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FRANCOBOLLO

“FRANCOBOLLO”


Ti voglio bene, ti voglio tanto bene,

in fondo hai un visino così, così…
hai un viso tra l’imbronciato e il sorridente.
Il broncio lo hai ottenuto da me
vuol dire che ti ho toccato duramente,
più di tutti gli altri, gli altri…
“E son tornata per vederti andare”*
con la tua carnagione da merendina al cacao
le tue caramelle e la barba da rifare
io con la carnagione da scaffale di surgelati
le scarpe sporche e un vecchio francobollo
per le parole da spedire al creatore.
La prima volta con la valigia piena di sogni
scamiciato, senza problemi… i problemi…
e ora che ci penso, il tuo sorriso
anche il sorriso lo hai ottenuto da me.
Questo fa sorridere.

[* Citazione Roberto Vecchioni ]

XII Capitolo

[ Preso dal mucchio, non è finito, per il mio piccolo e unico fan ]

XII

Quei gatti stavano mangiando emettendo dei versi striduli e nasali quasi come fossero altre creature, non di certo semplici gatti. Dopo qualche minuto di silenzio, si sentiva solo lo sgranocchiare dei croccantini tra i canini aguzzi. Poi ancora fischi dal profondo della loro gola, poi un urlo, poi una parolaccia felina in un canto lirico, come un avvertimento, come la calma prima della tempesta. E la tempesta arrivò, inesorabile: un graffio bello e buono al ventre del gatto dalla coda vaporosa. Lui emise un grido pari alla strega delle fiabe. Sembrava volesse parlare. Spettrale. Ancora soffiava, mettendosi appiattito a terra, coda quasi scomparsa, fra le zampe. Mentre quello cicciuto bianco e nero gli si mise alto alto davanti, a un palmo dai baffi. Quello piccolo rosso, faceva razzia di cibo.
Tra grugniti vari, soffiate, graffi allo stomaco, noi decidemmo lì all’istante, che avremmo continuato con impegno, quello per cui eravamo venuti a fare. Avremmo dopo la scuola, portato cibo ai gatti dei cassonetti, lui dopo il turno alle Poste, avrebbe ripulito il posto, l’immondezzaio che c’era.
Tornavo a casa da scuola con un peso in meno, una leggerezza pari ad una piuma. La mia amica veniva spesso con me, ormai si era affezionata. A quell’affare del far partire una piccola ma consistente, colonia felina, nel nostro paesello dimenticato da Dio. Ricordo una volta, che fissai prima con Alfredo, lei si arrabbiò, forse ingelosita, allora venne di corsa a casa mia tutta scapigliata, senza occhiali, sbandò e inciampò prima su un motorino lì parcheggiato, un vecchio “Ciao”, poi da terra fu assalita dalla mia gatta. Le saltò addosso sulla schiena, poi sulla faccia, con le zampette posteriori nel discendere, la graffiò terribilmente sulla guancia fino al labbro superiore. Gettò un urlo che si sentì per tutto il quartiere.
– Bettt! Cattiva cattiva cattiva cattiva! –
– Che succede? – accorsi fuori e vidi Giusy per terra fra la polvere gialla sulla camicia bianca, a pancia sotto. La guardai meglio, vidi il sangue che le scorreva sul volto. Lei si alzò su, senza neppure degnarmi di uno sguardo, si mise a rincorrere Bet. Io ridevo. Ridevo a più non posso. Mentre lei continuava a ripetere che era una gatta Cattiva.
Bet ad un certo momento s’impuntò, per la prima volta le sentii fare un miagolio piuttosto forte, la guardò mezzo secondo con due pupille grosse così, le saltò su un’altra volta. Fece un balzo di un metro e mezzo grazie all’aiuto della sua coda lunga, ormai un po’ pendente verso sinistra, per colpa delle grinfie del Mastino napoletano, quel Cash. La puntò direttamente gli occhi, centrandogliene uno. Le fece un graffietto piccolo nel dotto lacrimale inferiore. Per Giusy fu la fine. Si mise a urlare, a piangere, a dire che la gatta era pericolosa, che dovevo farla guardare da uno specialista, forse prima o poi c’avrebbe assalito di notte! Bet pareva imbizzarrita, aveva il pelo tutto arruffato e la coda grossa come quella degli scoiattoli. S’era gonfiata, la linguetta entrava e usciva dalla bocca. Il musino e le orecchie all’indietro. Faceva paura.
Giusy se ne dovette andare. Io esclamai solo:- Uno a Zero per Bet -.
Era cresciuta la mia piccoletta, si stava facendo sempre più sfilata. I suoi graffi sempre più taglienti, i suoi morsi cercavano di prendere il polso, stringere fino all’arteria. Il male era sempre più insopportabile. Fu così che io ci giocavo sempre più di rado.
Il tempo trascorreva velocissimo, fra le ultime interrogazioni a scuola prima della grande fine, i miei bisticci con l’inseparabile Giusy, e le uscite col postino più dolce che abbia mai conosciuto. Sino allo sbucare in punta di piedi della impollinata primavera inoltrata e dell’Aprile. Col sentire le campane delle dodici Chiese presenti nel paese, dal boschetto Monnalisa, sciamarono delle api. Sentì il bisogno di cambiar casa la vecchia ape regina seguita dalle operaie, in una sorta di “febbre della sciamatura”, e queste esploratrici si misero fitte fitte a cercare il posto ideale.
Non potetti credere ai miei stessi occhi, si misero a grappolo proprio sul cornicione del mio portone. Entravano ed uscivano da un forellino all’ombra una alla volta. Facevano da una sponda all’altra e si fiondavano a proiettile là dentro, Bet sentì quel rumore da sopra camera mia. Accorse, e le vide immediatamente, io ero immobile. Ne avevo così tanta paura che le mie gambe rimasero impietrite. Poi con la coda dell’occhio vidi Bet che faceva dei versi strani, tipo metallici con la voce felina, e come una perfetta macchina da guerra …… TO BE CONTINUED

X Capitolo

[ Non è l’inizio e non è finito, è solo preso dal mezzo, ed è per il mio piccolo ed unico Fan ]

X

Tornai a casa quando era già buio inoltrato. Il lampione della strada era spento, c’eravamo abituati noi del quartiere, era sempre rotto. E anche quando lo aggiustavano, dopo tanto ci pensavano gli scugnizzi a tirargli qualche pietra, fulminandolo un’altra volta. Michelino, i gemellini e gli altri, non se ne facevano sfuggire una. Ci aiutavamo a camminare coi fanali delle macchine quando passavano. Se non passavano, camminavamo lo stesso spediti, sicuri d’ogni passo nel buio pesto, come pipistrelli. Trovai la porta chiusa stranamente. Bussai forte, con la gattina in braccio che voleva già saltar giù e correr via da qualche parte. Mi graffiava tutti i polsi, s’impigliava ad artigli spaiati ai miei lunghi ricci, ma la stringevo fortissimo, mi fece un taglio profondo al pollice, la presi per la collottola, stavo per cedere e mollarla, non ce la facevo proprio più, i suoi graffi frizzavano come sale nelle pellicine. Continuai a bussare. Ma niente, i miei decisero di lasciarmi fuori! Si ostinavano a non aprirmi la porta, trincerati nelle loro moralità, nel mal celato bigottismo.
Il buio del cielo delle 22.00, non nascondeva il fulmine che stava annunciando un altro temporale. Il fascio di luce improvviso, squartò in due il nero cielo, fece per un secondo ritornare giorno abbagliando gli occhi curiosi della micina, dovette socchiuderli, non riuscendo a contenere quel bagliore più bianco del bianco divino. Il fulmine aprì un varco nel nero, fece scender giù chissà dove, a pioggia quattro rami enormi di spine, silenziose, fosforescenti, luminescenti, sordomute; Bet infatti vide dei colori che io e nessun altro umano, potevamo percepire. Poi susseguì un tuono. Forte, rimbombante, io e la gattina ci si abbassò per terra, tappai lei le orecchie, poi i primi goccioloni ci bagnarono la testa, le braccia, il suo pelo. Pareva una sottospecie di k-wey, era come se le goccioline rimanessero fuori, in superficie, poi scivolassero intatte giù. Come quelle sulle foglie delle piante. Avrei voluto esser un gatto anch’io in quel momento.
Mugolai qualcosa non ricordo cosa, fu una specie di “scusa non lo faccio più”, a quel punto la porta si riaprì dal suo interno. Entrai subito, alle mie spalle lasciai il secondo tuono roboante. Vidi mia madre corrucciata in piedi, stringeva il grembiule, lo faceva quando aveva voglia di tormentarmi. Mio padre seduto a capo tavola, i baffi bagnati dal vino rosso. Aveva già terminato di mangiare. Mi guardò al solito da cima a fondo. Coll’indice indicò di salire su. Mia madre invece non aveva neanche mangiato. Corsi su per le scale con Bet avvinghiata alle braccia.
Ci si mise sotto il piumone a riscaldarci, o meglio io mi ci misi, lei invece subito incominciò a saltare, a mordermi, a nascondersi sotto il letto per poi farmi gli agguati puntandomi direttamente gli occhi. Non ci mise neanche un’ora a farmi arrabbiare di nuovo. Prima di addormentarmi e sprofondare nei miei sogni, la vidi: la codina non era più dritta come prima, ma era molle. Cercai di accarezzarla, anche se lei era sfuggente. Cercai di dimostrarle la mia compassione. Durante la notte lei se ne andò in giro per casa, andò in cucina, salì sul tavolo a mangiare qualche resto della cena, trovò un angoletto comodo per lei e fece il suo bisogno. Il puzzo di bile con fegato bruciato in padella, diffusosi per l’ambiente, mi fece addormentare pensando che non si era persa, che quel cane non l’aveva uccisa, ch’era sopravvissuta ancora ed ancora.

DRIINN! La sveglia mi squillò all’orecchio sobbalzandomi, mi alzai, vidi le orme minuscole di Bet per tutto il piumone bianco. Facevano un girotondo verso il fondo. Erano una specie di “buongiorno” per me. Mi stiravo come lei, e come lei non ne volevo sapere di iniziare quella giornata, fra scuola, compiti, pulire a terra ciò che mi aveva regalato. Pulire la lettiera, riempirle le ciotoline, farla giocare rischiando un occhio.
Per prepararmi ad andare a scuola, non era molto vicina, mi toccava svegliarmi circa un’ora prima. Bet dormiva nel lettino mentre mi accingevo a vestirmi ed uscire. Dopo avermi mordicchiato dall’una alle due di notte i piedini. Mi alzai, andai di sotto, dove c’era il bagnetto. Piccoletto, munito solo di WC, lavandino e una tendina di plastica opaca che fungeva da doccia. Il tubo flessibile per doccia era attaccato al muro, per terra sulle mattonelle turchesi c’era il tubo di scarico dell’acqua. La doccia non aveva neanche i mattoncini di rialzo. Il bagnetto era sprovvisto pure di bidè.
Mentre camminavo ancora nel buio delle prime ore del mattino, un po’ dondolando come se non avessi acquistato del tutto l’equilibrio, stavo per mettere il piede su una cosa. Mi passò di striscio un’immagine nera ancora non ben messa a fuoco. Sotto di me, sul pavimento. Evitai di schiacciare quella cosa credendo fosse una pallina di pelo di Bet. Andai in bagno e mentre facevo pipì, vidi quella cosa piccola, scura, come bioccolo di polvere, muoversi! Mi prese un mezzo collasso. Vedevo proprio che si moveva. Si appiattì lungo il perimetro del muro e stava venendo verso di me.
Beccai per terra un ragno violino! Ormai non c’erano dubbi: era impossibile che della semplice polvere potesse camminare, quello era proprio un ragno. Con le zampette lunghe e rigide. Nere con impercettibili segni gialli, occhi impenetrabili, più neri del buio, a forma di ragno era quel ragno! Scappai urlando. Rimasi sotto shock per due settimane. Me lo sognavo di notte. Sognavo la mia tenda beige tutta piena di piccoli ragni. E si muovevano e si agitavano e diventavano più piccoli, e mi sentivo pungere. Dallo stress di quei pensieri mi venne l’orticaria. Stetti davvero male, la schiena si riempì di foruncoli piatti rossissimi a forma di fragole. Un prurito inimmaginabile. Mi grattavo, mi lavavo con l’acqua fredda, ma quelle fragole sulla schiena aumentavano. Anche quel giorno presi Bet per salvarmi dalla fobia che mi paralizzava e la lanciai direttamente nel bagno sopra il ragno. Sperando di vederlo morto appiattito sul pavimento, sconfitto. Dopo vari rumori, cadute di shampi, saponette, rumori inquietanti di corse di zampe, aprii la porticina di legno ridipinta bianca, incredula. Vidi Bet che aveva in bocca due zampe lunghe nere. Forse ero salva. Ma il cuore andava così veloce che mi pareva di perdere i sensi. Guardai le mani, tremavano. Avevo sul vero senso della parola, un attacco di ansia. Lo shock di aver pensato che quella cosa nera fosse pelo-di-gatto, poi invece essere smentita dalla camminata lesta, inequivocabile da ragno, mi aveva davvero turbata. Dopo due settimane di orticaria, di incubi notturni, di prese in giro da parte dei miei genitori:- Ha paura anche della sua ombra! Ah ah ah! – dicevano; fui costretta a tornare alla vita normale di tutti i giorni.
Anche a scuola si soffriva un moralismo sguaiato. I genitori degli alunni venivano quasi tutti i giorni a bussare in presidenza per lamentarsi di Tizio Sempronio e Caio. Molto spesso si presentavano direttamente “le nonne”. Coi loro scialli a frange lunghissime, le gonne nere, a dire Tizio ha detto a Caio questo e quello, le maestre sempre a difendersi con la scusa “del vedo e non vedo” – Chi può dirlo? Se non si è presente nei luoghi come si può dire come sono andati i fatti? -.
– Ho saputo del solito gruppettino, si ferma nel bagno delle femmine, che ci devono fare nel bagno delle femmine? Stiamoci attenti eh! Mo’ figlia non ha più voglia di venire a scuola per ‘sto motivo! C’ha paura d’andare in bagno! –
– Chi tua figlia? Ma se è lei che è la prima che chiama mio figlio! Tua figlia non vuole venire a scuola perché sei te che non ce la vuoi portare! –
– Tuo figlio deve lasciarla stare ah! Se no a suo padre lo riferisco! Ci dico tutte cose -. Le mamme accompagnate dalle loro mamme con scialli, ad insultare davanti a tutti i bambini, la preside e le maestre “che non sanno mai niente”. Poi la sfilza dei – Sempronio ce la deve finire a dare cazzotti a mo’ figlio! -, – No guarda, il mio non ne fa di ‘sti cose! È scontato come la matematica! Il mio mi ha riferito ch’é stato Caio a cominciare! -, – See un angioletto è il tuo eh! Allora perché il mio viene a casa coi lividi alle gambe? -, – Maestra ma dica qualcosa? Lei dov’era quando è successo o’ fattu? -. La preside cercava di far da paciere e accordandosi con le maestre riferiva di mettere in punizione tutta la classe, senza ricreazione per una settimana, così a forza di fare così, la “prossima volta avrebbero imparato”. Ma no. Quella “prossima volta” noi bambini, la stiamo ancora aspettando dalla prima elementare.
Mentre la maestra di inglese, calabrese, Rosina, spiegava alla lavagna facendo graffiti col gessetto ed un rumore agghiacciante tipo unghie sui vetri, e con la voce stridula, l’accento spiccatamente calabro-english, metteva assieme il Past col Farst ed il O’ Clock per l’orologio, mi assentavo distraendomi guardando fuori dalla finestra. Eravamo giunti senza nemmeno accorgerci a fine Gennaio, e la pioggia era a catinelle. Là in fondo vidi un gatto rosso, sotto la palma nana del giardino della scuola. Era fradicio di pioggia. Da lontano lui guardava me, io guardavo lui. Era fermo, una figura statica, il fiato sul vetro appannava l’immagine. Poi con la manica della felpa sfregai il vetro per spannarlo, non lo vidi più. Figure che appaiono e scompaiono i gatti. La pioggerellina batteva imperterrita sulle vetrate, per terra. Non c’era nessuno nelle strade, non un’anima viva, mi chiedevo cosa facesse la popolazione dalle 9 del mattino fino alle 16.00, perché sparisse dalla circolazione, soprattutto quando pioveva. Ripiombai col pensiero e con l’udito nell’aula, con l’accento spiccato calabrese chiedermi:- What Time is it? -.
– Pss… pss… ehi sveglia, dille Thirteen o’ Clock! -, bisbigliò all’orecchio la mia compagna di banco, Giusy. Giusy era una vera amica per me. Aveva un anno in più di tutti noi, perché era ripetente. Ma appena la vidi capii subito: con lei volevo stare a sedere in quinta. Dal primo momento che ci si scambiò un’occhiata, il primo giorno di scuola a settembre, tutto il resto della classe fu come scomparire. I rumori dei banchi, il ciaccolare delle maestre nei corridoi, gli altri coi grembiuli blu tutti schifosamente uguali, persino i rumori delle campanelle. Mi si mise davanti, a un palmo da me, coi suoi occhietti un po’ strabici, la bocca mezza sdentata, e quei pochi incisivi rimasti erano accavallati l’uno all’altro, spilungona e secca come un chiodo, capelli neri cortissimi ma che andavano dritti verso l’alto e sulla fronte. Le falangette delle mani erano ricurve all’interno come una precoce artrosi. Quei jeans mingherlini sembravano ospitare aria dentro. Le gambe lunghe, prive di qualsiasi forma femminile, formavano una x. Insomma uno scherzo della natura. Eppure aveva qualcosa. Aveva quel qualcosa in più di centinaia d’altri compagni lì. La battuta sempre pronta, come una fucilata, una risata… la sua risata era onesta, fatta di sincero volume schietto, che quando ti prometteva qualcosa, lo sapevi, lo sapevi fin da subito che avrebbe scalato una montagna per te. Aveva un vocabolario limitato, fatto sostanzialmente di parolacce, ma dette solo quando andavano dette, mai, mai, mai a casaccio, “non va sprecata un’imprecazione” diceva, ecco in maniera più “fantasiosa”. Quando la facevo arrabbiare e mi mandava a quel paese, lo diceva come se declamasse poesie. Non rimanevamo litigate per più di 10 minuti. Dopo veniva sempre lei, con metà del suo panino, o con una caramella gommosa. Irresistibile farle un sorrisetto. Se non c’era lei in classe, come avrei fatto? Mi sentivo diversa dagli altri. E non è che lei non mancasse a scuola eh, anzi erano più le volte che non veniva, che le volte in cui ci degnava della sua presenza. Io mi sentivo sola quando lei marinava la scuola.
– Ma che fai? Guardi dove metti i piedi? Ma ci vedi tu? – ecco questa la prima frase che le scambiai la prima volta.
– Ah boh, ho questi occhiali. Mo’ li prendo. – Rispose mantrugiando qualcosa dentro la tasca del suo zainetto brutto.
– Hai gli occhiali? E perché non li metti sempre? –
– Ho gli occhiali sì, boh che ne so! Non lo so! – poi si mise a sedere accanto a me, con un fare fra l’arrogante e il divertente.
– Tieni. Muta.- Mi disse dandomi il suo numero del cellulare in un bigliettino scritto sulla cartina delle gomme da masticare. Sapeva di coca-cola. Poi tirò fuori dallo zainetto il suo cellulare, e senza farsene accorgere da sotto, incominciò a spippolare sopra, nel suo Brawl-Stars. Io ebbi un po’ paura della maestra, che mi rimproverasse al posto suo; quindi mi spostai il più possibile verso il vetro della finestra.
– Ma che fai? Lo sai che non si deve usare il cellulare quando ci sono loro! –
– Lo so lo so, muta. – si ingobbì ancora di più, come se non volesse esser disturbata da me. Durante quella prima lezione Giusy continuò a giocare al suo giochino elettronico spudoratamente. Era tutta esperta, più esperta di noi e delle maestre, esperta in giochini, esperta in posti dove marinare la scuola senza esser scoperti, esperta in copiare i compiti in classe, esperta in questo quello quell’altro. Ma se qualcuno le rispondeva male, guai, mi veniva d’istinto di prenderlo a spinte. Lei era la mia migliore amica, me lo disse a chiare lettere la chimica che passò da mano a mano, quando ci si mise a sedere insieme, quella prima volta. A distanza di 4 lunghi mesi la nostra amicizia era già ben collaudata, ma ancora una volta riuscì a stupirmi l’imprevedibile Giusy. Era maledettamente religiosa! Faceva il maschiaccio, faceva occhiatacce, era dura, sputava in continuazione a terra come Michelino, però guai a toccarle Cristo in croce. Lei ci credeva, come quando una madre ti dice qualsiasi cosa, tu le credi anche ad occhi chiusi. Con quella genuinità che solo i piccoli hanno.
Lei era una grande, piccola.
Così in quel fine gennaio lei mi fece:- Che hai fatto a Natale o dopo Natale? –
– Niente che ho fatto? Ho mangiato a casa con mia madre, mò pà e la gatta –
– EH?? Cosa? Non siete andati a messa? –
– See! A messa! Non ci vado dalla Cresima. Non mi piace. Mi annoia –
– Cosa? Eh? Strano. Certo che siete proprio strani voi! – disse guardandomi dallo spessissimo vetro dei suoi occhiali, occhiali rotondi con il bordo celeste, grossi come fondi di bottiglia; poi aggiunse lapidaria:- È la nascita di Gesù e voi non siete andati a pregare per lui. -.
Sopraggiunse un silenzio dall’oltre tomba, in cui lei si chiuse nel suo riccio per un po’, mentre me ne andai a giocare da un’altra parte, così semplicemente. Capii che niente, non ci si poteva far niente, Lei ed io avevamo gusti diversi, a me piacevano i gatti, a Lei piaceva Gesù e la Madonna, e a noi piaceva così.
La campanella alle 13 e uno si mise a squillare per tutti i corridoi come un fischio assordante e tremolante, eppure era musica per le nostre orecchie. Si scappò via di classe con gli zaini mezzi aperti. Ridendo come fosse ancora il primo giorno di scuola. Stesso entusiasmo stessa risata stessa adrenalina. Dissi a Giusy se le andava di venire da me a pranzo, le avrei fatto conoscere la mia piccola, non tanto docile Bet.
– Ok, tanto ho poca fame, di solito mangio solo il pane –
– Non ti preoccupare quello a casa mia ce n’è a volontà! -.
Appena giunte da me, si trovò Bet che giocherellava lì davanti l’uscio di casa, con una mosca che stava affogando in una pozzanghera, vicino la sua lettiera. Tutt’intorno era pieno di pozze d’acqua che sgorgavano dai tombini intasati. Ci si schizzava correndo.
Bet appena mi vide mi corse incontro a coda ritta. Ma non miagolava mai. Dimostrava la sua attenzione nei miei riguardi con la coda, senza fusa, senza rumoreggiare, solo tre secondi di struscio, poi via. Bet era così, un po’ selvaggia.
Giusy appena la vide le si fiondò subito addosso, con l’intenzione di prenderla in braccio, gracchiando un “beellinaa”! Ma lei si mise a correre come una pazza. Prima dentro casa poi fuori per strada, poi saltando su una macchina parcheggiata là davanti, poi di nuovo dentro casa. Correva come una matta saltando anche sulle sedie in cucina, facendo allarmare mia madre e mio padre, intenti ad apparecchiare tavola. Giusy allora tirò fuori dal suo zainetto color cadavere, un foglio di carta. Lo arrotolò dicendo col ghigno inconfondibile suo:- Eh eh, ora ti prendo io, “spinnacciata”!- e ne fece una piccola pallina. Bet appena se la vide arrivare davanti, la pallacarta, fece un salto enorme, tipo un metro d’altezza. Parò la pallina perfettamente in aria. Senza nemmeno accorgercene, ce la vedemmo un’altra volta fra i piedi. Gliela ritirai. Ma lei si mise a giocarci, a passarci la palla come fosse Roberto Baggio. Un grande calciatore avevo per casa.

Kipling

Ridere, è rischiare di apparire matti…
Piangere, è rischiare di apparire sentimentali…
Tendere la mano, significa rischiare di impegnarsi…
Mostrare i sentimenti, è rischiare di esporsi…
Far conoscere le proprie idee ed i propri sogni, è rischiare di essere respinti… Amare, è rischiare di non essere contraccambiati…
Vivere, è rischiare di morire…Sperare, è rischiare di disperare…
Tentare, è rischiare di fallire…
Ma noi dobbiamo correre il rischio!
Il più grande pericolo nella vita è quello di non rischiare.
Colui che non rischia niente…
non fa niente…
non ha niente…
non è niente!- Rudyard Kipling –

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