solito arrivata qui l’ho tirata fuori da vecchi poeti ventenni, da autori come Baudelaire e il suo oppio fottutissimo o da scrittori italiani di fine novecento. Ma non in questo caso. Oggi ho sulle ginocchia un altro tipo di libro, si chiama “ SOLDI TRUCCATI “ ed è di un certo Lombard. Ed è successo che molto spontaneamente m’è scattato un processo alla rovescia: dalla scrittura che si è scatenata come una pazza, vi saluterò dandovi i miei più cordiali saluti, e mi dedicherò alla sua lettura.

[2006]

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RACCOLTA di CORTI e di SINAPSI

Di Giorgio Bassani:
“Roma 1944. PAGINE DI UN DIARIO RITROVATO”

Martedì Gennaio 1944 – “ Roma è come una gran P., aspetta di farsi f. dagli inglesi dopo essersi fatta f. dai tedeschi”.
Fra tutti i discorsi uditi in questi giorni d’attesa, qui a Roma, questo sentito fare da C. ieri, verso l’ora d’un tramonto rosa, stupendamente indifferente, m’è parso il più notevole .
Oggi ho visto di nuovo, davanti all’Adriano, A.Q.Q. è stato, in questi ultimi anni, una creatura di Bottai (vedi una debole difesa dell’antico protettore tentata da Q. all’Esperia, alcuni giorni orsono, contro la mia eloquenza che riconosco giacobinamente volgare). È un grosso e tarchiato tipo di padano sensuale e felice, Q. , la borghesia settentrionale presenta assai di frequente fisionomie del genere della sua, trasuda calcolo e furbizia da tutti i pori d’una pelle spessa e arrossata di contadino inurbato di fresco.
Più che farmi la corte – come credevo in principio – ha l’aria di proteggermi.

Di Marianna 
“A PROPOSITO, SE PER TE È TANTO PER ME È TUTTO”

Guardatele le due pulzelle come si divertono. Cazzo guardatele da dietro la macchina.
Sgambettano, un poco litigano ma son sempre cose da niente, perché hanno l’età. Hanno l’età di quella che si fa pace subito.
Sono nei sedili posteriori della familiare rossa bordeaux, calzini fosforescenti magenta un po’ più sotto del ginocchio. E quel che più conta, è che cantano veramente male.
Il padre sbanda per il ridere. E la madre si domanda perché non trova mai le risposte.
L’hanno scampata per un filo.
Missione compiuta – ho capito che mi volevi veramente bene quella volta che mi hai fregato in partenza – non te l’ho mai detto prima, ma non ti scuso per niente.
Scendi, adesso scendi, e cazzo scendi da questa macchina che metto sotto un gatto. Secondo me, vomiteresti dentro.
Le due tizie sono cresciute, hanno non molti ricordi della vicenda, causa lavori in corso della psiche, e non pochi scherzi o disegni del Signore da sostituire con le solite frottole a sé stesse.
Ma si sa le vie del Signore sono infinite. E fin qui va tutto alla grande.
-Senti io son pazza di mio, se mi lascio andare con te, ci sta che impazzisco ancora di più, e poi come si fa?–
-Se tutto va bene siamo rovinati.-

[ 2005 ]

Prima prima prima, gli artisti veri, morivano di fame, e nei loro tormenti dolci, tiravano avanti una vita fatta di stenti. E inneggiavano a grandi amori, nutrendosi d’altro, sentimenti allucinanti, gabbiani che fluttuavano nel cielo o visi curiosi che si specchiavano nei pelaghi di fonti d’acqua. Ora, ora i cosiddetti artisti, fanno la vita da re, si sono fatti furbi, sanno cosa va di più, e navigano nell’oro avendosi fatto bordi piscina con due cartucce di pochezza di frasi, in discoteche di uno squallore e dubbia bellezza melodica, mettendo magari persone alla postazione di strappo biglietto. No no no, non era la stessa cosa.

RACCOLTA DI CORTI E DI SINAPSI

“DA LIVORNO TUTTO TACE”

Poche parole nel mattino con il goccio di caffè e il pacchetto da dieci vuoto, di Marlboro.
Di fronte alla Via Luigi Pirandello, il bar di Claudio stava già per aprire, non con lui ma col padre e il fratello, pronti a vendere le sigarette di sottobanco.
Niente aggeggi e niente droghe nel cassetto.
Solo uno strano sorriso come un ghigno. La voglia di sparare in aria per fare una strage senza alcuna ragione e senza senso, tanto per farlo, tanto per spaccare in due le diverse opinioni sulla “Libertà di scelta”, tanto per sparare agli uccelli.
Mi stava forse impacchettando con estrema follia, la lettera che tutto poteva sembrare tranne che d’amore.
Si stava preparando per una passeggiata, per esplorare tra un cespuglio e un incrocio la sua tranquillità. I piedi rigidi e tesi lo portarono diretti verso una cassetta della posta. La imbucò.
Posta Prioritaria e mi arrivò il giorno dopo.
Quando me la sono trovata sul mio tavolino da lavoro, pensai: “Oddio, questa me la posso leggere anche dopo, tanto sarà piena di miliardi di offese e minacce d’ogni tipo, ora non c’ho voglia per sprecare due ore di tempo”.
La posai lì accanto e tornai a far ricerche sul computer. Poi la aprii con violenza e curiosità, visto che il mio occhio destro si posava lì ogni tanto.
Presi il foglio, lo srotolai, dato che era tutto ben piegato e signori e signore…non era affatto una lettera! Ma bensì un disegnino, di quelli che fanno i bambini piccini.
Non c’era firma , non c’era una scritta , non c’era mittente, non c’era un cavolo, solo quel maledetto coso, con tanto di strisciolina blu di cielo al bordo, il sole giallo al centro e due case in basso, una più grande e una più piccola. Tre specie di donnine, in tre situazioni diverse, col capo tondo marrone e la sottana a forma di triangolo, ma i bambini disegnano meglio.
A tale visione mi prodigai per fare le mie appropriate mosse: reagire col silenzio!
Camminavo disinvolta, uscivo, frequentavo locali, bevevo, socializzavo in Via Faenza, poi ancora in Via Faenza e poi ancora in Via Faenza! Ogni tanto cambiavo anche, andavo in P.za Santa Maria Novella. Altre volte facevo direttamente in casa.
Diedi il mio tributo varcando la soglia del mio Pub familiare e dissi:
<< Allora ti sono mancata? >>
<< Eh come no! >>
<< Dai Ponci, fammi una birra >>.
Poi mi sedetti al tavolino dove già era ben posizionato il mio amico Charles Albert.
<< Allora, notizie da Livorno? >>
<< No, cioè sì. Solo questa >>
<< E cos’è? >>
<< Aprila >>
<< Cosa? E…e…che è? >>
<< Sì anch’io ho fatto la stessa espressione ieri sera quando l’ho vista >>.
Prima si scoppiò “in una leggera risata” poi si cercò di capirne il senso, il nesso logico, e una volta capito che non c’era, lui diede questa espressione: << Oh mamma! ma questo sta male! >>.
E si finì lì.
Ma Mister Sfortunello, stava perdendoci proprio la testa, dato il mio mutismo, così mi mandò uno straccio di sms, strano perché di solito erano molto più lunghi:
“Io come hai visto ti ho sempre cercata e lo faccio anche ora, ma questo te non l’hai mai fatto. Forse non ti manco così tanto o forse pensi di essere stata trattata male solo tu, allora se devo continuare a contare le pecore la notte e pensare a una che non mi pensa nemmeno, mi dispiace ma preferisco dimenticarti per sempre e in modo irreversibile, e ti giuro che questa volta non scherzo. Vorrei parlare con te, cercare di sistemare tutto insieme, io sono con te amore, farti capire che…mi devi ascoltare. Pensaci e fammi sapere al più presto, mi basta solo una risposta, staremo meglio entrambi nei due casi. 871 872 873 874 875 879 880 e per ora quante pecore…Laura vieni a Livorno a trovarmi?”.
Poco sale in zucca la sera quando fumato l’ultimo spinellino si recava all’ippodromo in sala, per vedere di capirci qualcosa.
Con la sua superficialità, tentava di fare persino il presuntuoso, ma aveva dei modi di fare di plastica, che quelli che reputava “giusti” per farsi dare delle dritte in realtà si prendevano gioco di lui e andava tutto dritto e arzillo a puntare sempre un cavallo perdente.
Il mio amico RiKKa mi informò qualche giorno dopo che lo aveva asfissiato con varie telefonate. Mi disse a suo modo che gli avrebbe dato volentieri “Una bella sistematina”.
RiKKa:<< Ah, poi mi fa: Ma quali sono i piani di Laura, ora? >>
<< Cosa? E che c’entra questo? >>
<< Sì sì mi ha detto proprio così: quali sono i piani di Laura, ora su di me! Mah, ad un certo punto mi sembrava di parlare con un bambino. Cioè come se io fossi suo padre e lui mio figlio >>
<< Non ho parole >>.
E si finì lì.
Sono passate tagliando, tagliando, due settimane, io continuo le mie cose, esco, cammino, frequento, conosco, presento, prendo, lascio, bevo, cerco di smettere di fumare, riprendo.
Un’altra volta i miei amici Charles Albert e RiKKa mi fanno: << Allora, da Livorno notizie? >>
<< No…non direi…>>
<< Allora, da Livorno tutto tace…>>
<< Ha ha ha ha ha ha ha ha ha ha >>.

[ 2003 ]

RACCOLTA DI CORTI E DI SINAPSI

“LA FEBBRE (DA CAVALLO) DEL SABATO SERA”

<< Io no. Io non ho mai fatto “i pezzi”>>.
Raccontava o blaterava Marchino in uno dei suoi soliti o insoliti pomeriggi domenicali, quando la macchina sembrava muoversi da sé in strade percorse di notte solo da cinghiali o daini.
<< Se ci vai con diecimila lire stai lì a guardare tutto il cartellone, te lo studi, te lo ammiri coi lucciconi agli occhi. Cazzo ammicchi la botta di culo. Ma è difficile. Se ci vai con tanti “vaini”[*1] non ti interessa di star lì a studiare “le prestazioni di cavalli in sala”. Perché se ci vai con pochi soldi hai la speranza di vincerli, se ci vai con tanti soldi hai solo la speranza di non perderli! >>.
Cavalli, cavalli, cavalli, questi benedetti stalloni! Bei tempi quando in pista correva il suo preferito, “Fascino”, ora senz’altro ci andava ogni tanto così a perditempo, quando in tasca poteva avere chessò, per lo meno centomila lire; si avvicinava senza dar noia a nessuno, agli sportelli dei totalizzatori, o per convenienza ai picchetti, annusando da sotto ai baffi i ciuffetti d’erba tagliata fresca e l’odore della cacca di cavalli, gli ricordava che era nel suo posto, che era a casa, insomma.
Allora si avvicinava lì, faceva la sua puntatina d’un deca[*2] poi una piccola corsettina per vedersi la partenza, il momento migliore, qualche minuto di gloria e poi via, mani in tasca verso la sua macchina bianca, fuori dal cancello sul Viale Italia.
Marchino era il pezzo di pane del gruppo, a volte pensavamo che fosse incapace di difendersi, quando noi volevamo uscire, imbroccare persone al volo, saltare da una pista all’altra della discoteca, lui ci diceva sempre: << No il sabato mi dispiace no, non me lo potete toccare! Tutti gli altri giorni non c’è problema, ma il sabato è sacro, io non esco! >>.
Ecco, sì avete capito, sto tipo qua odiava uscire il sabato sera, noi sospettavamo, voci di corridoio, che preferisse starsene per i fatti suoi a studiarsi il suo “SPORTSMAN” per vedere di giocarsi i suoi risparmi ormai agli sgoccioli su qualche corsa vincente.
Allora mentre il protagonista dei miei pensieri ogni santo sabato ci bidonava, io tornata dopo una lunga serata a fumare una sigaretta dietro l’altra, decisi di fargli presente che una cotta come la mia non poteva essere trascurata. Presi su la cornetta lo chiamai e gli dissi una cosa molto, molto romantica: << Ho deciso sai? Voglio venire con te alle corse domani. Mi ci porti? >>
<< Sì perché no? Magari porti fortuna, che ne avrei anche bisogno eppoi così t’insegno! L’importante è che non cammini appresso ai “gufi”![*3] >>.
Mi venne a prendere a un’ora assurda della mattina di domenica, a venti alle due iniziava la prima corsa nel fantastico ippodromo di San Rossore a Pisa e per far in tempo dovevamo partire da Livorno a un’ora decente. Mentre ci si avvicinava all’ingresso lui tirava fuori dalle tasche le 6.000£ per l’entrata, dimenticandosi di pagare anche per me, chissà come mai, io dal canto mio montavo un’adrenalina mista a inconsapevolezza e avventura. Ero elettrizzata. Mi guardavo intorno, c’era gente d’ogni tipo, c’erano quelli più giovani di me tutti gasati e attrezzati, coi loro jeans a ciondoloni e le mutande bucate in vista e persone che un’età precisa non gli si poteva dare, dalla coppia normalissima con bambino al solitario e più incallito giocatore che in quel momento sembrava essere lì solo lui per scommettere. C’erano i gufi, gli iellati, le sventole dei pizzetti fascisti, le pollastrelle in cerca dei babbi, con le minigonne mini-mini-mini.
Mi prese la mano, approfittando di un momento in cui l’avevo lasciata andare inerme vicino al suo fianco invidiabile. Mi portò sicuro di sé dentro l’ippodromo, allo steccato.
<< Guardando questo steccato ogni ricordo risale spontaneo…>>
<< Ti son successe tante cose qui eh? Questi posti potrebbero parlare eh? >>
<< Sì ma non si può fino all’infinito vantare un cuore pieno di vecchi ricordi >>, interruppe guardandomi finalmente dritto negli occhi, poi diede una leggera occhiata di sbieco verso la pista e urlò: << Guarda! Guarda lì, sono pronti! >>.
Le gabbie si aprirono diffondendo nell’aria il colpo secco e partirono al galoppo nel fragore della gente, i sette cavalli.
Quegli zoccoli rumorosi, che rumore magico emanavano! Mi lasciavo coinvolgere dal loro fascino, dalla loro potenza. Dio come mi sentivo piccola dinanzi a tanta forza. L’adrenalina di tutti loro era contagiosissima, che anche se ero l’ultima arrivata, già mi sentivo una giocatrice incallita. Ecco quel rumore che passava sotto i miei occhi, dopo la curva, era il più forte. Ecco di nuovo il mio sguardo andava alla ricerca di quelle scale, di quegli omini prima accovacciati poi in piedi per esalare l’ultimo respirone trovando il modo di riscaldarsi.
Niente, quella volta non si vinse e nemmeno le corse successive e si puntava e si puntava e si giocava e si faceva in su e in giù dai picchetti al totalizzatore, al tondino per un’illuminazione sui cavalli più belli che li facevano gironzolare lì sotto i musi di tutti, sopra le tribune, alle gradinate, contando quasi i chilometri che i nostri piedi facevano, tutti esaltati com’eravamo perché nella perdita “avevamo già vinto” nel vedere tutto quel bendiddio, sembra assurdo.
<< Dai rimaniamo ancora un po’…>>
<< Sì ti faccio vedere l’ultima corsa, la settima che è quella migliore! >>
<< Te…quanti soldi ti son rimasti? >>
<< Io…un ventino >>
<< Io ne ho solo mille…no, ho duemila lire! >>
<< Dai scegli te l’ultimo cavallo eppoi lo vai a giocare, non ti preoccupare ti insegno io, gli devi dire: gioco 6.000£ di trio e le restanti 16 sul vincente ok? È facilissimo >>.
Mi appiccicai cogli occhi e col naso al tabellone dentro la sala, facevo quasi una conta a caso, dato che mi sentivo proprio imbranata e sapevo che non me ne intendevo per niente. Poi mi concentrai un attimo e diedi la mia risposta:
<< Mhm, sì ho deciso io voglio “Cuor Di Leone”! Sai mi ricorda una persona…>>.
Così mi diressi verso una cassa con una bella biondina che ci ispirava cose positive e sussurrai con un filo di voce: << Io…ehm, voglio giocare il n.3 vincente da 16 mila e una trio, il 3 vincente con l’1, il 6 e il 7! >>. Naturalmente anche quella corsa la perdemmo, ma fu il modo ad essere diverso, quasi da picchiare a cazzotti i muri, ( mi spiegò poi ).
Il nostro bel cavallino era in testa per quasi tutto il percorso, stava vincendo, ma proprio quando mancavano pochi passi, pochissimi cm al palo, il cavallo dietro col fantino più anziano perciò con più esperienza, lo superò e via verso un’altra sconfitta divertentissima.
<< Ma dai! Non si può perdere di corto muso sul palo! >>.
E tutto l’ippodromo << Naaaaa! >>
Proprio mentre i miei giorni sembravano trascorrere veloci e pieni di inutili gioie, giorni uguali trascorsi nel dubbio, nell’ambiguità, proprio quando la mia anima si stava infognando nel buio soffocante e galleggiava nella merda delle sigarette, le incertezze, le paure stavano prendendo il sopravvento, mi spuntò come per incanto la tanto attesa telefonata.
<< Pronto? >>
<< Pronto Lucrezia? >>
<< Oh ciao! Dimmi, dimmi, sì sono io >>
<< Ehm ehm, ciao bella, ecco vedi ho avuto delle dritte, ci sarebbe un cavallo da giocare, dice che è molto in forma e pronto per questa corsa di domani, ti va se ce lo giochiamo? Anche poco? >>
<< Eh? Sì sì, perché no, sì, sì, non si sa mai vero…>>.
Accettai senza far una piega.
Che profumo dolcissimo c’era quella sera, era un profumo strano, che l’aria si trascinava via, come quei ricordi che si lasciano trasportare dalle seratacce tra amici, nei pubbettini di fiducia, con birre, risate e qualche litigata dettata da una sbronza malinconica.
Mi venne a prendere intorno le 13 e 45.
Fuori un po’ di vento e macchine dappertutto.
Stavo zitta, non avevo niente da dire. Pure lui non è che fosse particolarmente brillante. Arrivammo all’ippodromo per l’inizio della seconda corsa. Ero ancora emozionata. Perciò era ancora tutto a posto. Ma quali pochi soldi!? Questo tirò fuori la bellezza di cinquecentomila lire e si fece tutti i picchetti per vedere la quota migliore. A cinque riuscimmo a fare la nostra puntata; se tutto fosse andato bene avremmo vinto tre milioni.
“Una corsa, un discendente per cavalli mediocri” 2.250 metri, il telecronista annuncia la partenza e continua: “Nitens rileva sulla retta opposta il leader On the Rocks e in retta respinge Disperazione!”il nostro cavallo.
“DISPERAZIONE risale efficacemente sulla piegata finale, sembra poter disporre agevolmente di Nitens ma in retta non riesce a perfezionare il sorpasso e sul palo perde in una fotografia strettissima!”
<< Tutta colpa del fantino! Sempre quel fantino! Muzzi! Solo lui poteva perdere così! Con un cavallo che sulla carta non poteva mai perdere. Ma vaffanculo Muzzi! >>
Fu per puro caso che qualche giorno dopo, lungo un viale alberato, con le foglie che rincorrevano i miei capelli né tanto lunghi né tanto corti, incontrai Diana e Lorenzo. Le ultime novità? Che si erano lasciati ma che continuavano a vedersi “come amici”.
<< Ciao amore mio! >> mi fa lei con un sorrisetto a cinquantacinque denti, bionda platino e rossetto rosso alla Madonna anche sui denti, però nel complesso poteva andare, insomma come dire “beccava”.
<< Senti noi sabato prossimo abbiamo intenzione di partire, non so…andare ad Amsterdam…>>
<< Ah sì? Che bello dev’essere una bella esperienza >>
<< Già ma te verresti? Dai ci si diverte, si viaggia senza biglietto! Ce lo facciamo tutto nel cesso >>
<< Mhm quand’è che avete detto che partite? >>, storcendo il nasino faccio sentire nell’aria il mio diniego per quella cosa che onestamente non mi eccitava nemmeno un po’. Le quattro chiacchiere di routine, le due birrette al volo nel barrettino di fronte alla strada e il tempo necessario per chiedermi se ero contraria al sesso “in tre”.
<< Cosa? >> esclamo io alzandomi dal panchetto…
<< Ora vado in bagno, faccio due goccioline…insomma mica state parlando sul serio, con…con…voi?? >>. Quei due rimasero impassibili come due citrulli, io scappai letteralmente nel cesso di quel buco di posto, stavo scoppiando a ridere. Là dentro entrò zitta zitta Diana:
<< Ehi mica ti sarai offesa? >>
<< No figurati, non me lo aspettavo, tutto qua >>
<< Già però devo dir la verità, a me e a lui ci sei sempre piaciuta, ci garbi da un bel botto di tempo, sai questa cosa è venuta fuori da sé, parlavamo del più e del meno, sai due cannette di troppo e ce lo siamo detto, comunque non ti preoccupare mica ti si salta addosso…e dimmi, che fai di bello in questo periodo? Sei un po’ sparita dalla circolazione…>>
<< Ma veramente sono un po’ stanca…e esco poco. >>
Ma lei non si fermava ad una semplice dichiarazione di stanchezza, era la classica tipa un po’ ochetta, tutta vestita all’ultimo grido, abiti firmati, capelli cotonati, tutti i giorni shopping, tutti i brividi del mondo, carta di credito del babbo e giocava a far l’avventuriera con uscite del cavolo.
E così mentre i miei amici si perdevano nei loro viaggi senza meta, io mi lasciavo perdere senza speranza nel mondo da poco acquistato, I CAVALLI, le mie mutande e un tipino niente male che non mi si filava nemmeno un tot.
[*1]:modo di dire strettamente del popolo Livornese per indicare Cash in mano, I SOLDI LIQUIDI!
[*2]:modo di dire toscano per indicare un deca, ì decino, 10milalire.
[*3]:modo Livornese che sta ad indicare le persone che portano Sfortuna nelle sale da gioco

[2003]

25 AGOSTO 1993

“D.F. – G.G. C.L.”

Non ho digerito quel che ti ha allontanato
“questioni di intuizioni non in tempo”.
Era più forte di me
il tuo sangue a terra
più forte di te.
Non potremo mai parlare nella stessa stanza
Lui non vuole.
E tu con la tua eroina preferita
un ballo da solo nel cesso
il sesso coi bracci che si sfioravano
in mezzo a mille genti
gli occhi neri
– non hai paura di lui? –
– un po’…ma mi fa bene –
– Non ho paura della morte
per te farei anche questo –
<< allora smetti! >>
– sei bellissima quando fai così -.
Tu con tutti i fili di tutto
e, dico TUTTO QUANTO,
l’età mia era frivola.
E non ero un’eroina. Lo sono adesso.
Quando parlo a quattro anni insieme,
parlo a quattrocchi.
Non senti. Eppure ho sempre “detto”.
Non ho più bisogno di starti appiccicata.
Perché ti ho talmente dentro
che mi sembra di “stare con te”
di continuo. Sì Claudio!
Mi sembra di stare così tanto con te,
che non ho più bisogno che tu lo sia, con me,
mi stai sempre nelle ossa
e in tutti i miei pori,
che non ho neanche bisogno
di stare con te.
Sono le cinque, svegliati.
Ho caldo.
Spogliami.
Già, sono già nuda.
Presentami tutti i tuoi amici.
Lo sai, che adoro da sempre te,
che mi pare sempre di innamorarmi di altri.
Ma sono le dieci del giorno dopo.
E tu devi recuperare.

…….

“DEDICATA ETERNA”

Dedicata eterna sintonia nel pensarti
incantata rimango e sempre silenziosa.
Il passo dolce estivo fremeva davanti
accaduto presto troppo presto
per assecondarlo e sento la voce.
Dedicata sempre un secolo di vita
e ancora ti voglio E tutto è per te.

…….

“SIAMO NEL 2002”

Presentati come sai, come sai di piacermi,
è successo nel ’93 e punge ancora…
Dispiace dirti “uomo sapiens”
che mi sei cascato dalle gambe
che stringere le tue mani non mi gratifica.
Non conosci il mio sangue
vulnerabile gemito,
non ricordi il mio passato
non è passato ancora un minuto…
vulnerabile castità,
non conosci il mio dolore
e pensi di rivedermi al più presto!
Cos’è cambiato?
Cos’è mai successo?
Cos’è accaduto di così grave per ridurci
in questo stato?
Lo so, lo so…ti ho ferito,
imperdonabile da parte mia.
E a me?
È successo nel lontano millenovecento novantatré
e brucia ancora.
Credo non sia più possibile smettere di bruciare.
Credo che brucerò in eterno
e tu non lo sai.

 

25 AGOSTO 1993

MORIRE DI MILLE STELLE

Morire di mille stelle
costellazioni all’orizzonte
mari neri e finimondo.

Descrivere particolari
come debolezze mie per te.

Vedo rosso
e Marte mio è la chiave,
questa è la chiave.

Pura, lucente
violacea la vita
acerba sui fianchi
e i cinque anni
come i miei ventisei
e va bene così.

Innamorata di tutto
indebolita nuovamente
stavolta di te
sconvolgente gusto
amarognolo su sguardo.
Il passaggio segreto
forse un po’ troppo
esploso sul colle in gennaio.

Stregata
dilaniata e vinta
di un occhio semplice
pace e pioggia acida
non sarà più indifferenza.

Morire di guerra e pace
vino accantonato,
l’odore assurdo sul terrazzo emozionante,
vissuto il tramonto
non sarà poi
la fine del mondo
se toccai il fondo.

Finita! Finita!
Mezza pinta e verde di rabbia
allontanata ubriaca.

La danza

La polvere la pace

di strega

Nel tempo.

XXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXX

AD UN PEZZETTINO DI CIELO”

Se vuoi andare vai…

Io rimarrò qua
a contemplare le mie scarpe
sui ciuffetti d’erba
perché son viva e son sulla terra,
le ali le ho perse,
non dimenticate,
perse.

 

XXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXX

QUANDO SARA’”


Se fossi la sabbia di questo mare…

Se fossi i raggi di sole
urlanti e attraversanti…
se fossi in pericolo mi toccheresti l’anima…
se fossi nel buio totale
diresti frasi toccanti e segrete…
se fossi la rabbia di ciò che scrivo…
Non voglio essere il bisogno di evolvere
se non è questo di cui ho bisogno…

Non voglio essere una continua preghiera
se quello che sento è riempirti delle mie esperienze…
Non voglio essere il taglio delle vene
se il mio sangue è cosparso in tutto il corpo…

Non voglio essere l’ultima briciola
se hai smesso di mangiarmi da tempo…

Il momento della fuga
è stato il momento in cui ho avuto paura d’amare…
Il momento della disdetta
è stato il momento in cui ho dichiarato silenzio…

Se fossi la sabbia di questo mare…

Se fossi mio fratello urlante e invisibile…

Se fossi imbarazzata
mi spiazzeresti col mettermi comoda…
Se fossi un angelo
attraverserei dubbi e insicurezze…

Se fossi Dio
non avrei bisogno della tua anima…
se fossi la rabbia di ciò che scrivo…
non voglio essere la fine del tuo sogno
se tutto quello di cui ho bisogno è iniziare…
non voglio essere
una madre preoccupata
se la paura è solo tua…
non voglio essere
la tua libertà
se le catene non sono le mie…
non voglio essere la scoperta
se tutto quello che sono è confusione…

il momento del silenzio
è stato il momento in cui
ho scoperto il suono del Requiem…
il momento della forza
è stato il momento in cui
mi sono esposta.

[Boh vecchie, 1995 forse ’96]


25 AGOSTO 1993

GOCCE

Gocce.
Gocce e ancora gocce.
L’eterno futuro non prevedo più.
Troppo lontano
troppo fragile.
Lui non mi guardava
e sorrideva.
Fermarsi, impossibile.
Non c’è più tempo.
Dove ti aggiri non so…
Ma lui è qui
ed io con lui
piangerò lacrime
di un sogno irraggiungibile.
Gocce invisibili
di una trasparenza perfetta
come te
distante
bellissimo.

—————————————-

DANIELE VOLATO VIA”


Dicevamo della tua luce
luce strana attorno a te
parlavamo senza pace
su di un letto ormai distante
foglie petali margherite
nelle parole più belle
ed avrei voluto trovarmi
nei tuoi sguardi più profondi
avrei voluto trovarmi
in quei discorsi forti
ed avrei voluto trovarmi fra le tue parole più belle.

Dicevamo della tua luce
luce immortale attorno a te
parlavamo di dame distratte
di occhi neri
ed ho inseguito a lungo
il rumore assordante
ed abbiamo pagato a lungo
il nascondersi dietro la bellezza delle cose.
Distante fortissimo
uccello libero solitario
tranquillo ami sorprenderci.

Ho bendato i miei occhi
perché avrei voluto trovarmi
in quei discorsi forti
ed avrei voluto trovarmi
tra le tue parole più belle.

Ogni tanto non ho ispirazione
non è poesia
è, credo, una preghiera,
la candela puzza

ed io ti amo
come allora,
forse anche di più.

Dicevamo della tua luce
luce strana attorno a te
parlavamo senza pace
sulla vita ormai distante
foglie petali garofani
sulla bara bianca ricamata
distante angelo del sud
ascoltami ancora
se ti pare
Credi che io non ti ami?

                        (VECCHIE-BOH ’95)

 

DINO CAMPANA


Mi ricorda qualcosa o qualcuno.
Alle Giubbe Rosse ci siamo andati, a quel caffè pure, oh pure a Castel Pulci siamo finiti. Fra erba fumante nelle dita e a scoprirlo dal di fuori. Di buio a vedere la luce che scoppiava degli aerei che partivano. Oh forse anche a San Salvi ci sei passato, nei viaggi della tua immaginazione, ma questo forse, te lo sei tenuto per te.
Ascoltate tutto tutto tutto il filmato, è una rivoluzione dal di dentro.