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“Eroe o pezzo di fango, non c’era via di mezzo per me, per l’uomo comune, dico, è vergogna infangarsi, ma l’eroe sta troppo in alto perché si possa infangare del tutto, per conseguenza si può stare nel fango” Fedor Dostoevskij
Capitano a volte incontri con persone a noi assolutamente estranee, per le quali proviamo interesse fin dal primo sguardo, all’improvviso, in maniera inaspettata, prima che una sola parola venga pronunciata.” Fedor Dostoevskij
“Se avete in animo di conoscere un uomo, allora non dovete far attenzione al modo in cui sta in silenzio, o parla, o piange; nemmeno se è animato da idee elevate. Nulla di tutto ciò! – Guardate piuttosto come ride.” Fedor Dostoevskij
“L’assassinio legale è incomparabilmente più orrendo dell’assassinio brigantesco. Chi è assalito dai briganti, chi è sgozzato di notte spera di potersi salvare fino all’ultimo momento. Tutta quest’ultima speranza, con la quale è dieci volte più facile morire, viene tolta con certezza dalla condanna a morte.” Fedor Dostoevskij
“Non passione ci vuole, ma compassionecapacità cioè di estrarre dall’altro la radice prima del suo dolore e di farla propria senza esitazione.” Fedor Dostoevskij
“L’uomo è infelice perché non sa di esserefelice. Soltanto per questo. Questo è tutto, tutto! Chi lo comprende sarà subito felice, immediatamente, nello stesso istante.” (La mia preferita)- Fedor Dostoevskij

IL MIO URLO DI MUNCH

IL MIO URLO DI MUNCH

Ho paura di te, ho paura di affrontare il pozzo senza di te,
ho paura di non rispettare i tempi di finire il tempo prima del tempo,
sei l’unica che non riesco a pensare se ci penso,
perderti con una telefonata improvvisa sarebbe l’urlo di Edvard Munch,
il fondo di un fondo profondo.
L’unica cosa che puoi contagiare è la tua allegria, il nero degli occhi,
non mai una malattia, anche se salti sul letto, nessun virus a contatto,
mi sfiori per vie aeree e ho paura di te è questo l’unico motivo
per cui non ti guardo, abbasso lo sguardo e mi gratto i capelli
e tu sei ancora al tuo posto, di anno in anno sei ancora lì dove devi essere.

L’unica cosa di cui ho paura sei te, oggi ci sei domani non ci sei,
è quel concetto lì che fa tremare il terreno sottostante, vorrei mordere l’aldilà,
ritornare indietro tutte le volte possibili, voltarsi e rimediare e riprenderti,
ma so che è un’utopia.
Sei la celebrazione di un’intesa celeste, la parabola mai ambita,
nell’angolo si sente avvicinare un fantasma sospetto, mi chiami,
anticipi i miei pensieri, qualcosa gratta il muro di dietro, corre il brivido,
non ci viene da ridere e sei troppo buona, in quei momenti di non lucidità,
in vortici buchi neri nel buio delle profondità, in pensieri extrasensoriali,
ho visto il mio urlo di Munch fra la abat-jour e la tua gatta, se dovessi arrendermi.

Quando cammino lungo il marciapiede costeggiato da erba,
mi viene subito in mente quando passeggi al mio lato sinistro
con una luce pazzesca nelle pupille, ingrandite, grosse, un girasole vivente,
mi viene in mente di ritornare a prenderti, ricordare di ridere senza rughe,
una continua mancanza sento anche quando ci sei e mangi pasta piccante,
perderti per una manciata di secondi senza tremare senza fiatare
sarebbe il fuoco intenso in un vecchio quadro, l’Urlo di Munch,
difese immunitarie giù, fronte caldissima, guance avvampano, paura d’astinenza
scimmia sulla schiena, tremendo prurito che prende dai nervi del cervello
all’altro mondo, il contrario di un avvertimento, così se dovesse essere
lì non rimarrebbe altro che alzare lo sguardo al cielo
chiedere ulando la fede, chiudere senza salvare il file, basta, stop, perso,
cominciare una lenta cantilena, pregare un mircolo.

11/02/2022

IL GRANDE BIANCO

XIII CAPITOLO

ANCHE IL DIAVOLO IN ME, SBAGLIA
(colei che insegnò l’amore a Socrate – non il calciatore -)

Ecco durante le mie notti delle cinque del mattino, il verme che mi rosicchiava il cervello si zittiva per farmi tramortire dalla penombra della solitudine. Non sentivo neanche il CRONC CRONC quotidiano.
Camminavo a passo d’uomo col mio Scudo. Pigiavo frizione e acceleratore. Gli occhi si aprivano e si richiudevano senza preavviso. I mozziconi accesi di canna me li dimenticavo nel filo delle labbra, non si contavano più i buchi bruciati sui tappetini giù, o sui sedili. Sbandavo e alle curve, prendevo sempre il muro di cinta con lo specchietto. Molti specchietti dei furgoni del lavoro ce li misi di tasca mia.
– Non posso fissare sempre il monitor del cellulare credendo che s’illumini improvvisamente. Tanto non chiama! Non chiamerà dicerto per dirmi quanto le manco, quanto mi ama, se mai per farmi qualche minaccia! Per dirmi che mi stanno venendo sotto casa insieme un gruppo di marocchini con le spranghe!-.
Probabilmente se non mi fossi adagiato all’idea di un’amara telefonata, avrei frenato prima, avrei sterzato più sicuro di me, l’avrei notato molto prima quel deficiente di un vecchio che mi tagliò la strada, come un riccio che attraversa ignaro da corsia a corsia senza degnare di uno sguardo le autovetture che sfrecciano, permettendosi un attacco di libera follia non rispettando lo stop proprio mentre passavo io.
– Cazzo! Cazzo! Cazzo! Cazzo! Cazzo!-.
‘Sto vecchiettino passava tranquillo e poi ci fu uno SPUDUBUN vorticoso!
Mi ritrovai semi incosciente dall’altra parte della strada, dall’altra parte del posto guida, quasi con mandibola spostata, un taglio netto sotto al mento, una nebbia davanti allo sguardo, surreale, un fischio dal subconscio all’orecchio e magliettina sporca di sangue.
– Presto! Presto! Chiamate un’ambulanza! -, udii in lontananza.
– Si svegli! Si ricorda da dove stava venendo? Che è successo? –
– Avete chiamato un’ambulanza? –
– Oh ma questo non si ripiglia! –
– Oh che è tutto ‘sto sangue? –
– Oh ma arrivano i soccorsi oppure no? –
– Oh finalmente ha riaperto gli occhi. Ci vede? Sta bene? –
– Che teste di cazzo! -.
Non so, l’ambulanza venne dopo la volante dei carabinieri che presero a far subito i loro controlli, le loro verifiche, il loro sopralluogo.
– E questo cos’è? –
– Eh cos’è secondo lei? –
– Wè, non faccia lo spiritoso con me! –
– Che cos’è secondo lei cazzo… –
– Cos’è? Cos’è? Me lo dica lei giovane! –
– Un tocchettino di fumo no? –
– Venga prego, favorisca i documenti e libretto -.
Mi portarono in caserma, mica all’ospedale. Quelli mi tennero tutta la notte lì, su una sedia nera in formìca, ghiaccia, dolorante, sanguinante, tremante, in preda ai miei deliri più allucinanti. Senza sigarette, fanculo, per poi darmi alle cinque di mattina un foglio con su scritto che avevo il ritiro della patente immediato e che dovevo fare le analisi dell’urina al SERT.
– Fantastico! -. Persi il lavoro.
Me ne andai dalla questura ch’era un freddo della madonna. Il fiato diradava nell’aria. Stelle nel cielo non ce n’erano. Il mio cuore non sentiva più niente. Solo i passi in un lungo cammino verso la stazione. I binari alla mia sinistra facevano silenzio tutt’intorno. Neanche l’ululato d’un cane. Il mio animo dentro era svuotato. Poi capii ch’era pure divertente prendere il treno per casa e rischiare la multa per non avere il biglietto. Cazzo me ne fregava, non ci pensai più.
Così ero già sopra il mio trenino, in direzione casa, quando mi resi conto che lo spettacolo davanti a me era più interessante di quello fuori dal finestrino: una coppia di tedeschi si stava strusciando nelle parti intime davanti ai miei occhi. Come a dire: lo vuoi l’invito?
Lei una gran zoccolina, con gli occhi languidi ogni tanto mi puntava e mi faceva il verso con la lingua. Si sbottonava la camicetta lanciandomi segnali inequivocabili e muoveva il culetto dondolato dal ritmo del sedile del treno. Mi faceva vedere le gambe rosee.
Si avvicinò all’orecchio del suo tipo, gli sussurrò qualche stronzata in tedesco, ma capii il senso visto che si girarono dalla mia parte e risero non poco. Lui prese a toccarle la schiena da sotto la camicetta, fino a sganciarle con un semplice gesto, il reggiseno a balconcino. In un batter d’occhio era già lì a baciargliele dando dei teneri morsetti ai capezzoli a punta. Gliele prendeva con le mani. Gliele maneggiava e gliele leccava. Io pensavo che era una fortuna che il treno fosse vuoto, che gli unici abitanti dello scompartimento fossimo solo noi tre. Il ragazzo biondissimo stile David Bowie da giovane, mi guardava pure lui, pensavo fra me e me: questo non parla un’H d’italiano, allora sorridendo mi fece capire che se volevo potevo partecipare anch’io, così mi uscì la voce di colpo e bofonchiai: – Posso? – mi fiondai a ginocchioni davanti a lei, le aprii le cosce morbide come non ricordavo potessero essere perciò fu molto facile arrivare senza sforzo, faccia a faccia agli slip.
Insomma gente, un odore magico mi pervase tutto il viso. Con un dito glieli spostai e non mi sembrava vero di poterla leccare senza preoccuparmi, ero in un altro pianeta, sentivo il suo sapore entrarmi dentro. Ad un certo punto sentii la mano del suo ragazzo sopra i capelli che spingeva, che tentava di farci raggiungere l’orgasmo più veloce. Era fantastica, i capelli a boccoli biondi le scendevano lungo il collo, in contrasto a quel chiarore un rossetto rosso fuoco le contornava la bocca a cuore, si agitava provocandoci ancora di più, la baciavo dappertutto. Poi per farci capire che stava venendo, lanciava dei sospiri più forti, un po’ più acuti, ma non troppo per paura che qualcuno ci sentisse. Mi ripresi se così si può dire, solo quando sentii la voce frigida nell’altoparlante che diceva:
– Prossima fermata è San Miniato… -. Sì perché poi cambiai casa pure io.
– Sì sì, s’è capito! – urlai sdegnato ma anche un po’ sollevato. Mi affrettai ad alzarmi, anche loro si fermarono, le diedi un ultimo morbido bacio sulle labbra e poi sparii tra la folla della stazione.
Mi resi conto mentre camminavo in direzione autobus, d’essere quasi un infiltrato ad un party a invito, perché avevo tutti gli occhi puntati contro, incuriositi non so di che i passanti mi fissavano con quell’aria compiaciuta, mi facevano sentire strano, così io stesso assumevo un’aria colpevole anche senza volere, ma poi capii, diedi una leggera occhiata giù in basso e mi ricordai della mia maglietta ancora macchiata di sangue dell’incidente.
La tristezza arrivò forte e chiara sulla mia faccia segnata, quindi mi accesi un cannino per riflettere sulla mia condizione e sul verme che stava riprendendo a rosicchiarmi il cervello.
Feci ritorno a casa finalmente, infilzai la chiave nel buco della serratura come il verme nello stuzzicadenti e… dulcis in fundo era durissima, provai e riprovai cento volte, girandola in ogni verso possibile, spintonando anche un po’ la porta a spallate, ma niente proprio non voleva aprirsi, tanto che mi venne il dubbio: Ma è casa mia questa?
C’era un silenzio catacombale e lo schianto della porta che abbattei con una spallata, risuonò secca per tutto il vicinato facendo incazzare i cani della zona.
– La mia porta ti rendi conto? Ho dovuto abbattere la mia porta! -.
M’infilai nel lettone coprendomi fino al naso e cominciai a sprofondare, a scomparire nel materasso che quasi a quel punto, mi faceva da parete. Gli occhi chiusi oramai in semicoma dalla stanchezza e dalla serata singolare. Le orecchie vigilavano per il resto del corpo e per tutta la stanza che in quel momento a quell’ora, non mi sembrava più nemmeno la mia, mi faceva sentire un intruso, un ladro.
– Sono troppo stanco per aprire gli occhi – dissi muovendo a malapena la bocca e biascicando le parole. Ripensai per un istante all’appuntato della Guardia di Finanza, quando in Questura mi dette il foglio del ritiro della patente, facendomi persino firmare che ne prendevo atto!
– E allora non li aprire, fa come vuoi… – sentii rispondere ed io feci di riflesso un balzo svegliandomi tutto d’un colpo e tremando come un coniglio. Mi prese un coccolone cazzo.
Stringevo i pugni alla coperta scura. Dalla penombra vidi un cosino allucinante, sul capezzale del mio letto, colle gambe incrociate, più piccole delle braccia anch’esse incrociate, come disappunto, più precisamente era sopra le punte dei miei piedi.
Un diavoletto, assomigliante a un elfo, un folletto tutto liscio verde scuro e occhi a spillo, insomma un coso… un coso… che assicuro a chiunque non assomigliava per niente ad una persona terrestre, era proprio lì sopra. Volevo restare calmo, ma il mio sangue cominciò a trasudare dai pori e la fronte era la prova schiacciante che assolutamente stavo per collassare. Sudava da paura.
Uno scroscio di voci si abbatté su di me:
– Non ti piaccio nemmeno un po’ ed è normale mi spiego? –
– Io devo assolutamente riprendermi, non è possibile! –
– Se te ne vuoi andare puoi farlo, ma non è divertente mi spiego? –
– Chi cazzo sei? No dai, devo farmi assolutamente un caffé –
– Che te ne frega! Ora sono qui e non mi muovo e potrò fare ciò che voglio! –
– Che cazzo c’era in questo fumo? –
– Non è la tua droga, tossico da quattro soldi, sono proprio io! E ora mi stai a sentire! –
– No, te ne devi andare, lasciami dormire, è il mio letto questo! –
– Si? Davvero? Non mi risulta –
– Che essere sei? No no devo smetterla con la bamba e anche col fumo! –
– Come sei noioso uff… ci credo che quella puttanella della tua amica non ti vuole -, fece una smorfia orripilante, lanciandomi un’occhiata da quegli spilli neri nascosti da peli verdi e grigi.
Con lo sguardo cercavo per quanto possibile di distrarmi, nel frattempo scrutavo minuziosamente da destra a sinistra per vedere se era tutto vero, se ero vittima di un incubo, o dell’allucinazione dell’asseuefazione del calo, guardavo dalla finestra al mio comodino, mentre il resto del corpo era paralizzato.
Mi sembrava di pisciarmi sotto.
– Cerchi questi? -.
Con un gesto veloce mi sbatté sotto il mento una scatola sgangherata di Tavor, ( ne avevo sempre una per le emergenze ) e me la porse con un ghigno abominevole.
– Bene, devo ammettere a me stesso che sono davvero fuso! Dai su dammeli! -.
Il coso a forma di elfo verde e grigio, giocava a tira e molla con la scatoletta dei Tavor, io anche se avevo paura a toccarlo glieli rubai con gesto alienante da quella manina a tre dita e ne buttai giù subito due, come se fossi in crisi d’astinenza. Già sicuro che mi avrebbero portato ad un sonno catatonico e al risveglio, ovvero fra due giorni, non mi avrebbero concesso il lusso del ricordo. E invece col cazzo! Quando serviva un Tavor d’effetto non c’era mai! Quel tempo non passava più ed io mi gingillavo nell’attesa di un sonno colossale, e invece niente. Niente di niente. Quei Tavor di merda non mi facevano effetto. E quindi ne presi un’altra pastiglia.
– La vuoi una notizia bomba? – lo scroscio di voci si abbatté di nuovo a me, – Non la dimenticherai mai, quella lì. Sei condannato ad un unico amore, per tutta la vita non potrai fare altro che amare Mabel, ormai ti ha spolpato il cervello, ciulato le sinapsi, ma tra una decina d’anni, ti abituerai a questo sentimento. Come il condannato a morte che nella sua celletta osserva il muro e sa perfettamente che giorno e che ora avverrà la sua esecuzione. Presto l’amore si depositerà come la polvere di quell’ultimo Tavor che hai ingoiato. Si depositerà in pancia e si affievolirà. Lei non si accorgerà di niente. Lei non si volterà mai indietro. Lei non vedrà quanto ha reso importante la tua vita -.
Stavo per accendermi una Marlboro, quando il coso aggiunse – Rassegnatevi. Entrambi -.
Mi sentivo ghiacciato, sudato, in preda al panico, renitente, stavo pensando velocemente e lo gnomo verde mi stava risucchiando tutti i pensieri più reconditi.
– Sì insomma, ma che cazzo vuoi da me? – balbettai ormai rimbambito dall’allucinazione.
– Vuoi che ti faccia un disegnino della tua faccia? – ragliò.
– Eh che faccia ho! Dai voglio sapere cazzo hai da dire! – bofonchiai.
– Voglio informarti. Voglio che tu sappia della condanna. Tu amerai una che amerà sempre altri. Tu vorrai sempre una che per i tuoi sbagli andrà ogni volta da un’altra persona – poi rise forte. Mi strinsi le orecchie con le mani e mi rigettai sotto la coperta. Toc-Toc, ripetuti centinaia di volte e ancora Toc-Toc, la mattina all’una ma io agonizzante non ne volevo sapere. Coi Tavor in corpo svegliarmi diventava ancora più doloroso. E dolorosissimo fu il risveglio fatto da mia madre, sempre molto leggera nella voce:
– Ramon! Quando ti svegli? A lavoro non ci vai oggi? Che fai festa? Eh? Eh? Eh? –
Non meno dolce fu mio padre: – Allora! Spiegami che fine ha fatto il furgone? E alla porta che diavolo è successo? Stamane l’ho trovata tutta spalancata! – il furgone – la porta – il furgone – la porta – il furg… all’infinito. Riaprii gli occhi e fu peggio di un bombardamento sopra la testa. Un malditesta così non me lo ricordavo da tempi immemori.
Biascicai solo: – Che piacere svegliarsi qui… oh buondì anche a voi…-.
Mi guardavano come fossi un alieno o giù di lì, come dargli torto poi, così cercavo dentro di me delle spiegazioni plausibili per cavarmela come meglio potevo ai loro assilli, ma dentro di me c’era solo il vuoto, per cui dissi: – Che ne so! Ho fottutto come un matto ieri sera poi non ricordo più niente, sarà che a forza di fottere si rimuove velocemente o si rimane fottuti! -.
Esterrefatti e scandalizzati, non crebbero ad una parola di quello che avevo detto, ma una spiegazione facsimile per la porta scassata ricordo che gliela dovetti dare: – Massì babbo, ieri l’ho sfondata perché ero stressatissimo, stanco, esausto e non si apriva e non si apriva e non si apriva, il furgone beh te lo lascio immaginare che fine ha fatto, col lavoro di merda che mi ritrovo, è già un culo se non mi sono schiantato in qualche rotaia con un Euro Star in corsa -.
– Ma questa è casa nostra le chiavi ce le avevi? Bastava infilarle nella toppa –
– Lo so, lo so, ma per un attimo stanotte non è sembrata casa nostra te lo giuro –
– Hai bevuto figlio mio? –
– No mmm perché babbo? –
– Ti sei drogato allora? –
– No, stanotte le mie chiavi non aprivano… -.
E intanto il CRONC-CRONC si faceva risentire ed avrei tanto voluto risparmiare i miei vecchi almeno di questo, ma senza successo, perché era inevitabile che il verme nel cranio mi avrebbe divorato ogni giorno di più, l’ultimo pezzettino di cervello rimasto.
– Vabbè in culo tutti! – sbroccai una volta per tutte e me ne andai.
Mi accorsi che era il postino che portava una lettera per me, dal modo in cui mi fissava e dal ghigno fuoriuscito sotto il baffo crespo e brizzolato. Me la passò. Io l’annusai. Lui disse che non era profumata. Scappò via colla sua bici gialla. Io lo mandai in culo col terzo dito. L’aprii. Il cuore pulsava nel pomo d’Adamo.

La lettera iniziava con un << Ciao piccolo cuore sperso chissà dove, lo so ho esattamente il tempo di questo foglio per convincerti… per farti ricordare… Fumo in continuazione queste dannatissime Pall Mall Rosse che quasi mi gira la testa, eh sì perché ho cambiato pure marca di sigarette, volevo che lo sapessi, forse sono nervosa, non so come mandar giù una lettera che probabilmente non leggerai mai. >> Qui mi fermai per accendermi un’altra sigaretta anch’io. Mi accendo sempre un’altra sigaretta. Poi proseguii a leggere.

<< Ma io ci provo, sì perché non dovrei? Ci provo e chissà forse ti arriverà e forse ti renderà felice! Troppi forse vero? Va bene così, bene, ricominciamo da capo. Ricordo i tuoi occhini lucidi, le giornate con te, le risate, i pianti, le piccole gioie che adesso… adesso mi appaiono così grandi. E ricordo il nostro rapporto… lo devo dimenticare? Devo cancellarti? O dio dimmelo! Ti prego dimmelo! Dimmi che succede, non ci sto capendo più niente sinceramente. L’unica cosa che ho chiara in testa è che NON POSSO FARE A MENO DI TE PER IL RESTO DELLA VITA! Questo l’ho capito sì. Forse un po’ troppo tardi già. È passato del tempo e tanto ne passa ancora e tu… tu rimani ancora la persona che non accetto di perdere. Mi rendo conto che sto diventando patetica, che giro e rigiro intorno ai discorsi, ma ho paura che non riuscirò più a convincerti. Ti ho fatto male, ti ho trattato come uno straccio non so quante volte, sono una stronza, ho perso la testa, ed ora, ora lo so. Ti voglio bene, ti voglio un bene infinito. Mi ritrovo sempre a parlare di te con i miei nuovi amici, del vuoto che provo ora che non ho più un tuo numero… sì perché queste cose le vorrei dire in faccia, magari per telefono, se le scrivo… boh ho tante cose da dire. Lavoro al Duomo, ho un sacco di nuove amiche, Cristian non lo vedo più da mesi, sì abbiamo rotto, sorpresa eh? Non ho ancora preso la patente, mi hanno bocciata! Ma mi sono presa una cotta per l’insegnante. Che ti pareva che dovesse essere giovane e carino? Tutte a me Ramò!! E poi sto pure per diventare zia! Sì la mì sorella è incinta, sanno già che sarà una femminuccia e sanno già che la chiameranno Laura! Dio quante cose vorrei dirti, per renderti ancora partecipe delle mie cose. Mi manchi un casino e come faccio a dirtelo se… Ti prego non sparire così… ti voglio bene davvero. Non tradirò più la tua fiducia. Dammi un’altra possibilità. Ok sei l’unico grande amico che ricorderò per sempre. Voglio rivederti almeno per un’ultima volta… una soltanto ti va? Telefonami questo è il mio nuovo numero, sai, l’ho ricambiato purio per la quinta volta: 3383710748. Spero che la riceverai e credimi non sto scherzando affatto: ti voglio ancora nella mia vita, ti cercherò, non mi fermerò, ti cercherò ancora, andrò persino A C’è Posta Per Te dalla De Filippi se necessario. Soffro senza di te, sto male anch’io. Per me anche se non te l’ho mai detto SEI UNA PERSONA SPECIALE. Un bacio Maby >>.
……

Potevo buttar tutto anche stavolta, anche la favola che si era addossata tutta la colpa, nel cesso? Presi su la cornetta della cabina all’angolo e il coraggio di un coniglio e chiamai il numerino appiccicato sulla carta giallastra a quadretti.
Quando sentii di là il primo BIP, l’Ok e il PRONTO? La cosa che spiccava era il sottofondo davvero a tutta palla della Morissette, ascoltava Forgiven.
Non so quante volte abbiamo detto “Pronto? Pronto? Pronto?”
– Ma chi è? Pronto o non sei pronto? Guarda che riattacco! -; ma la sentivo fortissimo e lei poteva anche sentire il battito del mio cuore, eravamo tutt’e due emozionatissimi. Era circa due anni che non ci si sentiva, e sfido chiunque a non balbettare.
A non dire: – Ehm… ehm… ehm… ecco beh ecco…-.
– Non dirmi… –
SILENZIO.
– Non ci speravo più –
– Invece eccomi qua –
– Voglio solo sapere come stai? –
– Bene bene bene –
RESPIRI.
– Non mi interessa più quella storia dei soldi sai? –
– Scusami. –
– No scusami tu. Mi fido ancora di te, lo sai? –
MAGONE.

FRANCOBOLLO

“FRANCOBOLLO”


Ti voglio bene, ti voglio tanto bene,

in fondo hai un visino così, così…
hai un viso tra l’imbronciato e il sorridente.
Il broncio lo hai ottenuto da me
vuol dire che ti ho toccato duramente,
più di tutti gli altri, gli altri…
“E son tornata per vederti andare”*
con la tua carnagione da merendina al cacao
le tue caramelle e la barba da rifare
io con la carnagione da scaffale di surgelati
le scarpe sporche e un vecchio francobollo
per le parole da spedire al creatore.
La prima volta con la valigia piena di sogni
scamiciato, senza problemi… i problemi…
e ora che ci penso, il tuo sorriso
anche il sorriso lo hai ottenuto da me.
Questo fa sorridere.

[* Citazione Roberto Vecchioni ]

XII Capitolo

[ Preso dal mucchio, non è finito, per il mio piccolo e unico fan ]

XII

Quei gatti stavano mangiando emettendo dei versi striduli e nasali quasi come fossero altre creature, non di certo semplici gatti. Dopo qualche minuto di silenzio, si sentiva solo lo sgranocchiare dei croccantini tra i canini aguzzi. Poi ancora fischi dal profondo della loro gola, poi un urlo, poi una parolaccia felina in un canto lirico, come un avvertimento, come la calma prima della tempesta. E la tempesta arrivò, inesorabile: un graffio bello e buono al ventre del gatto dalla coda vaporosa. Lui emise un grido pari alla strega delle fiabe. Sembrava volesse parlare. Spettrale. Ancora soffiava, mettendosi appiattito a terra, coda quasi scomparsa, fra le zampe. Mentre quello cicciuto bianco e nero gli si mise alto alto davanti, a un palmo dai baffi. Quello piccolo rosso, faceva razzia di cibo.
Tra grugniti vari, soffiate, graffi allo stomaco, noi decidemmo lì all’istante, che avremmo continuato con impegno, quello per cui eravamo venuti a fare. Avremmo dopo la scuola, portato cibo ai gatti dei cassonetti, lui dopo il turno alle Poste, avrebbe ripulito il posto, l’immondezzaio che c’era.
Tornavo a casa da scuola con un peso in meno, una leggerezza pari ad una piuma. La mia amica veniva spesso con me, ormai si era affezionata. A quell’affare del far partire una piccola ma consistente, colonia felina, nel nostro paesello dimenticato da Dio. Ricordo una volta, che fissai prima con Alfredo, lei si arrabbiò, forse ingelosita, allora venne di corsa a casa mia tutta scapigliata, senza occhiali, sbandò e inciampò prima su un motorino lì parcheggiato, un vecchio “Ciao”, poi da terra fu assalita dalla mia gatta. Le saltò addosso sulla schiena, poi sulla faccia, con le zampette posteriori nel discendere, la graffiò terribilmente sulla guancia fino al labbro superiore. Gettò un urlo che si sentì per tutto il quartiere.
– Bettt! Cattiva cattiva cattiva cattiva! –
– Che succede? – accorsi fuori e vidi Giusy per terra fra la polvere gialla sulla camicia bianca, a pancia sotto. La guardai meglio, vidi il sangue che le scorreva sul volto. Lei si alzò su, senza neppure degnarmi di uno sguardo, si mise a rincorrere Bet. Io ridevo. Ridevo a più non posso. Mentre lei continuava a ripetere che era una gatta Cattiva.
Bet ad un certo momento s’impuntò, per la prima volta le sentii fare un miagolio piuttosto forte, la guardò mezzo secondo con due pupille grosse così, le saltò su un’altra volta. Fece un balzo di un metro e mezzo grazie all’aiuto della sua coda lunga, ormai un po’ pendente verso sinistra, per colpa delle grinfie del Mastino napoletano, quel Cash. La puntò direttamente gli occhi, centrandogliene uno. Le fece un graffietto piccolo nel dotto lacrimale inferiore. Per Giusy fu la fine. Si mise a urlare, a piangere, a dire che la gatta era pericolosa, che dovevo farla guardare da uno specialista, forse prima o poi c’avrebbe assalito di notte! Bet pareva imbizzarrita, aveva il pelo tutto arruffato e la coda grossa come quella degli scoiattoli. S’era gonfiata, la linguetta entrava e usciva dalla bocca. Il musino e le orecchie all’indietro. Faceva paura.
Giusy se ne dovette andare. Io esclamai solo:- Uno a Zero per Bet -.
Era cresciuta la mia piccoletta, si stava facendo sempre più sfilata. I suoi graffi sempre più taglienti, i suoi morsi cercavano di prendere il polso, stringere fino all’arteria. Il male era sempre più insopportabile. Fu così che io ci giocavo sempre più di rado.
Il tempo trascorreva velocissimo, fra le ultime interrogazioni a scuola prima della grande fine, i miei bisticci con l’inseparabile Giusy, e le uscite col postino più dolce che abbia mai conosciuto. Sino allo sbucare in punta di piedi della impollinata primavera inoltrata e dell’Aprile. Col sentire le campane delle dodici Chiese presenti nel paese, dal boschetto Monnalisa, sciamarono delle api. Sentì il bisogno di cambiar casa la vecchia ape regina seguita dalle operaie, in una sorta di “febbre della sciamatura”, e queste esploratrici si misero fitte fitte a cercare il posto ideale.
Non potetti credere ai miei stessi occhi, si misero a grappolo proprio sul cornicione del mio portone. Entravano ed uscivano da un forellino all’ombra una alla volta. Facevano da una sponda all’altra e si fiondavano a proiettile là dentro, Bet sentì quel rumore da sopra camera mia. Accorse, e le vide immediatamente, io ero immobile. Ne avevo così tanta paura che le mie gambe rimasero impietrite. Poi con la coda dell’occhio vidi Bet che faceva dei versi strani, tipo metallici con la voce felina, e come una perfetta macchina da guerra …… TO BE CONTINUED

X Capitolo

[ Non è l’inizio e non è finito, è solo preso dal mezzo, ed è per il mio piccolo ed unico Fan ]

X

Tornai a casa quando era già buio inoltrato. Il lampione della strada era spento, c’eravamo abituati noi del quartiere, era sempre rotto. E anche quando lo aggiustavano, dopo tanto ci pensavano gli scugnizzi a tirargli qualche pietra, fulminandolo un’altra volta. Michelino, i gemellini e gli altri, non se ne facevano sfuggire una. Ci aiutavamo a camminare coi fanali delle macchine quando passavano. Se non passavano, camminavamo lo stesso spediti, sicuri d’ogni passo nel buio pesto, come pipistrelli. Trovai la porta chiusa stranamente. Bussai forte, con la gattina in braccio che voleva già saltar giù e correr via da qualche parte. Mi graffiava tutti i polsi, s’impigliava ad artigli spaiati ai miei lunghi ricci, ma la stringevo fortissimo, mi fece un taglio profondo al pollice, la presi per la collottola, stavo per cedere e mollarla, non ce la facevo proprio più, i suoi graffi frizzavano come sale nelle pellicine. Continuai a bussare. Ma niente, i miei decisero di lasciarmi fuori! Si ostinavano a non aprirmi la porta, trincerati nelle loro moralità, nel mal celato bigottismo.
Il buio del cielo delle 22.00, non nascondeva il fulmine che stava annunciando un altro temporale. Il fascio di luce improvviso, squartò in due il nero cielo, fece per un secondo ritornare giorno abbagliando gli occhi curiosi della micina, dovette socchiuderli, non riuscendo a contenere quel bagliore più bianco del bianco divino. Il fulmine aprì un varco nel nero, fece scender giù chissà dove, a pioggia quattro rami enormi di spine, silenziose, fosforescenti, luminescenti, sordomute; Bet infatti vide dei colori che io e nessun altro umano, potevamo percepire. Poi susseguì un tuono. Forte, rimbombante, io e la gattina ci si abbassò per terra, tappai lei le orecchie, poi i primi goccioloni ci bagnarono la testa, le braccia, il suo pelo. Pareva una sottospecie di k-wey, era come se le goccioline rimanessero fuori, in superficie, poi scivolassero intatte giù. Come quelle sulle foglie delle piante. Avrei voluto esser un gatto anch’io in quel momento.
Mugolai qualcosa non ricordo cosa, fu una specie di “scusa non lo faccio più”, a quel punto la porta si riaprì dal suo interno. Entrai subito, alle mie spalle lasciai il secondo tuono roboante. Vidi mia madre corrucciata in piedi, stringeva il grembiule, lo faceva quando aveva voglia di tormentarmi. Mio padre seduto a capo tavola, i baffi bagnati dal vino rosso. Aveva già terminato di mangiare. Mi guardò al solito da cima a fondo. Coll’indice indicò di salire su. Mia madre invece non aveva neanche mangiato. Corsi su per le scale con Bet avvinghiata alle braccia.
Ci si mise sotto il piumone a riscaldarci, o meglio io mi ci misi, lei invece subito incominciò a saltare, a mordermi, a nascondersi sotto il letto per poi farmi gli agguati puntandomi direttamente gli occhi. Non ci mise neanche un’ora a farmi arrabbiare di nuovo. Prima di addormentarmi e sprofondare nei miei sogni, la vidi: la codina non era più dritta come prima, ma era molle. Cercai di accarezzarla, anche se lei era sfuggente. Cercai di dimostrarle la mia compassione. Durante la notte lei se ne andò in giro per casa, andò in cucina, salì sul tavolo a mangiare qualche resto della cena, trovò un angoletto comodo per lei e fece il suo bisogno. Il puzzo di bile con fegato bruciato in padella, diffusosi per l’ambiente, mi fece addormentare pensando che non si era persa, che quel cane non l’aveva uccisa, ch’era sopravvissuta ancora ed ancora.

DRIINN! La sveglia mi squillò all’orecchio sobbalzandomi, mi alzai, vidi le orme minuscole di Bet per tutto il piumone bianco. Facevano un girotondo verso il fondo. Erano una specie di “buongiorno” per me. Mi stiravo come lei, e come lei non ne volevo sapere di iniziare quella giornata, fra scuola, compiti, pulire a terra ciò che mi aveva regalato. Pulire la lettiera, riempirle le ciotoline, farla giocare rischiando un occhio.
Per prepararmi ad andare a scuola, non era molto vicina, mi toccava svegliarmi circa un’ora prima. Bet dormiva nel lettino mentre mi accingevo a vestirmi ed uscire. Dopo avermi mordicchiato dall’una alle due di notte i piedini. Mi alzai, andai di sotto, dove c’era il bagnetto. Piccoletto, munito solo di WC, lavandino e una tendina di plastica opaca che fungeva da doccia. Il tubo flessibile per doccia era attaccato al muro, per terra sulle mattonelle turchesi c’era il tubo di scarico dell’acqua. La doccia non aveva neanche i mattoncini di rialzo. Il bagnetto era sprovvisto pure di bidè.
Mentre camminavo ancora nel buio delle prime ore del mattino, un po’ dondolando come se non avessi acquistato del tutto l’equilibrio, stavo per mettere il piede su una cosa. Mi passò di striscio un’immagine nera ancora non ben messa a fuoco. Sotto di me, sul pavimento. Evitai di schiacciare quella cosa credendo fosse una pallina di pelo di Bet. Andai in bagno e mentre facevo pipì, vidi quella cosa piccola, scura, come bioccolo di polvere, muoversi! Mi prese un mezzo collasso. Vedevo proprio che si moveva. Si appiattì lungo il perimetro del muro e stava venendo verso di me.
Beccai per terra un ragno violino! Ormai non c’erano dubbi: era impossibile che della semplice polvere potesse camminare, quello era proprio un ragno. Con le zampette lunghe e rigide. Nere con impercettibili segni gialli, occhi impenetrabili, più neri del buio, a forma di ragno era quel ragno! Scappai urlando. Rimasi sotto shock per due settimane. Me lo sognavo di notte. Sognavo la mia tenda beige tutta piena di piccoli ragni. E si muovevano e si agitavano e diventavano più piccoli, e mi sentivo pungere. Dallo stress di quei pensieri mi venne l’orticaria. Stetti davvero male, la schiena si riempì di foruncoli piatti rossissimi a forma di fragole. Un prurito inimmaginabile. Mi grattavo, mi lavavo con l’acqua fredda, ma quelle fragole sulla schiena aumentavano. Anche quel giorno presi Bet per salvarmi dalla fobia che mi paralizzava e la lanciai direttamente nel bagno sopra il ragno. Sperando di vederlo morto appiattito sul pavimento, sconfitto. Dopo vari rumori, cadute di shampi, saponette, rumori inquietanti di corse di zampe, aprii la porticina di legno ridipinta bianca, incredula. Vidi Bet che aveva in bocca due zampe lunghe nere. Forse ero salva. Ma il cuore andava così veloce che mi pareva di perdere i sensi. Guardai le mani, tremavano. Avevo sul vero senso della parola, un attacco di ansia. Lo shock di aver pensato che quella cosa nera fosse pelo-di-gatto, poi invece essere smentita dalla camminata lesta, inequivocabile da ragno, mi aveva davvero turbata. Dopo due settimane di orticaria, di incubi notturni, di prese in giro da parte dei miei genitori:- Ha paura anche della sua ombra! Ah ah ah! – dicevano; fui costretta a tornare alla vita normale di tutti i giorni.
Anche a scuola si soffriva un moralismo sguaiato. I genitori degli alunni venivano quasi tutti i giorni a bussare in presidenza per lamentarsi di Tizio Sempronio e Caio. Molto spesso si presentavano direttamente “le nonne”. Coi loro scialli a frange lunghissime, le gonne nere, a dire Tizio ha detto a Caio questo e quello, le maestre sempre a difendersi con la scusa “del vedo e non vedo” – Chi può dirlo? Se non si è presente nei luoghi come si può dire come sono andati i fatti? -.
– Ho saputo del solito gruppettino, si ferma nel bagno delle femmine, che ci devono fare nel bagno delle femmine? Stiamoci attenti eh! Mo’ figlia non ha più voglia di venire a scuola per ‘sto motivo! C’ha paura d’andare in bagno! –
– Chi tua figlia? Ma se è lei che è la prima che chiama mio figlio! Tua figlia non vuole venire a scuola perché sei te che non ce la vuoi portare! –
– Tuo figlio deve lasciarla stare ah! Se no a suo padre lo riferisco! Ci dico tutte cose -. Le mamme accompagnate dalle loro mamme con scialli, ad insultare davanti a tutti i bambini, la preside e le maestre “che non sanno mai niente”. Poi la sfilza dei – Sempronio ce la deve finire a dare cazzotti a mo’ figlio! -, – No guarda, il mio non ne fa di ‘sti cose! È scontato come la matematica! Il mio mi ha riferito ch’é stato Caio a cominciare! -, – See un angioletto è il tuo eh! Allora perché il mio viene a casa coi lividi alle gambe? -, – Maestra ma dica qualcosa? Lei dov’era quando è successo o’ fattu? -. La preside cercava di far da paciere e accordandosi con le maestre riferiva di mettere in punizione tutta la classe, senza ricreazione per una settimana, così a forza di fare così, la “prossima volta avrebbero imparato”. Ma no. Quella “prossima volta” noi bambini, la stiamo ancora aspettando dalla prima elementare.
Mentre la maestra di inglese, calabrese, Rosina, spiegava alla lavagna facendo graffiti col gessetto ed un rumore agghiacciante tipo unghie sui vetri, e con la voce stridula, l’accento spiccatamente calabro-english, metteva assieme il Past col Farst ed il O’ Clock per l’orologio, mi assentavo distraendomi guardando fuori dalla finestra. Eravamo giunti senza nemmeno accorgerci a fine Gennaio, e la pioggia era a catinelle. Là in fondo vidi un gatto rosso, sotto la palma nana del giardino della scuola. Era fradicio di pioggia. Da lontano lui guardava me, io guardavo lui. Era fermo, una figura statica, il fiato sul vetro appannava l’immagine. Poi con la manica della felpa sfregai il vetro per spannarlo, non lo vidi più. Figure che appaiono e scompaiono i gatti. La pioggerellina batteva imperterrita sulle vetrate, per terra. Non c’era nessuno nelle strade, non un’anima viva, mi chiedevo cosa facesse la popolazione dalle 9 del mattino fino alle 16.00, perché sparisse dalla circolazione, soprattutto quando pioveva. Ripiombai col pensiero e con l’udito nell’aula, con l’accento spiccato calabrese chiedermi:- What Time is it? -.
– Pss… pss… ehi sveglia, dille Thirteen o’ Clock! -, bisbigliò all’orecchio la mia compagna di banco, Giusy. Giusy era una vera amica per me. Aveva un anno in più di tutti noi, perché era ripetente. Ma appena la vidi capii subito: con lei volevo stare a sedere in quinta. Dal primo momento che ci si scambiò un’occhiata, il primo giorno di scuola a settembre, tutto il resto della classe fu come scomparire. I rumori dei banchi, il ciaccolare delle maestre nei corridoi, gli altri coi grembiuli blu tutti schifosamente uguali, persino i rumori delle campanelle. Mi si mise davanti, a un palmo da me, coi suoi occhietti un po’ strabici, la bocca mezza sdentata, e quei pochi incisivi rimasti erano accavallati l’uno all’altro, spilungona e secca come un chiodo, capelli neri cortissimi ma che andavano dritti verso l’alto e sulla fronte. Le falangette delle mani erano ricurve all’interno come una precoce artrosi. Quei jeans mingherlini sembravano ospitare aria dentro. Le gambe lunghe, prive di qualsiasi forma femminile, formavano una x. Insomma uno scherzo della natura. Eppure aveva qualcosa. Aveva quel qualcosa in più di centinaia d’altri compagni lì. La battuta sempre pronta, come una fucilata, una risata… la sua risata era onesta, fatta di sincero volume schietto, che quando ti prometteva qualcosa, lo sapevi, lo sapevi fin da subito che avrebbe scalato una montagna per te. Aveva un vocabolario limitato, fatto sostanzialmente di parolacce, ma dette solo quando andavano dette, mai, mai, mai a casaccio, “non va sprecata un’imprecazione” diceva, ecco in maniera più “fantasiosa”. Quando la facevo arrabbiare e mi mandava a quel paese, lo diceva come se declamasse poesie. Non rimanevamo litigate per più di 10 minuti. Dopo veniva sempre lei, con metà del suo panino, o con una caramella gommosa. Irresistibile farle un sorrisetto. Se non c’era lei in classe, come avrei fatto? Mi sentivo diversa dagli altri. E non è che lei non mancasse a scuola eh, anzi erano più le volte che non veniva, che le volte in cui ci degnava della sua presenza. Io mi sentivo sola quando lei marinava la scuola.
– Ma che fai? Guardi dove metti i piedi? Ma ci vedi tu? – ecco questa la prima frase che le scambiai la prima volta.
– Ah boh, ho questi occhiali. Mo’ li prendo. – Rispose mantrugiando qualcosa dentro la tasca del suo zainetto brutto.
– Hai gli occhiali? E perché non li metti sempre? –
– Ho gli occhiali sì, boh che ne so! Non lo so! – poi si mise a sedere accanto a me, con un fare fra l’arrogante e il divertente.
– Tieni. Muta.- Mi disse dandomi il suo numero del cellulare in un bigliettino scritto sulla cartina delle gomme da masticare. Sapeva di coca-cola. Poi tirò fuori dallo zainetto il suo cellulare, e senza farsene accorgere da sotto, incominciò a spippolare sopra, nel suo Brawl-Stars. Io ebbi un po’ paura della maestra, che mi rimproverasse al posto suo; quindi mi spostai il più possibile verso il vetro della finestra.
– Ma che fai? Lo sai che non si deve usare il cellulare quando ci sono loro! –
– Lo so lo so, muta. – si ingobbì ancora di più, come se non volesse esser disturbata da me. Durante quella prima lezione Giusy continuò a giocare al suo giochino elettronico spudoratamente. Era tutta esperta, più esperta di noi e delle maestre, esperta in giochini, esperta in posti dove marinare la scuola senza esser scoperti, esperta in copiare i compiti in classe, esperta in questo quello quell’altro. Ma se qualcuno le rispondeva male, guai, mi veniva d’istinto di prenderlo a spinte. Lei era la mia migliore amica, me lo disse a chiare lettere la chimica che passò da mano a mano, quando ci si mise a sedere insieme, quella prima volta. A distanza di 4 lunghi mesi la nostra amicizia era già ben collaudata, ma ancora una volta riuscì a stupirmi l’imprevedibile Giusy. Era maledettamente religiosa! Faceva il maschiaccio, faceva occhiatacce, era dura, sputava in continuazione a terra come Michelino, però guai a toccarle Cristo in croce. Lei ci credeva, come quando una madre ti dice qualsiasi cosa, tu le credi anche ad occhi chiusi. Con quella genuinità che solo i piccoli hanno.
Lei era una grande, piccola.
Così in quel fine gennaio lei mi fece:- Che hai fatto a Natale o dopo Natale? –
– Niente che ho fatto? Ho mangiato a casa con mia madre, mò pà e la gatta –
– EH?? Cosa? Non siete andati a messa? –
– See! A messa! Non ci vado dalla Cresima. Non mi piace. Mi annoia –
– Cosa? Eh? Strano. Certo che siete proprio strani voi! – disse guardandomi dallo spessissimo vetro dei suoi occhiali, occhiali rotondi con il bordo celeste, grossi come fondi di bottiglia; poi aggiunse lapidaria:- È la nascita di Gesù e voi non siete andati a pregare per lui. -.
Sopraggiunse un silenzio dall’oltre tomba, in cui lei si chiuse nel suo riccio per un po’, mentre me ne andai a giocare da un’altra parte, così semplicemente. Capii che niente, non ci si poteva far niente, Lei ed io avevamo gusti diversi, a me piacevano i gatti, a Lei piaceva Gesù e la Madonna, e a noi piaceva così.
La campanella alle 13 e uno si mise a squillare per tutti i corridoi come un fischio assordante e tremolante, eppure era musica per le nostre orecchie. Si scappò via di classe con gli zaini mezzi aperti. Ridendo come fosse ancora il primo giorno di scuola. Stesso entusiasmo stessa risata stessa adrenalina. Dissi a Giusy se le andava di venire da me a pranzo, le avrei fatto conoscere la mia piccola, non tanto docile Bet.
– Ok, tanto ho poca fame, di solito mangio solo il pane –
– Non ti preoccupare quello a casa mia ce n’è a volontà! -.
Appena giunte da me, si trovò Bet che giocherellava lì davanti l’uscio di casa, con una mosca che stava affogando in una pozzanghera, vicino la sua lettiera. Tutt’intorno era pieno di pozze d’acqua che sgorgavano dai tombini intasati. Ci si schizzava correndo.
Bet appena mi vide mi corse incontro a coda ritta. Ma non miagolava mai. Dimostrava la sua attenzione nei miei riguardi con la coda, senza fusa, senza rumoreggiare, solo tre secondi di struscio, poi via. Bet era così, un po’ selvaggia.
Giusy appena la vide le si fiondò subito addosso, con l’intenzione di prenderla in braccio, gracchiando un “beellinaa”! Ma lei si mise a correre come una pazza. Prima dentro casa poi fuori per strada, poi saltando su una macchina parcheggiata là davanti, poi di nuovo dentro casa. Correva come una matta saltando anche sulle sedie in cucina, facendo allarmare mia madre e mio padre, intenti ad apparecchiare tavola. Giusy allora tirò fuori dal suo zainetto color cadavere, un foglio di carta. Lo arrotolò dicendo col ghigno inconfondibile suo:- Eh eh, ora ti prendo io, “spinnacciata”!- e ne fece una piccola pallina. Bet appena se la vide arrivare davanti, la pallacarta, fece un salto enorme, tipo un metro d’altezza. Parò la pallina perfettamente in aria. Senza nemmeno accorgercene, ce la vedemmo un’altra volta fra i piedi. Gliela ritirai. Ma lei si mise a giocarci, a passarci la palla come fosse Roberto Baggio. Un grande calciatore avevo per casa.