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ho i demoni

Mi fa :- lo so che parli col tuo amico immaginario quando parli così –
io :- io non ho un amico immaginario io ho i demoni -. Ride, se ne esce con una grossa risata liberatoria, allora incalzo :- io ho il demone, meglio parlo con lui, lo scanzo, ci batto le mani, mi fa ripetere i NO -. Fa ciao ciao con la manina e ridiamo a squarciagola. È una combinaguai, ma è l’unica che non mi dà problemi.
Prima avevo solo crisi esistenziali, ora da quando non ci sei più, non ho quelli esistenziali.
Ma non voglio essere ricordata come quella a cui hanno dato molto e non ha mai apprezzato abbastanza. Se nel frattempo dicono che sono la peggiore. Anch’io non me lo scorderò quando sarà il tuo momento.

*” Quando recito, ogni volta è un fiasco “

” E oggi il cattivo, sono io “

“IL CRONC-CRONC DEL FANTASMA E LA MIA NUOVA OSSESSIONE”


Mi hai fatto sgambetto
ed eri solo un’anima.
Ti ho sentito col piede, che t’ho pestato
ed eri solo in spirito,
perché questa è l’unica condizione
in cui potersi vedere.
Questa è la realtà
la zattera percorreva il denso stagno
acqua gelida di fine Febbraio, scheletro ben conscio,
“Poi improvvisamente sceglievo io le persone,
la musica, le case, la marca delle sigarette
Mi davano soldi in cambio del mio tempo
ma finivano continuamente
Ricordo poco o niente”
fumano gli Zen Circus, la mia nuova ossessione.

“Come se provassi amore quanto è difficile da immaginare
Come una guerra dove non si muore o una malattia
che non ha sintomi, anche senza cura
non dà dolore”
tirano petardi gli Zen Circus, cioè capisci?
Una gola come la mia, chiusa
e stangata e continuamente criticata,
ove percepire tutte le ombre che mi circondano
è l’unica maniera per non andar nei pazzi.

Cronc-Cronc-Cronc, lo senti il rosicchiare?
Ma il vaso zeppo di vermi s’é rovesciato
si sono sparpagliati
proprio mentre sono sola
proprio mentre sei solo un fantasma.

Hai spostato la copertina dei Nirvana
il piano di lavoro della tua foglia a nove punte
mentre mi hai fatto inciampare, quando mi hai pestato
eppure sei solo l’anelito del cosmo.

https://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/cronaca/22_marzo_31/putin-il-murale-dostoevskij-napoli-da-speranza-jorit-ho-fatto-piu-io-che-governo-italiano-348c9d5a-b0d5-11ec-b739-ab6d18dd2a9d.shtml



“Eroe o pezzo di fango, non c’era via di mezzo per me, per l’uomo comune, dico, è vergogna infangarsi, ma l’eroe sta troppo in alto perché si possa infangare del tutto, per conseguenza si può stare nel fango” Fedor Dostoevskij
Capitano a volte incontri con persone a noi assolutamente estranee, per le quali proviamo interesse fin dal primo sguardo, all’improvviso, in maniera inaspettata, prima che una sola parola venga pronunciata.” Fedor Dostoevskij
“Se avete in animo di conoscere un uomo, allora non dovete far attenzione al modo in cui sta in silenzio, o parla, o piange; nemmeno se è animato da idee elevate. Nulla di tutto ciò! – Guardate piuttosto come ride.” Fedor Dostoevskij
“L’assassinio legale è incomparabilmente più orrendo dell’assassinio brigantesco. Chi è assalito dai briganti, chi è sgozzato di notte spera di potersi salvare fino all’ultimo momento. Tutta quest’ultima speranza, con la quale è dieci volte più facile morire, viene tolta con certezza dalla condanna a morte.” Fedor Dostoevskij
“Non passione ci vuole, ma compassionecapacità cioè di estrarre dall’altro la radice prima del suo dolore e di farla propria senza esitazione.” Fedor Dostoevskij
“L’uomo è infelice perché non sa di esserefelice. Soltanto per questo. Questo è tutto, tutto! Chi lo comprende sarà subito felice, immediatamente, nello stesso istante.” (La mia preferita)- Fedor Dostoevskij

IL MIO URLO DI MUNCH

IL MIO URLO DI MUNCH

Ho paura di te, ho paura di affrontare il pozzo senza di te,
ho paura di non rispettare i tempi di finire il tempo prima del tempo,
sei l’unica che non riesco a pensare se ci penso,
perderti con una telefonata improvvisa sarebbe l’urlo di Edvard Munch,
il fondo di un fondo profondo.
L’unica cosa che puoi contagiare è la tua allegria, il nero degli occhi,
non mai una malattia, anche se salti sul letto, nessun virus a contatto,
mi sfiori per vie aeree e ho paura di te è questo l’unico motivo
per cui non ti guardo, abbasso lo sguardo e mi gratto i capelli
e tu sei ancora al tuo posto, di anno in anno sei ancora lì dove devi essere.

L’unica cosa di cui ho paura sei te, oggi ci sei domani non ci sei,
è quel concetto lì che fa tremare il terreno sottostante, vorrei mordere l’aldilà,
ritornare indietro tutte le volte possibili, voltarsi e rimediare e riprenderti,
ma so che è un’utopia.
Sei la celebrazione di un’intesa celeste, la parabola mai ambita,
nell’angolo si sente avvicinare un fantasma sospetto, mi chiami,
anticipi i miei pensieri, qualcosa gratta il muro di dietro, corre il brivido,
non ci viene da ridere e sei troppo buona, in quei momenti di non lucidità,
in vortici buchi neri nel buio delle profondità, in pensieri extrasensoriali,
ho visto il mio urlo di Munch fra la abat-jour e la tua gatta, se dovessi arrendermi.

Quando cammino lungo il marciapiede costeggiato da erba,
mi viene subito in mente quando passeggi al mio lato sinistro
con una luce pazzesca nelle pupille, ingrandite, grosse, un girasole vivente,
mi viene in mente di ritornare a prenderti, ricordare di ridere senza rughe,
una continua mancanza sento anche quando ci sei e mangi pasta piccante,
perderti per una manciata di secondi senza tremare senza fiatare
sarebbe il fuoco intenso in un vecchio quadro, l’Urlo di Munch,
difese immunitarie giù, fronte caldissima, guance avvampano, paura d’astinenza
scimmia sulla schiena, tremendo prurito che prende dai nervi del cervello
all’altro mondo, il contrario di un avvertimento, così se dovesse essere
lì non rimarrebbe altro che alzare lo sguardo al cielo
chiedere ulando la fede, chiudere senza salvare il file, basta, stop, perso,
cominciare una lenta cantilena, pregare un mircolo.

11/02/2022

IL GRANDE BIANCO

XIII CAPITOLO

ANCHE IL DIAVOLO IN ME, SBAGLIA
(colei che insegnò l’amore a Socrate – non il calciatore -)

Ecco durante le mie notti delle cinque del mattino, il verme che mi rosicchiava il cervello si zittiva per farmi tramortire dalla penombra della solitudine. Non sentivo neanche il CRONC CRONC quotidiano.
Camminavo a passo d’uomo col mio Scudo. Pigiavo frizione e acceleratore. Gli occhi si aprivano e si richiudevano senza preavviso. I mozziconi accesi di canna me li dimenticavo nel filo delle labbra, non si contavano più i buchi bruciati sui tappetini giù, o sui sedili. Sbandavo e alle curve, prendevo sempre il muro di cinta con lo specchietto. Molti specchietti dei furgoni del lavoro ce li misi di tasca mia.
– Non posso fissare sempre il monitor del cellulare credendo che s’illumini improvvisamente. Tanto non chiama! Non chiamerà dicerto per dirmi quanto le manco, quanto mi ama, se mai per farmi qualche minaccia! Per dirmi che mi stanno venendo sotto casa insieme un gruppo di marocchini con le spranghe!-.
Probabilmente se non mi fossi adagiato all’idea di un’amara telefonata, avrei frenato prima, avrei sterzato più sicuro di me, l’avrei notato molto prima quel deficiente di un vecchio che mi tagliò la strada, come un riccio che attraversa ignaro da corsia a corsia senza degnare di uno sguardo le autovetture che sfrecciano, permettendosi un attacco di libera follia non rispettando lo stop proprio mentre passavo io.
– Cazzo! Cazzo! Cazzo! Cazzo! Cazzo!-.
‘Sto vecchiettino passava tranquillo e poi ci fu uno SPUDUBUN vorticoso!
Mi ritrovai semi incosciente dall’altra parte della strada, dall’altra parte del posto guida, quasi con mandibola spostata, un taglio netto sotto al mento, una nebbia davanti allo sguardo, surreale, un fischio dal subconscio all’orecchio e magliettina sporca di sangue.
– Presto! Presto! Chiamate un’ambulanza! -, udii in lontananza.
– Si svegli! Si ricorda da dove stava venendo? Che è successo? –
– Avete chiamato un’ambulanza? –
– Oh ma questo non si ripiglia! –
– Oh che è tutto ‘sto sangue? –
– Oh ma arrivano i soccorsi oppure no? –
– Oh finalmente ha riaperto gli occhi. Ci vede? Sta bene? –
– Che teste di cazzo! -.
Non so, l’ambulanza venne dopo la volante dei carabinieri che presero a far subito i loro controlli, le loro verifiche, il loro sopralluogo.
– E questo cos’è? –
– Eh cos’è secondo lei? –
– Wè, non faccia lo spiritoso con me! –
– Che cos’è secondo lei cazzo… –
– Cos’è? Cos’è? Me lo dica lei giovane! –
– Un tocchettino di fumo no? –
– Venga prego, favorisca i documenti e libretto -.
Mi portarono in caserma, mica all’ospedale. Quelli mi tennero tutta la notte lì, su una sedia nera in formìca, ghiaccia, dolorante, sanguinante, tremante, in preda ai miei deliri più allucinanti. Senza sigarette, fanculo, per poi darmi alle cinque di mattina un foglio con su scritto che avevo il ritiro della patente immediato e che dovevo fare le analisi dell’urina al SERT.
– Fantastico! -. Persi il lavoro.
Me ne andai dalla questura ch’era un freddo della madonna. Il fiato diradava nell’aria. Stelle nel cielo non ce n’erano. Il mio cuore non sentiva più niente. Solo i passi in un lungo cammino verso la stazione. I binari alla mia sinistra facevano silenzio tutt’intorno. Neanche l’ululato d’un cane. Il mio animo dentro era svuotato. Poi capii ch’era pure divertente prendere il treno per casa e rischiare la multa per non avere il biglietto. Cazzo me ne fregava, non ci pensai più.
Così ero già sopra il mio trenino, in direzione casa, quando mi resi conto che lo spettacolo davanti a me era più interessante di quello fuori dal finestrino: una coppia di tedeschi si stava strusciando nelle parti intime davanti ai miei occhi. Come a dire: lo vuoi l’invito?
Lei una gran zoccolina, con gli occhi languidi ogni tanto mi puntava e mi faceva il verso con la lingua. Si sbottonava la camicetta lanciandomi segnali inequivocabili e muoveva il culetto dondolato dal ritmo del sedile del treno. Mi faceva vedere le gambe rosee.
Si avvicinò all’orecchio del suo tipo, gli sussurrò qualche stronzata in tedesco, ma capii il senso visto che si girarono dalla mia parte e risero non poco. Lui prese a toccarle la schiena da sotto la camicetta, fino a sganciarle con un semplice gesto, il reggiseno a balconcino. In un batter d’occhio era già lì a baciargliele dando dei teneri morsetti ai capezzoli a punta. Gliele prendeva con le mani. Gliele maneggiava e gliele leccava. Io pensavo che era una fortuna che il treno fosse vuoto, che gli unici abitanti dello scompartimento fossimo solo noi tre. Il ragazzo biondissimo stile David Bowie da giovane, mi guardava pure lui, pensavo fra me e me: questo non parla un’H d’italiano, allora sorridendo mi fece capire che se volevo potevo partecipare anch’io, così mi uscì la voce di colpo e bofonchiai: – Posso? – mi fiondai a ginocchioni davanti a lei, le aprii le cosce morbide come non ricordavo potessero essere perciò fu molto facile arrivare senza sforzo, faccia a faccia agli slip.
Insomma gente, un odore magico mi pervase tutto il viso. Con un dito glieli spostai e non mi sembrava vero di poterla leccare senza preoccuparmi, ero in un altro pianeta, sentivo il suo sapore entrarmi dentro. Ad un certo punto sentii la mano del suo ragazzo sopra i capelli che spingeva, che tentava di farci raggiungere l’orgasmo più veloce. Era fantastica, i capelli a boccoli biondi le scendevano lungo il collo, in contrasto a quel chiarore un rossetto rosso fuoco le contornava la bocca a cuore, si agitava provocandoci ancora di più, la baciavo dappertutto. Poi per farci capire che stava venendo, lanciava dei sospiri più forti, un po’ più acuti, ma non troppo per paura che qualcuno ci sentisse. Mi ripresi se così si può dire, solo quando sentii la voce frigida nell’altoparlante che diceva:
– Prossima fermata è San Miniato… -. Sì perché poi cambiai casa pure io.
– Sì sì, s’è capito! – urlai sdegnato ma anche un po’ sollevato. Mi affrettai ad alzarmi, anche loro si fermarono, le diedi un ultimo morbido bacio sulle labbra e poi sparii tra la folla della stazione.
Mi resi conto mentre camminavo in direzione autobus, d’essere quasi un infiltrato ad un party a invito, perché avevo tutti gli occhi puntati contro, incuriositi non so di che i passanti mi fissavano con quell’aria compiaciuta, mi facevano sentire strano, così io stesso assumevo un’aria colpevole anche senza volere, ma poi capii, diedi una leggera occhiata giù in basso e mi ricordai della mia maglietta ancora macchiata di sangue dell’incidente.
La tristezza arrivò forte e chiara sulla mia faccia segnata, quindi mi accesi un cannino per riflettere sulla mia condizione e sul verme che stava riprendendo a rosicchiarmi il cervello.
Feci ritorno a casa finalmente, infilzai la chiave nel buco della serratura come il verme nello stuzzicadenti e… dulcis in fundo era durissima, provai e riprovai cento volte, girandola in ogni verso possibile, spintonando anche un po’ la porta a spallate, ma niente proprio non voleva aprirsi, tanto che mi venne il dubbio: Ma è casa mia questa?
C’era un silenzio catacombale e lo schianto della porta che abbattei con una spallata, risuonò secca per tutto il vicinato facendo incazzare i cani della zona.
– La mia porta ti rendi conto? Ho dovuto abbattere la mia porta! -.
M’infilai nel lettone coprendomi fino al naso e cominciai a sprofondare, a scomparire nel materasso che quasi a quel punto, mi faceva da parete. Gli occhi chiusi oramai in semicoma dalla stanchezza e dalla serata singolare. Le orecchie vigilavano per il resto del corpo e per tutta la stanza che in quel momento a quell’ora, non mi sembrava più nemmeno la mia, mi faceva sentire un intruso, un ladro.
– Sono troppo stanco per aprire gli occhi – dissi muovendo a malapena la bocca e biascicando le parole. Ripensai per un istante all’appuntato della Guardia di Finanza, quando in Questura mi dette il foglio del ritiro della patente, facendomi persino firmare che ne prendevo atto!
– E allora non li aprire, fa come vuoi… – sentii rispondere ed io feci di riflesso un balzo svegliandomi tutto d’un colpo e tremando come un coniglio. Mi prese un coccolone cazzo.
Stringevo i pugni alla coperta scura. Dalla penombra vidi un cosino allucinante, sul capezzale del mio letto, colle gambe incrociate, più piccole delle braccia anch’esse incrociate, come disappunto, più precisamente era sopra le punte dei miei piedi.
Un diavoletto, assomigliante a un elfo, un folletto tutto liscio verde scuro e occhi a spillo, insomma un coso… un coso… che assicuro a chiunque non assomigliava per niente ad una persona terrestre, era proprio lì sopra. Volevo restare calmo, ma il mio sangue cominciò a trasudare dai pori e la fronte era la prova schiacciante che assolutamente stavo per collassare. Sudava da paura.
Uno scroscio di voci si abbatté su di me:
– Non ti piaccio nemmeno un po’ ed è normale mi spiego? –
– Io devo assolutamente riprendermi, non è possibile! –
– Se te ne vuoi andare puoi farlo, ma non è divertente mi spiego? –
– Chi cazzo sei? No dai, devo farmi assolutamente un caffé –
– Che te ne frega! Ora sono qui e non mi muovo e potrò fare ciò che voglio! –
– Che cazzo c’era in questo fumo? –
– Non è la tua droga, tossico da quattro soldi, sono proprio io! E ora mi stai a sentire! –
– No, te ne devi andare, lasciami dormire, è il mio letto questo! –
– Si? Davvero? Non mi risulta –
– Che essere sei? No no devo smetterla con la bamba e anche col fumo! –
– Come sei noioso uff… ci credo che quella puttanella della tua amica non ti vuole -, fece una smorfia orripilante, lanciandomi un’occhiata da quegli spilli neri nascosti da peli verdi e grigi.
Con lo sguardo cercavo per quanto possibile di distrarmi, nel frattempo scrutavo minuziosamente da destra a sinistra per vedere se era tutto vero, se ero vittima di un incubo, o dell’allucinazione dell’asseuefazione del calo, guardavo dalla finestra al mio comodino, mentre il resto del corpo era paralizzato.
Mi sembrava di pisciarmi sotto.
– Cerchi questi? -.
Con un gesto veloce mi sbatté sotto il mento una scatola sgangherata di Tavor, ( ne avevo sempre una per le emergenze ) e me la porse con un ghigno abominevole.
– Bene, devo ammettere a me stesso che sono davvero fuso! Dai su dammeli! -.
Il coso a forma di elfo verde e grigio, giocava a tira e molla con la scatoletta dei Tavor, io anche se avevo paura a toccarlo glieli rubai con gesto alienante da quella manina a tre dita e ne buttai giù subito due, come se fossi in crisi d’astinenza. Già sicuro che mi avrebbero portato ad un sonno catatonico e al risveglio, ovvero fra due giorni, non mi avrebbero concesso il lusso del ricordo. E invece col cazzo! Quando serviva un Tavor d’effetto non c’era mai! Quel tempo non passava più ed io mi gingillavo nell’attesa di un sonno colossale, e invece niente. Niente di niente. Quei Tavor di merda non mi facevano effetto. E quindi ne presi un’altra pastiglia.
– La vuoi una notizia bomba? – lo scroscio di voci si abbatté di nuovo a me, – Non la dimenticherai mai, quella lì. Sei condannato ad un unico amore, per tutta la vita non potrai fare altro che amare Mabel, ormai ti ha spolpato il cervello, ciulato le sinapsi, ma tra una decina d’anni, ti abituerai a questo sentimento. Come il condannato a morte che nella sua celletta osserva il muro e sa perfettamente che giorno e che ora avverrà la sua esecuzione. Presto l’amore si depositerà come la polvere di quell’ultimo Tavor che hai ingoiato. Si depositerà in pancia e si affievolirà. Lei non si accorgerà di niente. Lei non si volterà mai indietro. Lei non vedrà quanto ha reso importante la tua vita -.
Stavo per accendermi una Marlboro, quando il coso aggiunse – Rassegnatevi. Entrambi -.
Mi sentivo ghiacciato, sudato, in preda al panico, renitente, stavo pensando velocemente e lo gnomo verde mi stava risucchiando tutti i pensieri più reconditi.
– Sì insomma, ma che cazzo vuoi da me? – balbettai ormai rimbambito dall’allucinazione.
– Vuoi che ti faccia un disegnino della tua faccia? – ragliò.
– Eh che faccia ho! Dai voglio sapere cazzo hai da dire! – bofonchiai.
– Voglio informarti. Voglio che tu sappia della condanna. Tu amerai una che amerà sempre altri. Tu vorrai sempre una che per i tuoi sbagli andrà ogni volta da un’altra persona – poi rise forte. Mi strinsi le orecchie con le mani e mi rigettai sotto la coperta. Toc-Toc, ripetuti centinaia di volte e ancora Toc-Toc, la mattina all’una ma io agonizzante non ne volevo sapere. Coi Tavor in corpo svegliarmi diventava ancora più doloroso. E dolorosissimo fu il risveglio fatto da mia madre, sempre molto leggera nella voce:
– Ramon! Quando ti svegli? A lavoro non ci vai oggi? Che fai festa? Eh? Eh? Eh? –
Non meno dolce fu mio padre: – Allora! Spiegami che fine ha fatto il furgone? E alla porta che diavolo è successo? Stamane l’ho trovata tutta spalancata! – il furgone – la porta – il furgone – la porta – il furg… all’infinito. Riaprii gli occhi e fu peggio di un bombardamento sopra la testa. Un malditesta così non me lo ricordavo da tempi immemori.
Biascicai solo: – Che piacere svegliarsi qui… oh buondì anche a voi…-.
Mi guardavano come fossi un alieno o giù di lì, come dargli torto poi, così cercavo dentro di me delle spiegazioni plausibili per cavarmela come meglio potevo ai loro assilli, ma dentro di me c’era solo il vuoto, per cui dissi: – Che ne so! Ho fottutto come un matto ieri sera poi non ricordo più niente, sarà che a forza di fottere si rimuove velocemente o si rimane fottuti! -.
Esterrefatti e scandalizzati, non crebbero ad una parola di quello che avevo detto, ma una spiegazione facsimile per la porta scassata ricordo che gliela dovetti dare: – Massì babbo, ieri l’ho sfondata perché ero stressatissimo, stanco, esausto e non si apriva e non si apriva e non si apriva, il furgone beh te lo lascio immaginare che fine ha fatto, col lavoro di merda che mi ritrovo, è già un culo se non mi sono schiantato in qualche rotaia con un Euro Star in corsa -.
– Ma questa è casa nostra le chiavi ce le avevi? Bastava infilarle nella toppa –
– Lo so, lo so, ma per un attimo stanotte non è sembrata casa nostra te lo giuro –
– Hai bevuto figlio mio? –
– No mmm perché babbo? –
– Ti sei drogato allora? –
– No, stanotte le mie chiavi non aprivano… -.
E intanto il CRONC-CRONC si faceva risentire ed avrei tanto voluto risparmiare i miei vecchi almeno di questo, ma senza successo, perché era inevitabile che il verme nel cranio mi avrebbe divorato ogni giorno di più, l’ultimo pezzettino di cervello rimasto.
– Vabbè in culo tutti! – sbroccai una volta per tutte e me ne andai.
Mi accorsi che era il postino che portava una lettera per me, dal modo in cui mi fissava e dal ghigno fuoriuscito sotto il baffo crespo e brizzolato. Me la passò. Io l’annusai. Lui disse che non era profumata. Scappò via colla sua bici gialla. Io lo mandai in culo col terzo dito. L’aprii. Il cuore pulsava nel pomo d’Adamo.

La lettera iniziava con un << Ciao piccolo cuore sperso chissà dove, lo so ho esattamente il tempo di questo foglio per convincerti… per farti ricordare… Fumo in continuazione queste dannatissime Pall Mall Rosse che quasi mi gira la testa, eh sì perché ho cambiato pure marca di sigarette, volevo che lo sapessi, forse sono nervosa, non so come mandar giù una lettera che probabilmente non leggerai mai. >> Qui mi fermai per accendermi un’altra sigaretta anch’io. Mi accendo sempre un’altra sigaretta. Poi proseguii a leggere.

<< Ma io ci provo, sì perché non dovrei? Ci provo e chissà forse ti arriverà e forse ti renderà felice! Troppi forse vero? Va bene così, bene, ricominciamo da capo. Ricordo i tuoi occhini lucidi, le giornate con te, le risate, i pianti, le piccole gioie che adesso… adesso mi appaiono così grandi. E ricordo il nostro rapporto… lo devo dimenticare? Devo cancellarti? O dio dimmelo! Ti prego dimmelo! Dimmi che succede, non ci sto capendo più niente sinceramente. L’unica cosa che ho chiara in testa è che NON POSSO FARE A MENO DI TE PER IL RESTO DELLA VITA! Questo l’ho capito sì. Forse un po’ troppo tardi già. È passato del tempo e tanto ne passa ancora e tu… tu rimani ancora la persona che non accetto di perdere. Mi rendo conto che sto diventando patetica, che giro e rigiro intorno ai discorsi, ma ho paura che non riuscirò più a convincerti. Ti ho fatto male, ti ho trattato come uno straccio non so quante volte, sono una stronza, ho perso la testa, ed ora, ora lo so. Ti voglio bene, ti voglio un bene infinito. Mi ritrovo sempre a parlare di te con i miei nuovi amici, del vuoto che provo ora che non ho più un tuo numero… sì perché queste cose le vorrei dire in faccia, magari per telefono, se le scrivo… boh ho tante cose da dire. Lavoro al Duomo, ho un sacco di nuove amiche, Cristian non lo vedo più da mesi, sì abbiamo rotto, sorpresa eh? Non ho ancora preso la patente, mi hanno bocciata! Ma mi sono presa una cotta per l’insegnante. Che ti pareva che dovesse essere giovane e carino? Tutte a me Ramò!! E poi sto pure per diventare zia! Sì la mì sorella è incinta, sanno già che sarà una femminuccia e sanno già che la chiameranno Laura! Dio quante cose vorrei dirti, per renderti ancora partecipe delle mie cose. Mi manchi un casino e come faccio a dirtelo se… Ti prego non sparire così… ti voglio bene davvero. Non tradirò più la tua fiducia. Dammi un’altra possibilità. Ok sei l’unico grande amico che ricorderò per sempre. Voglio rivederti almeno per un’ultima volta… una soltanto ti va? Telefonami questo è il mio nuovo numero, sai, l’ho ricambiato purio per la quinta volta: 3383710748. Spero che la riceverai e credimi non sto scherzando affatto: ti voglio ancora nella mia vita, ti cercherò, non mi fermerò, ti cercherò ancora, andrò persino A C’è Posta Per Te dalla De Filippi se necessario. Soffro senza di te, sto male anch’io. Per me anche se non te l’ho mai detto SEI UNA PERSONA SPECIALE. Un bacio Maby >>.
……

Potevo buttar tutto anche stavolta, anche la favola che si era addossata tutta la colpa, nel cesso? Presi su la cornetta della cabina all’angolo e il coraggio di un coniglio e chiamai il numerino appiccicato sulla carta giallastra a quadretti.
Quando sentii di là il primo BIP, l’Ok e il PRONTO? La cosa che spiccava era il sottofondo davvero a tutta palla della Morissette, ascoltava Forgiven.
Non so quante volte abbiamo detto “Pronto? Pronto? Pronto?”
– Ma chi è? Pronto o non sei pronto? Guarda che riattacco! -; ma la sentivo fortissimo e lei poteva anche sentire il battito del mio cuore, eravamo tutt’e due emozionatissimi. Era circa due anni che non ci si sentiva, e sfido chiunque a non balbettare.
A non dire: – Ehm… ehm… ehm… ecco beh ecco…-.
– Non dirmi… –
SILENZIO.
– Non ci speravo più –
– Invece eccomi qua –
– Voglio solo sapere come stai? –
– Bene bene bene –
RESPIRI.
– Non mi interessa più quella storia dei soldi sai? –
– Scusami. –
– No scusami tu. Mi fido ancora di te, lo sai? –
MAGONE.

FRANCOBOLLO

“FRANCOBOLLO”


Ti voglio bene, ti voglio tanto bene,

in fondo hai un visino così, così…
hai un viso tra l’imbronciato e il sorridente.
Il broncio lo hai ottenuto da me
vuol dire che ti ho toccato duramente,
più di tutti gli altri, gli altri…
“E son tornata per vederti andare”*
con la tua carnagione da merendina al cacao
le tue caramelle e la barba da rifare
io con la carnagione da scaffale di surgelati
le scarpe sporche e un vecchio francobollo
per le parole da spedire al creatore.
La prima volta con la valigia piena di sogni
scamiciato, senza problemi… i problemi…
e ora che ci penso, il tuo sorriso
anche il sorriso lo hai ottenuto da me.
Questo fa sorridere.

[* Citazione Roberto Vecchioni ]

XII Capitolo

[ Preso dal mucchio, non è finito, per il mio piccolo e unico fan ]

XII

Quei gatti stavano mangiando emettendo dei versi striduli e nasali quasi come fossero altre creature, non di certo semplici gatti. Dopo qualche minuto di silenzio, si sentiva solo lo sgranocchiare dei croccantini tra i canini aguzzi. Poi ancora fischi dal profondo della loro gola, poi un urlo, poi una parolaccia felina in un canto lirico, come un avvertimento, come la calma prima della tempesta. E la tempesta arrivò, inesorabile: un graffio bello e buono al ventre del gatto dalla coda vaporosa. Lui emise un grido pari alla strega delle fiabe. Sembrava volesse parlare. Spettrale. Ancora soffiava, mettendosi appiattito a terra, coda quasi scomparsa, fra le zampe. Mentre quello cicciuto bianco e nero gli si mise alto alto davanti, a un palmo dai baffi. Quello piccolo rosso, faceva razzia di cibo.
Tra grugniti vari, soffiate, graffi allo stomaco, noi decidemmo lì all’istante, che avremmo continuato con impegno, quello per cui eravamo venuti a fare. Avremmo dopo la scuola, portato cibo ai gatti dei cassonetti, lui dopo il turno alle Poste, avrebbe ripulito il posto, l’immondezzaio che c’era.
Tornavo a casa da scuola con un peso in meno, una leggerezza pari ad una piuma. La mia amica veniva spesso con me, ormai si era affezionata. A quell’affare del far partire una piccola ma consistente, colonia felina, nel nostro paesello dimenticato da Dio. Ricordo una volta, che fissai prima con Alfredo, lei si arrabbiò, forse ingelosita, allora venne di corsa a casa mia tutta scapigliata, senza occhiali, sbandò e inciampò prima su un motorino lì parcheggiato, un vecchio “Ciao”, poi da terra fu assalita dalla mia gatta. Le saltò addosso sulla schiena, poi sulla faccia, con le zampette posteriori nel discendere, la graffiò terribilmente sulla guancia fino al labbro superiore. Gettò un urlo che si sentì per tutto il quartiere.
– Bettt! Cattiva cattiva cattiva cattiva! –
– Che succede? – accorsi fuori e vidi Giusy per terra fra la polvere gialla sulla camicia bianca, a pancia sotto. La guardai meglio, vidi il sangue che le scorreva sul volto. Lei si alzò su, senza neppure degnarmi di uno sguardo, si mise a rincorrere Bet. Io ridevo. Ridevo a più non posso. Mentre lei continuava a ripetere che era una gatta Cattiva.
Bet ad un certo momento s’impuntò, per la prima volta le sentii fare un miagolio piuttosto forte, la guardò mezzo secondo con due pupille grosse così, le saltò su un’altra volta. Fece un balzo di un metro e mezzo grazie all’aiuto della sua coda lunga, ormai un po’ pendente verso sinistra, per colpa delle grinfie del Mastino napoletano, quel Cash. La puntò direttamente gli occhi, centrandogliene uno. Le fece un graffietto piccolo nel dotto lacrimale inferiore. Per Giusy fu la fine. Si mise a urlare, a piangere, a dire che la gatta era pericolosa, che dovevo farla guardare da uno specialista, forse prima o poi c’avrebbe assalito di notte! Bet pareva imbizzarrita, aveva il pelo tutto arruffato e la coda grossa come quella degli scoiattoli. S’era gonfiata, la linguetta entrava e usciva dalla bocca. Il musino e le orecchie all’indietro. Faceva paura.
Giusy se ne dovette andare. Io esclamai solo:- Uno a Zero per Bet -.
Era cresciuta la mia piccoletta, si stava facendo sempre più sfilata. I suoi graffi sempre più taglienti, i suoi morsi cercavano di prendere il polso, stringere fino all’arteria. Il male era sempre più insopportabile. Fu così che io ci giocavo sempre più di rado.
Il tempo trascorreva velocissimo, fra le ultime interrogazioni a scuola prima della grande fine, i miei bisticci con l’inseparabile Giusy, e le uscite col postino più dolce che abbia mai conosciuto. Sino allo sbucare in punta di piedi della impollinata primavera inoltrata e dell’Aprile. Col sentire le campane delle dodici Chiese presenti nel paese, dal boschetto Monnalisa, sciamarono delle api. Sentì il bisogno di cambiar casa la vecchia ape regina seguita dalle operaie, in una sorta di “febbre della sciamatura”, e queste esploratrici si misero fitte fitte a cercare il posto ideale.
Non potetti credere ai miei stessi occhi, si misero a grappolo proprio sul cornicione del mio portone. Entravano ed uscivano da un forellino all’ombra una alla volta. Facevano da una sponda all’altra e si fiondavano a proiettile là dentro, Bet sentì quel rumore da sopra camera mia. Accorse, e le vide immediatamente, io ero immobile. Ne avevo così tanta paura che le mie gambe rimasero impietrite. Poi con la coda dell’occhio vidi Bet che faceva dei versi strani, tipo metallici con la voce felina, e come una perfetta macchina da guerra …… TO BE CONTINUED