RACCOLTA DI CORTI E DI SINAPSI

“DA LIVORNO TUTTO TACE”

Poche parole nel mattino con il goccio di caffè e il pacchetto da dieci vuoto, di Marlboro.
Di fronte alla Via Luigi Pirandello, il bar di Claudio stava già per aprire, non con lui ma col padre e il fratello, pronti a vendere le sigarette di sottobanco.
Niente aggeggi e niente droghe nel cassetto.
Solo uno strano sorriso come un ghigno. La voglia di sparare in aria per fare una strage senza alcuna ragione e senza senso, tanto per farlo, tanto per spaccare in due le diverse opinioni sulla “Libertà di scelta”, tanto per sparare agli uccelli.
Mi stava forse impacchettando con estrema follia, la lettera che tutto poteva sembrare tranne che d’amore.
Si stava preparando per una passeggiata, per esplorare tra un cespuglio e un incrocio la sua tranquillità. I piedi rigidi e tesi lo portarono diretti verso una cassetta della posta. La imbucò.
Posta Prioritaria e mi arrivò il giorno dopo.
Quando me la sono trovata sul mio tavolino da lavoro, pensai: “Oddio, questa me la posso leggere anche dopo, tanto sarà piena di miliardi di offese e minacce d’ogni tipo, ora non c’ho voglia per sprecare due ore di tempo”.
La posai lì accanto e tornai a far ricerche sul computer. Poi la aprii con violenza e curiosità, visto che il mio occhio destro si posava lì ogni tanto.
Presi il foglio, lo srotolai, dato che era tutto ben piegato e signori e signore…non era affatto una lettera! Ma bensì un disegnino, di quelli che fanno i bambini piccini.
Non c’era firma , non c’era una scritta , non c’era mittente, non c’era un cavolo, solo quel maledetto coso, con tanto di strisciolina blu di cielo al bordo, il sole giallo al centro e due case in basso, una più grande e una più piccola. Tre specie di donnine, in tre situazioni diverse, col capo tondo marrone e la sottana a forma di triangolo, ma i bambini disegnano meglio.
A tale visione mi prodigai per fare le mie appropriate mosse: reagire col silenzio!
Camminavo disinvolta, uscivo, frequentavo locali, bevevo, socializzavo in Via Faenza, poi ancora in Via Faenza e poi ancora in Via Faenza! Ogni tanto cambiavo anche, andavo in P.za Santa Maria Novella. Altre volte facevo direttamente in casa.
Diedi il mio tributo varcando la soglia del mio Pub familiare e dissi:
<< Allora ti sono mancata? >>
<< Eh come no! >>
<< Dai Ponci, fammi una birra >>.
Poi mi sedetti al tavolino dove già era ben posizionato il mio amico Charles Albert.
<< Allora, notizie da Livorno? >>
<< No, cioè sì. Solo questa >>
<< E cos’è? >>
<< Aprila >>
<< Cosa? E…e…che è? >>
<< Sì anch’io ho fatto la stessa espressione ieri sera quando l’ho vista >>.
Prima si scoppiò “in una leggera risata” poi si cercò di capirne il senso, il nesso logico, e una volta capito che non c’era, lui diede questa espressione: << Oh mamma! ma questo sta male! >>.
E si finì lì.
Ma Mister Sfortunello, stava perdendoci proprio la testa, dato il mio mutismo, così mi mandò uno straccio di sms, strano perché di solito erano molto più lunghi:
“Io come hai visto ti ho sempre cercata e lo faccio anche ora, ma questo te non l’hai mai fatto. Forse non ti manco così tanto o forse pensi di essere stata trattata male solo tu, allora se devo continuare a contare le pecore la notte e pensare a una che non mi pensa nemmeno, mi dispiace ma preferisco dimenticarti per sempre e in modo irreversibile, e ti giuro che questa volta non scherzo. Vorrei parlare con te, cercare di sistemare tutto insieme, io sono con te amore, farti capire che…mi devi ascoltare. Pensaci e fammi sapere al più presto, mi basta solo una risposta, staremo meglio entrambi nei due casi. 871 872 873 874 875 879 880 e per ora quante pecore…Laura vieni a Livorno a trovarmi?”.
Poco sale in zucca la sera quando fumato l’ultimo spinellino si recava all’ippodromo in sala, per vedere di capirci qualcosa.
Con la sua superficialità, tentava di fare persino il presuntuoso, ma aveva dei modi di fare di plastica, che quelli che reputava “giusti” per farsi dare delle dritte in realtà si prendevano gioco di lui e andava tutto dritto e arzillo a puntare sempre un cavallo perdente.
Il mio amico RiKKa mi informò qualche giorno dopo che lo aveva asfissiato con varie telefonate. Mi disse a suo modo che gli avrebbe dato volentieri “Una bella sistematina”.
RiKKa:<< Ah, poi mi fa: Ma quali sono i piani di Laura, ora? >>
<< Cosa? E che c’entra questo? >>
<< Sì sì mi ha detto proprio così: quali sono i piani di Laura, ora su di me! Mah, ad un certo punto mi sembrava di parlare con un bambino. Cioè come se io fossi suo padre e lui mio figlio >>
<< Non ho parole >>.
E si finì lì.
Sono passate tagliando, tagliando, due settimane, io continuo le mie cose, esco, cammino, frequento, conosco, presento, prendo, lascio, bevo, cerco di smettere di fumare, riprendo.
Un’altra volta i miei amici Charles Albert e RiKKa mi fanno: << Allora, da Livorno notizie? >>
<< No…non direi…>>
<< Allora, da Livorno tutto tace…>>
<< Ha ha ha ha ha ha ha ha ha ha >>.

[ 2003 ]

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RACCOLTA DI CORTI E DI SINAPSI

“LA FEBBRE (DA CAVALLO) DEL SABATO SERA”

<< Io no. Io non ho mai fatto “i pezzi”>>.
Raccontava o blaterava Marchino in uno dei suoi soliti o insoliti pomeriggi domenicali, quando la macchina sembrava muoversi da sé in strade percorse di notte solo da cinghiali o daini.
<< Se ci vai con diecimila lire stai lì a guardare tutto il cartellone, te lo studi, te lo ammiri coi lucciconi agli occhi. Cazzo ammicchi la botta di culo. Ma è difficile. Se ci vai con tanti “vaini”[*1] non ti interessa di star lì a studiare “le prestazioni di cavalli in sala”. Perché se ci vai con pochi soldi hai la speranza di vincerli, se ci vai con tanti soldi hai solo la speranza di non perderli! >>.
Cavalli, cavalli, cavalli, questi benedetti stalloni! Bei tempi quando in pista correva il suo preferito, “Fascino”, ora senz’altro ci andava ogni tanto così a perditempo, quando in tasca poteva avere chessò, per lo meno centomila lire; si avvicinava senza dar noia a nessuno, agli sportelli dei totalizzatori, o per convenienza ai picchetti, annusando da sotto ai baffi i ciuffetti d’erba tagliata fresca e l’odore della cacca di cavalli, gli ricordava che era nel suo posto, che era a casa, insomma.
Allora si avvicinava lì, faceva la sua puntatina d’un deca[*2] poi una piccola corsettina per vedersi la partenza, il momento migliore, qualche minuto di gloria e poi via, mani in tasca verso la sua macchina bianca, fuori dal cancello sul Viale Italia.
Marchino era il pezzo di pane del gruppo, a volte pensavamo che fosse incapace di difendersi, quando noi volevamo uscire, imbroccare persone al volo, saltare da una pista all’altra della discoteca, lui ci diceva sempre: << No il sabato mi dispiace no, non me lo potete toccare! Tutti gli altri giorni non c’è problema, ma il sabato è sacro, io non esco! >>.
Ecco, sì avete capito, sto tipo qua odiava uscire il sabato sera, noi sospettavamo, voci di corridoio, che preferisse starsene per i fatti suoi a studiarsi il suo “SPORTSMAN” per vedere di giocarsi i suoi risparmi ormai agli sgoccioli su qualche corsa vincente.
Allora mentre il protagonista dei miei pensieri ogni santo sabato ci bidonava, io tornata dopo una lunga serata a fumare una sigaretta dietro l’altra, decisi di fargli presente che una cotta come la mia non poteva essere trascurata. Presi su la cornetta lo chiamai e gli dissi una cosa molto, molto romantica: << Ho deciso sai? Voglio venire con te alle corse domani. Mi ci porti? >>
<< Sì perché no? Magari porti fortuna, che ne avrei anche bisogno eppoi così t’insegno! L’importante è che non cammini appresso ai “gufi”![*3] >>.
Mi venne a prendere a un’ora assurda della mattina di domenica, a venti alle due iniziava la prima corsa nel fantastico ippodromo di San Rossore a Pisa e per far in tempo dovevamo partire da Livorno a un’ora decente. Mentre ci si avvicinava all’ingresso lui tirava fuori dalle tasche le 6.000£ per l’entrata, dimenticandosi di pagare anche per me, chissà come mai, io dal canto mio montavo un’adrenalina mista a inconsapevolezza e avventura. Ero elettrizzata. Mi guardavo intorno, c’era gente d’ogni tipo, c’erano quelli più giovani di me tutti gasati e attrezzati, coi loro jeans a ciondoloni e le mutande bucate in vista e persone che un’età precisa non gli si poteva dare, dalla coppia normalissima con bambino al solitario e più incallito giocatore che in quel momento sembrava essere lì solo lui per scommettere. C’erano i gufi, gli iellati, le sventole dei pizzetti fascisti, le pollastrelle in cerca dei babbi, con le minigonne mini-mini-mini.
Mi prese la mano, approfittando di un momento in cui l’avevo lasciata andare inerme vicino al suo fianco invidiabile. Mi portò sicuro di sé dentro l’ippodromo, allo steccato.
<< Guardando questo steccato ogni ricordo risale spontaneo…>>
<< Ti son successe tante cose qui eh? Questi posti potrebbero parlare eh? >>
<< Sì ma non si può fino all’infinito vantare un cuore pieno di vecchi ricordi >>, interruppe guardandomi finalmente dritto negli occhi, poi diede una leggera occhiata di sbieco verso la pista e urlò: << Guarda! Guarda lì, sono pronti! >>.
Le gabbie si aprirono diffondendo nell’aria il colpo secco e partirono al galoppo nel fragore della gente, i sette cavalli.
Quegli zoccoli rumorosi, che rumore magico emanavano! Mi lasciavo coinvolgere dal loro fascino, dalla loro potenza. Dio come mi sentivo piccola dinanzi a tanta forza. L’adrenalina di tutti loro era contagiosissima, che anche se ero l’ultima arrivata, già mi sentivo una giocatrice incallita. Ecco quel rumore che passava sotto i miei occhi, dopo la curva, era il più forte. Ecco di nuovo il mio sguardo andava alla ricerca di quelle scale, di quegli omini prima accovacciati poi in piedi per esalare l’ultimo respirone trovando il modo di riscaldarsi.
Niente, quella volta non si vinse e nemmeno le corse successive e si puntava e si puntava e si giocava e si faceva in su e in giù dai picchetti al totalizzatore, al tondino per un’illuminazione sui cavalli più belli che li facevano gironzolare lì sotto i musi di tutti, sopra le tribune, alle gradinate, contando quasi i chilometri che i nostri piedi facevano, tutti esaltati com’eravamo perché nella perdita “avevamo già vinto” nel vedere tutto quel bendiddio, sembra assurdo.
<< Dai rimaniamo ancora un po’…>>
<< Sì ti faccio vedere l’ultima corsa, la settima che è quella migliore! >>
<< Te…quanti soldi ti son rimasti? >>
<< Io…un ventino >>
<< Io ne ho solo mille…no, ho duemila lire! >>
<< Dai scegli te l’ultimo cavallo eppoi lo vai a giocare, non ti preoccupare ti insegno io, gli devi dire: gioco 6.000£ di trio e le restanti 16 sul vincente ok? È facilissimo >>.
Mi appiccicai cogli occhi e col naso al tabellone dentro la sala, facevo quasi una conta a caso, dato che mi sentivo proprio imbranata e sapevo che non me ne intendevo per niente. Poi mi concentrai un attimo e diedi la mia risposta:
<< Mhm, sì ho deciso io voglio “Cuor Di Leone”! Sai mi ricorda una persona…>>.
Così mi diressi verso una cassa con una bella biondina che ci ispirava cose positive e sussurrai con un filo di voce: << Io…ehm, voglio giocare il n.3 vincente da 16 mila e una trio, il 3 vincente con l’1, il 6 e il 7! >>. Naturalmente anche quella corsa la perdemmo, ma fu il modo ad essere diverso, quasi da picchiare a cazzotti i muri, ( mi spiegò poi ).
Il nostro bel cavallino era in testa per quasi tutto il percorso, stava vincendo, ma proprio quando mancavano pochi passi, pochissimi cm al palo, il cavallo dietro col fantino più anziano perciò con più esperienza, lo superò e via verso un’altra sconfitta divertentissima.
<< Ma dai! Non si può perdere di corto muso sul palo! >>.
E tutto l’ippodromo << Naaaaa! >>
Proprio mentre i miei giorni sembravano trascorrere veloci e pieni di inutili gioie, giorni uguali trascorsi nel dubbio, nell’ambiguità, proprio quando la mia anima si stava infognando nel buio soffocante e galleggiava nella merda delle sigarette, le incertezze, le paure stavano prendendo il sopravvento, mi spuntò come per incanto la tanto attesa telefonata.
<< Pronto? >>
<< Pronto Lucrezia? >>
<< Oh ciao! Dimmi, dimmi, sì sono io >>
<< Ehm ehm, ciao bella, ecco vedi ho avuto delle dritte, ci sarebbe un cavallo da giocare, dice che è molto in forma e pronto per questa corsa di domani, ti va se ce lo giochiamo? Anche poco? >>
<< Eh? Sì sì, perché no, sì, sì, non si sa mai vero…>>.
Accettai senza far una piega.
Che profumo dolcissimo c’era quella sera, era un profumo strano, che l’aria si trascinava via, come quei ricordi che si lasciano trasportare dalle seratacce tra amici, nei pubbettini di fiducia, con birre, risate e qualche litigata dettata da una sbronza malinconica.
Mi venne a prendere intorno le 13 e 45.
Fuori un po’ di vento e macchine dappertutto.
Stavo zitta, non avevo niente da dire. Pure lui non è che fosse particolarmente brillante. Arrivammo all’ippodromo per l’inizio della seconda corsa. Ero ancora emozionata. Perciò era ancora tutto a posto. Ma quali pochi soldi!? Questo tirò fuori la bellezza di cinquecentomila lire e si fece tutti i picchetti per vedere la quota migliore. A cinque riuscimmo a fare la nostra puntata; se tutto fosse andato bene avremmo vinto tre milioni.
“Una corsa, un discendente per cavalli mediocri” 2.250 metri, il telecronista annuncia la partenza e continua: “Nitens rileva sulla retta opposta il leader On the Rocks e in retta respinge Disperazione!”il nostro cavallo.
“DISPERAZIONE risale efficacemente sulla piegata finale, sembra poter disporre agevolmente di Nitens ma in retta non riesce a perfezionare il sorpasso e sul palo perde in una fotografia strettissima!”
<< Tutta colpa del fantino! Sempre quel fantino! Muzzi! Solo lui poteva perdere così! Con un cavallo che sulla carta non poteva mai perdere. Ma vaffanculo Muzzi! >>
Fu per puro caso che qualche giorno dopo, lungo un viale alberato, con le foglie che rincorrevano i miei capelli né tanto lunghi né tanto corti, incontrai Diana e Lorenzo. Le ultime novità? Che si erano lasciati ma che continuavano a vedersi “come amici”.
<< Ciao amore mio! >> mi fa lei con un sorrisetto a cinquantacinque denti, bionda platino e rossetto rosso alla Madonna anche sui denti, però nel complesso poteva andare, insomma come dire “beccava”.
<< Senti noi sabato prossimo abbiamo intenzione di partire, non so…andare ad Amsterdam…>>
<< Ah sì? Che bello dev’essere una bella esperienza >>
<< Già ma te verresti? Dai ci si diverte, si viaggia senza biglietto! Ce lo facciamo tutto nel cesso >>
<< Mhm quand’è che avete detto che partite? >>, storcendo il nasino faccio sentire nell’aria il mio diniego per quella cosa che onestamente non mi eccitava nemmeno un po’. Le quattro chiacchiere di routine, le due birrette al volo nel barrettino di fronte alla strada e il tempo necessario per chiedermi se ero contraria al sesso “in tre”.
<< Cosa? >> esclamo io alzandomi dal panchetto…
<< Ora vado in bagno, faccio due goccioline…insomma mica state parlando sul serio, con…con…voi?? >>. Quei due rimasero impassibili come due citrulli, io scappai letteralmente nel cesso di quel buco di posto, stavo scoppiando a ridere. Là dentro entrò zitta zitta Diana:
<< Ehi mica ti sarai offesa? >>
<< No figurati, non me lo aspettavo, tutto qua >>
<< Già però devo dir la verità, a me e a lui ci sei sempre piaciuta, ci garbi da un bel botto di tempo, sai questa cosa è venuta fuori da sé, parlavamo del più e del meno, sai due cannette di troppo e ce lo siamo detto, comunque non ti preoccupare mica ti si salta addosso…e dimmi, che fai di bello in questo periodo? Sei un po’ sparita dalla circolazione…>>
<< Ma veramente sono un po’ stanca…e esco poco. >>
Ma lei non si fermava ad una semplice dichiarazione di stanchezza, era la classica tipa un po’ ochetta, tutta vestita all’ultimo grido, abiti firmati, capelli cotonati, tutti i giorni shopping, tutti i brividi del mondo, carta di credito del babbo e giocava a far l’avventuriera con uscite del cavolo.
E così mentre i miei amici si perdevano nei loro viaggi senza meta, io mi lasciavo perdere senza speranza nel mondo da poco acquistato, I CAVALLI, le mie mutande e un tipino niente male che non mi si filava nemmeno un tot.
[*1]:modo di dire strettamente del popolo Livornese per indicare Cash in mano, I SOLDI LIQUIDI!
[*2]:modo di dire toscano per indicare un deca, ì decino, 10milalire.
[*3]:modo Livornese che sta ad indicare le persone che portano Sfortuna nelle sale da gioco

[2003]

RACCOLTA DI CORTI E DI SINAPSI

“DALLA CHAT AL BILIARDO”

Me ne stavo tranquilla nella mia isolata altra dipendenza, da poco acquistata, internet.
Quando a forza di star lì inchiodata notte e giorno con le chiappe appollaiate sulla sedia dura da far schifo, mi decisi di staccar un po’ prima di ritrovarmi gli occhi a palla e magari qualcos’altro.
Feci una telefonata tattica e come risposta ebbi: << Bene dai vieni un paio di giorni qui da me, si va al mare e poi si guarda >>.
Presi il mio solito trenino locale schiaccia pensieri, direzione Livorno.
Il migliore amico che uno si può meritare una volta prelevata alla stazione, mi portò a bere, a mangiare cozze gratin in salsa piccante e poi in sala biliardo.
Il mio solito colpo di fulmine è arrivato quasi per disturbare la quiete altrui; tutti infervorati a sfidarsi, a giocare, a far buca e lui seduto a fissarmi.
”Hai spudoratamente vinto il mio salvatore”.
E mentre prelevavo schizzata la stecca più bella appoggiata sul tavolino tra le nostre bottiglie come se facesse parte di una composizione ben architettata, feci volar per terra una birra che, miracolo! non si ruppe, pensò solo a versare la schiuma e a consumarsi.
Noi ovviamente rimanemmo senza parole. I due giocatori interruppero un secondo per dirsi: << Qual è la mia o la tua? >>
<< La tua ovvio! >>.
Semi isolati io e il mio bocconcino invitante, coi nasi appiccicati, non riuscivamo a far un discorso serio tranne:
<< Eppure io due o tre cosucce con te ce le farei! >>.

RACCOLTA DI CORTI E DI SINAPSI

“IL GIOCATORE DI FRECCETTE”

Un gran bravo giocatore di freccette non poteva far altro che colpirmi.
Tra le mie dita il fumo ad anello mi avvolgeva ed avevo gli occhi lucidi, quasi felici, per assurdo.
Quel buco di posto ci raccoglieva dalle nostre strade, dai polveroni dei nostri passati.
Poco spazio vitale, una minutissima panca di legno, il posto di regola di certa gente, un solo tavolino tondo, lo ripeto: un solo tavolino tondo! Ma la bellezza era che il bancone era perfetto e gli scaffali strapieni del nostro nettare preferito.
Ero l’unica gonnella lì.
Sguazzavo nella mia stessa pelle.
Lui fece il suo ingresso non indifferente intorno alle 9.30, col semibuio. Sento la sua voce di striscio, allora? Allora tutto si blocca, tutto scompare, e mi paralizzo.
Mi giro per guardarlo, un sorriso e basta, mi giro dall’altra parte, col mio solito sguardo perso chissà dove nel vuoto e mi ricollego a lui.
Ho capito che mi guardavi anche senza guardarmi. Non ti chiamerò Daniele perché lo sai, tu eccome se vivi, e vivi alla grande. E tu lo sai che il mio nome inizia per M. e c’è anche chi è stato tutta la vita con donne che si chiamavano come me, ma nessuna di loro ero io.
<< Facciamo che chi perde paga la bevuta? >>.
Lui si alza per primo, prende dalle mani del padrone di casa, le tre freccette, e becca i suoi invincibili punti e me.

[ 2004 ]

 

25 AGOSTO 1993

16/ 7/ 2002

Ricordo lontano
il tuo vestito immobile
seduto in riva
fumante nella mano
il piccolo gesto
invano il treno
T’ho perduto
e scoperto mio
per sempre.
XXXXXXXXXXXXXXXXXXXX

20/ 8/ 2002

Il periodo continua
in fondo al fiume di parole
disperso, disperato straziato,
come nel ricordo di un abito lontano
impeccabile viso
passeggiata temporale
in uno sguardo appena
nel domani presente
scoraggiata e vinta
piccola straniera creatura
periodo di ritorno
attimi regalati
e basta al sorseggiar bianco vino
che l’urlo del cieco s’innalzi al vento
impeto di un giorno
di uno sguardo appena.
XXXXXXXXXXXXXXXXXXXX

“SECONDO ME, TE…”

Incosciente!
L’urlo sordo e soffocato,
immagina sopra le nuvole
vedermi abbronzare
chiudendo le palpebre,
Daniele che ride
Daniele che vive.
Insufficiente scrittura
e pare di incasinare l’occorrente,
di un figlio smarrito
di un bimbo caduto e vinto
e giuro a me stessa
di parlare come se fosse normale,
e normale non è.
Daniele guidami
sin che possibile,
allarmare creature
viventi e stanche d’esserlo,
Daniele stringimi se no tremo
e chiedimi le cose che tu sai,
Daniele girati
ora è il momento dell’accettazione
E Guardami
non ho mai smesso di sognarti
di allungare le dita…
Incosciente!
Che bambina povera d’idee
che insoddisfazione di ruzzolare parabole
e finisci tu l’ultima poesia,
senti, senti,
indiavolare all’improvviso
gridare il tuo nome
come un tempo
come nel tuo giorno
d’infedele momento,
girati, voltati,
ispirami ancora
osserva la nuvola
chiudendo le palpebre,
impressionante,
non ho ancora accettato,
non ho ancora singhiozzato.
Possa servire il mio cuore innamorato
il mio cervello impazzito
a farti correre ancora.

MARIANNA GALOTTO

25 AGOSTO
MILLENOVECENTONOVANTATRÈ

DA: LUCIDA MATURA

MACCHINA DA CUCIRE CONTRO MACCHINA DA SCRIVERE

Non dico che non abbia qualità, infatti, infatti, sa cucire. E bene! Lei sa cucire di tutto, sa riprendere un buchino da una gonna antica, sa l’uncinetto e lavorare a maglia coi ferri. Sa fare la spesa, molto bene, sa comprare dell’uva di stagione, sa distinguere le clementine da semplici mandarini. Sa cucinare il Roast-Beef e riscaldarlo sol col brodo vegetale…caldo. Quando arriva spalanca la sua busta di cartone marrone dell’ortolano, dissemina vermi e bruchi da verdi foglie di cavolo. Allora, infatti, allora lei ha mille qualità.
Io non dico che lei non abbia qualità eh, è solo che io ne ho dell’altre.

Ma quando arrivò quel tardo pomeriggio, e si sedette con mia figlia frizzante in un abbraccio al capezzale della mamma, per massaggiarle i piedi atrofici, sentirmi alle orecchie, la voce della mamma che diceva:- questa piccola creatura viene baciata da te, da me, e se le piglia i bacetti eh? Viene baciata da te… guarda… da tutti, tranne che da sua madre!- Beh fu come accorgermi che secondo loro… io no? Non bacio io? Non spargo baci io…

Io mica dico che non le abbia tutte queste qualità, sa cucinare, sa cucire, sa farlo persino con la macchina da cucire, sa fare la spesa e come Lei nessuno sa farlo, ma io avrò anche “ALTRE” qualità.
Io non dico che non abbia delle regolarità, è solo che io appartengo a degli amori irregolari.
(27/10/2018)

ALANISJUNKIE

Ti piace la neve, ma solo s’è calda.
Ti piace la pioggia, ma solo s’è asciutta.
Non c’è alcun valore sentimentale nella rosa ch’è caduta sul pavimento.
Non c’è alcuna scusa fondamentale per avermi data per scontata.

Perché è molto più facile non farlo,
molto più facile non farlo
e quello che ti passa attorno non ti passa mai per la testa.

Ti piace il dolore, ma solo se non fa troppo male.
Ti siedi e aspetti di ricevere.
C’è un’ovvia attrazione
nella tua vita per la strada più facile.
C’è un’ovvia avversione, la mia costante insistenza
non potrebbe convincerti a provarci stanotte.

Perché è molto più facile non farlo,
molto più facile non farlo
e quello che ti passa attorno non ti passa mai per la testa,
a te, a te, a te, a te, a te…

Non c’è più amore, né denaro, né fremito.
C’è un bambino piccolo, apprensivo, nudo e tremante
con la testa tra le mani.
C’è una bambina piccola, sottovalutata e impaziente
con una mano alzata.

Ma è molto più facile non farlo,
molto più facile non farlo
e quello che ti passa attorno non ti passa mai per la testa,
a te, a te,
alzati, alzati, alzati, levati di lì.
Alzati, alzati, alzati, levati di lì.
Vai via! vai fuori di qui, ne ho già abbastanza!
Alzati, alzati, alzati, levati di lì!!
Svegliati!

ALANISJUNKIE

 

Direi una bugia se dicessi che ne ero completamente indenne.
Proverei la tua ragione col mio silenzio o la mia rabbia?
Ti lascerei vincere con la mia non reazione, eh?
E come potrei spiegarlo?
E come potrei spiegarlo ai miei figli se ne avessi?

Perché non posso non,
perché non posso non,
perché non posso vincere senza le mie sconfitte, mio caro.

Mi lamenterei se dicessi che avevo bisogno di un abbraccio?
Vi sentireste snobbati se dicessi che il vostro amore non basta?
E come posso lamentarmi?
E come posso lamentarmi quando sono io quella che lo cerca?

Perché non posso non,
perché non posso non,
perché non posso far a meno di ridere dei tuoi errori.
Perché non posso non,
perché non posso non,
perché non posso far a meno di domandarmi perché lo chiedete a me.

A tutti i bambini inascoltati nel cortile della scuola,
voi credete di essere quelli che hanno ragione,
giurate di essere quelli affascinati, ne sono sicura.
Ma come potete andare avanti con una tale convinzione?
Chi vi credete di essere? Perché interrogate me?

Perché non possiamo non,
perché non possiamo non,
perché non possiamo far a meno di ridere dei vostri errori.
Perché non possiamo non,
perché non possiamo non,
perché non possiamo far a meno di domandarci perché lo chiedete a noi.

Perché mi offendi? Perché mi offendi ancora?
Perché mi metti a confronto? Perché mi metti a confronto ancora?

Perché non posso non,
perché non posso non,
perché non posso camminare senza le mie stampelle!

[testo di ALANIS MORISSETTE]

25 AGOSTO 1993

“D.F. – G.G. C.L.”

Non ho digerito quel che ti ha allontanato
“questioni di intuizioni non in tempo”.
Era più forte di me
il tuo sangue a terra
più forte di te.
Non potremo mai parlare nella stessa stanza
Lui non vuole.
E tu con la tua eroina preferita
un ballo da solo nel cesso
il sesso coi bracci che si sfioravano
in mezzo a mille genti
gli occhi neri
– non hai paura di lui? –
– un po’…ma mi fa bene –
– Non ho paura della morte
per te farei anche questo –
<< allora smetti! >>
– sei bellissima quando fai così -.
Tu con tutti i fili di tutto
e, dico TUTTO QUANTO,
l’età mia era frivola.
E non ero un’eroina. Lo sono adesso.
Quando parlo a quattro anni insieme,
parlo a quattrocchi.
Non senti. Eppure ho sempre “detto”.
Non ho più bisogno di starti appiccicata.
Perché ti ho talmente dentro
che mi sembra di “stare con te”
di continuo. Sì Claudio!
Mi sembra di stare così tanto con te,
che non ho più bisogno che tu lo sia, con me,
mi stai sempre nelle ossa
e in tutti i miei pori,
che non ho neanche bisogno
di stare con te.
Sono le cinque, svegliati.
Ho caldo.
Spogliami.
Già, sono già nuda.
Presentami tutti i tuoi amici.
Lo sai, che adoro da sempre te,
che mi pare sempre di innamorarmi di altri.
Ma sono le dieci del giorno dopo.
E tu devi recuperare.

…….

“DEDICATA ETERNA”

Dedicata eterna sintonia nel pensarti
incantata rimango e sempre silenziosa.
Il passo dolce estivo fremeva davanti
accaduto presto troppo presto
per assecondarlo e sento la voce.
Dedicata sempre un secolo di vita
e ancora ti voglio E tutto è per te.

…….

“SIAMO NEL 2002”

Presentati come sai, come sai di piacermi,
è successo nel ’93 e punge ancora…
Dispiace dirti “uomo sapiens”
che mi sei cascato dalle gambe
che stringere le tue mani non mi gratifica.
Non conosci il mio sangue
vulnerabile gemito,
non ricordi il mio passato
non è passato ancora un minuto…
vulnerabile castità,
non conosci il mio dolore
e pensi di rivedermi al più presto!
Cos’è cambiato?
Cos’è mai successo?
Cos’è accaduto di così grave per ridurci
in questo stato?
Lo so, lo so…ti ho ferito,
imperdonabile da parte mia.
E a me?
È successo nel lontano millenovecento novantatré
e brucia ancora.
Credo non sia più possibile smettere di bruciare.
Credo che brucerò in eterno
e tu non lo sai.

 

Una volta tanto tempo fa, vi era una piccola scugnizza, danzatrice su fili elettrici, adesso vi sono solo terre lontane da raggiungere in Porsche Carrera, cappotta scoperchiata, niente stereo alto, niente sigarette nel cruscotto, niente lattine verdi smeraldo dietro a tintinnare, niente ripensamenti.

angolo del pensiero sparso

voli pindarici sulla caleidoscopica umanità

Ero Sveglia: poi ho capito Freud ®

"ogni riferimento a cose, persone o fatti è puramente casuale ed opera della mia fantasia"

Fosca Sensi

la verità è una questione estetica

marcellocomitini

il disinganno prima dell'illusione

Il Blog di Tino Soudaz 2.0

Provando tanto, prima o poi riesco anche se tante cose continuo a non capirle

arturoadalziora

scritti in lingua morta

massimobotturi

Lo so, lo so, lo so che un uomo, a 50 anni, ha sempre le mani pulite e io me le lavo due o tre volte al giorno, ma è quando mi vedo le mani sporche che io mi ricordo di quando ero ragazzo. Tonino Guerra

.:alekosoul:.

Just another wanderer on the road to nowhere

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in parole ti cerco, con parole ti desidero, senza parole ti concepisco

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Qui all'ombra si sta bene (A. Camus, Opere, p. 1131)

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Cenere

"Non si parte - Riprendiamo le strade di qui, curvo sotto il mio vizio, un vizio che ha affondato al mio fianco le sue radici di sofferenze, fin dall'età della ragione - che sale al cielo, mi colpisce, mi rovescia, mi trascina" A.R. "Cattivo sangue"