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IMPOSSIBILE IL TITOLO è GIà PREESISTENTE

“PER ADULTI”

Non bisogna aver pazienza con questa masturbazione di geni fessi
la eiaculazione del fenomeno è scisso e scandaloso, troppo grosso!
ho la speranza impazientita da cotanta festività, oggi è nel giorno dei santi!
e voi avete la ferita aperta nel discendere da codesto letto.
la ferita aperta
la ferita aperta
la ferita aperta
la ferita aperta
la ferita aperta
la ferita aperta
ed io ho il mio stile.

29/3/2007

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DA:”CRONACHE VERDI”

Sono esplosa! D’improvviso una forza misteriosa proveniente dal basso e poi chissà, un po’ di qua e là, mi ha spinto verso lo specchio della trousse dei trucchi. Mi sono guardata gli occhi, non erano più spenti, allora come i vecchi tempi ho preso d’istinto la matita nera, ho iniziato ad evidenziarli, poi il mascara, a fare in sù le ciglia lunghe. Qualche brillantino come ombretto, nulla di più. Poi ho preso il phon e il pettine, ho cominciato a farmi una pettinatura. Ho guardato bene cosa mettermi addosso. Ho scelto le scarpe che luccicano d’argento, per risaltare l’abbronzatura del piedino. Senza consapevolezza, mi reco nella vecchia camera di mia madre, prendo tre gocce della sua colonia buonissima. Poi con tanta meticolosità preparo mia figlia. Senza coscienza ho avuto un’energia che le cose piatte degli oggetti non ti danno mai.
Siamo uscite leggere che neanche la salita a novantagradi della Piazza abbiamo avvertito.
Lei stranamente allegra nell’accorgersi di non aver neanche insistito troppo stavolta per trascinarmi fuori. Io avevo un sorriso pieno di passione stampato in faccia. E mentre i piedi andavano veloci da sè, anche io mi son domandata come mai avessi tutta questa voglia di uscire? Da dove lo stessi trovando quel desiderio di prendermi cura dei miei capelli, del profumo, di rimettermi a vecchio modo il mascara…
La bimba mi fa: – Però si va allo scivolo prima? –
Le rispondo dolcemente un: – No prima si va di volata al bar, faccio subito, poi ti ci porto, se fai la brava ti giuro che gioco tutto il tempo con te –
Lei sorridente e speranzosa: – Ma che devi fare al bar? Una birra eh eh?! Ma poi mi spingi anche sull’altalena? –
– Ti spingo, ti spingo in alto, dove vuoi, dopo si gioca insieme ai giochi, però ora devi stare a sedere, porta pazienza se no è inutile il relax. Se no io non mi rilasso mai? –
Lei ancor più speranzosa: – Ma poi mi prendi anche le patatine? Lo sai che oggi sei molto bella mamma? –
– Sì… ti ringazio… ma no dai non esageriamo… tu sei più bella! –
– No, è vero! Tu oggi sei la mamma più bella del mondo! -.
Siamo entrate al bar, tutti si sono messi di lato per farci largo, chiedo – Scusi posso? Il portacenere? – e subito due mani rugose davanti che mi porgono i loro pacchetti di Marlboro aperti in segno di: – Prenda pure! Vuole? – io declino l’offerta gentilemte, tirando fuori le mie, oggi non ho proprio voglia di star a combattere con anziani arzilli e i loro soliti discorsi deprimenti. Oggi, no. Mi sento un’esplosione dentro di… di forza.
Mi faccio una Beack’S piccola, la sgolo in tre sorsate. Fumo una sigaretta solamente. Sono elettrica. Pago veloce, si attraversa e in un lampo siamo già al parchetto dell’unico scivolo con l’unica altalena sgangherata. Due panchine vuote, mi ci siedo subito, e finalmente capisco tutto: ho voluto trattare la mia femminilità per vedere come va se lo rincontro.
– Signò! Signò! – mi sento chiamare quasi subito. Ritorna il mio sorriso brillante, è lui. Cioè prima arrivano i suoi occhi e poi le sue gambe.
Siede appiccicato al mio ginocchio accavallato. Mi si piazza davanti fissandomi, il suo sguardo sembra un semaforo verde. La bimba che corre libera di qua e di là con varie bambine cicciottelle, per poi picchiettarmi sulla spalla – Mi spingi ora? – sicché mi alzo di scatto e la metto sull’altalena. Mi accorgo che lui è la mia ombra: praticamente è accanto a me, quasi quasi le sue braccia sfiorano le mie. Tutt’a un tratto è diventato super protettivo, respinge i palloni che arrivano dall’altra parte parandoli come fosse un supereroe al rallentatore, poi mentre la bimba scende e sta per salire su un albero, lui in preda al panico mi fa: – No! Stia attenta signò! Quell’albero è mezzo rotto può scivolare… rompersi il nasino… la faccia scendere! – io lo osservo incuriosita e nel contempo cerco di darmi l’aria di chi la sa più lunga di lui.
– La spingo io sull’altalena? La guardo io? –
– No ti ringrazio. Senti sai mica se quel Bar laggiù è aperto a quest’ora? –
– Sì mi pare di sì. Perché? –
– No è che dovrei andare in bagno. Non ce la faccio quasi più –
– Fare la pipì? –
– Sì -. Mi lancia un’occhiata come se avesse capito tutto della vita, con una complicità esplicita, poi sghignazza da sotto il ciuffo lungo.
Così senza nemmeno spender troppe parole decidiamo subito di incamminarci per il Bar alla fine della stradina alberata. La bambina ed io per la manina e lui la mia ombra.
Poi mi fa: – Posso darti del TU? Tu, quanti anni hai? –
– QuarantaDue! E invece tu? –
– io se***… anzi no, quin***… ne devo fare! -. Sorpassata l’antipatia iniziale, durata solo un paio di giorni, è ufficiale ormai: anche lui mi guarda come se fosse alla sua prima cotta. Col tipico affanno di chi gli sta per sobbalzare il cuore dalla gola. Ma ehy, noi siamo dei muri duri, teniamo molto bene a bada i tremolii e non ce ne facciamo accorgere.
Ci sediamo tutt’e tre, io volo in bagno, poi ordino due vaschette di patatine col ketchup per loro e per me una birra. Alla prima sorsata scatta subito la prima sigaretta. Neanche il tempo di espirare il fumo che si autoinvitano al nostro tavolo un suo gruppettino di amici. Tutti scugnizzi di strada, personaggi dal quadretto ben identificabile; cappellini alla rovescia, occhi furbetti, sdentati, sorrisi spalancati in modo genuino, curiosi, e tutto l’ambaradan. La mia piccola ed io ci sentiamo subito a nostro agio. Come se fossimo da sempre appartenute a quel posto, a quella compagnia. Era tanto ma proprio tanto tempo che non mi sentivo così: completamente priva d’imbarazzo. Sapevo con maestria cosa dire, come fare, come muovere le mani e completamente non adisagio. Finalmente stavo vivendo il Presente; in quel tavolino fra occhi furbi e ingenui allo stesso tempo, avevo come per incanto, staccato davvero la spina. Poi ad un certo punto sento “del movimento” sotto il tavolo, guardo lui, vedo che mi punta in modo strano, dò un’occhiata in basso, è lui che mi sta facendo il piedino. Lo blocco subito col mio sguardo inceneritore. Ghigna.
– A và ragazzi circolare! Circolare! – li butta praticamente fuori. – Circolare, via via! -. Dico che per me non c’è problema, possono rimanere.
Poi m’interroga: – Quanto fumi di solito? –
Rispondo sorridente: – Pochissimo, non ho più l’astinenza da vizio, io in genere fumo solo per DUE motivi, o se sono parecchio arrabbiata o se sono felice, allora ci sta! –
E lui di botta-risposta: – E ora sei felice? –
– Ora sì.- Esplode il suo grande sorriso.
Senza neanche troppe parole o troppe giustificazioni mi fa – Vabbè ora me ne devo andare a fare un giro – io lo mollo semplicemente con un accenno della mano, spippolando il mozzicone nel posacenere. Uno sguardo di un’intesa pazzesca e via. Ognuno per la Sua strada. Così è perfetto! Senza impegno! Esattamente come dovrebbe essere. Capirsi senza spiegazioni, in silenzio, sorridersi di continuo, volersi fare del bene, senza essere impegnativi.
Io sono così, adoro stare in mezzo alla gente, le persone, l’umano che c’è in loro, mi dà la linfa vitale. Sono fatta così, non mi posso cambiare, le chiacchiere da BAR a me piacciono okay?

DA: “CRONACHE VERDI”

Poi d’improvviso arriva uno sguardo e ti ricorda di vivere per te. Solo per te stessa! E così senza nessuno sforzo, lo senti, lo senti quel respiro che parte dalla bocca dello stomaco e va fino in cielo. Chissà dove va. Si sparge su nell’aria. E butti via le chiavi, che ti avevano regalato, per chiudere i carillon soffocando la musica dentro come un rimbombo nel fegato, sferzando pseudodecoro; deponi per terra sotto i piedi tutte le catene e le paranoie che nella mente abitavano abusivamente. Apri la porta e esci.
Cammini veloce, poi lenta, poi velocissima, a pieni polmoni senza nessun orario!
Ti dimentichi di tutti e te ne vai. Perché arriva all’improvviso che la tua vita è più forte di tutto! Ti scordi in un secondo di tutte le protezioni, delle reti e delle imbracature da trapezista, ti lanci e oscilli, oscilli, senza corde, senza messainsicurezza; così ti butti senza pensiero, scoprendo che non c’è nulla di male. Vivi solo per sentirne il “piacere”.
Arriva quel giorno baciato dal sole d’Agosto, chi se lo sarebbe mai aspettato, mentre stavo deponendo il sentimento al chiodo, mi sono imbattuta in un volto.
Mia figlia stava giocando a zoppino, lui la stava per mettere sotto con una sgommata di bicicletta. Andava come un fulmine. Tutto piegato in avanti col mento sul manuvrio tanto che si confondeva con la fronte. Io ho veduto solo la striscia nera a terra. Lui sorride come fosse un trofeo. Sobbalzo in piedi e gli faccio – vieni – con la mano. Arriva. Si ferma dritto a un metro e mezzo da me, mangiando una mela. Mi guarda senza espressione. Sembra incazzuto. Mi sfida con lo sguardo. Io di solito quelli che mi sfidano li catalogo subito come chi sta sbagliando di grosso. Lui davanti zitto sulla sua bici più grande di lui. Io lo fisso severa. Lui non abbassa lo sguardo. Allora mi avvicino e gli faccio chiaramente vedere i miei occhi neri, e che sto per aggredirlo. Ma niente, non intende abbassare lo sguardo. Io mi dico sotto sotto – Cosa? Ma chi è?- lui infila un’altra volta il piede nel pedalino blu, sta per riprendere la sua corsa. Ma lo blocco, mi ci metto proprio davanti. Me lo mangio vivo a parole.
– Beh? Potevi frenare! Non vedi che qui ci son bambini che corrono e che devono giocare? Frena cazzo no?! –
Dopo un lungo silenzio, in cui pensavo di tutto, persino che fosse scemo, mi risponde con un filo di voce: – Non ce l’ho i freni -. Prende e se ne va. Da dietro lo guardo, però nonostante l’antipatia, c’è qualcosa che mi attrae. Ma ancora non riesco a decifrare che cosa. Allora lo studio. Lo osservo. Cerco di capire cosa mi frulla. Lo seguo con la coda dell’occhio anche da lontano. Noto che ritorna spesso dalla mia parte a fare i giri e frenando con la ruota di dietro. Mi lancia uno sguardo incazzato, ma gli faccio capire che non mi tiro indietro dalle sue sfide, gli faccio capire chiaramente di non essere una cagasotto. La mia bambina ad un certo punto va sull’altalena, e lo chiama.
– Ehi vuoi giocare con me? – lui ci va subito, parcheggia per bene, fa scendere la bimba giù, e sale lui sull’altalena ma in piedi. Inizia a fare il matto andando in su e in giù pericolosamente, quasi si ribaltava. Eppoi quando l’altalena era veramente in alto, lui salta e salta verso di me. Ho sentito che avrei voluto sgridarlo. E invece mi è venuto da ridere.
– Mamma, ma hai visto cosa fa? Ma è stupido? –
– Praticamente sì! -.
Eppoi capisco cos’è quel frizzare al petto. È che io sono sempre stata attratta “dal bello”, e non poteva essere altrimenti con un faccino così. Viso dai lineamenti perfetti. Capelli lunghi lisci, moro e occhi verdi fosforescenti!
Torniamo a casa dove sentiamo subito un odorino di patate fritte.
– Nonna c’hai messo il sale? –
– No. Perché te non mangi senza sale? –
– No. Io mangio con il sale –
– I bambini non dovrebbero mangiare il sale! –
– Ma io non sono più una bambina! – allora dato la conversazione con mia madre, sottovoce la bimba mi esprime il suo pensiero direttamente: – Lo sai che una mia amica mangiava sempre sale ed è diventata giovane, perché sulla scatola c’era scritto “Rinforza le ossa vecchiali!” –

 

[ to be continued. non ho idea quando, per ora appendo i miei pensieri al chiodo. ma poi farò surprise! ]

Da:”CRONACHE VERDI”

11 Luglio, ho ripulito tutta questa vecchia casa, da secondo piano, mezzanino, e pian terreno. Polveroni si innalzano e s’intravedono in controluce quando entra il raggio di sole direttamente da fuori il balcone quasi ad accecarmi, da corridoio a uscio della sala e tavolone ottocentesco. Le scale le faccio stasera; il catoio domani e non ne posso più. Siamo qui da due giorni e ho già la mente affollata da domande, altro che riposo!
“Quindi abbiamo nel nostro bel Paese degli avanzi di galera espulsi dagli altri Stati, con l’accusa di terrorismo, una roba seria eh, e non lo sappiamo? E li possiamo conoscere, incontrare, incrociare, fare amicizia, ignari? E quindi il nostro Governo lo sa? I nostri Comuni, i Sindaci, chi lavora per noi, li conoscono e non ci informano? Insomma tutto normale per loro? E chi lavora in Comune li conosce certamente visto che ai Richiedenti Asilo gli passa il sussidio a tutti. Comunque non conosco questa persona bene, sicuramente è pure una brava persona, mi dico, sicuramente è simpatico, e ha lottato tanto, se ha fatto quello che ha fatto avrà avuto persino le sue belle ragioni, lì c’è la dittatura, torturano i giovani, li polverizzano, e in fondo “i ribelli” son considerati terroristi perché si ribellano a quel regime là, ma… non credo che la polizia Svizzera sia così incompetente e che siano tutti stupidi, se hanno indagato e poi arrestato uno per 5 anni per terrorismo, qualcosa di vero o inquietante ci sarà pur sotto, no?”
<<Mammina mammina.>> Voce flebile che si insinua molto lentamente. Non rispondo, pulisco, pulisco, rifletto, penso un casino, e mentre penso mi faccio friggere il cervello da paranoie a volte, che mi dimentico di vivere nel presente. O sono rimasta nel passato prossimo o sono già proiettata nel futuro.
<<Mamma allora sei sorda!!>>
<<Uh! Dimmi dimmi.>>
<<Dove ce l’hai le orecchie?>>
<<Qui>>
<<Allora usale. Mi annoio, si può uscire? Mi porti fuori come ieri?>> la vocina è sempre pacata e disciplinata, in cerca di qualcosa, ma ha già assunto un tono indurito, per lasciare un senso di… come lasciare un senso di… un senso… di colpa, ecco.
<<No, piccola qui non c’è mai nessuno a quest’ora, non ci conviene uscire, finisco qua, rifaccio per bene camera nostra e i letti belli belli… e poi basta oh! Si uscirà domani!>> Se ho o no un Nuovo Hobby questo altro non è che pulire e fare ordine! Cinque anni fa non c’avrebbe creduto nessuno. Ma adesso non leggo, non dipingo, non scrivo più, niente sono bloccata, bloccata, e mi sta sempre più prendendo il desiderio di sistemare gli armadi: piego e metto in ordine d’importanza, faccio anche le combinazioni, gli abbinamenti, magliettine a maniche corte ripiegate come da negozio e dentro i pantacollant giusti, talvolta il giorno dopo cambio, sentendomi un senso strano addosso, e riformo i completini per colore. Tutto perfetto. Quello che non si usa più, bustone e lo butto. Stop! Senza neanche provare emozione. Il cassettone per i cambi dei letti, gli intimi, lenzuoli, coperte, copertine, federe, cuscinini. Poi è la volta del bagno. Prendo in mano una spugnetta verde a caso, e inizio a strofinare. Lucido, lucido, ci ripasso, penso, parlo da sola, mi fisso allo specchio, vedo puntino bianco del dentifricio, mi catapulto a prender il prodotto e inizio l’opera del lucidare i vetri. Mi sento una psicopatica casalinga. Chiudo la porta e mi appunto il lavoro per l’indomani.
Alle ore 10.30 del giorno 12 io e la piccola siamo già vestite, profumate, pronte per ritornare al parchetto giochi. Lei corre subito, senza neanche dare il tempo di appollaiarmi sulla panchina dei vecchietti. Corre verso un gruppettino di bimbi, urlando che saranno per sempre ottimi amici, gli frega subito la bici, mi guarda e con la manina alzata fa ciao-ciao: <<Mamma guarda guarda le mie amiche mi hanno dato la BRIcicletta! Sono brava?>> sparisce dietro le frasche. Mi siedo, chiedo scusa al gruppetto, e già son tutti lì che dicono: <<Ma nooo non si preoccupi è simpatica! Se non lo fanno ora che son piccoli!>>.
Mi giro dietro le mie spalle e mi accorgo di quell’iraniano a sedere su un marciapiede, accanto al figlio che fa sgommate concentriche con la sua bicicletta. Il tipo è sempre con lo sguardo dentro il suo cellulare. Come se stesse leggendo qualcosa di fondamentale per lui. Mentre lo guardo mi faccio notare, gli faccio cenno col viso. Si alza e viene verso di me.
<<Ohhh Salam Aleikum! Come sta?>>
<<Aleikum Salam. Sto abbastanza bene.>>
<<Sai io guardare moltissimo social, perché vedo qui gente del mio Paese, sapere come va? Sai quanti ho saputo morti?>>
<<Morti eh già. Me l’immagino. Tu quando sei venuto in grande barca qui, hai visto coi tuoi occhi che…>> e rifaccio il verso delle onde del mare. Mi sento soffocare pure io. Facendomi stretta stretta. Nel frattempo mi si stringe il cuore nel vedere che lui agita la mano in segno di -Uhh sì sai quanti, quanti!-.
<<Ma anche qua in internet sai?>> continua a mettermi davanti lo schermo del suo telefonino, <<Qui è importante formazione, tu cabisci? Vedo tutti i giorni come funziona mio Paese, eh bom no, nulla, amici miei morti, morti tanti. Ma tu dai, dammi contatto tuo social!>>

<<Ehh? Io? Ah no, no, non ce l’ho io un contatto qui, e poi sai, mi dispiace ma mio marito ricordi? Sai non sarebbe affatto contento… non posso, meglio evitare>>
<<Ma va? Nooo, non c’è niente di male! Mia moglie non portare quel coso tuo marito vuole che tu mettere? Vabè non insisto…>>
<<No. Tranquillo io non metto nulla io mi vesto all’italiana. Ma tu lavori? Qui trovato lavoro?>>
<<No. Non lavoro da 3 anni. Ma io tengo tanti soldi, sono tutti in Svizzera, ma non dare niente a me, perché li tengono bloccati. Che schifo io non so come continuare così. Vorrei andare in Svizzera a prendere i miei averi ma non posso più mettere piede lì. Qui sai… mi danno solo 100 euro al mese… io tengo moglie e figlio conosci tu? E lo sai con una volta a fare spesa già finiti tutti tutti…>>.
Sono ammutolita, sento che mi dispiace, percepisco che è un brav’uomo, che non deve esser facile con 100 euro al mese per tutti e tre. Penso che inevitabilmente il Comune e la Regione Sicilia si stia mangiando tutto lasciando i disperati a mangiare i più affamati. Contemporaneamente mi viene spontaneo osservarlo: ha le braccia muscolose e piene di tatuaggi. Sì quei tatuaggi che si fanno in carcere. Mi viene anche il timore per noi. Un po’ di paura mista a confusione, diffidenza. Cerco con gli occhi mia figlia. La trovo; è di nuovo a giocare col figlio dell’iraniano, con la terra caccosa e pisciosa dei cani randagi. Se la tirano in aria e si divertono come pochi. Carini. Quindi lancio la bomba: <<Ma tu se qui non trovi lavoro, non trovarti bene qui, e ti do pure ragione! Perché non fai di tutto per ritornartene nel tuo Paese?>>
<<No, non posso. Appena io entro a Paese mio sono morto.>> Lo dice pacatamente passandosi due dita da parte a parte del collo.
Lo saluto, prendo mia figlia, me ne vado a casa con la consapevolezza che non lo voglio più incontrare. Non vorrò più stare a sentirlo, non gli vorrò dare più confidenza; mi dispiace ma non ce la faccio, questa storia è troppo più grande di me. Mi ha dato una sofferenza di vuoto e desolazione. Razionalmente so che se vengo a sapere di queste cose mi può andar bene come mi può andar male. Irrazionalmente fa assalire la confusione ambivalente fra la pietà e l’antipatia; fra un senso di colpa e l’egoismo, le bestemmie, il rifiuto, e ancora una vota la disponibilità all’ascolto, la compassione. Elementi che mi portano tutti a non capirci più niente. Scrivo su un pezzetto di carta stracciata dalla piccola: “Cercare di essere meno emotiva, meno impulsiva, più distaccata, essere più diffidente, chiacchierare meno, meno parole, meno casini, essere più razionale”.
Mi rinchiudo sparendo un paio di giorni. Lo faccio di tanto in tanto. Per non dare nell’occhio.  Lì fuori non c’è più nessuno che mi ispira. Non vi è nessuno cui sento quella scintilla per cui vale la pena correre ad andare a conoscerlo. Mi interessano di più le parole di questo libro che vuole parlarmi, “LA FINE è IL MIO INIZIO-T.T.”

da: CRONACHE VERDI

Per raccontare la verità devo per forza dirvi di quella volta che ho incontrato un iraniano. Mi sono seduta sulla solita panchina che dà le spalle allo scivolo con altalena annessa. Seduta stanca, anche se non ho combinato nulla. Voglia di fumare zero. La mattina di solito me lo risparmio. Ho una specie di senso bigotto acquisito: mi ripulisco, mi purifico, riesco a stare senza assumere né nicotina né alcool anche per 30 giorni di seguito. Adesso mi vanto di essere talmente forte da esser io la dominatrice dei vizi sbagliati. Non c’è ancora molta gente, sono appena le 9 e mezza del mattino. La gente è a casa a letto fino a tardi. Ma io sono in vacanza, voglio godermi tutte le ore, tutti i momenti, dormire mi fa perder tempo. Ho portato mia figlia piccola qui a giocare al parco giochi. Non c’è molta scelta, non ci sono molte piazze qui, non ci sono molti giardini, o c’è questo o c’è questo. Un solo scivolo grande, persino complicato da salirci, ma tant’è non c’è scelta per cui ci s’accontenta qui. Un’altalena spesso rotta, poi riparata, attualmente è mezza sgangherata. Un coso alto di ferro per arrampicarsi e fare esercizi. Alberi grossi tutt’intorno. Guardo attenta a ciò che mi circonda, alla mia sinistra stanno entrando due papà con bambini di 4 anni e biciclettina. La mia si catapulta subito per conoscerli. Li ha fatti scendere, li ha già rubato la bici. Li ha già convinti a diventare amici, e a condividere la loro bici. Se ne va là dietro a fare un giro. Mi prende sempre un immancabile groppo alla gola. Ansia: e se non torna più? E se torna piangendo perché è cascata? E se me la rapiscono? E se un cane la morde visto che lei ci ficca la mano sotto il muso a tutti quelli che vede? E se torna tutta gocciolante di sangue? Okay, sto esagerando, devo cambiare visuale, cambiare pensiero, cambiare atteggiamento. Allora sorrido. Il mio sguardo involontariamente si posa sul tizio che si è seduto proprio di fronte alla ma panchina. Lo osservo, faccio finta di essere indifferente, ma certi dettagli non mi passano inosservati. Ha gli auricolari e smanetta sul cellulare. È molto interessato a leggere o a scrivere sul suo coso. Si vede che è presissimo, perché non si è neanche accorto della mia presenza, a soli due metri da lui. È vestito bene, molto bene. Ad un certo punto spunta suo figlio con una folata di vento, in bici, fa come per scivolare innalzando un polverone tremendo, a quel punto, lui che scopro essere il padre, lo rimprovera. Alza un po’ i toni, e mi giunge subito una tonalità che “riconosco” e una lingua che mi “cattura subito curiosità”. È arabo. Quella lingua è arabo dock! Non so com’è che mi è venuto, ma all’improvviso dico:
<<Ohh Salam Aleikum!>> Si ghiacciano, si girano esterrefatti all’unisono. Il signore si leva gli auricolari, l’espressione degli occhi se la nasconde dietro occhiali grandi a specchio. Ovvio. Accenna un sorriso e balbetta: <<Co…co…sa?Araba? Parli arabo?>> Ed io subito mi sciolgo in una conversazione come se li conoscessi da una vita.
<<Chi io? Ma noo,ahahah, ho solo detto Salam Aleikum nulla di che>>. Lui rimane impietrito nella stessa posizione a sedere, incredulo di vedere una salutare più o meno nella sua lingua, e soprattutto che gli rivolge parola! Sicché mi alzo in piedi per avvicinarmi un po’. Scoprirne di più. Mi pareva un tantino strano vedere lì, in quel contesto, uno che parlasse arabo ma vestito bene, tutto attrezzato con super bicicletta da ciclista, con bambino sui 10 anni, anche lui con una bella bici, inseriti bene, fra panchine dei nostri vecchi, facendo amicizia coi bambini del posto. Conoscendo affondo quel paese, gli stranieri di lì, che escono dai loro buchi, non si scambiano neanche lo sguardo coi siciliani; mentre quei due erano ben camuffati, tant’è che se non l’avessi sentiti parlare non avrei mai detto che fossero arabi. Bene, mi sembrava tutto alquanto strano. Allora mi avvicino e cerco di catturare qualcosa: <<Beh, io sono italiana, ma mia figlia, che è quella laggiù vede? Lei è metà egiziana, sa… ecco perché qualcosa so… perché un pochettino abbiamo imparato essendoci andati, ehm… in Egitto, tante volte>>. Lui guardava, guardava, poi fa: <<Eh? Di dove? Scusa io non capire? Dove nascere tu?>>.
Dentro di me dico Perfetto ho parlato mezz’ora e questo non ha capito niente di quello che ho detto. Perfetto! Che faccio? Chiedo scusa mi giro e me ne vado? Poi mi viene in mente come si dice la parola “Egitto” in arabo vero e proprio e sbotto: <<Masssr!! Suo papà, ehm, suo Baba è di Masrr!>> E il tizio finalmente accenna a capirci qualcosa: <<Ahhh! Masrrr! Ahh lei tua baby? Ahhh masssri?>> e si mette una mano sul cuore in segno di stupore e contentezza.
<<Sì, suo baba è Massrr e musulmàn! Io no, no eh? Io del Nord Italia, sono fiorentina, e non… ecco, no io non credo in… insomma in Allah>> accenno un sorriso pseudo imbarazzato.
<<Dove…dove si trova Fiorentina? Di dove tu?>>
<<Ah andiamo bene! Firenze! sai sù, sù nel Nord. Diciamo.>>
Lui: <<FirenzA? Uhm, no, no, non conosco io. Ma tu non sei di qui?>> dentro di me dicevo “ok questo scherza? Ma come? Non sa dov’è Firenze?”
Lui: <<Ma senti, senti, tu parli arabo… marito dov’è? Ah quindi lui muslim e tu cristiana? Bello bello bello, anche io, moglie mia Kurda>>.
<<E tu invece di dove sei?>>
<<io sono 
iragmdjbjdbc..>> (tipo una cosa incomprensibile)
<<Cosa? Puoi parlare più piano? Di dove? Di dove?>> al terzo tentativo finalmente capisco: -Iran!Sono iraniano!-
Tento un altro sorriso nonchalance, ma osservo nel frattempo suo figlio che ha già fatto amicizia con la mia. Son lì che giocano con la terra caccosa dei cani. Che carini. Già che ci sono cerco di imbastire ancora la conversazione, sfoggiando le “paroline” in arabo che so.
<<Sì in Masrr si diceva sempre “mesci mesci”!>> E lui: <<accidenti brava! Ohh sì Mesci. Comeno!>>
<<Già, poi so dire “Sciukran”… “Sabaha-i-hair”, “Tahely tahely Hena!”… “Haderr”, “Ahody”>> Lui a quel punto si toglie gli occhiali in segno di rispetto, e capisce di aver davanti una tipa strana.
<<Il papà di mia figlia non mangiare maiale, sai, ma io no eh, io mangio mangio, sai.. io son atea. Ma Tu fai il Ramadan?>>
<<A bom Ramadan sì, ma io mangio carne, sai tutta, quello che c’è mangio io e mia moglie non porta quel coso>>. Do uno sguardo alla gente che c’è intorno, alla gente che ancora non c’è, mi gingillo con le infradito e la polvere, poi incalzo. <<Ma tu e tua famiglia siete venuti qui in Sicilia col barcone? O con l’aereo?>> Lui mi dice che non capiva “barcone” c’è voluta un’altra mezz’ora perché capisse una parola simile: <<Dai la barca… grande barca, tutti lì… ecco, come fanno vedere in televisione, i migranti… nel mare>> (allora ho cominciato a imitare le onde del mare e a fare il verso di uno che nuota) e lui: <<Ahh sì, così, io venuto qui! Come si dice? Ba… ba.. rca? Ohh sì..>>.
Come al solito mi sento un misto fra senso di colpa e curiosità, mi accomodo accanto a lui, niente glielo domando schiettamente: <<E dove abiti ora?>>
<<Con mia moglie, mio figlio, là, quella casa là>>
E me la indica. Mi sento confusa. Perché gli altri nel Centro Immigrazione, abbastanza malfamato e loro in quel bell’appartamento? Non mi dà neanche il tempo di riflettere, sbotta e comincia a dirmi tutta la sua vita.
<<Io iraniano! io avere tanti soldi. Ma tutti bloccati, io prima di essere qui io andato in Swizirutydhkj>>(Tipo un’altra cosa incomprensibile. Poi mi dice quella zona appena più sù dell’Italia -Ahh La Svizzera!-)
<<Ies ies Svizzera, con famiglia tutti. In Svizzera cazz mi hanno arrestato. Tutti i miei averi bloccati lì. Stronzi>>.
E io sbalordita: <<AH CAVOLO… e posso sapere con quale accusa ti hanno arrestato?>> E lui : <<Sì hadeer per terrorist! io 5 anni in galera in Svizzera. Partigian Terrorist! Mi avevano attaccato lì caz ufhfygdyg!! io terrorist, conosci pure qua, vecchia Italia no? C’erano vecchi Partigiann partigiann! Io prima prima prima lavoravo Governo mio, ero nella Polis. Eppoi terrorist. Scappato in Svizzera, poi lì un casino. Puhm puhm, hai cabito no. Ma poi uscito dopo 5 anni, e mi hanno mandato qui. Come richiedente asilopolitico. Ma non mi danno i documenti. Voglio andare via io moglie mia tutti tutti family mia. Ma non ho document.>> Ovviamente shoccata l’ho salutato e son andata a casa. Chiamo la mia bambina, deglutisco ma mi faccio arrivare la voce forte e chiara. Lei piccola corre corre, la piglio per la manino dico di salutare quel bambino: <<Ehm come si chiama?>>
<<Ascir…uhdcudhcdct%>> un altro nome incomprensibile. Non capiamo, facciamo Ciao-Ciao con la manino, poi lui mi fa con la mano al cuore:
<<Salam Aleikum!>> Ed io: <<Aleikum Salam, eheheheh>>.

 

TERZA DI LAILA

20/8/2017

“POESIA PER LA BUONANOTTE”

Scarpa rosa come gli uccelli
io sento un odore di pipistrelli,
loro sono ciechi ma guardano annusando,
se sentono noi stessi
non ci vengono addosso
se sentono cieloLibero
volano a dritto!
                                                               LAILA