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RACCOLTA di CORTI e di SINAPSI

Foto [13]
<< IL TORO ESCE DALLA GABBIA >>

Devo trarre ispirazione da questo libro, qui, che ho tra le mani.
Tanto sono tornata sulla strada che m’ha sempre portato oltre.
Lontano. Quindi non sarà neanche un’impresa così ardua, così difficile, perché è esattamente da questa posizione, ch’è sempre partito tutto. Io accendo il lumino accanto a me, sulla mia destra, pesco un libro a caso, me lo metto come piano di lavoro sulle mie ginocchia, alzo gli occhi mezzo secondo e li lancio sul muro grigio-scuro ricamato dalle ombre e dalle luci e poi li faccio scorrere fino al soffitto, ma tutto questo quasi contemporaneamente a quando mi accorgo di lui, che mi dorme davanti di profilo sul suo lettino, per far sì che la mia ispirazione parte dall’oscura ombra e va verso una luce che io stessa non credevo potesse esistere. Ma non in questo caso. No perché, non ne ho più bisogno di guardare… di osservare… ho già tutto piantato con le radici in testa. Ce l’ho ormai dentro, tutto l’ambiente, che come vedete e come io stessa mi sto rendendo conto, non ho avuto bisogno neanche di fermarmi, di respirare, guardarmi in giro, arrampicarmi sulle cose per trarre quel giovamento da sanguisuga come facevo fino un paio di settimane fa. Adesso potrei farvi una descrizione dettagliata su ogni oggettino posizionato, o su ogni metro cubo lasciato libero, o addirittura dirvi di lui, che gli hanno cambiato il letto con uno professionale, dice, adatto, e sinceramente ve lo dico proprio con sincerità, non è che lo abbia guardato poi così tanto da quando ho messo piede qui, nella sua stanza.
Ormai i miei occhi vanno da sé, anche senza sforzarli, e lo tengo d’occhio anche senza fissarlo troppo. Ed ho già annotato la forma e le sbarre alte e com’è fatto questo lettone. Quindi ricapitoliamo fino a che punto siamo arrivati: i miei occhi vedono anche se non guardano e lui parla e racconta di tutto anche se dorme imbottito di morfina.
No oggi no. Oggi è bastato che mi sedessi sulla solita poltrona vecchia, perché partisse da sé… la penna. Prima, poco prima che mi sedessi e che mia madre ci lasciasse da soli, lei lo ha sistemato meglio, gli ha farfugliato non so che, e nel frattempo gli ha tirato su le sbarre d’acciaio, chiudendogliele per bene, per poi sussurrargli dolcemente – così sei più sicuro e… non si sa mai… oggi è meglio che non ti alzi e con queste almeno sei più al sicuro –. Io so solo due cose, che lei m’ha fatto morire per quanto era dolce e che lui ha risposto: -eh… il toro esce dalla gabbia!– Così ha detto.
Così ha detto.
Dio ragazzi, m’ha fatto morire dalle risate, anche perché guardava proprio me, e sembrava cattivissimo in quel momento, davvero. E mi viene ancor più da ridere, perché più indifeso di lui non so chi ci può essere. Ma torniamo alla mia cosa iniziale, cos’è che chiedevo? Ah sì, l’ispirazione. Di solito arrivata qui l’ho tirata fuori da vecchi poeti ventenni, da autori come Baudelaire e il suo oppio fottutissimo o da scrittori italiani di fine novecento. Ma non in questo caso. Oggi ho sulle ginocchia un altro tipo di libro, si chiama “ SOLDI TRUCCATI “ ed è di un certo Lombard. Ed è successo che molto spontaneamente m’è scattato un processo alla rovescia: dalla scrittura che si è scatenata come una pazza, vi saluterò dandovi i miei più cordiali saluti, e mi dedicherò alla sua lettura.

[2006]

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RACCOLTA di CORTI e di SINAPSI

Di Giovanni Arpino :
“ GABY LA NANA ”
Adesso lo so bene. Adesso ho capito.
La felicità è un niente fatto di niente, una nebbia senza sapore, senza forma senza senso.È come la salute, cominci a capirla quando ne esci, quando hai un male. È come il guscio d’una noce, al quale la noce aderisce così bene dal di dentro. Della felicità vieni a sapere solo quando ne sei stata sparata via, il guscio s’è spaccato e tu ti ritrovi di colpo a dover giudicare da sola il freddo e il caldo, il mangiare e il letto.

E non si funziona più.
Tutto diventa storto e raggrinzito. Ti vesti e non sai perché ti sei messa quegli stracci invece di altri, ecco tutto.
Ti pettini e a un certo momento la mano si ferma nel gesto e ti passa la voglia di finire, di uscire col pettine dal fondo dei capelli.
Così oggi, persino io, se qualcuno mi dicesse “bei tempi quelli di una volta, vero Gaby?” persino io lo guarderei come si guarda un pazzo o un nemico.

Di Marianna Gì.
“NON MI POSSO SEMPRE ARRABBIARE SE QUALCUNO MI SVEGLIA”

Dalla poltrona vecchia di questa stanza lui mi ha chiesto se per favore gli potevo dare un fazzoletto.
Un gesto semplice, alzarsi far fare CLIC CLOC alle ginocchia, porglielo e rimettermi giù.
Invece ho tremato.
Ho sbattuto in un colpo solo contro ciabatta, comodino con pappagallo, bastone a tre zampe, ho fatto un casino. Comunque gliel’ho porto con un soffio di gesto e lui ha capito.
Lui, quest’uomo dalle mani livide e butterate da poter dire martoriate, ha sussurrato con la poca voce rimasta, quella dell’educazione sviscerata che lo tiene in vita, a dispetto di quella delle bestemmie della rabbia che se n’è andata via scivolata forse in un bicchier d’acqua offerto nell’ultima visita di chissà chi, bene, ha detto un solo grazie. Ma io so, io so, mi avrebbe voluto dire “non preoccuparti, stai tranquilla”.
L’uomo dorme con un profilo affilato, e tutto sembra apposto. Da qui.
Il lampadario con le sei punte verso il soffitto, il comò antico, il pavimento toscano da rifare, è tutto fermo, qui.
Ma io, io, scommetto che nella sua mente c’è già una qualche soluzione di parole, di frasi bambinesche che gli domandano, lo affollano e lui che si risponde mettendosi a sedere, finalmente dritto “vediamo come posso fare per uscire da questo covo di matti”.
Che cosa dico io? A questo punto dico, che anche se è bello vedermi lì, tutta che brillo di luce propria, buttata a sonnecchiare, mentre non guardo in faccia nessuno perché in quel momento per me, conta soltanto il sonno, non mi dispiacerebbe che tu mi svegliassi.

[ 2005 ]
*scritta seduta all’ombra di un lumino dalla stanza di mio zio quando ancora pensavo che il tempo fosse infinito, prima che partisse con la sua ventiquattrore, sù. 

RACCOLTA di CORTI e di SINAPSI

“LA LEGGENDA DEL 16”

A lui gli si posò sopra quel ginocchio decorato da jeans decorativi, un moscone.
Lo fissavo come se volesse dir qualcosa che non mi potevo assolutamente perdere.
Dormiva con gli occhi semi aperti ed ogni tanto il visino gli andava in giù e in su, in uno sbuffo di scivolata dal finestrino che lo sosteneva.
Ascoltavo il silenzio e d’improvviso mi apparve il brusio come un compagno per il mio viaggiare.
Poi ho creduto sul serio che ci sarebbe stato un attimo in cui il mio stato d’animo avrebbe avuto la stessa linea del disegnino che mi stavo inventando. Ma la mia enorme sciarpa di lana mi copriva talmente a fondo l’espressione, che non sapeva che mi stava facendo bene.
Davanti a me vidi penzolare da chissà dove, un ragno, che era così microscopico che solo degli occhi come i miei, avrebbero potuto vederlo.
Ero elettrizzata e un misto fra il sospetto e il curioso.
Pensai: “io odio i ragni”!
Così adagiai i miei occhi un’altra volta su quel moscone in cerca di parole, niente parlai io: << Vedi, ti ho sempre amato, ma ora devo andare, devo, ma ascolta, non ha nessuna importanza per me stare con te, perché ti amo così tanto che ti ho qui, qui dentro di me, quindi sappi che non mi mancherai, non mi sei mai mancato, perché in fondo non ne ho avuto bisogno, ti ho sempre portato con me, in tutti i miei viaggi, anche se non siamo mai stati insieme, mi sei talmente dentro nelle ossa che in tutto questo tempo è come se fossimo stati sempre insieme, perciò io posso anche lasciarti andare, vai >>.
Lui si svegliò, fece volare il moscone e mi sorrise.
<< E quel che penso, con tutta la mia testa, me lo tengo ben stretto. Ne vado fiera >>.
[ Dedicata ad un bus ]

[ 2004 ]

RACCOLTA DI CORTI E DI SINAPSI

“DA LIVORNO TUTTO TACE”

Poche parole nel mattino con il goccio di caffè e il pacchetto da dieci vuoto, di Marlboro.
Di fronte alla Via Luigi Pirandello, il bar di Claudio stava già per aprire, non con lui ma col padre e il fratello, pronti a vendere le sigarette di sottobanco.
Niente aggeggi e niente droghe nel cassetto.
Solo uno strano sorriso come un ghigno. La voglia di sparare in aria per fare una strage senza alcuna ragione e senza senso, tanto per farlo, tanto per spaccare in due le diverse opinioni sulla “Libertà di scelta”, tanto per sparare agli uccelli.
Mi stava forse impacchettando con estrema follia, la lettera che tutto poteva sembrare tranne che d’amore.
Si stava preparando per una passeggiata, per esplorare tra un cespuglio e un incrocio la sua tranquillità. I piedi rigidi e tesi lo portarono diretti verso una cassetta della posta. La imbucò.
Posta Prioritaria e mi arrivò il giorno dopo.
Quando me la sono trovata sul mio tavolino da lavoro, pensai: “Oddio, questa me la posso leggere anche dopo, tanto sarà piena di miliardi di offese e minacce d’ogni tipo, ora non c’ho voglia per sprecare due ore di tempo”.
La posai lì accanto e tornai a far ricerche sul computer. Poi la aprii con violenza e curiosità, visto che il mio occhio destro si posava lì ogni tanto.
Presi il foglio, lo srotolai, dato che era tutto ben piegato e signori e signore…non era affatto una lettera! Ma bensì un disegnino, di quelli che fanno i bambini piccini.
Non c’era firma , non c’era una scritta , non c’era mittente, non c’era un cavolo, solo quel maledetto coso, con tanto di strisciolina blu di cielo al bordo, il sole giallo al centro e due case in basso, una più grande e una più piccola. Tre specie di donnine, in tre situazioni diverse, col capo tondo marrone e la sottana a forma di triangolo, ma i bambini disegnano meglio.
A tale visione mi prodigai per fare le mie appropriate mosse: reagire col silenzio!
Camminavo disinvolta, uscivo, frequentavo locali, bevevo, socializzavo in Via Faenza, poi ancora in Via Faenza e poi ancora in Via Faenza! Ogni tanto cambiavo anche, andavo in P.za Santa Maria Novella. Altre volte facevo direttamente in casa.
Diedi il mio tributo varcando la soglia del mio Pub familiare e dissi:
<< Allora ti sono mancata? >>
<< Eh come no! >>
<< Dai Ponci, fammi una birra >>.
Poi mi sedetti al tavolino dove già era ben posizionato il mio amico Charles Albert.
<< Allora, notizie da Livorno? >>
<< No, cioè sì. Solo questa >>
<< E cos’è? >>
<< Aprila >>
<< Cosa? E…e…che è? >>
<< Sì anch’io ho fatto la stessa espressione ieri sera quando l’ho vista >>.
Prima si scoppiò “in una leggera risata” poi si cercò di capirne il senso, il nesso logico, e una volta capito che non c’era, lui diede questa espressione: << Oh mamma! ma questo sta male! >>.
E si finì lì.
Ma Mister Sfortunello, stava perdendoci proprio la testa, dato il mio mutismo, così mi mandò uno straccio di sms, strano perché di solito erano molto più lunghi:
“Io come hai visto ti ho sempre cercata e lo faccio anche ora, ma questo te non l’hai mai fatto. Forse non ti manco così tanto o forse pensi di essere stata trattata male solo tu, allora se devo continuare a contare le pecore la notte e pensare a una che non mi pensa nemmeno, mi dispiace ma preferisco dimenticarti per sempre e in modo irreversibile, e ti giuro che questa volta non scherzo. Vorrei parlare con te, cercare di sistemare tutto insieme, io sono con te amore, farti capire che…mi devi ascoltare. Pensaci e fammi sapere al più presto, mi basta solo una risposta, staremo meglio entrambi nei due casi. 871 872 873 874 875 879 880 e per ora quante pecore…Laura vieni a Livorno a trovarmi?”.
Poco sale in zucca la sera quando fumato l’ultimo spinellino si recava all’ippodromo in sala, per vedere di capirci qualcosa.
Con la sua superficialità, tentava di fare persino il presuntuoso, ma aveva dei modi di fare di plastica, che quelli che reputava “giusti” per farsi dare delle dritte in realtà si prendevano gioco di lui e andava tutto dritto e arzillo a puntare sempre un cavallo perdente.
Il mio amico RiKKa mi informò qualche giorno dopo che lo aveva asfissiato con varie telefonate. Mi disse a suo modo che gli avrebbe dato volentieri “Una bella sistematina”.
RiKKa:<< Ah, poi mi fa: Ma quali sono i piani di Laura, ora? >>
<< Cosa? E che c’entra questo? >>
<< Sì sì mi ha detto proprio così: quali sono i piani di Laura, ora su di me! Mah, ad un certo punto mi sembrava di parlare con un bambino. Cioè come se io fossi suo padre e lui mio figlio >>
<< Non ho parole >>.
E si finì lì.
Sono passate tagliando, tagliando, due settimane, io continuo le mie cose, esco, cammino, frequento, conosco, presento, prendo, lascio, bevo, cerco di smettere di fumare, riprendo.
Un’altra volta i miei amici Charles Albert e RiKKa mi fanno: << Allora, da Livorno notizie? >>
<< No…non direi…>>
<< Allora, da Livorno tutto tace…>>
<< Ha ha ha ha ha ha ha ha ha ha >>.

[ 2003 ]

RACCOLTA DI CORTI E DI SINAPSI

“LA FEBBRE (DA CAVALLO) DEL SABATO SERA”

<< Io no. Io non ho mai fatto “i pezzi”>>.
Raccontava o blaterava Marchino in uno dei suoi soliti o insoliti pomeriggi domenicali, quando la macchina sembrava muoversi da sé in strade percorse di notte solo da cinghiali o daini.
<< Se ci vai con diecimila lire stai lì a guardare tutto il cartellone, te lo studi, te lo ammiri coi lucciconi agli occhi. Cazzo ammicchi la botta di culo. Ma è difficile. Se ci vai con tanti “vaini”[*1] non ti interessa di star lì a studiare “le prestazioni di cavalli in sala”. Perché se ci vai con pochi soldi hai la speranza di vincerli, se ci vai con tanti soldi hai solo la speranza di non perderli! >>.
Cavalli, cavalli, cavalli, questi benedetti stalloni! Bei tempi quando in pista correva il suo preferito, “Fascino”, ora senz’altro ci andava ogni tanto così a perditempo, quando in tasca poteva avere chessò, per lo meno centomila lire; si avvicinava senza dar noia a nessuno, agli sportelli dei totalizzatori, o per convenienza ai picchetti, annusando da sotto ai baffi i ciuffetti d’erba tagliata fresca e l’odore della cacca di cavalli, gli ricordava che era nel suo posto, che era a casa, insomma.
Allora si avvicinava lì, faceva la sua puntatina d’un deca[*2] poi una piccola corsettina per vedersi la partenza, il momento migliore, qualche minuto di gloria e poi via, mani in tasca verso la sua macchina bianca, fuori dal cancello sul Viale Italia.
Marchino era il pezzo di pane del gruppo, a volte pensavamo che fosse incapace di difendersi, quando noi volevamo uscire, imbroccare persone al volo, saltare da una pista all’altra della discoteca, lui ci diceva sempre: << No il sabato mi dispiace no, non me lo potete toccare! Tutti gli altri giorni non c’è problema, ma il sabato è sacro, io non esco! >>.
Ecco, sì avete capito, sto tipo qua odiava uscire il sabato sera, noi sospettavamo, voci di corridoio, che preferisse starsene per i fatti suoi a studiarsi il suo “SPORTSMAN” per vedere di giocarsi i suoi risparmi ormai agli sgoccioli su qualche corsa vincente.
Allora mentre il protagonista dei miei pensieri ogni santo sabato ci bidonava, io tornata dopo una lunga serata a fumare una sigaretta dietro l’altra, decisi di fargli presente che una cotta come la mia non poteva essere trascurata. Presi su la cornetta lo chiamai e gli dissi una cosa molto, molto romantica: << Ho deciso sai? Voglio venire con te alle corse domani. Mi ci porti? >>
<< Sì perché no? Magari porti fortuna, che ne avrei anche bisogno eppoi così t’insegno! L’importante è che non cammini appresso ai “gufi”![*3] >>.
Mi venne a prendere a un’ora assurda della mattina di domenica, a venti alle due iniziava la prima corsa nel fantastico ippodromo di San Rossore a Pisa e per far in tempo dovevamo partire da Livorno a un’ora decente. Mentre ci si avvicinava all’ingresso lui tirava fuori dalle tasche le 6.000£ per l’entrata, dimenticandosi di pagare anche per me, chissà come mai, io dal canto mio montavo un’adrenalina mista a inconsapevolezza e avventura. Ero elettrizzata. Mi guardavo intorno, c’era gente d’ogni tipo, c’erano quelli più giovani di me tutti gasati e attrezzati, coi loro jeans a ciondoloni e le mutande bucate in vista e persone che un’età precisa non gli si poteva dare, dalla coppia normalissima con bambino al solitario e più incallito giocatore che in quel momento sembrava essere lì solo lui per scommettere. C’erano i gufi, gli iellati, le sventole dei pizzetti fascisti, le pollastrelle in cerca dei babbi, con le minigonne mini-mini-mini.
Mi prese la mano, approfittando di un momento in cui l’avevo lasciata andare inerme vicino al suo fianco invidiabile. Mi portò sicuro di sé dentro l’ippodromo, allo steccato.
<< Guardando questo steccato ogni ricordo risale spontaneo…>>
<< Ti son successe tante cose qui eh? Questi posti potrebbero parlare eh? >>
<< Sì ma non si può fino all’infinito vantare un cuore pieno di vecchi ricordi >>, interruppe guardandomi finalmente dritto negli occhi, poi diede una leggera occhiata di sbieco verso la pista e urlò: << Guarda! Guarda lì, sono pronti! >>.
Le gabbie si aprirono diffondendo nell’aria il colpo secco e partirono al galoppo nel fragore della gente, i sette cavalli.
Quegli zoccoli rumorosi, che rumore magico emanavano! Mi lasciavo coinvolgere dal loro fascino, dalla loro potenza. Dio come mi sentivo piccola dinanzi a tanta forza. L’adrenalina di tutti loro era contagiosissima, che anche se ero l’ultima arrivata, già mi sentivo una giocatrice incallita. Ecco quel rumore che passava sotto i miei occhi, dopo la curva, era il più forte. Ecco di nuovo il mio sguardo andava alla ricerca di quelle scale, di quegli omini prima accovacciati poi in piedi per esalare l’ultimo respirone trovando il modo di riscaldarsi.
Niente, quella volta non si vinse e nemmeno le corse successive e si puntava e si puntava e si giocava e si faceva in su e in giù dai picchetti al totalizzatore, al tondino per un’illuminazione sui cavalli più belli che li facevano gironzolare lì sotto i musi di tutti, sopra le tribune, alle gradinate, contando quasi i chilometri che i nostri piedi facevano, tutti esaltati com’eravamo perché nella perdita “avevamo già vinto” nel vedere tutto quel bendiddio, sembra assurdo.
<< Dai rimaniamo ancora un po’…>>
<< Sì ti faccio vedere l’ultima corsa, la settima che è quella migliore! >>
<< Te…quanti soldi ti son rimasti? >>
<< Io…un ventino >>
<< Io ne ho solo mille…no, ho duemila lire! >>
<< Dai scegli te l’ultimo cavallo eppoi lo vai a giocare, non ti preoccupare ti insegno io, gli devi dire: gioco 6.000£ di trio e le restanti 16 sul vincente ok? È facilissimo >>.
Mi appiccicai cogli occhi e col naso al tabellone dentro la sala, facevo quasi una conta a caso, dato che mi sentivo proprio imbranata e sapevo che non me ne intendevo per niente. Poi mi concentrai un attimo e diedi la mia risposta:
<< Mhm, sì ho deciso io voglio “Cuor Di Leone”! Sai mi ricorda una persona…>>.
Così mi diressi verso una cassa con una bella biondina che ci ispirava cose positive e sussurrai con un filo di voce: << Io…ehm, voglio giocare il n.3 vincente da 16 mila e una trio, il 3 vincente con l’1, il 6 e il 7! >>. Naturalmente anche quella corsa la perdemmo, ma fu il modo ad essere diverso, quasi da picchiare a cazzotti i muri, ( mi spiegò poi ).
Il nostro bel cavallino era in testa per quasi tutto il percorso, stava vincendo, ma proprio quando mancavano pochi passi, pochissimi cm al palo, il cavallo dietro col fantino più anziano perciò con più esperienza, lo superò e via verso un’altra sconfitta divertentissima.
<< Ma dai! Non si può perdere di corto muso sul palo! >>.
E tutto l’ippodromo << Naaaaa! >>
Proprio mentre i miei giorni sembravano trascorrere veloci e pieni di inutili gioie, giorni uguali trascorsi nel dubbio, nell’ambiguità, proprio quando la mia anima si stava infognando nel buio soffocante e galleggiava nella merda delle sigarette, le incertezze, le paure stavano prendendo il sopravvento, mi spuntò come per incanto la tanto attesa telefonata.
<< Pronto? >>
<< Pronto Lucrezia? >>
<< Oh ciao! Dimmi, dimmi, sì sono io >>
<< Ehm ehm, ciao bella, ecco vedi ho avuto delle dritte, ci sarebbe un cavallo da giocare, dice che è molto in forma e pronto per questa corsa di domani, ti va se ce lo giochiamo? Anche poco? >>
<< Eh? Sì sì, perché no, sì, sì, non si sa mai vero…>>.
Accettai senza far una piega.
Che profumo dolcissimo c’era quella sera, era un profumo strano, che l’aria si trascinava via, come quei ricordi che si lasciano trasportare dalle seratacce tra amici, nei pubbettini di fiducia, con birre, risate e qualche litigata dettata da una sbronza malinconica.
Mi venne a prendere intorno le 13 e 45.
Fuori un po’ di vento e macchine dappertutto.
Stavo zitta, non avevo niente da dire. Pure lui non è che fosse particolarmente brillante. Arrivammo all’ippodromo per l’inizio della seconda corsa. Ero ancora emozionata. Perciò era ancora tutto a posto. Ma quali pochi soldi!? Questo tirò fuori la bellezza di cinquecentomila lire e si fece tutti i picchetti per vedere la quota migliore. A cinque riuscimmo a fare la nostra puntata; se tutto fosse andato bene avremmo vinto tre milioni.
“Una corsa, un discendente per cavalli mediocri” 2.250 metri, il telecronista annuncia la partenza e continua: “Nitens rileva sulla retta opposta il leader On the Rocks e in retta respinge Disperazione!”il nostro cavallo.
“DISPERAZIONE risale efficacemente sulla piegata finale, sembra poter disporre agevolmente di Nitens ma in retta non riesce a perfezionare il sorpasso e sul palo perde in una fotografia strettissima!”
<< Tutta colpa del fantino! Sempre quel fantino! Muzzi! Solo lui poteva perdere così! Con un cavallo che sulla carta non poteva mai perdere. Ma vaffanculo Muzzi! >>
Fu per puro caso che qualche giorno dopo, lungo un viale alberato, con le foglie che rincorrevano i miei capelli né tanto lunghi né tanto corti, incontrai Diana e Lorenzo. Le ultime novità? Che si erano lasciati ma che continuavano a vedersi “come amici”.
<< Ciao amore mio! >> mi fa lei con un sorrisetto a cinquantacinque denti, bionda platino e rossetto rosso alla Madonna anche sui denti, però nel complesso poteva andare, insomma come dire “beccava”.
<< Senti noi sabato prossimo abbiamo intenzione di partire, non so…andare ad Amsterdam…>>
<< Ah sì? Che bello dev’essere una bella esperienza >>
<< Già ma te verresti? Dai ci si diverte, si viaggia senza biglietto! Ce lo facciamo tutto nel cesso >>
<< Mhm quand’è che avete detto che partite? >>, storcendo il nasino faccio sentire nell’aria il mio diniego per quella cosa che onestamente non mi eccitava nemmeno un po’. Le quattro chiacchiere di routine, le due birrette al volo nel barrettino di fronte alla strada e il tempo necessario per chiedermi se ero contraria al sesso “in tre”.
<< Cosa? >> esclamo io alzandomi dal panchetto…
<< Ora vado in bagno, faccio due goccioline…insomma mica state parlando sul serio, con…con…voi?? >>. Quei due rimasero impassibili come due citrulli, io scappai letteralmente nel cesso di quel buco di posto, stavo scoppiando a ridere. Là dentro entrò zitta zitta Diana:
<< Ehi mica ti sarai offesa? >>
<< No figurati, non me lo aspettavo, tutto qua >>
<< Già però devo dir la verità, a me e a lui ci sei sempre piaciuta, ci garbi da un bel botto di tempo, sai questa cosa è venuta fuori da sé, parlavamo del più e del meno, sai due cannette di troppo e ce lo siamo detto, comunque non ti preoccupare mica ti si salta addosso…e dimmi, che fai di bello in questo periodo? Sei un po’ sparita dalla circolazione…>>
<< Ma veramente sono un po’ stanca…e esco poco. >>
Ma lei non si fermava ad una semplice dichiarazione di stanchezza, era la classica tipa un po’ ochetta, tutta vestita all’ultimo grido, abiti firmati, capelli cotonati, tutti i giorni shopping, tutti i brividi del mondo, carta di credito del babbo e giocava a far l’avventuriera con uscite del cavolo.
E così mentre i miei amici si perdevano nei loro viaggi senza meta, io mi lasciavo perdere senza speranza nel mondo da poco acquistato, I CAVALLI, le mie mutande e un tipino niente male che non mi si filava nemmeno un tot.
[*1]:modo di dire strettamente del popolo Livornese per indicare Cash in mano, I SOLDI LIQUIDI!
[*2]:modo di dire toscano per indicare un deca, ì decino, 10milalire.
[*3]:modo Livornese che sta ad indicare le persone che portano Sfortuna nelle sale da gioco

[2003]

DINO CAMPANA


Mi ricorda qualcosa o qualcuno.
Alle Giubbe Rosse ci siamo andati, a quel caffè pure, oh pure a Castel Pulci siamo finiti. Fra erba fumante nelle dita e a scoprirlo dal di fuori. Di buio a vedere la luce che scoppiava degli aerei che partivano. Oh forse anche a San Salvi ci sei passato, nei viaggi della tua immaginazione, ma questo forse, te lo sei tenuto per te.
Ascoltate tutto tutto tutto il filmato, è una rivoluzione dal di dentro.

IMPOSSIBILE IL TITOLO è GIà PREESISTENTE

“TU”

Lo so che mi odi perché mi ami,
ma la tua assenza si fa sempre più ingombrante,
e poi oggi, mi lascio sopraffare dai sentimenti viscosi,
i tamburi dopo un po’ battono sempre dalla tua e li sento chiari
molto prima di chiunque, anche se qui vedi, suonano Lullaby per Noi,
i tamburelli suonano lucidi verso i gradini su cui hai lasciato le tue lattine.
Lo so che mi odi mentre non c’è senso nell’ostinazione di amarmi, svegliamoci
alla stazione i cani cercano di Noi e Tu hai scordato che partire l’hai sempre fatto,
per te era solo un tremendo lasciare un altro pezzettino della tua anima al portone d’acciaio,
per me la tua assenza è un continuo rimembrare che abbracciarti con la camicia bianca era come
arrivare ad abbracciare esattamente me stessa, ed io la felicità la difendo con le unghie e coi denti, non ti permettere! Ritorna o aspettami. Sto per tagliarmi i capelli di nuovo. Cammino coi pantaloni enormi di velluto nero.

 

IMPOSSIBILE IL TITOLO è GIà PREESISTENTE

SONO SOLO AL VOLO”

Sono solo al volo
mentre la mattina non fischio
sono brevissime sbavature su di un foglio
di vino e tu che sai?
Hai un tocco perfettamente coincidente col mio palmo
hai ammirato lo spicco nel cielo
ed era nero da morire
ma siamo ancora tutti vivi
meglio andarsene prima di cominciare a fare male davvero.
Sono solo al volo
sono solo al volo
sono solo al volo
sono solo al volo
questi buchi di sparo nel vuoto.

30/3/2007