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DINO CAMPANA


Mi ricorda qualcosa o qualcuno.
Alle Giubbe Rosse ci siamo andati, a quel caffè pure, oh pure a Castel Pulci siamo finiti. Fra erba fumante nelle dita e a scoprirlo dal di fuori. Di buio a vedere la luce che scoppiava degli aerei che partivano. Oh forse anche a San Salvi ci sei passato, nei viaggi della tua immaginazione, ma questo forse, te lo sei tenuto per te.
Ascoltate tutto tutto tutto il filmato, è una rivoluzione dal di dentro.

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IMPOSSIBILE IL TITOLO è GIà PREESISTENTE

“TU”

Lo so che mi odi perché mi ami,
ma la tua assenza si fa sempre più ingombrante,
e poi oggi, mi lascio sopraffare dai sentimenti viscosi,
i tamburi dopo un po’ battono sempre dalla tua e li sento chiari
molto prima di chiunque, anche se qui vedi, suonano Lullaby per Noi,
i tamburelli suonano lucidi verso i gradini su cui hai lasciato le tue lattine.
Lo so che mi odi mentre non c’è senso nell’ostinazione di amarmi, svegliamoci
alla stazione i cani cercano di Noi e Tu hai scordato che partire l’hai sempre fatto,
per te era solo un tremendo lasciare un altro pezzettino della tua anima al portone d’acciaio,
per me la tua assenza è un continuo rimembrare che abbracciarti con la camicia bianca era come
arrivare ad abbracciare esattamente me stessa, ed io la felicità la difendo con le unghie e coi denti, non ti permettere! Ritorna o aspettami. Sto per tagliarmi i capelli di nuovo. Cammino coi pantaloni enormi di velluto nero.

 

IMPOSSIBILE IL TITOLO è GIà PREESISTENTE

SONO SOLO AL VOLO”

Sono solo al volo
mentre la mattina non fischio
sono brevissime sbavature su di un foglio
di vino e tu che sai?
Hai un tocco perfettamente coincidente col mio palmo
hai ammirato lo spicco nel cielo
ed era nero da morire
ma siamo ancora tutti vivi
meglio andarsene prima di cominciare a fare male davvero.
Sono solo al volo
sono solo al volo
sono solo al volo
sono solo al volo
questi buchi di sparo nel vuoto.

30/3/2007

DA: “CRONACHE VERDI”

Questa terra gialla e bruciata, sanguigna e nera. Sa sempre di focherello di peperoni arrostiti, e spazzatura di plasticume lasciato a bruciare a 39 gradi. Immondizia, immondizia, monnezza ai lati delle carreggiate di terra nera corposa.
Guardo col mio grande sguardo in questo vetro appannato. Mentre tutto fugge e và. Per il mio gusto, quello che appare davanti è un cliché su un palcoscenico coi fari della ribalta. Il vetro appiccicato di piume di piccione è stata una vera rivelazione: – Dai vieni via con me – mi fa il mio amiconfidente, perché dire “amico e basta” non rende bene l’idea per quello che ho in mente di dire. Lui è più. Più di un amico. È un pezzo di storia. E si fida, si fida, si fida oh dio se si fida di me. Ed io? Non posso altro che sentirmi “a casa” quando sono sulla strada con questo qua. Da quanto ci conosciamo? Avevamo 16 anni, dio l’età più bella. Incoscienti senza prudenza. Liberi senza troppe cicatrici. Siamo dentro la sua Uno e mi dice ancora: – Lasciamo ‘apicciridda a casa, e c’andiamo a fare un giro, come i vecchi tempi – non potevo starci a rigirar troppo. Così andando a velocità turistica, con la musica giusta”THE QEEN”, le mie pupille son piombate davanti a un mucchio di piantine verdi sul lato destro della carreggiata.
– Fermati! Fermati guarda là! Che è? –
– Come che è? Che non la riconosci più? Non è vero – e mentre gira il volante per parcheggiare lento lento, sghignazza. Scendiamo. Ne prende un po’, “la cima” come dice lui e la sbriciola, la passa a setaccio, me la fa annusare, e poi rolliamo. Eccola qua. Dico dentro la mia testa: Ecco la mia cronaca verde vegetale! Poi con le espressioni un po’ così, camminiamo a fila indiana su un muretto stretto stretto, si appoggia a un tronco di albero con le foglie alte e a punta coi fiorellini azzurri, ridendo m’informa che anche “quella” è buona da fumare.- Ma sì questa fa anche bene, tipo… come si dice… terapeut- T.. –
– Ah terapeutica! Bene, bene -. Appena si fa buio mi riaccompagna a casa. Sulla scia delle note di Extraterrestre di Finardi.
Amiconfidente ha gli occhi grandi grandi e carnagione di un vecchio lupo di mare. Ha muscoli da culturista, fatti nello scantinato sotto casa sua. È dolce sa come dosare la forza. Indossa sempre tuta da ginnastica e fa flessioni anche con un joint tra le labbra.
Torno a casa e c’ho messo un’ora a trovare le chiavi del portone in borsa. Cerca, cerca, non le trovavo. Sono rimasta impalata lì al buio, accanto un paio di cani randagi che sonnecchiavano. Appena apro, salgo le scale d’ingresso, che mi son sembrate le pertiche della palestra delle scuole medie. Avevo quasi i crampi ai polpacci. Mi girava la testa ma ero sorridente. Trovo di fronte la sponda del mio letto, lo guardo come fosse mio marito. Mi ci butto di schiena. Mi sento felice.
La mia bambina, ha solitamente un temperamento già di suo fragoroso, vivace e scalmanato, che in circostanze usuali si metterebbe a saltare e a saltare e a saltare sul materasso del letto come fosse un canguro della Nuova Zelanda! Facendomi saltare i nervi e ricattarla con espressioni del tipo: – O la finisci qua, o ti piglio e ti faccio volare io giù dal letto facendo volavolavolaaa! – ma stranamente in quel momento mi ha lasciato sonnecchiare tranquilla; si è appisolata accanto a me, docile come un gattino appena nato, mi ha preso piano la manina e ha bisbigliato – Riposa, riposa, quando è pronta la cena, la nonna ci chiama, tanto domani si ritorna allo scivolo! -.
E così è stato. Ci siamo svegliate prestissimo, colazione con latte e cacao, cassata siciliana smezzata in due, una spazzatina per le scale di pietra nera dell’Etna, ho letto un po’ “La Fine è il mio Inizio-del mio Maestro”, ci siamo infilate al volo le infradito e via di corsa fuori. Siamo arrivate allo scivolo giallo, tutto impolverato di terriccio sollevato dalle azzuffate di cani grossi randagi. Che passano la notte lì, pisciando e cacando, sperando di trovare qualche pezzo di prosciutto di qualche panino abbandonato per terra, o patatine fritte cascate da mocciosetti, tutte informicate. La mia bambina va dritta a scivolare giù per quel plasticone giallo, che è quasi l’unica attrazione del posto. Dinanzi a me, a sedere su una panchina c’è un vecchio. Questo qua non è un vecchio “qualsiasi”. Capisco al volo che ha qualcosa di diverso rispetto a tutti gli altri vecchietti. Innanzi tutto l’aspetto: è tipo Paul Newman! È dunque assolutamente gradevole nell’impatto. È snello, asciutto. Ha gli occhi fini, blu. Carnagione da catanese. Capelli bianchi ma ondulati, davvero piacevoli. Ha una camicia mezza sbottonata sul petto, lasciata volutamente svolazzare dal venticello. Pantaloni anch’essi bianchi. Ha un anello grande, d’oro. E la cosa che salta di più all’occhio, è che al collo luccica vistosamente una grossa collana dorata.
– Buongiorno – dico, e istintivamente mi viene di sorridergli come per dargli rispetto.
– Buongiorno a lei. Che bella picciridda tenete. Ma voi non siete di qua? –
– No, siamo di Firenze! – dico, impettendomi, cercando subito di darmi quell’aria tipica di “chi sciacqua sempre i panni in Arno”.
– Ahh Firenze è una gran bella città. Ci sono stato da giovanotto a fare il militare. Il Duomo, ahh mi ricordo la bellezza del Vostro Duomo… e i Lungarni… invece noi qua, siamo allo sfascio. Vede qua che c’è? Solo distruzione e sfascio! Qua non c’è niiiente! – dice tutto questo, che ormai lo sento trito e ritrito da trent’anni “che Firenze deve essere una bella città, che Firenze è la città più pulita d’Italia, chissà quante cose interessanti ci sono da fare a Firenze, e che invece lì non c’è niente, non ci sono svaghi o divertimenti, e che le persone emigrano all’estero perché ormai il paesello sta morendo”. Ecco però quest’uomo lo sta dicendo con un filo di voce non banale.
– Già, lo vedo, lo vedo, – dico io – che sta andando a peggiorare qua, ma deve stare a Voi a sistemare le cose, ormai lo sapete che quelli del Comune non fanno niente, quindi sta ad ogni singola persona, rendere un posto migliore questo Posto.-
– Eh eh eh… facile a dirsi, visto dall’altra parte! E come? Come si può fare “noi”? –
– Beh… ad esempio ad essere più precisi nel far rispettare le regole, a non buttare le cartacce per terra, a non insudiciare tutto qui… vede? Ci sono i cestini della spazzatura, ma la gente non è educata a gettare le cose nel cestino della spazzatura. Vedo che fin da piccolissimi li “educano” a non farci caso, a buttarsi tutto alle ortiche, a lasciare qualsiasi cosa per terra, così uhmm… come se fosse un gesto naturale! Nelle città del Nord guardi, che invece si prenderebbe una bella multa eh! E comunque sono le persone stesse che hanno dentro di sè un’indole in cui hanno un amore sfegatato per il posto in cui vivono, e quindi non lo sporcano. Ma anzi tutti noi, si cerca di rispettare sia le regole dell’igiene, sia le regole della segnaletica stradale. Il casco, le cinture, col verde si passa, all’occorrenza rallentare, non parcheggiare in zone pedonali, ste cose così sa. Cioè voglio dire, lo so che può sembrare disgustosamente difficile, un tantino palloso se vogliamo, ma non si può sempre usare l’alibi del “su nella tua città del Nord deve essere una vita bellissima, qui è uno schifìio” se poi tutti, no dico proprio tutti da grandi a piccini, non fanno niente per non rompere quegli alberi lì vede? Non fanno niente per non rovinare quel prato fiorito là? E tutti a buttare bottiglie di birra di vetro giù, come qui vede? Così che ci si possa tagliare, e andare a cercare un ospedale che tanto non c’è! –
– No qui non ci sono regole dei segnali della strada. Cioè, essere ci sono, è che siccome i vigili se ne fregano… allora… ci viene spontaneo fregarcene a tutti noi… quindi c’è chi la macchina la lascia sul marciapiede, c’è chi la mette spalancata in terza fila, chi la mette davanti a un passo carrabile sa è così qui. E poi? Anche se uno come Lei, glielo va a dire che non va bene così, capace che “Quelli” la mandano a quel paese! -. Le solite cose insomma, i medesimi discorsi, di chi vuole insegnare a Chi, e tutti che si lamentano e basta, e guardano sempre con occhi meravigliati il bel Verde dell’Erba del Vicino. Potrebbe invece essere un Paradiso quel paesello lì, cercavo nel mio piccolo di spiegare, se solo si sforzassero a far funzionare meglio il quotidiano, appunto partendo innanzi tutto dalle cose civiche. La spazzatura, le strade in ordine, meno randagi affamati e pulciosi, le macchine coi loro divieti da rispettare, i segnali stradali, prendersi cura dei loro cortili così come si prendono cura dei loro salotti e villette. Dopo attimi di silezio in cui si rolla una sigaretta finissima di finissimo tabacco, ci ri-pensa e fa: – Comunque Signò, noi siciliani non siamo mica scimuniti sà, abbiamo importato quasi tutto noi alle Americhe! E noi italiani siamo i più bravi a costruire, abbiamo fatto quasi tuto Noi, Lei guardi anche nel campo delle Case automobilistiche… L’Alfa Romeo, la grandissima Lamborghini, la fenomenale Lancia, per non parlare della FIAT! La Maserati – tira un momento di sollievo, rilassa la fronte, dà una boccata alla sua sigaretta, mi lancia uno sguardo di concentrazione e alza un filo la voce e finalmente lo dice – FERRARRI. – Mi convince quel discorso, gli do atto ovviamente che in passato siamo stati un popolo tosto, che ci siam fatti da soli, che da un semplice trattore, abbiamo tirato fuori con non pochi sacrifici, macchine che ci invidiano in tutto il Pianeta. Come tirar fuori da un cilindro un coniglio. Ma ora cosa siamo diventati? Un mucchio di rottami, di vecchi rincoglioniti sempre pronti a lamentarci?
Lui si concentra ancora di più e continua – Lamborghini, Ferrari, Lancia, Alfa, Maserati, Fiat, tutte sono roba italiana, nate, ideate e prodotte in Italia, direi che non siamo gli ultimi scimuniti del Mondo qua per parlà de’BISINESS!! –
Ma io che più lo guardo e più mi sembro esser catapultatta in un film di Paul Newman, mi avvicino un altro po’, spinta dalla curiosità di sapere invece Lui cosa fa.
– Ma Lei invece… qui, di che cosa si occupa? O si occupava? –
– Chi io? Sa, non sono stato fortunato da caruso… eravamo famiglia di poveri, allora… allora mi sono inventato un mestiere! Che si tratta di giocare… sì, come posso spiegare… Lei s’intende di giocare “i numeri”? Beh, è un po’ così, faccio formule su formule… su formule, e così c’azzecco sempre. C’è quando va bene, e c’è anche quando va BENISSIMO! –
– Ahh sì beh, credo di aver capito, sì sì – annuisco, sorrido e lui chiude il dscorso:
– Negli scacchi, prima di fare la tua mossa è più importante prevedere la mossa del tuo avversario. E poi, solo dopo… puoi muovere il tuo pezzo – si alza, mi dice che secondo Lui io sono del segno del Toro (verissimo), e che per questo il mio profumo come essenza è La Rosa. Gli do la mano, lo ringrazio, e ce ne ritorniamo a casa.
Passiamo la grande fontana nel mezzo, e ci accorgiamo che è dall’inizio dell’estate che non scorre più l’acqua. Oltrepassiamo la fontanella del Viale, anche lì non c’è mai acqua. Come fosse rotta, o trascurata, o qualcosa del genere. Si arriva a casa, verso mezzogiorno, orario di punta per la preparazione del pranzo, o del lavaggio di frutta e verdura, e sento mia madre che bestemmia perché hanno nuovamente tolto l’acqua.
In pratica funziona così qui, all’orario di cucinare o di lavare qualcosa, tolgono l’acqua, e uno siccome lo sa, si deve premunire prima riempiendo catini o bottiglie. Comunque tutti si sono dovuti comprare dei grossissimi serbatoi perché tanto è inutile, l’acqua del Paese qui, la fanno sparire. Allora invece di starcene a tirare madonne banalmente, decidiamo di andare a parlare direttamente col Sindaco, al Comune. Il giorno dopo.
Si va, si cammina sotto il sole cuocente, si arriva in Municipio, mia madre sempre più nervosa, io e bimba invece piene di belle speranze. E naturalmente non ci troviamo nessuno. Solo una segretaria, che sfumacchia comoda in ufficio davanti al suo Fax, e che risponde a monosillabi i suoi copioni di “non so, e io che le posso dire, non è di mia competenza, vada laggiù sotto”.
– Questo paese se lo sono preso tutto in un pugno! – sentenzia mia madre indicando un Centro di Associazione Benefiche.
Decidiamo di andare negli uffici di competenza allora.
Ricordo solo che ci accoglie un tipo sulla sessantina d’anni, pieno zeppo di catene e collane d’oro, le mani tempestate di anelli di oro zecchino. Una cicatrice sulla nuca. Occhiali da sole. E fuma. Anche lui fuma una sigaretta dietro l’altra, all’interno della sede del Municipio. Esponiamo il problema che è assurdo che non abbiamo acqua potabile ad Agosto, con 45 gradi all’interno. E che la tolgano soprattutto nell’ora di pranzo. Per poi riallacciarla solo cinque ore dopo.
– Che poi voglio dire, non è che non si paga eh! La bolletta viene sempre puntuale eh! Ora c’è venuta una fattura di oltre 80 euro! Ma come? Come si può pagare così salato un servizio che non fa il suo servizio! Non c’è maiiii l’acqua! Tutti i giorni la togliete! Eppure ve la fate pagare lo stesso eh?! –
Questo il succo del discorso. Mia madre inferocita. Lui invece, con la cenere penzoloni dal suo mozzicone, dà una pacca sulla spalla, spiccica qualcosa in stretto dialetto, e dice “arrivederci”.
Mentre si ritorna indietro, io e mia figlia si guarda una coppia di asini giù per una discesa. In una campagna bruciata vicina. In mezzo a spighe e buche. Si saltella, si giocherella, e ci si abbronza alzando le braccia a quei raggi di sole che tagliano in due. Ci imbattiamo in fichi d’India cresciuti selvatici. E odore di cartone bruciato. Odore molto forte. Che a me piace. Mi riporta indietro nel tempo. Mia figlia corre, la vedo ch’é lì libera e giocosa, ha solo cinque anni, si ferma, fa la voce serissima, e lapidaria dice ad alta voce: – Questo paese lo tengono in un pugno! -.

THE END

(Quel pezzo che non ho fatto in tempo a scrivere, per mancato tempo al tempo; eccolo qua. Forse tirato via, sicuro anzi, cambiato e partorito fuoritempomassimo sicché non certo come sarebbe potuto partorire a inizio Febbraio. E quella lettera che pensai e mi sono dimenticata di scrivere perché le troppe distrazioni giornaliere me l’hanno sviata di mente; per poi ricomparire solo quando il tempo ha schioccato quell’unica certezza, che ormai non si può più)

SINAPSI

“N° 2 – CHANGES – DAVID BOWIE”

Queste cose sono tutti flash che avevamo messo in conto che avresti dovuto raccontare te. Invece tocca a me ora, rido, con tutti i miei errori grammaticali e le coniugazioni dei verbi sempre sbagliate.
Ok PARTIAMO
Una volta in tempi parecchio sospetti, tipo nel ’99, si fissa per farci un giro a base di David Bowie, cicchini, dimenticare tutto quello che ci circonda, e un paio di “vai al diavolo”!
Allora tu vieni a prendermi alle 16. Con un mega furgone bianco tutto sgangherato. Entri nella stradina stretta condominiale, pigli e scendi. Fai l’indifferente e per l’attesa ti accendi la Marlboro e ti sgoli mezza bottiglia di Thè alla pesca, fresco. Attendi e attendi, nel mentre io sono ancora su che mi preparo. Mi metto un po’ di questo un po’ di quello, le ciglia le allungo col mascara, li orecchini per tutto il lobo dell’orecchio, metto in un batter baleno anche quello bellino al naso. Fouseaux e anfibi. Mi bagno i capelli cortissimi.
Poi scendo, tu getti con maestria il cicchino dall’altra parte. Mi sorridi e sul momento non ho capito bene perché i tuoi occhi erano così grandi. Cerco di darmi un tono sbarazzino. Faccio due saltelli e ti stampo due baci sulle guance. Tu ancora non hai spiccicato parola. Ancora non ho capito perché. Un po’ temo che sia noiosa la mia presenza. Quindi cerco subito di fare il dj dentro il furgone. Dove ormai mi sentivo come a casa mia. Sali pure tu, ancora mi fissi mentre giri la chiave e fai retro marcia. Gratti e sfreghi un birillo di quelli per il parcheggio bici. Mentre cerco la canzone giusta, pigio pigio pigio fino alla numero sei, poi torno indietro al numero due, sto per smadonnare, per farmi esplodere l’embolo, tu che mi conosci bene fai, con voce invitante: – Nooo, calma, calma, conta fino a dieci, respira, ecco così… respira, respira, su su, respira, brava…-
Ecco si può dire che eri l’unico che mi poteva dire “CALMATI, CONTA, RILASSATI, PAZIENZA, RESPIRA” senza ottenere l’effetto contrario, l’unico, infatti dopo mi lasciavo andare ad una risata di tutto cuore” .
Ecco, mentre siamo lì dentro e si gira l’angolo, notiamo dallo specchietto un vecchietto che agita le mani e si mette a correre dietro il nostro furgone. Questo è lì che corre corre e si sta mettendo anche ad urlare. Allora io e te: -Ma che cazz… cazzo è? –
– Frena frena RiKKa! –
– Ma che vuole ora questo? –
– Cazzo ne so! Bho prova a frenare sentiamo un po’ – E siccome all’epoca tutto ci sembrava una questione di vita o di morte io metto la mano in borsa sul mio coltellino, mentre tu eri in posizione autodifesa. Il tipo corre si avvicina al tuo finestrino e fa, rosso in viso: – Guardate avete lasciato una bottiglia di non so cosa sopra il tettuccio! È un miracolo che non sia cascata addosso a qualcuno! -.
– Nooo porca puttana la bottiglia di Thè! Figura emmer… –
Niente, il mio sguardo si catapulta verso di te, ero un misto fra risata e frenata, frenata e risata.
E quella volta che si decise di andare verso il pozzo di Bello Sguardo in tre, sempre col furgone gigante? Te, io e la Costy! Eravamo all’epoca appena maggiorenni, ma non di testa, e comunque non avevamo ancora la patente. E alla Costy venne la brillante idea di uscirsene con quella frase: – Dai fai guidare me!! Scendi spostati fammi provare! – io e te all’unisono ci si lancia un’occhiata indescrivibile. Eravamo col groppo in gola. Ti chiedevo con lo sguardo “daiii aiutamiii diglielo te, non farglielo fare” e te mi supplicavi “no diglielo te”! Insomma, sapevamo che era bevutina, un po’ arzilla, al quanto fumatina. Niente lei va al volante. S’immette in una stradina in contromano. Gira e rigira si becca la viuzza in salita e curva come la coda di un serpente a sonagli. Eccoli. Spuntano dal buio delle tenebre i carabinieri! Luci azzurre e tutto l’ambaradan. Ovviamente congelati sappiamo che dentro al “nostro” furgone siamo carichi di lattine e bottiglie di BecK’S di dietro che tintinnano, sappiamo perfettamente che dentro il cruscotto qualcosa c’è. Allora parto io col mio solito sguardo “a Cerbiatto”. Tu grugnisci sotto i baffi, non li hai mai potuto sopportare gli sbirri, io invece ho sempre subito il fascino della divisa ahimè. UH! Sarà mica per questo che li odiavi tanto? Non so ancora oggi come abbiamo fatto a non farci fare una perquisizione e manco una multa. Niente ci hanno fatto andare via lisci lisci. La Costy ancora oggi è super convinta che il merito è perché lei ha saputo guidare veramente bene. Ahahaha!
E quella volta che col furgone si parcheggia bellini bellini sotto l’appendice di quel Castello, quel Manicomio di Pazzi in disuso? Tu cominci ad apparecchiare… a preparare… ed io che sento bussare dal mio finestrino. Ta-Dann!! Toc-Toc i Caramba! E mi illuminano le pupille con un faro a neon gigante. In modo fortuito fai scivolare tutto sotto il tuo sedile, io soffio all’improvviso giù giù, tutto volato sotto il tappetino eh eh. Abbasso il finestrino e riparto coi miei soliti occhi a cerbiatto. In due minuti scarsi, il giovanotto napoletano è già lì che si scusa dicendo: – Ah ma no, ci scusi, scusate tanto, è che riceviamo così tante chiamate per queste parti… diciamo che è zona poco raccomandabile questa per… ecco, per appartarsi –
– Co-co-sa? Poco raccomandabile? E chi ci viene qui? – Faccio io super sbalordita.
– No così… zingari… gruppetti di ladruncoli… ogni tanto fanno scambio anche di spaccio cisiamocapiti? –
– Cosa? Ommioddio? – sgrano gli occhi e girandomi verso te RiKKa ti prendo la mano stretta e continuo: – E tu dove mi hai portata? Te lo dicevo che questo posto mi faceva paura! Grazie, grazie, grazie mille per l’informazione. Ora qui, per favore, non-mi-p-o-r-t-a-r-e-p-i-ù!! – E ti rimollo un altro bacio, stavolta sulla bocca! Che flash e che risate nei giorni successivi.
Quella volta di Mosciano? Litigo con Claud, ti chiamo, e si va a schiarirci le idee e a dimenticare, sulle colline di Mosciano. Avevo voglia di “avvistare” la pantera nera lo ammetto. Spippolo tanto per cambiare la tua autoradio. La lucina era rotta. C’era un buio pesto. Le lucciole fuori sparite. Neanche una stella. Trovo sempre la numero Due del Best Off e parte il canto a squarcia gola: “Che…Che…Che-n-che-ges-S!” Alla prima Moretti da tre quarti ingollata, mi sgancio la giacchetta di pelle e inizio il monologo dello psicodramma: – Ahhh menomale che sei arrivato! Menomale che ci sei te! Sto troppo bene co’te. Dai vieni qua ho bisogno che mi abbracci -. E parte quell’abbraccio, forte, sentito, e mentre eravamo stretti stretti…. mi giro con la coda dell’occhio e niente, vedo quatta quatta che si avvicina la station wagon di lui. Arriva, scende, sproloquia qualcosa che rimarrà aria fritta, ti dice “spostati”, mi dice “tu sali”, e niente : ma come è possibile che non si sia accorto di niente? Ahahahaha!
Poi ci fu la volta del furgone in solitario con te e l’albero. Era estate, un caldo bestia. Ti chiamavo, ti chiamavo, ti chiamavo e tu niente. Nulla. Praticamente stavi guidando, nottate intere a girare col furgone per il tuo lavoro. Ad un certo punto il furgone ti va a zig-zag. Tu inizi ad accusare veramente tanta stanchezza. Il sonno ti vince e PAFFETE chiudi gli occhi d’improvviso. Vai dritto dritto verso uno spartitraffico a triangolo. Il furgone si fionda sopra. E ti entra un tronco d’albero dentro, dal tettuccio storico del furgone. Ti svegli, te ne accorgi. Smadonni. Dici “che culo” e ti schiodi da lì, sgommi e via. Con mezzo tronco d’albero ancora ficcato dentro. Da lato passeggero a lato tuo.
Mi chiami e dici: – Ho fatto un incidente. Nooo sto bene, nulla di che…. è che mi è entrato un tronco d’albero da parte a parte nel furgone!! Vedessi bellino! –
io allucinata: – N-o-n-h-o-p-a-r-o-l-e. RiKKa! Stavolta non ho d-a-v-v-e-r-o parole. Allora? È per dirmi che non ci possiamo vedere? –
– Ci vediamo ci vediamo, respira, respira, ohhh sto bene eh, vengo in treno -.

SINAPSI

RADICAL SENTIMENTALE e il GRILLO PARLANTE

Allora facciamo il punto, tanto per cominciare Carlo Albero lo sa. Lui sì, ancora non lo sa che era a un passo dal fosso prima del tempo, dato per spacciato e invece la sua voce al telefono scorre che è un piacere. Lui sta bene. Alceo pure lo sa. È stato il primo a cui l’ho detto. Anche lui mi ha sempre contato il cambiamento dell’espressioni in un batter di ciglia. Quando il vento cambiava e stava per crollarmi il mondo. Bulubup! Eccotelo lì, che capiva tutto subito. Dunque, loro due, come i grandi esseri che sono, sanno troppo troppo troppo bene, che son devastata, che non sono incline allo strappo improvviso, che sono impulsiva, e l’accettazione non conta per nulla. Lo sanno e niente, mi stanno vicino tantissimo, con la loro distanza fisica, e il loro silenzio. Stanno di continuo a parlarmi e a dar pacche sulle spalle. Poi ovvio, mi passano le sigarette e il vino. Magicamente. Stanno zitti, si sono chiusi nei loro rispettivi gusci. Gli amici fanno così. Li senti.
Poi sento in continuazione il silenzio di quell’altro. Il siciliano S. Hai capito benissimo. Se già prima era di poche parole, e invadente meno di te, ora è completamente avvolto nel suo cappotto nero da corvo. Spiazzato. Senza parole. Lui sì che mi sa che ti amava.
La tua risata la sento però eh. Si sente, si sente, si sente sempre che ridi.
Poi te l’ho messa la tua canzone, quella di Fabi e del vestito rosso rosso. E che avevi sbagliato tutto, tutti quelli che credevi non gliene fregasse un cazzo invece lì a scoprire che ti volevano bene eccome. E quella che credevi si struggesse un casino invece no per nulla. E invece no, hai sbagliato davvero su una cosa però, te lo devo dire, che non è vero… e che sono rimasta come un osso, fuori e dentro senza midollo. Zitto. Stai zitto! Basta basta! Smettila di parlarmi! Stai zitto!
Mi rode pensare a tutte quelle cose che dovevamo ancora fare insieme. E non le abbiamo fatte. Vivere insieme! Ti ricordi? Dovevamo andare a vivere insieme! Sì lo so cazzo, era partita la botta della mia solita testa sognatrice, infantile. E quando ai nostri tempi, come un grillo parlante ti assillavo. Ti dicevo dicevo dicevo. Saltavo da una sedia all’altra. Ridevo, parlavo, bla bla bla, poi niente, poi respingevo, poi di nuovo amici più di prima. A ballare le canzoni dei Nirvana o sul divano imbalsamati. Zitto, zitto, ora c’arrivo.
Tu invece il solito sentimentale. Leopardi nell’anima. Romantico, pungente, sarcastico, ironico e leggero. Leggero leggero che era facilissimo trovarci a stramazzarci dalle risate sulle volte che ci si trattava male. Per compensare i tuoi occhi fermi a guardare con dolcezza, facevi uscire il tuo lato cinico. Forte. Vissuto, del tipo che non può più permettersi di sperare invano.
Ricordi? Ti avevo detto: – RiKKa? –
E tu – Eh?? –
– Ma lo sai che l’unica persona con cui vorrei andare a convivere saresti tu? –
E tu – Certo, perché io ti farei fare tutto quello che vooi! – Ahahahahahahahahahahah!
Invece no. No no, non era per quello. È che mi veniva sempre da ridere e… è che mi facevi sempre troppo ridere, che ho perso tempo, non mi hai fatto mai finire la frase.

SINAPSI

INTELLETTUALE CON RISATA

È che vorrei rompere questo muro trasparente, che mi separa dalla realtà all’irreale. Vorrei prenderti oltrepassando quella linea sottile. Prenderti di pugno la tua magliettina azzurrina, mezza bucherellata. Prenderti e urlare a mezza voce. Invece come al solito tu mi ascolti lo stesso. Tu già lo sai, lo sai, lo sai, che non posso. Allora indosso la maschera, metto il sorriso, non faccio vedere gli occhi, faccio la capa tosta. Ogni tanto rispondo male e mando a fanculo così, tanto per non far vedere che le cose sono cambiate. Tanto per non fare accorgere nessuno, degli idioti che mi stanno intorno, che mi sta succedendo qualcosa di strano : io che taccio? Io che non ho voglia di parlare? Allora, allora sai che faccio? Faccio come sempre. Che rimane fra me e te. Gli altri li tengo fuori. Non devono entrare nelle mie cose. In quelle piccole rughe nel mento e nelle occhiaie, che tu e solo tu, avevi evidenziato. Lo so, lo so, che succede a tutti quanti, è solo che non ho capito ancora perché tutto quello che succede a tutti deve sempre succedere anche a me…
Perché quando ti conobbi e iniziammo a percorrere la strada insieme, ed io capii che eri speciale, e tu essendo “troooppo intellettuale” c’avevi preso bene co’ me, c’avevi intravisto qualcosa di buono in me, insomma io TI pensavo immortale. Uno che è per sempre. Ti vedevo eterno. Sempre lì. Sempre presente per sempre. TI PENSAVO come di solito si pensa ad una madre… o al papà, che secondo noi sono eterni. Ecco, tu eri mia madre. Tu eri mio padre. Mio fratello. La sorella che ho sempre desiderato. La sorella che mi accarezzava la mano quando mi sforzavo di ingoiare i singhiozzi. Mia madre ecco. Tutta la famiglia a cui ho sempre aspirato.
Solo che adesso SEI molto di più. L’unica consolazione è che so che mi ascolti quando mi fai quei colpetti al muro.