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10 AGOSTO – 6 SETTEMBRE 2018 – SICILIA.

Scorre tutto molto veloce, neanche il tempo di verificare se siamo noi allo specchio, come le nuvole cariche di temporale estivo, ci imbrogliamo i piedi facendoci scatti a boccacce e ci confondiamo il presente coi giorni passati: ma siamo davvero noi due quelle là?
In una fumosa giornata di agosto un temporale ha scaricato più acqua di quanta ne avessi vista in un anno. Fulmini e tuoni potenti, mi hanno sorpresa: pensavo di partire per trovare la Sicilia e invece ho trovato Torino. Agosto in Sicilia? Macché! Neanche un giorno di sole. Solo pioggia solo pioggia, solo pioggia. Indosso un giacchetto marrone bucato per coprire i brividi alle braccia, trovato in un vecchio baule del secolo scorso, e faccio indossare una maglietta del pigiama a mia figlia, per lo stesso motivo. Qui intorno pullula di bambini che giocano nella polvere. Ma il mio umore è di quelli delle lucertole sotto un sasso all’ombra di un mandorlo, nella mia campagna. È in cerca di distanze.

Era vicino in piedi dietro di me. Lo sentivo nel suo fruscio, ansimare, respirare. Al contempo io ero seduta, nella posizione del loto, dandogli le spalle, a due passi eppure distante. Era in piedi, eretto, radici dappertutto, il bosco più silenzioso che avessi mai visto. Tronchi alti alti e secchi, alcuni erano grossi e molto aggrovigliati fra loro. Parevano mangiarsi a vicenda. Il sole a che punto era: alto. Nessuna ombra a terra. Nessun elemento di disturbo. Le foglie rimanevano avvinghiate come aggrapparsi ad una vita spericolata. Nessuno emetteva alcun suono. Solo silenzio e concentrazione.
Lì ferma, immobile, alla punta del mio naso – Nam myoho Renge Kyo -.
Gli occhi mi si spalancarono da soli e si persero nell’istante del “tutto” soleggiato. Coinvolsero quel punto là, poi quello laggiù. Distese di campagne verdi e stradine scoscese appena accennate. Lo sguardo contemplava il grande spazio, nel silenzio, e il bosco dietro misterioso, lo stesso.

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Ho iniziato a fumare perché è morto un mio amico
ed ho smesso di fumare perché è morto un mio amico.
Che giro fa la vita, forse tutto è un circolo,
comunque dai, basta basta! Non mi piace ripetermi,
mi piace il cambiamento, il cambiare sentiero!
Bene si è chiuso un “ciclo” tutta un’intera epoca!
Ora voglio Mens Sana in Corpore Sano
adesso voglio movimento
lungo sentieri di bosco,
correre, scarpinare,
arrampicarmi
camminare
campagna
verde
RESPIRARE.

RACCOLTA di CORTI e di SINAPSI

“AUDIOGUIDA – SPARITA”

Dove c’è arte ci devono essere persone che si accovacciano a terra, ed io sono costretta a dirgli di alzarsi. Ma inchino la testa.
Sono remunerata neanche troppo bene per atteggiarmi in ciò che non mi sarei mai sognata di fare. Mi pagano per trattare male quelli che mi stanno più simpatici. L’arte qui è ovunque; fermata nelle pieghe delle idiosincrasie di mattonelle quadrate a forma larga, diamagnetica da ogni aspirazione di fessura, scivolosa e và và và all’inseguimento delle ombre, incanalata tra i fantasmi di quelli prima, delle orme calde ma non scottanti di quelli che son passati prima, è rischiosamente non notabile, sta lì appesa sul pannello gigante verde, sei tu che le strisci accanto urlandole qualcosa dietro.
Non ti avvolge, lei è silenziosa.
Le donne qui hanno tutte minimo minimo due lavori. E chi le regge più!
Entriamo ed usciamo da luoghi in cui ci insegnano a parlare a bassa voce. Io dico solo – Ehi mi dai un occhio qui che devo andare in bagno? – che roba gente squilibrata almeno quanto me, chiedere il permesso anche per andare a pisciare! Mentre do quell’apparenza mi vado puntualmente ad intossicare i polmoni colla nicotina. Alle volte la troppa purezza mi annoia. Qui sono tutti troppo puri.
Aiuuuto – vorrei gridare – Aiuuuto c’è nessuno che mi sente? Guardate guardate, quello sta passando così, non si è nemmeno seduto a contemplare la Madonna di Cimabue e tutto quel casino che pare una battaglia! Cazzo e guardate, non ha toccato niente! Il plexiglas non è intaccato dalle impronte digitali, come messaggi nelle bottiglie! Cazzo, ma voi lo sapete che messaggi portano le bottiglie? -.
Già, son tutti così gentili ed educati ridicolmente che appena manomettono il loro fiato c’è anche chi mi obbliga ad insegnarli come si fa.
E gli devo dire – ssccc…faccia silenzio – .
Quindi hanno abbozzato anche i quadri di dire la loro.
Tornando a casa impiastricciando sul bagnato di questo centro rinascimentale mi fermerò a bere birra e a riprendere me stessa.
Per distaccarmi da te – biascico praticamente senza saliva, – Per distaccarmi da te penso alle tue dita e a nient’altro -, quindi per non pensarti devo distaccarmi dalle tue dita. A me questi posti non sono mai piaciuti, arte certificata che si contempla a distanza di padiglioni, memorie tracciate, date in corsivo, retrogusto di naftalina o insomma quegli odori lì da posti chiusi.
La donna della biglietteria ha una cicatrice proprio sopra il sopracciglio destro, gliel’ho vista, ché con me quei giochini di capelli davanti agli occhi funzionano mica.
Affondo nei particolari insignificanti per dimenticare il microelogio di quelli necessari ad un buon dialogo, quindi ad un buon rapporto.
D’altra parte la tipa mi deve soltanto staccare questo biglietto, mentre pago cerco di non guardarmi troppo intorno, un uomo ossuto mi sorride e toccandosi il cappello mi indica la via d’entrata, salvezza eterna – si potrebbe dire – e spiandogli l’orologio sul polso sinistro calcolo le 3 ore e mezza di tempo che ho a disposizione prima che chiudano.
Ma uno qui ci entra solo se ha una buona motivazione che se ne fotta dell’arte – penso – c’è da essere mica normali a starsene sepolti nell’agonia del silenzio d’educazione, tutti questi interminabili minuti. Poi la vedo, di sfuggita, che si intrufola in un angolo e scambia quattro parole con un collega, giovane, capelli corti il tipo, e mentre osservo con aria assente uno di questi immensi dipinti mi passa davanti, proprio a pochi metri, le vedo quel ghigno strano che si porta addosso chi ha appena finito di parlare di letteratura e ne è uscito con il proprio lato narcisistico assolutamente intatto.
Il tipo che è con me è già ubriaco, a lui il biglietto gliel’ha staccato con cautela, la tipa con la cicatrice, ha visto questi due metri per centotrenta chili e si è tenuta alla larga da cattive interpretazioni – la parola di Cristo, l’uguaglianza tra gli uomini – continua a dirmi questo mentre fissa un busto di marmo – siamo nati tutti uguali e allora non è giusto che io, fratello, devo pagare per il mio colore della pelle – e camminare con questo colosso qui, in mezzo ai turisti tedeschi che si spostano cinque passi prima, non è mica così male, certo i problemi nasceranno quando avrà bisogno di bere e qui dentro – penso – al massimo posso procurargli una PepsiCola al bar di sotto, poi questo qui se la prende a male e inizia a mettere in atto il suo passato da pugile, ché questa storia è vera – dice lui – facevo il pugile e tiravo e colpivo e questo e quest’altro.
Mentre cerco di tenerlo lontano dal busto di marmo, ché nel frattempo se l’è fatto amico, una tipa dall’accento spagnolo mi viene a ricordare molto gentilmente che non si può fare tutto questo bordello. Cioè lei usa parole in divisa, la storia del bordello è una mia libera interpretazione, indico Kamar e le dico di rivolgersi direttamente a lui – Guardi che non la mangia mica – e questa biondina qui, per tutta risposta, si gira e sulla bocca riesco a cogliere solo qualche parola, una delle quali finisce con “nardo”. Pensare che mentre scrivo perché qualcosa qui dentro di me gocciola, rischio ogni secondo che passa, la mia intera vita nei campi di concentramento. Eppure sembro non preoccuparmene, me lo faccio scivolare di dosso, tutto questo malumore che incombe intorno, sulle nostre capocce.
Passo le dita sui tasti di ‘sto cavolo di cellulare e così rischio.
Se mi beccassero non mi leccherebbero il culo, loro, loro sì esatto, magari dovrebbero, ma mi condannerebbero a qualche inquisizione. O mi fucilerebbero a vista. Non sanno, no, non sanno, questa è proprio una cosa di cui ne sono ignari, che io…che la mia vita è breve, che in fondo la mia inizia e finisce qui. Loro mi possono anche condannare a tutte le camere a gas che vogliono. Io arrivo lì punto e muoio.
Ahahaha, non hanno capito di essere loro gli immortali. Che sono loro quelli che rimarranno nella storia, dal momento in cui io ho deciso, qui, di immortalarli.
E posso per uno strano potere di chissà quale arcangelocombattente, mi ha appioppato, posso distruggerli o ricostruirli per la leggenda, con un paio di righe.
Eh quindi, questi “capi” che mi comandano per poche lire, non hanno ancora ben chiaro che mi vorranno pregare in cinese un giorno, per pagarmi certamente il triplo, perché io mi scordi di loro e di quanto son stati insopportabili.
Mi vorranno pagare perché io li cancelli da qui.
Vediamo chi c’è, c’è Andrea detto “ì meglio”, con lui si può parlare di tutto. Ma il suo argomento preferito è il sesso. Noo, io non ti scarico – pausa solenne – io ti trombo! -. Dice in continuazione. Viene e và con una certa disinvoltura, come una trottola, sempre nel momento meno opportuno, anche se questo dipende dai punti di vista, e si fa passo passo tutte le postazioni, e c’è chi dice che se l’è rigirate tutte, intendo le hostess.
Già con te bisogna prendere il numerino – dico io.
Ma poi, ad un certo punto, si ferma, ti guarda e fa partire quella stellina che ha sulla superficie del suo piccolo occhino nero. E lì sai, che sta per intraprendere un discorso serio. Ed incomincia coi suoi discorsi arzigogolati sui rapporti interpersonali.
Con me, parla sempre di scrittura.
Ciao poetessa, buongiorno poetessa, buonasera poetessa – mi fa.
Io tutta contenta mi accendo e comincio a parlargli di me. A volte riesce a farci estrapolare cose che non avremmo mai avuto l’intenzione di dire.
Ci sa fare, è bravo.
-Allora ti va se ti porto delle mie cose ? –
-Sì certo, poi ti dirò le mie impressioni, sai…a me non piace “bruciarle” le poesie…- si ferma e riprende – no, non intendevo nel vero significato del termine, ma in quell’altro -, io lo guardo e faccio segno di non aver capito, allora mi spiega : – è che a me piace leggerle con calma, farle riposare, dare a me stesso il tempo di metabolizzare e poi ci ritorno sopra -. Ganzo! Penso. È proprio quello che mi ci vuole a me.
Così gli faccio capire “gesticolando” che sono entusiasta di questo suo interessamento verso ciò che scrivo.
– Ma nooo! Guarda che io lo faccio solo per portarti a letto! – e finisce così.
Ma lui mi studia. Anche se alle volte ho l’impressione di essere io a studiarlo.
Ora passo la parola alla Silvia : – Ciao! E così ci lasci eh? – mi fa, con un sorrisetto che le sfiora la pelle olivastra. Io sono su l’uscio con la mia borsetta e già aggiubbottata, pronta per staccare, fuggire, far festa insomma.
Lei è a strappar biglietti. La sua postazione preferita. Poi china la testa mettendosela leggermente di scorcio, tra il profilo ed il trequarti dalla mia visuale, è da quadro penso, e lei cerca di riprender battuta socchiudendo quegli occhini neri da indiana, per non mostrar troppo la simpatia che nutre e nascondere bene a fondo un qualcosa che le macera dentro lo stomaco.
Ha spesso quest’aria da broncino incallito, eh oh, ha pur sempre una reputazione da difendere! E così fa la seria e ti parla da duretta, anche quando lo vedi che morirebbe dal ridere.
Per me è una dura. Per lei, è solo tempo che fugge strizzandole l’occhio da dietro le spalle, quando ancora ed ancora “non succede mai niente” e poi è tutto così a rilento ché sempre “troppo tardi”.
Per tutti, è colei che scrive per i bambini.
Sì me ne sto andando… ma guarda… mi dispiace un casino lasciarvi, non sai quanto -, faccio io e sghignazzo come una pazza. Lei mangia la foglia subito e dice in controluce : – Eh sì! Ti vedo che sei disperata! Guardati ti stai strappando tutti i capelli! Eheheh, dai su, di corsa a casa! Vai subito a dipingere! Subito eh! È un ordine! – e qui ci starebbe bene un Buuuh generale di tutti gli arcangelicombattenti di un certo Barbis che si vanta d’essere un abitante dell’inferno e di conoscerli tutti.
Ma lei è fatta così. Troppo artistica per non augurarle buona giornata solo cogli occhi. È il “gioiellino” del posto.
Ho conosciuto gente interessante, in pochi minuti. Ed ho conosciuto gente odiosa in pochi minuti.
Non si tratta di sesso per una volta, no si tratta di feeling mentale.
Si tratta di pelle, per una volta.
Senza sapere che sono proprio le cose che ti piacciono di più, questo senso di mistero, d’imprevedibilità, questo “maledetto pericolo”, che ti hanno fatto prendere la tua scelta. Di lontananza.
Perché sei un fatalista, uno che lascia fare al destino.
“Se le cose devono avvenire, bene, che avvengano, se no, vuol dire che non era destino” magari pensi. Un fatalista passivo, uno che non combatte per quello che realmente vuole. Si arrende e va nella sua distanza ambivalente. Mentre qui è battaglia.
Ogni volta assume un gusto diverso questa faccenda.-
Mi dicevi.
+* SCRITTA A QUATTRO MANI CON UNO MOLTO INGAMBA CHE HA UN NOME ASSURDO: “Alceo”+*
[ 2006 ]

RACCOLTA di CORTI e di SINAPSI

“IL NOSTRO FAR WEST”

[ DA UNA STORIA VERA ]

Nella prima metà del ‘900 muore di vecchiaia, nel carcere di Malta un ergastolano del Sud Italia. Il signor Nino agli inizi della sua vita, viveva in un paesino di quattro case che starebbe stretto a chiunque per quanto era privo di strade inesplorate, o di vicolini sconosciuti i cui nomi restano un mistero – come avviene nelle grandi città -. In effetti ce n’era una sola di strada, quella principale, che conduceva dal punto A zona campagna fuori mano, al punto B la piazza.
Questo paesino era così piccino che si potevano udire i fatti propri attraverso le tende delle cucine di quelli che abitavano di fronte. Potevi apprendere se eri guarito da tale malattia dal figlio del fruttivendolo, o dalla vecchietta nera, con scialle decorosamente agghindato lungo la schiena, scarpe bucate, qualche pelo di troppo spuntato da mento e mascella, che veniva a ritirare l’offerta per il patrono del paese porta per porta. Si sapeva sempre tutto dalle parole del vento.
Quattro case sì, era sto paesino, dimenticato perfino da Dio, si diceva, Monte R. nel Catanese.
Insomma c’era questo tipo, il quale svolgeva dei lavoretti saltuari come elettricista, così tanto per non dar troppo nell’occhio. La sua seconda copertura era fare il camionista, nonché viaggi lunghi e spericolati. Ma il suo guadagno principale proveniva dal gioco delle carte, che veniva fatto nel suo fondaco, un ampio garage polveroso e stracolmo di damigiane di mosto selvatico, profumi sciroppati tra legna ammassata e topolini grossi quanto gatti al pianterreno della sua casa. Tutte partitelle super clandestine quelle del signor Nino, il quale voleva diventare colui che comanda a Monte R. .
In quel loculo riuniva i possidenti del paese più esperti nel gioco delle carte. Tutto avveniva in maniera segreta e alquanto ambigua. Anche le grasse mogli dovevano restarne fuori.
Nino aveva una famiglia composta da moglie e due figliolette ed un nipote orfano di 10 anni, il quale diventa il personaggio clou della presente storia.
Quei giocatori avevano la pelle segnata dalle ore trascorse sotto il sole a smungere mucche e pecorelle, ma anche da quelle passate sotto il bicchiere di vino; man mano che la cosa si faceva più seria, s’infognavano e si incallivano sino ad accanirsi irrimediabilmente, fino al punto di giocarsi tutti i possedimenti possibili ed immaginabili. I più astuti di loro arrivavano a un pelo dal giocarsi la casa.
Erano diventati dei cowboy del poker!
Proprio per questo motivo non potevano esimersi dalla sfortuna più bieca, perché la vincita era per loro causa di morte.
Nino diventava sempre più irrequieto e incazzato quando vedeva scivolare via il suo danaro e se non gli uscivano carte buone, non poteva fare altro che finirla a modo suo: a schifio.
Impugnava la sua accetta e non li faceva certo tornare a casa vivi! Nino era sorretto da una fede incrollabile, ed il più delle volte si limitava a seppellire le sue vittime nel terreno pietroso vicino al torrente. Poi andava in chiesa, accendeva un cero a S. Rocco e pregava. Altre volte, quando lo sfortunato vincitore non poteva semplicemente sparire, Nino dava una mano al Santo ed inscenava un qualche incidente anche non troppo plausibile. Per esempio, uno di tali sventurati morì schiacciato tra muro e la fiancata del camion di Nino. E come nulla fosse sparivano le tracce lì insieme al parlare della gente, come una grossa nuvola che si depositava sotto terra.
Tali grandi guadagni, così come la fortuna che girovagava sempre intorno a lui, durarono per parecchi anni.
Il nipote Rocchino era adibito a fissare l’appuntamento per le bische, ed altre volte veniva mandato in piazza a comprare le sigarette, tra parentesi anche quando di sigarette ce n’erano a bizzeffe.
<< Turi dov’è Don Pippino? >> sorrideva tra i baffi stretti stretti, << Pà! Guarda, guarda chi c’è? C’è Rocchino pà! >>.
Funzionava così, pochi sguardi furtivi, due boccate svelte dalla pipa, intendersi al volo anche sotto gli occhi del maresciallo che con classe si voltava immancabilmente dall’altra parte.
<< Per stasera >>
<< Ah Rò, a che ora c’è il cinema? >>
<< Don Pippì, alla solita ora, così mi ha detto mò zio >>, funzionava così.
<< Ah Rò, ma che ci si può fumare in quel cinema? Allora vedi di prendere molte sigarette ah ah ah ah >>.
<< Ossequi Don…>>
<< Ossequi >>.
Un giorno Nino incaricò il ragazzino di trovare Sebastiano Di Blasi detto “cento rinari“ e di combinare un incontro per la sera stessa. Il Di Blasi era un forestiero venuto dal continente alcuni mesi prima e che aveva trovato lavoro come pastore nella fattoria di Don Pippino. Rocchino filò dritto in quella direzione e si mise a tirare sassi alle oche che sguazzavano nel laghetto dietro la casa padronale, fino a quando vide passare “cento rinari”, il suo cane e le 37 pecore di Don Pippino. Fece la sua commissione strizzando l’occhio destro e schizzò via saltellando. Il Di Blasi era un frequentatore abituale del fondaco di Nino, dal quale negli ultimi tempi a colpi di scopa aveva portato via quasi 300 mila lire, decisamente troppe tanto più che una buona metà della somma era appartenuta a Nino.
Alle 22 arrivò al fondaco, alle 22 e 30 era già cadavere.
Nino lo prese alla sprovvista, arrivandogli alle spalle, mentre si stava servendo un bicchierino di vino, gli aprì la giugulare, lo squartò tagliuzzandolo con uno di quei coltellazzi da macello, senza preoccuparsi né delle urla da maiale lanciate da Di blasi che non potevano arrivare a nessun orecchio indiscreto, né del sangue abbondantemente versato sul pavimento di pietra per cui aveva pronti due ballini di segatura più sapone e spazzolone. Per quanto riguarda il corpo, beh, se ne era preoccupato nel pomeriggio, quando davanti ad un bicchiere di Corvo aveva deciso che non valeva la pena di spaccarsi la schiena scavando una fossa; ci avrebbero pensato i maiali. L’unico imprevisto capitò mentre Zicca e Rina, i maiali, stavano sgranocchiando le ossa del Di Blasi. Rocchino contravvenne al preciso ordine dello zio, che gli aveva detto: “Stasera non ti rincasare troppo presto, vammi a prendere le sigarette e fermati a giocare al viale coi tuoi amici và, che cose da uomini sono!”. Mentre invece si affacciò alla porta proprio quando Nino ci dava sotto di ramazza, tutto rosso per la fatica ed il sangue.
<< Che ci fai qui disgraziato! >> disse appena lo vide, agitando minaccioso la ramazza.
<< Ho dimenticato il pallone per giocare coi carusi >> rispose.
<< Carusazzi ‘sta mischia! Fila via, che ho da fare! >>, fece lo zio avanzando di un paio di passi e misurando la bastonata.
<< Ma zio >> – balzo all’indietro di Rocchino – << Che fai? Che è tutto ‘sto sangue? >> – bastonata avventata – << Ho ammazzato u cunigghiu, per fare la zuppa Rocchino e se ti prendo finisci anche tu nella pentola! >>.
Nei giorni successivi Nino aumentò la dose di ceri per S. Rocco e tenne le orecchie ben aperte fino a quando fu sicuro che la scomparsa del Di Blasi non avrebbe suscitato che qualche alzata di spalle, del resto in paese lo sapevano tutti che prima o poi sarebbe scomparso. Nonostante questo nella pietrosa corteccia cerebrale del biscazziere rimase il timore che Rocchino, tonto com’era lo potesse tradire senza volere. Per questo da quel giorno smise di utilizzarlo per organizzare le sue bische ed appena questi compì tredici anni lo spedì il più lontano possibile ad imparare un mestiere, cosa del resto frequente a quei tempi. Il più lontano possibile fu Caltagirone, ed il mestiere scelto fu quello di fotografo. Oggi è uno dei migliori sulla piazza.
E così a quei tempi, per quelle strade non buone, Rocchino alla sua tenera età, si svegliava tutte le mattine alle 5, faceva gli scontati 5 chilometri a piedi sotto la polvere e poi al tramonto per il rientro. Già, tutti i santi giorni la solita solfa.
Insieme al suo “mastro” andava a fotografare un po’ di tutto: gruppetti di microcriminalità agli angoli, baby gang pericolose per fottere il pane al prossimo, quelli del demanio per gli appezzamenti delle terre dove chi vi entrava era abusivo ma se ne appropriava legalmente! I pesci piccoli insomma, i pesci grossi no, non ce n’era bisogno. Stavano prendendo tutti la nave che si sentivano già newyorchesi. Ma prediligevano i matrimoni. Cioè per guadagnare, dicevano, per guadagnare scattavano ai matrimoni. Una scelta azzeccata sotto molti punti di vista dato oggi Rocco è uno dei migliori fotografi di matrimoni, su tutto il territorio catanese.
All’età di diciassett’anni, fece ritorno al suo paese di quattro case, ma si fa per dire, in occasione della festa di San Rocco. Lo zio a sua volta, era impegnato nella realizzazione dei disegni di illuminazione della strada principale e della piazza, a sue proprie spese. Era tutto tirato a specchio e tranquillo, mentre avvitata lampadine su lampadine. Pregava sotto un ghigno tremulo, anche perché a quei tempi era forte la devozione per un Santo e quello era il suo modo per ringraziarlo di tutti quegli anni senza averlo fatto prendere, senza avergli fatto scoprire i suoi crimini. Nella piazza il giorno della festa c’era un sacco di gente e confusione, lo scenario preferito da una banda di scippatori che, batteva le feste di paese sgraffignando tutto quello che potevano. Non lo sapevano, ma avevano gli sbirri alle calcagna ed anche quel giorno ce n’erano una decina in borghese, provenienti dalla questura di Messina, mimetizzati tra le fitte bancarelle nella speranza di coglierli sul fatto.
I poliziotti erano sul chi vive, e quando dal banchino di un poveretto che vendeva noccioline, pistacchi e semini per tutti i gusti, sparì il cestino con l’incasso, presero ad aggirarli con fare sbirresco, bloccando tutti quelli che, secondo il loro metro, avevano un’aria sospetta.
Si sentirono parecchie urla e voci e schiamazzi: << Signori! Signò! Aiutatemi cà tutto mi futtirono! Aiutatemi, o maronna mace santissima! A ladro, a ladro signò! >>.
L’agente scelto Vito Lopresti, una burba con sei mesi di servizio effettivo ed una barba di tre giorni fatta crescere ad arte per impersonare un pastore, considerò “fortemente sospetto” – come avrebbe poi scritto nel rapporto – l’atteggiamento di Rocchino, che se ne stava da una parte tutto solo ed ingrugnato, in piedi e con le mani in tasca, ad osservare la festa ed il multicolori del passare della folla. Quando vide un pastore tracagnotto farglisi sotto, pensò al solito sfigato in cerca di qualche spicciolo o sigaretta, ed era già pronto ad un secco diniego quando invece si sentì dire:
<< Carabbinieri! Favorisca i documenti! >>.
Rocchino seguì l’istinto di scappare e si trovò in un attimo con la faccia a terra, un ginocchio tra le scapole ed una beretta appoggiata alla nuca. Poi l’agente rinfoderò la berta afferrò Rocchino per il bavero della giacca e lo tirò in piedi urlando << Ah ah sei stato tu a fregare il Bilasi eh?! Dove sono i tuoi compari? >>.
Il ragazzino che per ben sette anni aveva tenuto fissa nella mente l’immagine di quel sangue per terra nel fondaco, rispose subito: << Io nenti saccio. Lasciami andare maresciallo. >>
<< Eh eh che vuoi farmi fesso a me? Prima dimmi che ne sai tu dei soldi di quel poveretto del Bilasi! >>
<< Non li presi iooo quei soldiii! O come devo fa a spiegarmi…nenti, nenti saccio. Perché quando lo uccisero m’ha mandato a comprare le sigarette. Ho visto il sangue…ma mi disse che aveva accoppato il coniglio! >>.
L’appuntato per quanto inesperto aveva un buon istinto sbirresco e capì subito di trovarsi di fronte ad una “notizia criminus” coi fiocchi e che avrebbe dovuto muoversi in modo tale da mantenere il ragazzino nello stato confusionale in cui si trovava, per indurlo a raccontare tutto quello che sapeva. Lo portò in caserma, lasciandolo a piangere in una stanzetta disadorna per più di un’ora, poi con l’aiuto del maresciallo Carrisi, il più abile della Compagnia a recitare la parte del buono negli interrogatori, torchiarono Rocchino, ricostruendo quello che era successo nel fondaco di Nino sette anni prima. Per una semplicissima coincidenza di nomi simili, Di Blasi il morto ammazzato e Bilasi il venditore ambulante, quasi azzeccati dalla parte del destino, che il pischellino stremato dai ricordi equivocò, la scomparsa del giocatore ucciso fu finalmente notata da qualcuno.
<< Credo che sia opportuno dare uno sguardo alle pratiche riguardanti le persone scomparse, Brigadiere >> disse il maresciallo, << ma prima sarà il caso di andare a prelevare Nino >>.
Come tutti sanno, se c’è una cosa che i carabinieri sanno fare con stile sono i prelievi, ed infatti l’arresto di Nino fu veramente spettacolare: era in equilibrio su una scala di legno retta da una parte dal Sindaco e dall’altra dal Parroco, mentre avvitava le ultime lampadine dell’illuminazione più bella che si fosse mai vista a Monte R. . La piazza del paese era gremita di gente che aspettava l’inizio della processione che avrebbe chiuso i festeggiamenti in onore del Patrono. Nino era perso nei suoi pensieri, per lui ogni lampadina avvitata era un grano del rosaio, ognuna rappresentava una nuova invocazione al Santo ed un ringraziamento per non averlo mai fatto scoprire. Quando vide i gendarmi “con i pennacchi e con le armi” ai piedi della scala e sentì il brusio della piazza spengersi all’improvviso, per poco non perse l’equilibrio.
Nonostante la sua ventennale confidenza con l’azzardo, Nino non capì che quello della Benemerita era solo un bluff. I carabinieri infatti non avevano nulla di concreto in mano, solo i ricordi confusi di un ragazzino un po’ sciroccato, una testimonianza che da sola non sarebbe valsa assolutamente a nulla. La lucida pazzia e la freddezza calcolatrice del pluriomicida furono offuscate dalla sua fede malata, egli si sentì abbandonato, tradito dal proprio Santo protettore e quindi perduto.
Per questo, quando il giorno dopo l’avvocato Mazzi arrivò di gran carriera da Messina per assistere Nino, questi aveva già ammesso l’omicidio del Di Blasi e confessato spontaneamente quello di altri sei individui: uno schiacciato dalla fiancata del suo camion, quattro scomparsi nel nulla, ed uno trovato agonizzante in un vicolo con otto coltellate alla schiena, che prima di morire aveva accusato l’amante della moglie, tale Giovanni Fifuzzo, il quale per questo si era fatto 18 anni di galera da innocente. L’avvocato Mazzi mise la museruola al suo assistito, ma ormai era troppo tardi. Nessuno in paese si fece avanti per accusare Nino e le ripetute perquisizioni del fondaco non portarono a rinvenimento di prove concrete dei traffici e degli omicidi ivi avvenuti, ma nonostante questo Nino dopo una lunga battaglia processuale si prese quattro ergastoli.
Il fatto così tanto particolare viene raccontato nelle famiglie continuamente a tutt’oggi, perché “non si sa mai il caso, potesse servire d’esempio”.
<< Vedete cari figliuoli e care figliuole – fanno i vecchi rammentando -dovete crescere, maturare, non fare ì babbi, dovete lavorare duro nei campi, a zappare ve ne dovete “ire”, farvi le ossa, farvi ciù furbi! Non siate come dei baccalà davanti ad una semplice domanda di routine dei carabinieri, che qui tutti uguali ci chiamiamo, noi attri…che ì sbirri, sempre sbirri sono! >>.

[ 2006 ]

RACCOLTA di CORTI e di SINAPSI

Di Lalla Romano:
“LA GUARDIA”

Non sono vecchio? Trent’anni fa ne avevo venti. Ero anch’io audace e moderno, come te; dico questo senza troppa ironia, perché una giovinezza vale l’altra, e anzi voglio che tu non consideri il mio racconto come polemico (intenzione da cui aborro) né esemplare, se non in quanto vero. Scusa se spiego ancora che per vero non intendo “realmente accaduto” anche se tale circostanza non è disprezzabile, lo giudico ancora vero, vale a dire non indegno di essere evocato, perché non è stato annullato dalla vita, ma reso più significativo: per me solo, si capisce, che lo posso collegare al mio presente, e di questo aspetto così rilevante purtroppo non ti posso far parte.
Ma il suo contenuto di verità dovrebbe sussistere, mi sembra, siccome tale verità è più nelle sfumature che nella tenue vicenda.

Di Marianna 
“SONO IN PIENA ORGIA CREATIVA”

Non sono bene in vista quelle scartoffie dalle quali mi dovrei difendere nelle ore più buie. Sta andando avanti ad anti-dolorifici e mi stoppo tre nanosecondi per osservarlo in quel filino di occhi apparentemente assopiti, e mi rigetta come una scarica torrenziale l’ispirazione.
E sbrodolo brodaglie di conversazioni nelle mie ore più decenti.
Te non ci sei, ma non torno a pensarti neanche morta. Potrei rischiare di lasciarlo da solo.
Sul foglio in cucina c’è scritto in rosso:“CENA. CLEXANE 8.000 VI . DAL 21/12 AL 25/12 : EXTRACYT 6CP”.
Poi guardo poco più in su e trovo scritto TACHIPIRINA 1CP ORE 20.00. Ma qui ce n’è stato bisogno alle 18.55.
Scusatemi, l’ho dovuta estrarre prima dalla scatoletta. Speriamo che da qui alle 20.00 sia coperto.
Non ho fatto come di istruzione, ma era già calcolato un anticipo delle 19.00, io ho solo accelerato quei cinque minutini. Prima che? Prima che gli scoppiasse la testa.
Ed io, ridendo quasi, penso: – che cazzo può fare una tachipirina del cazzo a quel cazzo di mal di testa? –
Ho finito i sudori. Lui li ha cominciati.
Siamo punto e daccapo. E gli scoccia persino essere aiutato.
Io non penso a te perché ho deciso di impazzire in altro modo, e te lo dimostrerò.
Mio cugino ha riposto ben bene cosicché non lo scovassi “IL MANGIATORE D’OPPIO“ di Baudelaire.

[2005]
*scritta seduta all’ombra di un lumino dalla stanza di mio zio quando ancora pensavo che il tempo fosse infinito, prima che partisse con la sua ventiquattrore, sù. 

RACCOLTA DI CORTI E DI SINAPSI

“DALLA CHAT AL BILIARDO”

Me ne stavo tranquilla nella mia isolata altra dipendenza, da poco acquistata, internet.
Quando a forza di star lì inchiodata notte e giorno con le chiappe appollaiate sulla sedia dura da far schifo, mi decisi di staccar un po’ prima di ritrovarmi gli occhi a palla e magari qualcos’altro.
Feci una telefonata tattica e come risposta ebbi: << Bene dai vieni un paio di giorni qui da me, si va al mare e poi si guarda >>.
Presi il mio solito trenino locale schiaccia pensieri, direzione Livorno.
Il migliore amico che uno si può meritare una volta prelevata alla stazione, mi portò a bere, a mangiare cozze gratin in salsa piccante e poi in sala biliardo.
Il mio solito colpo di fulmine è arrivato quasi per disturbare la quiete altrui; tutti infervorati a sfidarsi, a giocare, a far buca e lui seduto a fissarmi.
”Hai spudoratamente vinto il mio salvatore”.
E mentre prelevavo schizzata la stecca più bella appoggiata sul tavolino tra le nostre bottiglie come se facesse parte di una composizione ben architettata, feci volar per terra una birra che, miracolo! non si ruppe, pensò solo a versare la schiuma e a consumarsi.
Noi ovviamente rimanemmo senza parole. I due giocatori interruppero un secondo per dirsi: << Qual è la mia o la tua? >>
<< La tua ovvio! >>.
Semi isolati io e il mio bocconcino invitante, coi nasi appiccicati, non riuscivamo a far un discorso serio tranne:
<< Eppure io due o tre cosucce con te ce le farei! >>.

RACCOLTA DI CORTI E DI SINAPSI

“IL GIOCATORE DI FRECCETTE”

Un gran bravo giocatore di freccette non poteva far altro che colpirmi.
Tra le mie dita il fumo ad anello mi avvolgeva ed avevo gli occhi lucidi, quasi felici, per assurdo.
Quel buco di posto ci raccoglieva dalle nostre strade, dai polveroni dei nostri passati.
Poco spazio vitale, una minutissima panca di legno, il posto di regola di certa gente, un solo tavolino tondo, lo ripeto: un solo tavolino tondo! Ma la bellezza era che il bancone era perfetto e gli scaffali strapieni del nostro nettare preferito.
Ero l’unica gonnella lì.
Sguazzavo nella mia stessa pelle.
Lui fece il suo ingresso non indifferente intorno alle 9.30, col semibuio. Sento la sua voce di striscio, allora? Allora tutto si blocca, tutto scompare, e mi paralizzo.
Mi giro per guardarlo, un sorriso e basta, mi giro dall’altra parte, col mio solito sguardo perso chissà dove nel vuoto e mi ricollego a lui.
Ho capito che mi guardavi anche senza guardarmi. Non ti chiamerò Daniele perché lo sai, tu eccome se vivi, e vivi alla grande. E tu lo sai che il mio nome inizia per M. e c’è anche chi è stato tutta la vita con donne che si chiamavano come me, ma nessuna di loro ero io.
<< Facciamo che chi perde paga la bevuta? >>.
Lui si alza per primo, prende dalle mani del padrone di casa, le tre freccette, e becca i suoi invincibili punti e me.

[ 2004 ]

 

DA: LUCIDA MATURA

MACCHINA DA CUCIRE CONTRO MACCHINA DA SCRIVERE

Non dico che non abbia qualità, infatti, infatti, sa cucire. E bene! Lei sa cucire di tutto, sa riprendere un buchino da una gonna antica, sa l’uncinetto e lavorare a maglia coi ferri. Sa fare la spesa, molto bene, sa comprare dell’uva di stagione, sa distinguere le clementine da semplici mandarini. Sa cucinare il Roast-Beef e riscaldarlo sol col brodo vegetale…caldo. Quando arriva spalanca la sua busta di cartone marrone dell’ortolano, dissemina vermi e bruchi da verdi foglie di cavolo. Allora, infatti, allora lei ha mille qualità.
Io non dico che lei non abbia qualità eh, è solo che io ne ho dell’altre.

Ma quando arrivò quel tardo pomeriggio, e si sedette con mia figlia frizzante in un abbraccio al capezzale della mamma, per massaggiarle i piedi atrofici, sentirmi alle orecchie, la voce della mamma che diceva:- questa piccola creatura viene baciata da te, da me, e se le piglia i bacetti eh? Viene baciata da te… guarda… da tutti, tranne che da sua madre!- Beh fu come accorgermi che secondo loro… io no? Non bacio io? Non spargo baci io…

Io mica dico che non le abbia tutte queste qualità, sa cucinare, sa cucire, sa farlo persino con la macchina da cucire, sa fare la spesa e come Lei nessuno sa farlo, ma io avrò anche “ALTRE” qualità.
Io non dico che non abbia delle regolarità, è solo che io appartengo a degli amori irregolari.
(27/10/2018)

OCCHIO X OCCHIO

CONVERSAZIONE NON A CASO

Dico a Laila (mia figlia di 6 anni)
– Senti un po’, ti piacerebbe guadagnar dei soldi eh, da grande? –
lei – Ma sei matta? No! È una cosa da pazzi! –
– Come? Ma perché? Non ti piacerebbe guadagnare i tuoi soldi? –
lei stupefatta – Ma sei impazzita? Non voglio mica finire in galera! –
– Cosa? Ma “guadagnare” sai che significa?-
– Ehm sì… tipo rubare! Non voglio finire tutta la mia vita in galera! –
– Ma no, “guadagnare” vuol dire lavorare, è regolare! –
– Ah ho capito. Allora sì anzi no! Perché io avrò un gatto, quindi non posso! –
io stupefatta – Ma che centra un gatto? Che dici? –
lei – sì certo perché papà mi ha detto che da grande potrò avere un gatto,
allora io non posso lasciarlo da solo a casa! –

:-O