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Riccardo, amico mio, sto pensando che qui hann preso tutti a dire che noi dell’Occidente siam molto arroganti, io per prima. Però, però, però io che nel mio piccolo un poco lo conosco “l’altro mondo” orientale, so che anche loro non son da meno. Lo ammetto, non fanno altro che pensare e che dire quanto siamo stupidi noi a vivere come viviamo, ed è tutto sbagliato, e che tutto fanno meglio loro. Tutto su tutto. Quindi, colpevoli tutti. Con la testa bacata che ci ritroviamo. A pensare che ognuno di noi è migliore dell’altro. I cinesi di certo lo penseranno di noi, che dici di no? I russi, uguale, gli americani, i tedeschi, gli israeliani, i palestinesi, gli emirati, gli indiani, gli eskimesi. I sud africani ed i nord africani. Colpevoli tutti di voler sembrare la propria cultura migliore per stare su questa Terra. E questa cosa l’ho imparata, la so. Con l’unica differenza mi sa, che l’Occidente ha più armi, più possibilità, più potere di imporla con Prepotenza a tutti gli altri che hanno solo la possibilità di imporsi se mai con qualche autoattentato in stile kamikaze anziché dell’atomica. Alla fine non impareranno mai ad apprezzarsi questi popoli diversi.

https://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/cronaca/22_marzo_31/putin-il-murale-dostoevskij-napoli-da-speranza-jorit-ho-fatto-piu-io-che-governo-italiano-348c9d5a-b0d5-11ec-b739-ab6d18dd2a9d.shtml



“Eroe o pezzo di fango, non c’era via di mezzo per me, per l’uomo comune, dico, è vergogna infangarsi, ma l’eroe sta troppo in alto perché si possa infangare del tutto, per conseguenza si può stare nel fango” Fedor Dostoevskij
Capitano a volte incontri con persone a noi assolutamente estranee, per le quali proviamo interesse fin dal primo sguardo, all’improvviso, in maniera inaspettata, prima che una sola parola venga pronunciata.” Fedor Dostoevskij
“Se avete in animo di conoscere un uomo, allora non dovete far attenzione al modo in cui sta in silenzio, o parla, o piange; nemmeno se è animato da idee elevate. Nulla di tutto ciò! – Guardate piuttosto come ride.” Fedor Dostoevskij
“L’assassinio legale è incomparabilmente più orrendo dell’assassinio brigantesco. Chi è assalito dai briganti, chi è sgozzato di notte spera di potersi salvare fino all’ultimo momento. Tutta quest’ultima speranza, con la quale è dieci volte più facile morire, viene tolta con certezza dalla condanna a morte.” Fedor Dostoevskij
“Non passione ci vuole, ma compassionecapacità cioè di estrarre dall’altro la radice prima del suo dolore e di farla propria senza esitazione.” Fedor Dostoevskij
“L’uomo è infelice perché non sa di esserefelice. Soltanto per questo. Questo è tutto, tutto! Chi lo comprende sarà subito felice, immediatamente, nello stesso istante.” (La mia preferita)- Fedor Dostoevskij

CORIANDOLO

“CORIANDOLO”

Da un tubetto di colla hai creato la luna a mezzogiorno
piano piano proprio non sai camminare
ti ho visto dal fondo di un buco
hai sparato le tue cartucce ad acqua,
sui binari dei tuoi trenini
hai sempre camminato coi ginocchi
bucando tutti i pantaloni
senza aspettarmi.

Non ti dirò mai, mai, e poi mai rimani
noi siamo così, viaggiatrici a piccoli passi
viandanti d’oro nel deserto,
il segno che c’è arrivato è:
bisogna andare al tremore della fiamma
di campagne qui, ne abbiam viste già molte
basta verde, vogliamo il giallo!

(Guerriera dal cuore zelante
capelli come rose rosse
preziosi quei fili di rame)*

Non hai mai avuto paura del buio
nemmeno dei lividi sui gomiti
nelle parole il nome di tuo padre
nei tuoi occhi neri come il carbone
ti sei accorta che non mi assomigli
vai dal salato al dolce senza timore
hai le guance come nelle mie tasche
colorite di coriandoli fissati col vinavil.

(Ho detto a Coraline che può crescere,
prendere le sue cose e poi partire…
Ma Coraline non vuole mangiare no,
[…]
Sarò l’acqua da bere
il significato del bene,
sarò anche un soldato,
[…]
E in cambio non chiedo niente,
soltanto un sorriso,
ogni tua piccola lacrima
è oceano sopra il mio viso)*

( *Cit. Dei Maneskin )



FRANCOBOLLO

“FRANCOBOLLO”


Ti voglio bene, ti voglio tanto bene,

in fondo hai un visino così, così…
hai un viso tra l’imbronciato e il sorridente.
Il broncio lo hai ottenuto da me
vuol dire che ti ho toccato duramente,
più di tutti gli altri, gli altri…
“E son tornata per vederti andare”*
con la tua carnagione da merendina al cacao
le tue caramelle e la barba da rifare
io con la carnagione da scaffale di surgelati
le scarpe sporche e un vecchio francobollo
per le parole da spedire al creatore.
La prima volta con la valigia piena di sogni
scamiciato, senza problemi… i problemi…
e ora che ci penso, il tuo sorriso
anche il sorriso lo hai ottenuto da me.
Questo fa sorridere.

[* Citazione Roberto Vecchioni ]

AMATA

AMATA

Io sono stata amata, eppur a sentir loro neanche gli angeli avrebbero portato pazienza, tuttavia anche i più diavoli ce l’hanno saputa fare.
Hanno posato di nascosto, senza troppe cerimonie, rose col gambo lunghissimo, singole, una per volta, sul pianoforte. Quando chiedevo quelle blu, loro mi portavano quelle blu.
Sono stata amata da giovane, sulla panchina circondata da erba alta e odori d’ogni tipo. E mi baciava lì sullo stesso punto nella stessa posizione da due giorni. Non distoglieva i suoi occhi mai, ero la sua prima volta, ero il suo primo pensiero.
Amata per gli occhi che ridevano prima del sorriso. Amata anche se mi riusciva male. Amata da egoisti fino a sentirlo sottovoce. Amata da entrambi i sessi.
– La vuoi questa rosa? –
– No, non importa –
– Ok, me ne dia due, una rossa e una blu! –
Poi ci fu quel musicista in vespa bianca. Capelli lunghi, dark, pianola dietro la schiena. Non ricordo il nome. Cantava male. Mi voleva iniziare a una setta nera, parlava di luce di lampione che si spegneva all’improvviso, che non era un caso, era la mia energia, parlava dell’energia della telepatia. Lo sorpresi a una specie di orgia. Non entrai a far parte di quella setta. Lo mollai per una telefonata e perché preferivo bere le mie birre e crescere senza le consapevolezze.
Amata da grandi e da piccoli. Amata da cuccioli e da cani di amici. Amata da muri in cotto di coloniche in Garfagnana. Amata senza pretenderlo eppure veniva lì, con un click di una vecchia polaroid. Amata da stanze di case occupate senza pasto caldo ma sullo sfondo un cavallo col lazzo.
E la Conny al trotto senza sella su quello nero, sembrava un’indiana d’America, con le sue piume di falco al collo e fra i capelli lisci al vento.
– La vuoi questa? –
– No grazie –
– Dai divertiti! Fuma! –
– No, non mi va -. E fumava lei accontentandomi. Alla fine mi accontentava anche lei. Immersa nella sua campagna, coi tipi da colletta in strada giù a Firenze, amava pure lei, i suoi cani abbandonati e le stalle dei suoi cavalli salvati. Una volta, questa non la sa nessuno dato che lei parlava poco perché tutto era normale, anche quello per cui io avrei speso una notte intera di parole e Chianti; ecco una notte, si attraversava una strada sterrata forse nel Mugello, comunque non c’erano lampioni, c’erano solo alberi e daini che saltavano, sbucavano e scomparivano al passare dei nostri fanali. Ecco all’improvviso lei frenò, inchiodò. C’erano davanti a noi, centinaia di rane che camminavano lungo la strada, ma che dico centinaia? Erano migliaia! Lei si fermò, farfugliò qualcosa tipo – Non intendo passargli sopra aiutami a spostarle! -; scese dalla Tipo Bianca e cominciò, prima una poi la seconda, poi un’altra, poi ne spostò un’altra ancora. Forse una dozzina. Ma erano troppe, noi eravamo davvero stanche e ubriache. Quindi si lasciò perdere. Ripartì con le lacrime agli occhi.

Frequentavo posti dove tutti sono stati bastonati, traditi dalla mamma, delusi dai sogni, incattiviti, abbandonati dalle famiglie come cani sul ciglio della strada. E un cane se lo bastoni, non ti scodinzola più, ti morde si sa. Così io mi sono messa a frequentare loro, e tutt’oggi si chiedono se io sia vera, se io sia sincera, e come mai, come mai io sia empre così, nonostante tutto. Mi studiano, m’ispezionano, mi annusano ai lati come fanno i gatti davanti a una carcassa di pesce. Loro, i miei ragazzi, ancora non ci credono. Eppure son lì, che non li abbandono mai. Perché mi hanno amata nei meandri più oscuri della mente, senza memoria, senza un briciolo di pregio, senza che mi sforzassi neanche, mi facevano sentire la persona più fortunata della terra.
Poi incontrai Claudio.
Mi guardava da lassù della terrazza del Forte Bel Vedere ed anche se non avevamo ancora spiccicato parola, io lo sentii chiedermi in moglie. Mi voltai di scatto, dissi : – Ah, allora è lui? – e risi tanto. Aveva una camicia da lavoro bianca con le maniche arrotolate, un po’ sporche, i pantaloni neri e una bandana che gli spuntava dalla tasca di dietro. Venne giù, camminava lentamente verso di me. Non me lo chiese mai in realtà, anche se tutte le volte che chiacchierava io glielo sentivo ripetere. Ridendo sempre. E senza chiedermi il permesso mi fotografava.
– Posso sapere come dormi la notte? –
– Di lato, ecco con le braccia qui sotto, così –
– No, no, intendevo se col pigiama… o con una vestaglina… –
– Vestaglia! Vestaglia! – io, mentendo spudoratamente, con le guance rosse. Cominciò un po’ così. Con mille feste a casa sua, mille cene da soli, mille locali conosciuti, mille autoinviti. Ero sempre a casa sua. Iniziò così con me che mi sentivo la sua ragazza e lui continuava a dire – Ma nooo guarda che siamo solo amici.- In effetti era vero, non intendeva baciarmi né provarci. Neanche quando mi fermavo a dormire da lui, in Santo Spirito. Parlava con gli occhi lucidi di fumo alcolico, mentre mi trasportava dentro i suoi racconti, passava dal Jazz di Chet Baker, a Nina Simone, a quanto la sua voce lo facesse impazzire, alle estati in Sardegna, all’avventura d’aver incrociato tipi balordi della Barbagia, coi coltelli grandi quanto un suo piatto. Diceva che stavano da soli tutto l’inverno su in quelle montagne, soli con le pecore, che sapevano trattare solo con loro, come le bestie. Barbuti, sporchi, puzzolenti, occhi di un nero spaventoso. Una volta mi disse, che lo invitarono a casa loro. Disse sorridendo che era vietatissimo rifiutare, avrebbe piuttosto rischiato la pelle. Dovette cedere per forza. Già questo mi faceva palpitare d’emozione! Andò e bevvero tutta la notte, mi disse che più uscivano fiaschi di vino, più si rendevano pericolosi. Il fatto che lui scampò a quelle situazioni, me lo facevano apparire come un dio dell’Olimpo. Ormai lui lo avevo messo lì sopra. Poi, la tromba soffiata a fatica di Chet Baker ci riportava nella nostra realtà, fatta di personaggi imprevedibili, musicisti di sax, amici innamorati.
Amata, mi faceva sentire sempre amata. Sempre a casa. Fino al momento giusto: davanti alla finestra spalancata, il cielo appena imbrunito, il caldo sopportabile di giugno, i gechi su per i muri, il gatto siamese della vicina di casa, i suoi occhioni verdastri che ci fissavano impietriti, io di spalle, lui arrivò, mi accarezzò il collo, mi girò, mi baciò per la prima volta. Da quel momento siamo stati insieme nello stesso modo per i prossimi 7 lunghi anni.
Sono stata amata per la musica che sceglievo. Amata nei silenzi e perché mi stupivo ancora semplicemente. Amata alla fermata dell’autobus o sugli scaloni di Piazza Del Carmine. Mi faceva sentire amata anche se io non lo sapevo fare. Oltre i miei 23 anni e le cicatrici che mi volevo lasciare alle spalle e non mi riusciva. Mi amava anche quando diceva Ora vai via. Mi faceva sentire amata in tutte le case che dovevo seguire, dove entrava come un re, a Galciana, Prato, nella sua Livorno, col porto e i pescatori e gli avventori. Amata e stimata nonostante loro dicessero No.
– Me la fai provare questa? –
– No questa no. Tu no. –
– Ma dai faccio la brava –
– Non insistere. – Mi guardava malissimo, lui sì che mi conosceva bene, sapeva che bisognava non accontentarmi mai. Eravamo due muratori che mettevano piano piano mattoni su mattoni. Ci siamo costruiti la Storia più lunga di tutti. La Storia più storia di tutti.
Per rigenerarmi andavo da lui e ne scappavo. Camminavo per le strade del centro, Santa Maria Novella, piazza piena di turisti e pub, fino a sù al ponte sull’Arno, uno dei tanti, poi a destra, svelta svelta col cuore in gola, occhi brillanti, sette orecchini sul lobo dell’orecchio, capelli quasi rasati, cappottino di velluto scamosciato rigido, in fondo solo anfibi. Attraversavo di fronte a Beccofino, il vinaio più chic e buono poi svoltavo a sinistra e c’era. Il grande portone marrone, impregnato di povertà antica, di storia rinascimentale, lui in cima alle scale, l’ultima porta, che mi abbracciava e mi faceva entrare nel suo mondo. Quando andava male, non mi apriva, mi faceva aspettare per due ore se andava bene. Ma questa è un’altra storia.
Facevamo dei viaggi in macchina con la Station Wagon, siamo stati per la prima volta in posti paradisiaci e senza aver la voglia di tornare indietro. Abbiamo conosciuto persone strane e tutte, dico tutte, hanno arricchito le nostre giornate, senza farci entrare mai la gelosia, o la brutta bestia della paura di perderci. Noi ci sentivamo legati da un filo sottilissimo, che tutti riuscivano a vedere benissimo però.
Fino al giorno della rottura definitiva. Entrai a lavorare al Duomo dalla Porta della Canonica, gettando il mozzicone di sigaretta per terra, fra i disegnatori ambulanti, i caricaturisti alle 7 del mattino, e lui fuori in piedi con la macchina fotografica. Anche allora mi sono sentita amata.
Poi Riccardo.

– Sai mica se c’è qualche marocchino? –
– No oggi non c’è nessuno, avranno fatto una retata –
– Ah ok. Si va in un altro posto insieme? –
– Sì certo perché no, ho un furgone proprio lì -. La Conny ed io si salì davanti, ci si pigiava un po’.
– Ehi come ti chiami? –
– Riccardo, piacere! – e quella stretta di mano chi se la scorda più!
Nel frattempo tanti personaggi affollavano le mie notti, tal volta pittori altre volte piuttosto pittoreschi, poeti maledetti, viandanti di giorni innevati a dicembre. Di nessuno mi ricordo i nomi, solo la faccia del mio amico Riccardo quando glieli facevo vedere. Qualche volta se ne andava via e neanche prendeva l’ascensore, ma via via per le scale. Uno invece mi è rimasto più impresso, per il suo modo di amarmi, forse, ecco, ecco mi amava di più di tutti gli altri. Perché era più profondo. E più giovane. Mi carpiva nelle sfaccettature delle espressioni. Al-di Pescara.
Mi faceva sentire amata come una donna vera. Amata più di quel che mi meritassi. Amata mentre scriveva in treno per raggiungermi. Mentre cucinava da me e “sfumava” col vino. Amata anche quella notte mentre fuori nevicava, c’erano meno 10 gradi, e gli dissi che volevo dormire da sola.
– Me ne vado va bene – mi disse, – ma domani, quando vorrai, quando ti sarai calmata, chiamami, io sarò qui da qualche parte -. La musica scorreva lenta da tutte le parti.
É vero, lui c’è sempre stato, c’era prima, c’è adesso, c’è che siamo cresciuti insieme.
Riccardo in tutto questo ha fatto da pilastro. Il mio vero punto fermo. Non si è mai perso. C’erano molti labirinti, giornate scritte in un pub irlandese, su bigliettini di carta dimenticati nelle tasche dei pantaloni. Aveva un senso dell’umorismo così spiccato, così avvolgente. Anche quando lo schermo della TV diventava tutto blu e apparivano i Depeche Mode in concerto. Il suo gruppo preferito. Saltavo su e sfilavo in punta di piedi dalla tenda alla poltrona. Ballavo e cantavo. Lui completamente avvolto nella bolla di Never Let Me Down Again!
– Te mi piaci, in un certo senso mi attrai –
– Ma no dai, che dici? Se non te ne frega un cazzo! –
– No, lo sai perché mi piaci? E non ti voglio perdere? –
– Perché? –
– Perché leggi tanto. Hai sempre un libro sottobraccio. E non so… questo mi fa pensare che sei un tipo diverso dal comune, un tipo da tenere ben stretto -. Pausa sigaretta. Lui mi fa accendere. Si beve un Estathè e mi offre una fetta di dolce alla locanda su a Roveta. Con i pavoni sugli alberi. Un panorama da cornice tutto strano, con un jukebox antico che suonava musiche antiche.
– Mi sono rotta di quelli che non si sanno esprime. Banali, ignoranti. Soprattutto mi sono rotta di quelli che trattano male le ragazze…-
– E quindi prendi me prendi me! Eh eh! –
– É che poi penso a Claudio ch’eravate amici –
– Lo eravamo solo perché me lo hai presentato tu ed eri fissata con lui. Ti eri trasferita a casa sua. Un giorno pensa, arrivai da voi, mentre eravate distratti, mi sono avvicinato alla cassa panca sai, dove c’erano le tue foto al mare, non so… tipo a Fontane Bianche in Sicilia, eri nerissima, in topless, su uno sfondo di grotte bianche. Ne presi una a caso. La rubai a Claudio! Me la misi in tasca del giubbotto. Ogni tanto me la guardavo, quando ero particolarmente giù. Vedere i tuoi occhietti, il sorriso, mi rimetteva al mondo! –
– Non ho mai creduto di suscitare questo in un’altra persona… –
– Tu sei la persona più intelligente che io conosca. –
Forse è l’unico di cui non riesco a parlare al passato.

La mala educación

Sì voglio una stupida Sigaretta!
Sì sono una stupida coniglietta
allacciati il cervello nella mia cameretta
sì sono cresciuto sì dentro una gabbietta
quando esco metto sempre una passata di smalto oh mio Dio
sto cesso è pieno di borotalco
e tu ti stai truccando come una ballerina
stai bevendo un tè speciale con la tua amica Oh sì,
sì ti voglio sempre così sì ti voglio sempre così
sì ti voglio sempre così sì ti voglio sempre così
Sì ti voglio sempre così, davvero fammi male
ora che sto qui con te sì l’amore uccide sei il mio sicario
vai ti voglio sempre così maleducata ti voglio sempre così
ti voglio sempre così Sì sono una stupida bambolina
sì ti prego affogami nella tua piscina le regalo il cuore,
sì così lo cucina strappa la mia pelle,
sì mettila in vetrina scattami una foto
sì sono una modella sfila sul mio corpo
sì come in passerella di notte vanitosa,
di mattina aggressiva di giorno una monella
e una bambina cattiva
sì cose da femmina Ti voglio sempre così,
cose da femmina oh mio Dio,
cose da femmina ti voglio sempre così,
cose da femmina Sì ti voglio sempre così,
davvero fammi male ora che sto qui con te
sì l’amore uccide sei il mio sicario
vai ti voglio sempre così maleducata
sì ti voglio sempre così maleducata
fammi male ora che sto qui maleducata
sì l’amore uccide sei il mio sicario
vai ti voglio sempre così Scoiattolina sexy,
oh yeah toglimi gli indumenti, ollè
no non vado bene a scuola, no niente patente
ti sto spogliando in bagno sì, ripetente Oh sì,
sì ti voglio sempre così oh mio Dio
ti voglio sempre così oh yeah yeah
ti voglio sempre così ti voglio sempre così!

Raccolta di corti e di sinapsi

“ARITMIA MECCANICA”

Esther, Clotilda, Matthew Brawn, Nikki, Tia Bass, Damien Dye. Esther che si passa la mano come fosse un uomo. Clotilda dagli occhi sbarazzini, dai capelli sopra gli occhi. Matthew Brawn in amore crudele perché quando ti ama ti uccide. Nikki si lascia stare. Tia Bass è qui a perditempo. Damien Dye?

Ancora nomi! Oh nomi, nomi, nomi, nomi vincitori nella mente.

<< Norman, Ali, Alfred Hest, Lorna, Debbie, Nicholas, l’attrice più bella che mi balla in testa è senza ombra di dubbio, Lorna. >>.

Questi sono stati tutti compagni di viaggio, acquisiti e non, lasciati e persi, e non. Siamo su questo treno da stamane, direzione Lugano. Esther ha incontrato Clotilda tra il recinto del terreno demaniale di suo nonno e la stradina adiacente, appena dopo esser cascata da cavallo. Amore a prima vista, così dicono. Il vento le frusciava fra i capelli e l’altra le aveva già chiappato il destino. E mentre si vanno a fumare una sigaretta nel piccolo bagnetto puteolente, non si fermano neanche per baciarsi. Fanno impazzire dalle risa, se ci penso, vanno là dentro per non disturbare, per tubare in pace. Matthew legge, si alza e si rimette giù in continuazione, gli hanno chiesto cos’è che ascolta nelle cuffiette, -“Non varcare” di un tipo che si chiama Stefano Rossi Crespi – ha detto, con quelle mezze rughe che gli tracciano il volto di una vita vissuta che più di lui non si sa. Alza il volume ad un certo livello e tra i vagoni si riescono ad udire queste frasi del cantautore : “ Ma non varcare il mio recinto…o sparerò. Non varcare il mio recinto o sparerò! “ poi fisarmonica a palla. Ci riempiamo gli occhi di lucciconi quasi tutti, siamo ridicoli, ognuno perso sulla rotta della malinconia, una rotta che non porta nulla di buono. Solo gli occhi più lucidi, più colpiti. Matthew sa cosa fa, ma non ci può fare niente, non si perdona e non si scusa, è la sua indole e non può certo farsela cambiare. Lui s’avvicina alla vita di un’altra e incondizionatamente gliela cambia. Oserei dire in meglio, ma ancora non lo sanno. Matthew dà tutto di sé, ti lascia talmente tante cose quando si ferma a parlare con te, che fai fatica poi a metterci ancora dell’altro dentro. E non ti rimane che impazzire. Perché ha cominciato a viaggiare all’età di 12 anni. E non lo può fermare nessuno. Neanche il figlio che ha messo al mondo in Sicilia. Neanche i nonni coi bisnonni indemoniati con la lupara. Matthew Brawn. Lo conosco da un bel botto di tempo, già, ma con lui mai niente…no, mai niente con lui. Ho sognato d’esser stata baciata e quant’altro, per la prima volta con lui, ma mica sono scema! Per fortuna questo non gliel’ho mai fatto fare. Tanto ci pensa da sé a dire solennemente – A me non me ne frega niente d’essere il primo…io voglio essere l’ultimo.- Ed io gli rispondo scherzando – Su fai il bravo!-.

Tia Bass è cicciottella ed un tantino innamorata dell’amore anziché del suo Damien. Lui è cotto, la stravuole, perché per lui non ci sono tante scorciatoie: il bianco è bianco, il verde rappresenta la campagna, il cielo l’estate, il grigio è grigio e Tia è sua. Tia Bass è del Sud America, sogna persone del cinema pronte ad aspettare soltanto lei, non gliene frega un beato niente di star qua con noi. È strafottente, guarda fuori dal finestrino spalancato, se ne sbatte se qui c’è gente che vuole dormire. O comprendere, o interagire. Damien prende una busta di plastica, razzola dentro, tira fuori un biscotto nero, tondo, pare buonissimo, glielo porge e lei lo prende senza guardarlo. Senza accarezzargli la mano. Lo fa con aritmia meccanica. Hanno sempre funzionato così le cose tra i due. Forse se qualcuno facesse entrare una ventata fresca, in quel loro rapporto, le cose non funzionerebbero più così tanto bene. Lui passa cibo e lei spilluzzica di continuo. Alé! Bon bon voyage!

Norman, Ali, Alfred Hest, Lorna, Debbie e Nicholas, sono dei personaggi, ma scesi molto prima. Hanno litigato con mezzo vagone qui. Il loro percorso s’è fermato a Ravenna, con Debbie urlante

– Oh gente andiamocene, magari giù troveremo più ospitalità di ‘sto posto precario! – ma non siamo sicuri che tutti quei Mausolei siano ben disposti ad accoglierli con fragilità e semplicità, come pensano loro. Tia e Damien sono alquanto borbottanti su questo punto. Convivenza in treno abbastanza stretta. La loro bellezza era la giovinezza. Pensavano di essere dei perfetti amici e generosi per giunta, se ci facevano sentire a tutto volume la loro musica, quindi quando hanno alzato lo stereo spumeggiante, e son partite le prime note soavi pop, qui tutti abbiamo cominciato a dare i numeri. C’è Tia che ancora non s’è ripresa, e me la sghignazzo, perché l’ho capita, lei è solo affetta da una gran perdita di sé stessa e per non farsene accorgere, la compensa col suo distacco. Fa finta che nulla la tocchi. Ma è tenera nei suoi vent’anni, perché è palese, nulla le scivola di dosso. È imbronciata e guarda fuori.

Ok zitti tutti, c’è Matthew che vuole prendere parola:

– Oh non prendetevela se ho detto quello che penso, per me non è così che gira il mondo! –

– No figurati, hai fatto bene – gridiamo in coro.

– Certo però che quella Lorna era proprio carina quando ballava eh…-

– Diciamo che farebbe girare la testa a parecchi uomini, sì, – dico io puntando la sua mano.

– Sì, comunque secondo me non sanno stare con la gente, con l’aria di quelli che hanno capito tutto della vita. Queste cose non le sopporto. Pretendono dagli altri cose e sempre cose, chiedono e chiedono, e loro per primi non sono disposti a dare niente. No dico io! Avete presente i discorsi che faceva Norman? –

– Sì, di come vorrebbe l’uomo? –

– Sì, sì, quei discorsi lì, che capito, lo vuole con la bella macchina, con un appartamento in centro, coi soldi, poi…cioè capisci? Poi ha aggiunto, pure bello! Pure bello lo vuole! No, ma dico, e tu? Tu ce l’hai la macchina? Che pretendi che un altro ce l’abbia? E i soldi ce l’hai? E poi quei discorsi sulla bellezza no cavolo, non ce la facevo più, e sei bello tu che vuoi un uomo bello? -.

– Che ne pensi di Nicholas? – gli fa Damien mentre passa ancora bom bom alla di lei attenzione.

– Di chi? –

– Di Nich…uhm dai come? Come faceva di nome? Quel coso lì, Nicholas! –

– Ah, ho capito, ho capito, quello sghiribizzo appena maggiorenne coi capelli dove gli saltavano visibilmente i pidocchi! –

– He he, lui lui! –

– Umm nulla, solo uno scroccone -.

Prima però, prima di scendere i bagagli dagli scomparti, prima del più bello, arrivano correndo come indiavolate, Esther e Clotilda dai capelli sopra gli occhi, dagli occhi sbarazzini. Queste ridono come pazze, si spingono l’un l’altra pare per nascondersi, son sbucate dal corridoio e ci stanno chiedendo in un linguaggio loro: – Nooo vi prego, vi prego, dovete venire fuori! Ahahah affacciatevi! Di là, di là, sulla destra, uhauha! Oddio tra poco ci spesano tutti qui! –.

Matthew balza su, bellino bellino su quelle sue gambotte sexy.

– Ma ch’è successo? Ma…che è…che c’è? – facciamo noi in un borbottio generale, affumicati da curiosità gatta.

Dalla punta NORD della nostra carrozza N° 12 riusciamo a scorgere i riccioloni e la panzona di una tipa isterica. Già la dice lunga quell’immagine, già ci fa ridere. Ma cerchiamo di trattenerci. Questa incomincia ad urlare con la sua voce obbrobriosa, squillante, sempre di più e sempre di più. Mezzo treno è esterrefatto, mezzo nostro vagone è ai suoi piedi.

– Fermate u’ trenu! – raglia – Unné il coso lì, u’ capu, u’ bigliettaiu! – Continua a ragliare in stretto siciliano. Intanto il treno ciuffetta e sfreccia come un dannato. CIUFF-CIUFF fa quest’attrezzo. E va. Ignaro ed inconsapevole corre corre, come se lo stesse rincorrendo il vento dietro.

– Aiutooo io ciaiu paura, io nu’ staiu’ tranquilla da cussì…-

– Ma signò si calmi, qual è il problema? – le chiedono le persone da laggiù.

– Non vedete a valiggia? È da mò che nuddu se la viene a pigliare! –

– Quale valigia. Signò faccia vedere…-

– Chissa duoco…sì, quella valigia non è né troppo grande né piccola…-.

Lì capiamo due cose: o siamo nella cacca o siamo su scherzi a parte. Nel frattempo si fa largo il bigliettaio, spingendosi e spintonando fra la folla oramai ammucchiata e sghignazzante.

– Allora che succede qui? – fa lui.

– E nulla “bigliettaio”, c’è una valigia che non è di nessuno, sembra…-

– Dov’è? Qual è? Mi faccia vedere! –

Intanto la signora comincia a sudare. Si appiattisce sulla parete del corridoio e ci punta incavolata nera. Noi smettiamo di sorridere tutto d’un botto. Lei cambia prospettiva, si gira verso quelli più vicini.

Incomincia a chiedere, come un tamburello sempre uguale, sempre lo stesso.

– Ma di cuie’ sta valiggia? Signora u’ sa lei? –

– No, no, io non le saprei dire…- risponde la signora.

– Che è sua signore? –

– Uhm…no, direi di no! – risponde uno.

– Ma allora è sua!? –

– Mhm no –

– Ma insomma, è sua ‘sta valigia? –

– No, no…non è mia…-

– È sua? No? Allora è sua…-

– No davvero, io ho solo queste due cose, non ne portavo valigie…-

– È sua? –

– No! –

– È sua ? –

– No…-

– È sua? –

– No…-. E vanno avanti per un bel botto di tempo così. Alla fine tutto il treno si domanda di chi sia quella valigia. Così il bigliettaio sente il macchinista, il macchinista sente il capotreno, il capotreno sente la polizia e la polizia gli dice di fermare il treno. Di arrestarlo subito, alla prima stazioncina. La prima stazioncina è per l’appunto Ferrara. Allora noi godiamo un po’ di più.

Ok, ci mettiamo tutti a confabulare fra di noi, c’è anche chi progetta una fuga dal finestrino. Chi si sta fumando l’ultima sigaretta, e per farla bene, se la sta aspirando proprio lì davanti a tutti, come a dire – Se proprio devo andare all’inferno, almeno che ci vada dopo l’ultima trasgressione! –.

Insomma fermano il treno, ZZz che inchiodata. Ci son già le pattuglie della polizia, vediamo dal finestrino anche un furgoncino, pare della finanza.

– Ok raga! Tutto apposto. Se ci va bene bene bene, al massimo siamo rovinati! -.

Salgono correndo, salgono loro e i cani poliziotto. Certi bestioni così. E pure io mi sento inquietante. Prelevano ‘sta valigia, la portano giù con un gesto furtivo ma schizzato allo stesso tempo.

– Oohhh – esclamiamo noi.

L’aprono e……….

Incominciano a tirar fuori canottierine della salute, via una, via due, via tre, poi scorgono mutandazze e pancere taglia 56 color beige, ne tirano fuori a coppia un bel po’, e all’improvviso la tipa tutta sicula sicula, coi riccioloni che c’aveva rotto la testa a tutti, inizia a lanciare segnali d’espressione non ben comprensibili.

– Oddio, ma quella è la mia robba! –.

Tirano fuori una maglia large bluette e lei fa: – Ma, ma, ma unné la mia maglia chissa? -, beccano un’altra maglietta a quadri e…- O madonna santissima! Quella è la mia maglietta! -. Tirano fuori altre cose mentre lei sbianca e singhiozza – O madonna, quella è la mia camicetta, quella è la mia canottiera, o santo cielo, le mie calze! La mia pancera!-

I poliziotti coi cani, cominciano a sospettar qualcosa, che son davanti ad un esempio lampante di buco nell’acqua. E siccome la valigia era stata fatta a strati, sotto sotto c’erano cose di tutt’altro odore. Tira di qua e tira dillà, escono fuori salsicce, salami grossi piccanti, e lei – Oh ma quello è il salame di zio Peppuzzo che mi resa pu’ viaggiu! -, poi agguantano una cassata siciliana enorme, ricotta salata, una busta con fichi e mostarda asciutta che ahimé, s’imbratta le mani pulite il poliziotto.

Si altera definitivamente – A signò, mi sa dire che cos’è questa? –

Lei – Oh… è la mia sottana quella, sì sì, la riconosco –

Lui impugna la busta e…- E questa mi sa dire se la riconosce? –

– È la busta dei fichi che mi resa mia madre…-

– Questi che sono? –

Lei fa una faccia esterrefatta – Son i salami miei, ehm, quelli –.

I cani cominciano a scodinzolare e ad abbaiare. Abbaiano, abbaiano, abbaiano tutti felici e contenti. I poliziotti non sanno più come fare, uno gli lancia in aria una salsiccia e via.

Noi ci schiantiamo dalle risa. C’è chi non si capacita, c’è chi dà capate ad un muretto, c’è chi ride con le lacrime, ci son io che mi sono spiattellata a terra e mi rotolo dalle risate. Oddio mi fa male anche la pancia. Dal treno fischiano e battono le mani. Il poliziotto dice: – Calma, calma, tutto apposto, nulla non è nulla, la valigia è della stessa signora! –

E tutti affacciati dai finestrini – Bravooo! Bravò! -.

Damien Dye si accorge subito che i ferraresi hanno capito tutto di come dovrebbe andare la vita. Che son gente in gamba. Lui che non gliene poteva fregar di meno, della situazione patetica di quella signora isterica, poi alla fin fine ha fatto solo una gran figuraccia e niente altro. Ha fatto fermare un treno, ha chiamato tutti all’ordine, ha fatto scomodare la polizia, per poi cascar dalle nuvole e dire “Ah ma la valigia è mia”! Bene a Damien che non gliene fregava niente, se n’è andato in giro lì per la stazione, per l’edicola, in un barettino a prendere un caffé. Ora è di ritorno e ci dice sorridendo con una soddisfazione immensa, che non ha visto passare neanche uno che fosse in macchina. Né un motociclista, né la ben che minima persona in nevrosi piena, col clacson al posto della bocca.

– Insomma raga, qui sembra d’essere a Pechino! Son tutti in bici! -.

E così sia. Se ne vanno i ferraresi, fischiettando dal barbiere o dal panettiere, sorridendosi a vicenda, canticchiando le loro cantilene preferite, in bicicletta. Sono tutti in forma i ferraresi.

Il nostro treno, quello che dobbiamo prendere per far capolino a Milano, fa ciuff ciuff dal binario 3. Corriamo giù per le scalette, corriamo a più non posso. Le ultime energie rimaste sono sempre lì a salvarci dagli intoppi.

Riusciamo a prendere al volo il nostro trenino schiaccia-pensieri. Va a Milano a tutta birra. Siamo con lo stomaco tappato per la voglia d’arrivo. Matthew si mette accanto a Tia e se la studia. Lei non cede neanche d’un passo al suo fascino. Lancia occhiate di salvataggio a Damien e Damien è troppo impegnato a guardare le belle tipe fuori nel corridoio, accanto alla fumaia.

– Ti va una sigaretta? – mi chiede, ed io rimando con un – No guarda ho smesso…- lui incredulo esclama – Ah, accidenti! Non lo sapevo! E da quando? –

– Dal mese scorso – rispondo fiera della mia forza.

Damien si alza e va da solo verso tutto quel bendiddio.
A questo punto Tia ha già preso lo walkman dal taschino di Matthew, le sue cuffiette e la sua musica. Ha fatto sue quel paio di trappole come a dire “tu mi hai portato via una cosa, io faccio altrettanto, stanne pure certo”. Ok va bene, alza il volume e le note di quell’armonica partono senza più freno.

<< Vorrei fare che per me, non esistesse altro che una stanza bianca, e circolare…>> parla il cantautore, Pino Marino, ed io lo sento tutto. Mi allieta lo stato d’animo. Mi calma un po’, così posso accucciarmi e appisolarmi e distaccarmi e isolarmi un secondo. Corre voce aldilà della nostra carrozza, la N° 2, che una famigliola si è trovata impicciata in un malaffare. Allora non resisto, balzo come una molla su, corro a sentire ch’è successo stavolta. La trappola peggiore da queste parti è la curiosità gatta. Siam tutti lì coi faccini trasformati in Lolite, gli occhi però come fanali nella notte di una volpe.

– Che succede? –

– Ch’è accaduto? –

– Che s’è sentito male qualcuno? –

– Che c’è scappato il morto? –

– Che ci fanno rifermare? -.

Ecco, queste le frasi ricorrenti inframmezzate dallo sgocciolio dei minuti. Invece c’è una mamma che piange e si picchia la faccia da sola. Pare desolata. La signora viene dalle calabrie ed è diretta a Milano. Si è caricata la responsabilità di viaggiare tutte quelle ore coi suoi figlioletti. Rispettivamente, in scala crescente di 4, di 6, di 10 anni. Bene, ‘sta qui andando al bagno si è portata dietro i figlioletti più piccoli, ed ha lasciato quello più grande a far la guardia alle loro borse, buste e valigie. Proprio quello che aspettavano due zingari, in meno di un nano secondo distraggono il pargolo e con uno spray lo addormentano.

– Oddiooo! Tutto mi rubarono! Tutto! E ora come faccio? Oh signore aiutami tu…- . Queste le lamentele. Queste e: – Pure la valigia con le robbe dei carusi m’hanno fatto sparì! Disgraziati! -.

Le hanno rubato dai soldi ai vestiti, dai vestiti ai gioielli, e non si sono fermati neppure davanti ai fazzoletti e allo Scottex! Praticamente giustifichiamo la sua collera. Il figlio di 10 anni ancora se la sta dormendo. Torniamo ai nostri posti non si sa mai. Esther si leva le scarpette e distende in avanti le gambe, noi notiamo i piedi gonfi e sudici. Magari manco la sua altra metà della mela ci tiene ad essere inebriata così da quel suo attimo di. Magari nessuno ci tiene. Ma Milano è vicina. Vicina di un’ora. Ci accomunano i formicolii ai piedi, nessuno si permetterebbe lo stesso un accenno di cedimento, l’orgoglio ci mangia vivi delle volte. Ci mangia sì, ma ci rende più freschi. Lasciamo ad altri l’espressioni da paresi facciale, dagli occhi liquidi in cui la linea della inespressività si rassomiglia a quella della passività. Le nostre pupille sono un tutt’uno col carbone indiavolato lungo il binario. Ci sentiamo vivi e divorati da questa meccanica facente sempre lo stesso verso, tuh–tuh-tumm – tuh-tuh-tumm…il timbro delle rotaie e delle scintille sul ferro. La musica più ineguagliabile secondo la fonte Matthew. Lo crediamo così, senza un perché o un per come. Questo maledetto singhiozzo di viaggio. I motivi validi per i conti nostri, ficcati a più non posso dentro di noi, resi talmente segreti da fare fatica a tirar fuori uno straccio di prova perché ci siam dovuti imbarcare in questo viaggio. Gli alibi sono sepolti nella fibrillazione del nostro sangue.

Eccoci qui a Milano, c’è un mormorio pazzesco e gente dappertutto. Non saprei dire che stile abbia di preciso questa stazione, un tocco di caos ecco, quello per forza, ma vabé comunque andiamo muniti di munizioni verso l’ufficio informazioni. Abbiamo quasi la tentazione di girare lì per le vie vicine e di vedercela per bene, questa città italiana multietnica!

– Oh oh gente! Lì c’è movimento! –

– Ok aspettate qui, io vado a vedé –

– Ma che sei scemo? Guarda che cricca c’è…-

– Andiamo direttamente alle macchinette a fare i biglietti per Lugano, non voglio farci notte qui –

– Matthew tu vuoi fare sempre danni eh…-

– Che ce poi fa! -.

Nel frattempo “gli sdentati” c’hanno fermato con la manina avanti chiedendoci degli spiccioli. In tredici minuti c’hanno bloccato in 10 pretendendo un euro per una telefonata.

Sul display dove abbiamo cliccato il biglietto fatto, l’orario segna le 23 e zero 6, è in partenza al binario 22. Corriamo corriamo corriamo.

Questo treno è lungo da morire e fa tuh-tuh-tumm più di tutti!
Ci posizioniamo ai nostri posti di combattimento, ognuno di noi con uno strano ghigno irritante in faccia. Da lontano sembra di sentire un tango. Allora tutti si chetano, non ghignano più.
Sono un’altra volta accanto al finestrino. In viaggio verso l’ignoto e nessuna accusa di stanchezza. Il finestrino si vede che è destinato a me, ma questa è un’altra storia e non devo dirla troppo in giro. È solo un’altra storia da non raccontare. Tutti silenziosi e il mio cranio parla, urla, fa eco, dà rimbombo nel metro quadro di questa carrozza. Nel buio me lo ingoio io.

Tutti bassi a leggere giornali e zitti. Esther e Clotilda si isolano nuovamente, basta che si diano dei colpetti mini sulle gambotte per eccitarsi o capirsi al volo. Non ho mai visto nessuno isolarsi tanto come due donne che stanno insieme. Eccole là, si alzano e se la filano in corridoio. Fanno le splendide, ridendo, avvinghiandosi, scherzando con le mani fuori davanti agli occhi indiscreti delle solite donnine suddiste e aldilà con la mentalità. Forse ci sono, ho capito, ho capito, loro pensano di essere con la mente più aperta di tutti solo perché hanno deciso d’essere lesbiche. Clotilda se ne sta per i fatti suoi con una mano appiccicata alla mela di Esther. Tia Bass ha già una fame da scoppiare, ma qui c’è Matthew che mi punta come se mi volesse baciare da un momento all’altro. Oramai non abbiamo più scuse per non schiacciare un pisolino. Sembra d’aver passato tutta una vita in treno.

– Io credo che per tutto il tempo non abbiamo scambiato neanche una frase! – dice inaspettatamente Tia. Agita quei ditini e fa cenni sconclusionati alle tipe fuori. Ci rimangono un po’ male e non hanno la battuta pronta. Inaspettatamente le sorprende così, si fa per dire, perché qui già ci si stava stupendo che non avesse sbottato per un qualsiasi assurdo motivo, molto prima. Almeno tra Ferrara e Milano. Insomma rimangono a bocca aperta Esther e Clotilda, allora Tia si prende più forza, si sente più sicura, si alza in piedi tutto d’un botto.

– Eh no cavolo, ora glielo dico di rientrare e di parlare con noi! Vediamo se almeno un discorso lo sanno spiccicare! Eh no cavolo, ora le prendo io e le ficco qui! -. Ahahah come me la rido, c’è Matthew a denti stretti che le sussurra versi del tipo “dai fai la buona…rimettiti giù…stai buona Tia…accuccia Tia… giù!”
Siamo arrivati a Lugano paradiso. Ora non dobbiamo far altro che avviarci al lago. Col cuore in gola chiediamo ad un taxista di portarci là. È notte, non vediamo una mazza, a parte le luci della città. Ma niente verde, niente natura, niente cielo, niente particolari. Scendiamo dal taxi e saltelliamo come dei bambini. Ci scegliamo un posticino tranquillo per passare la notte sotto le stelle. Abbiamo sacchi a pelo a sufficienza per dormire tutti a coppia. E ahimé m’è toccato quello con Matthew! Ci siamo dovuti accontentare di dormire insieme. È bello qui, perché per tutta la notte si è sentito soltanto il rumore dei pesci saltanti. E niente più. Matthew ed io abbiamo trovato una vecchia, vecchissima barchetta a remi abbandonata. Non ci sono più nemmeno i remi. Sembra di un marrone chiaro, con il buio della notte non riusciamo a distinguere bene i colori, ma a pelle abbiamo deciso di accomodarci lì dentro. È bello qui, perché nonostante la stanchezza fisica, non ti fa dormire per niente questo posto.
Appena svegli escono dai loro nascondigli, Esther, Clotilda, Matthew Brawn, Tia Bass e Damien Dye, con le guance abbrustolite dai primi raggi di sole. Adesso è chiaro: l’azzurro è la tinta dominante tra cielo e lago, fa da padrone con dignità che non si riesce a capire qual è il cielo e quale l’acqua, ma tutt’attorno c’è una cornice di verde. Incastonata bene e non credo ci sia un granché da dire. Si spiega da sola. Noi siamo venuti fino a qui per rinascere dai nostri polveroni. Adesso è chiaro a tutti.

Si fermano in un grande spazio, dove danno il loro profilo all’acqua di Lugano e le spalle alla montagna. Dove si sentono in pace e ridono e piangono e gridano a braccia aperte.
Poi c’è chi urla un nome: << Nikki! Nikki! Nikki! >>. Ve l’avevo detto che Nikki si lascia stare, perché sono io, di qua dalla barca, che prendo appunti e scrivo.

[ avevo vent’anni ]