È inutile che mi volete dire questo o quello
Tanto… oggi NON SORRIDERO’.

È che mi sento sempre oscillare fra euforia e depressione
ma non sono io… non sono io.

È che da sempre ormai oscillo fra solarità e tristezza
ma non sono io (indicandomi dentro) non sono io così.

È che se oggi non sento “le voci” sono subito vivace e frizzante
ma subito dopo, loro si fanno sentire, e allora (indicandomi l’orecchio destro)
smetto subito di essere solare, divento esausta, perché vorrei fermarmi e non sentirli.

È che mi sento spesso stanca, esausta, ma so che se mi fermo, c’ho delle cose che devo fare…
e allora le faccio, le faccio, di continuo, e più le faccio più mi sento che MI VORREI FERMARE.

È che ho proprio voglia di fermare tutto.
Di fermarmi per un po’.

È che se non rispondo, mi dicono che qualcosa dovevo sapergli dire
se invece rispondo a tono, mi dicono (indicando col dito il vuoto in senso circolare)
…che non c’era bisogno che rispondessi così, che non mi dovevo arrabbiare
se rispondo con cortesia ed educazione, mi dicono che non dovevo rispondere
e se non dico niente, mi dicono che dovevo rispondere con un sorrisino ipocrita.
Ma non dipende da me… non dipende da me (indicandomi dentro).

È inutile che stai lì a farmi complimenti fisici, o sia nel male, o nel bene
è proprio inutile che mi vuoi dire quello o quell’altro
tanto… oggi non sorriderò lo stesso.

È che vorrei smettere di stare così male
perché appena sto così male, mi vengono “le parole da scrivere”
(indicandomi il timpano dell’orecchio destro)
e non ho più voglia.

È che vorrei smettere di sentirmi male, perché tutte le volte mi viene di scrivere
mentre invece sto cominciando A SENTIRE LE VOCI
e forse no, ho bisogno di smetterla.

Di fermarmi.

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“LA MORTE NON È NIENTE” poesia di “Henry Scott Holland”

La morte non è niente.
Sono solamente passato dall’altra parte:
è come fossi nascosto nella stanza accanto.
Io sono sempre io e tu sei sempre tu.
Quello che eravamo prima l’uno per l’altro lo siamo ancora.
Chiamami con il nome che mi hai sempre dato, che ti è familiare;
parlami nello stesso modo affettuoso che hai sempre usato.
Non cambiare tono di voce, non assumere un’aria solenne o triste.
Continua a ridere di quello che ci faceva ridere,
di quelle piccole cose che tanto ci piacevano
quando eravamo insieme.
Prega, sorridi, pensami!
Il mio nome sia sempre la parola familiare di prima:
pronuncialo senza la minima traccia d’ombra o di tristezza.
La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto:
è la stessa di prima, c’è una continuità che non si spezza.
Perché dovrei essere fuori dai tuoi pensieri e dalla tua mente, solo perché sono fuori dalla tua vista?
Non sono lontano, sono dall’altra parte, proprio dietro l’angolo.
Rassicurati, va tutto bene.
Ritroverai il mio cuore,
ne ritroverai la tenerezza purificata.
Asciuga le tue lacrime e non piangere, se mi ami:
il tuo sorriso è la mia pace.

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DA: “CRONACHE VERDI”

Questa terra gialla e bruciata, sanguigna e nera. Sa sempre di focherello di peperoni arrostiti, e spazzatura di plasticume lasciato a bruciare a 39 gradi. Immondizia, immondizia, monnezza ai lati delle carreggiate di terra nera corposa.
Guardo col mio grande sguardo in questo vetro appannato. Mentre tutto fugge e và. Per il mio gusto, quello che appare davanti è un cliché su un palcoscenico coi fari della ribalta. Il vetro appiccicato di piume di piccione è stata una vera rivelazione: – Dai vieni via con me – mi fa il mio amiconfidente, perché dire “amico e basta” non rende bene l’idea per quello che ho in mente di dire. Lui è più. Più di un amico. È un pezzo di storia. E si fida, si fida, si fida oh dio se si fida di me. Ed io? Non posso altro che sentirmi “a casa” quando sono sulla strada con questo qua. Da quanto ci conosciamo? Avevamo 16 anni, dio l’età più bella. Incoscienti senza prudenza. Liberi senza troppe cicatrici. Siamo dentro la sua Uno e mi dice ancora: – Lasciamo ‘apicciridda a casa, e c’andiamo a fare un giro, come i vecchi tempi – non potevo starci a rigirar troppo. Così andando a velocità turistica, con la musica giusta”THE QEEN”, le mie pupille son piombate davanti a un mucchio di piantine verdi sul lato destro della carreggiata.
– Fermati! Fermati guarda là! Che è? –
– Come che è? Che non la riconosci più? Non è vero – e mentre gira il volante per parcheggiare lento lento, sghignazza. Scendiamo. Ne prende un po’, “la cima” come dice lui e la sbriciola, la passa a setaccio, me la fa annusare, e poi rolliamo. Eccola qua. Dico dentro la mia testa: Ecco la mia cronaca verde vegetale! Poi con le espressioni un po’ così, camminiamo a fila indiana su un muretto stretto stretto, si appoggia a un tronco di albero con le foglie alte e a punta coi fiorellini azzurri, ridendo m’informa che anche “quella” è buona da fumare.- Ma sì questa fa anche bene, tipo… come si dice… terapeut- T.. –
– Ah terapeutica! Bene, bene -. Appena si fa buio mi riaccompagna a casa. Sulla scia delle note di Extraterrestre di Finardi.
Amiconfidente ha gli occhi grandi grandi e carnagione di un vecchio lupo di mare. Ha muscoli da culturista, fatti nello scantinato sotto casa sua. È dolce sa come dosare la forza. Indossa sempre tuta da ginnastica e fa flessioni anche con un joint tra le labbra.
Torno a casa e c’ho messo un’ora a trovare le chiavi del portone in borsa. Cerca, cerca, non le trovavo. Sono rimasta impalata lì al buio, accanto un paio di cani randagi che sonnecchiavano. Appena apro, salgo le scale d’ingresso, che mi son sembrate le pertiche della palestra delle scuole medie. Avevo quasi i crampi ai polpacci. Mi girava la testa ma ero sorridente. Trovo di fronte la sponda del mio letto, lo guardo come fosse mio marito. Mi ci butto di schiena. Mi sento felice.
La mia bambina, ha solitamente un temperamento già di suo fragoroso, vivace e scalmanato, che in circostanze usuali si metterebbe a saltare e a saltare e a saltare sul materasso del letto come fosse un canguro della Nuova Zelanda! Facendomi saltare i nervi e ricattarla con espressioni del tipo: – O la finisci qua, o ti piglio e ti faccio volare io giù dal letto facendo volavolavolaaa! – ma stranamente in quel momento mi ha lasciato sonnecchiare tranquilla; si è appisolata accanto a me, docile come un gattino appena nato, mi ha preso piano la manina e ha bisbigliato – Riposa, riposa, quando è pronta la cena, la nonna ci chiama, tanto domani si ritorna allo scivolo! -.
E così è stato. Ci siamo svegliate prestissimo, colazione con latte e cacao, cassata siciliana smezzata in due, una spazzatina per le scale di pietra nera dell’Etna, ho letto un po’ “La Fine è il mio Inizio-del mio Maestro”, ci siamo infilate al volo le infradito e via di corsa fuori. Siamo arrivate allo scivolo giallo, tutto impolverato di terriccio sollevato dalle azzuffate di cani grossi randagi. Che passano la notte lì, pisciando e cacando, sperando di trovare qualche pezzo di prosciutto di qualche panino abbandonato per terra, o patatine fritte cascate da mocciosetti, tutte informicate. La mia bambina va dritta a scivolare giù per quel plasticone giallo, che è quasi l’unica attrazione del posto. Dinanzi a me, a sedere su una panchina c’è un vecchio. Questo qua non è un vecchio “qualsiasi”. Capisco al volo che ha qualcosa di diverso rispetto a tutti gli altri vecchietti. Innanzi tutto l’aspetto: è tipo Paul Newman! È dunque assolutamente gradevole nell’impatto. È snello, asciutto. Ha gli occhi fini, blu. Carnagione da catanese. Capelli bianchi ma ondulati, davvero piacevoli. Ha una camicia mezza sbottonata sul petto, lasciata volutamente svolazzare dal venticello. Pantaloni anch’essi bianchi. Ha un anello grande, d’oro. E la cosa che salta di più all’occhio, è che al collo luccica vistosamente una grossa collana dorata.
– Buongiorno – dico, e istintivamente mi viene di sorridergli come per dargli rispetto.
– Buongiorno a lei. Che bella picciridda tenete. Ma voi non siete di qua? –
– No, siamo di Firenze! – dico, impettendomi, cercando subito di darmi quell’aria tipica di “chi sciacqua sempre i panni in Arno”.
– Ahh Firenze è una gran bella città. Ci sono stato da giovanotto a fare il militare. Il Duomo, ahh mi ricordo la bellezza del Vostro Duomo… e i Lungarni… invece noi qua, siamo allo sfascio. Vede qua che c’è? Solo distruzione e sfascio! Qua non c’è niiiente! – dice tutto questo, che ormai lo sento trito e ritrito da trent’anni “che Firenze deve essere una bella città, che Firenze è la città più pulita d’Italia, chissà quante cose interessanti ci sono da fare a Firenze, e che invece lì non c’è niente, non ci sono svaghi o divertimenti, e che le persone emigrano all’estero perché ormai il paesello sta morendo”. Ecco però quest’uomo lo sta dicendo con un filo di voce non banale.
– Già, lo vedo, lo vedo, – dico io – che sta andando a peggiorare qua, ma deve stare a Voi a sistemare le cose, ormai lo sapete che quelli del Comune non fanno niente, quindi sta ad ogni singola persona, rendere un posto migliore questo Posto.-
– Eh eh eh… facile a dirsi, visto dall’altra parte! E come? Come si può fare “noi”? –
– Beh… ad esempio ad essere più precisi nel far rispettare le regole, a non buttare le cartacce per terra, a non insudiciare tutto qui… vede? Ci sono i cestini della spazzatura, ma la gente non è educata a gettare le cose nel cestino della spazzatura. Vedo che fin da piccolissimi li “educano” a non farci caso, a buttarsi tutto alle ortiche, a lasciare qualsiasi cosa per terra, così uhmm… come se fosse un gesto naturale! Nelle città del Nord guardi, che invece si prenderebbe una bella multa eh! E comunque sono le persone stesse che hanno dentro di sè un’indole in cui hanno un amore sfegatato per il posto in cui vivono, e quindi non lo sporcano. Ma anzi tutti noi, si cerca di rispettare sia le regole dell’igiene, sia le regole della segnaletica stradale. Il casco, le cinture, col verde si passa, all’occorrenza rallentare, non parcheggiare in zone pedonali, ste cose così sa. Cioè voglio dire, lo so che può sembrare disgustosamente difficile, un tantino palloso se vogliamo, ma non si può sempre usare l’alibi del “su nella tua città del Nord deve essere una vita bellissima, qui è uno schifìio” se poi tutti, no dico proprio tutti da grandi a piccini, non fanno niente per non rompere quegli alberi lì vede? Non fanno niente per non rovinare quel prato fiorito là? E tutti a buttare bottiglie di birra di vetro giù, come qui vede? Così che ci si possa tagliare, e andare a cercare un ospedale che tanto non c’è! –
– No qui non ci sono regole dei segnali della strada. Cioè, essere ci sono, è che siccome i vigili se ne fregano… allora… ci viene spontaneo fregarcene a tutti noi… quindi c’è chi la macchina la lascia sul marciapiede, c’è chi la mette spalancata in terza fila, chi la mette davanti a un passo carrabile sa è così qui. E poi? Anche se uno come Lei, glielo va a dire che non va bene così, capace che “Quelli” la mandano a quel paese! -. Le solite cose insomma, i medesimi discorsi, di chi vuole insegnare a Chi, e tutti che si lamentano e basta, e guardano sempre con occhi meravigliati il bel Verde dell’Erba del Vicino. Potrebbe invece essere un Paradiso quel paesello lì, cercavo nel mio piccolo di spiegare, se solo si sforzassero a far funzionare meglio il quotidiano, appunto partendo innanzi tutto dalle cose civiche. La spazzatura, le strade in ordine, meno randagi affamati e pulciosi, le macchine coi loro divieti da rispettare, i segnali stradali, prendersi cura dei loro cortili così come si prendono cura dei loro salotti e villette. Dopo attimi di silezio in cui si rolla una sigaretta finissima di finissimo tabacco, ci ri-pensa e fa: – Comunque Signò, noi siciliani non siamo mica scimuniti sà, abbiamo importato quasi tutto noi alle Americhe! E noi italiani siamo i più bravi a costruire, abbiamo fatto quasi tuto Noi, Lei guardi anche nel campo delle Case automobilistiche… L’Alfa Romeo, la grandissima Lamborghini, la fenomenale Lancia, per non parlare della FIAT! La Maserati – tira un momento di sollievo, rilassa la fronte, dà una boccata alla sua sigaretta, mi lancia uno sguardo di concentrazione e alza un filo la voce e finalmente lo dice – FERRARRI. – Mi convince quel discorso, gli do atto ovviamente che in passato siamo stati un popolo tosto, che ci siam fatti da soli, che da un semplice trattore, abbiamo tirato fuori con non pochi sacrifici, macchine che ci invidiano in tutto il Pianeta. Come tirar fuori da un cilindro un coniglio. Ma ora cosa siamo diventati? Un mucchio di rottami, di vecchi rincoglioniti sempre pronti a lamentarci?
Lui si concentra ancora di più e continua – Lamborghini, Ferrari, Lancia, Alfa, Maserati, Fiat, tutte sono roba italiana, nate, ideate e prodotte in Italia, direi che non siamo gli ultimi scimuniti del Mondo qua per parlà de’BISINESS!! –
Ma io che più lo guardo e più mi sembro esser catapultatta in un film di Paul Newman, mi avvicino un altro po’, spinta dalla curiosità di sapere invece Lui cosa fa.
– Ma Lei invece… qui, di che cosa si occupa? O si occupava? –
– Chi io? Sa, non sono stato fortunato da caruso… eravamo famiglia di poveri, allora… allora mi sono inventato un mestiere! Che si tratta di giocare… sì, come posso spiegare… Lei s’intende di giocare “i numeri”? Beh, è un po’ così, faccio formule su formule… su formule, e così c’azzecco sempre. C’è quando va bene, e c’è anche quando va BENISSIMO! –
– Ahh sì beh, credo di aver capito, sì sì – annuisco, sorrido e lui chiude il dscorso:
– Negli scacchi, prima di fare la tua mossa è più importante prevedere la mossa del tuo avversario. E poi, solo dopo… puoi muovere il tuo pezzo – si alza, mi dice che secondo Lui io sono del segno del Toro (verissimo), e che per questo il mio profumo come essenza è La Rosa. Gli do la mano, lo ringrazio, e ce ne ritorniamo a casa.
Passiamo la grande fontana nel mezzo, e ci accorgiamo che è dall’inizio dell’estate che non scorre più l’acqua. Oltrepassiamo la fontanella del Viale, anche lì non c’è mai acqua. Come fosse rotta, o trascurata, o qualcosa del genere. Si arriva a casa, verso mezzogiorno, orario di punta per la preparazione del pranzo, o del lavaggio di frutta e verdura, e sento mia madre che bestemmia perché hanno nuovamente tolto l’acqua.
In pratica funziona così qui, all’orario di cucinare o di lavare qualcosa, tolgono l’acqua, e uno siccome lo sa, si deve premunire prima riempiendo catini o bottiglie. Comunque tutti si sono dovuti comprare dei grossissimi serbatoi perché tanto è inutile, l’acqua del Paese qui, la fanno sparire. Allora invece di starcene a tirare madonne banalmente, decidiamo di andare a parlare direttamente col Sindaco, al Comune. Il giorno dopo.
Si va, si cammina sotto il sole cuocente, si arriva in Municipio, mia madre sempre più nervosa, io e bimba invece piene di belle speranze. E naturalmente non ci troviamo nessuno. Solo una segretaria, che sfumacchia comoda in ufficio davanti al suo Fax, e che risponde a monosillabi i suoi copioni di “non so, e io che le posso dire, non è di mia competenza, vada laggiù sotto”.
– Questo paese se lo sono preso tutto in un pugno! – sentenzia mia madre indicando un Centro di Associazione Benefiche.
Decidiamo di andare negli uffici di competenza allora.
Ricordo solo che ci accoglie un tipo sulla sessantina d’anni, pieno zeppo di catene e collane d’oro, le mani tempestate di anelli di oro zecchino. Una cicatrice sulla nuca. Occhiali da sole. E fuma. Anche lui fuma una sigaretta dietro l’altra, all’interno della sede del Municipio. Esponiamo il problema che è assurdo che non abbiamo acqua potabile ad Agosto, con 45 gradi all’interno. E che la tolgano soprattutto nell’ora di pranzo. Per poi riallacciarla solo cinque ore dopo.
– Che poi voglio dire, non è che non si paga eh! La bolletta viene sempre puntuale eh! Ora c’è venuta una fattura di oltre 80 euro! Ma come? Come si può pagare così salato un servizio che non fa il suo servizio! Non c’è maiiii l’acqua! Tutti i giorni la togliete! Eppure ve la fate pagare lo stesso eh?! –
Questo il succo del discorso. Mia madre inferocita. Lui invece, con la cenere penzoloni dal suo mozzicone, dà una pacca sulla spalla, spiccica qualcosa in stretto dialetto, e dice “arrivederci”.
Mentre si ritorna indietro, io e mia figlia si guarda una coppia di asini giù per una discesa. In una campagna bruciata vicina. In mezzo a spighe e buche. Si saltella, si giocherella, e ci si abbronza alzando le braccia a quei raggi di sole che tagliano in due. Ci imbattiamo in fichi d’India cresciuti selvatici. E odore di cartone bruciato. Odore molto forte. Che a me piace. Mi riporta indietro nel tempo. Mia figlia corre, la vedo ch’é lì libera e giocosa, ha solo cinque anni, si ferma, fa la voce serissima, e lapidaria dice ad alta voce: – Questo paese lo tengono in un pugno! -.

THE END

(Quel pezzo che non ho fatto in tempo a scrivere, per mancato tempo al tempo; eccolo qua. Forse tirato via, sicuro anzi, cambiato e partorito fuoritempomassimo sicché non certo come sarebbe potuto partorire a inizio Febbraio. E quella lettera che pensai e mi sono dimenticata di scrivere perché le troppe distrazioni giornaliere me l’hanno sviata di mente; per poi ricomparire solo quando il tempo ha schioccato quell’unica certezza, che ormai non si può più)

SINAPSI

“SIN È”

1995 incontro tattico. Al giardino fiorito di Bobolino. Una mia amica, secca ma ingombrante, io avvolta in piercing e cappotto da corvo. Lui arriva, capelli un tantino lunghi, sparisce per la discesa. Si scontra con me. Si gira, mi giro. Risale. La Conny, questa mia amica si prende una cotta, dice, ma ci credo poco. Si scambiano il numero. Chiedo timidamente se “c’è qualcuno dietro quei cespugli”. Decidiamo di andare a cercare quello per cui eravamo venuti a fare, altrove. Lei parla, parla, parla, armeggia con le Sue cassette. Ecco trovato Guccini. Lui sposta un po’ più in là lo specchietto. Mi fissa, lancio uno sguardo grottesco. Non guarda più la strada. Non capisco perché mi guarda guarda guarda, mentre lei gli chiede una cena dal cinese economico. Sta per andarsene annoiato. Accetto furtivamente solo uno spaghettino veloce con gamberi saltati. Ritorna col sorriso. Non capisco ancora perché. Lei si siede, lui accanto. Io di fronte. Conny prende le bacchette cinesi di cui si vanta esser bravissima. Io e lui siamo negati, infilziamo con le nostre forchette. Loro vogliono rimanere fuori a contemplare le stelle con me. Declino l’invito dicendo una banale scusa. Per farli rimanere da soli. Lui abbassa lo sguardo. Sembra felice di quel momento ma allo stesso tempo malinconico. Mi giro un’ultima volta e strizzo un occhio. Mi continua a guardare dallo specchietto.
1996 credo, perché non son mai riuscita a tenere il conto degli anni, o dei giorni. Le ricorrenze ed io non andiamo d’accordo. Comunque si lasciano. Nessuno dei due si strappa i capelli per questo. Non sembrano affatto affranti. Si comincia a frequentare il CacTus Pub. Locale strano dei motociclisti Ahrley-Devidson. Il mio ragazzo, grande amore storico dell’epoca, gioca lì fisso a biliardo. Ha sfidato tutti anche i più temibili. E li ha vinti tutti. Sembra sempre lì lì per far scoppiare una rissa apocalittica. Io mi sento come la ragazza dell’invincibile Hulk. Anche la Conny è brava a biliardo. Io e Lui non tanto. Abbiamo diverse cose in comune, si vede.
1997 siamo diventati fratelli. Il rapporto ha spazzato via gli altri due, come polvere. Anzi come cenere di ossa. Fra alti e bassi io sto ancora con l’invincibile Hulk. Ne avrò ancora di batticuore per quel rissaro, almeno per altri cinque anni. Ma la realtà dei fatti è che quei due sono diventati come comparse da dietro le quinte. Tu sei la mia Stella Fissa. Sei esattamente quello cui telefono a qualsiasi ora della notte e corre a salvarmi. È talmente importante e in sintonia il nostro legame che va oltre ad ogni tipo di primato. Ha raccolto i cocci per le strade quando era l’unica persona su cui potevo contare. Ha battuto dieci a uno, il grande amore decennale e l’amichetta approfittarice e scimmia-urlatrice. È assolutamente la persona che puoi chiamare a qualsiasi ora del giorno o della notte e Lui corre dicendo -Planooo!- e viene a salvare i pochi pezzi rimasti sul marciapiede. Di buio alle Cascine. Ormai l’ho capito. Ce l’ho chiaro fisso in mente. È lui, la persona più importante della mia vita. Faccio bene a tenermelo stretto.
1998 in poi, lui è un bravo ragazzo. Odia sentirselo dire. Ma non c’è niente da fare, è proprio un bravo ragazzo. Lui è uno che se gli parli male di un altro, ti capisce, non giudica, annuisce, ma non infierisce. Lui è quello, però, che se gli dico qualcosa sul mio grande amore dell’epoca, lo manda a quel paese con testuali parole : – Sei un deficiente. Ce l’hai lì a due millimetri e che fai? Ci sputi sopra? Sei un idiota ecco cosa sei! Sei fortunato e la tua fortuna la butti in fondo al cesso? -. Lui è l’unico che mi ha fatto sentire davvero apprezzata. Lui è simpaticissimo. Una battuta dietro l’altra. È l’unico che non mi ha fatto sentire a disagio pur non bevendo ed io moltissimo. È dolce. È una persona calma, pacata, mai isterica, mai invidiosa. Consapevole. Cosciente. Razionale. Con un’unica irrazionalità : per il suo cuore che batte forte per me. Lui è astemio ma non te lo fa pesare se tu non lo sei. Ma anzi. Lui è uno che quando esce, qualsiasi cosa deve andare a fare, non esce mai senza portarsi un libro. Questa è la sua vera droga. Non esiste una sola volta che non l’abbia visto con un libro sottobraccio.
Anche l’ultima volta, Giugno 2018: gradinate della stazione Santa Maria Novella, lui con lo sguardo ficcato dentro a quelle pagine di libro. Uno di fantascienza. Copertina bianca, un po’ marroncina per l’invecchiatura. È un classico vederlo che legge un libro. Chi lo conosce non ci fa neanche più caso. È strano che non sia così. Anzi. È uno che mi ha scritto due romanzi, uno a quattro mani, trecento poesie, novanta racconti brevi. È romantico ma ironico. È come Leopardi dice, un po’ pessimista, e ride. È l’unico che non mi ha mai fatto perdere la pazienza. È l’unico che non mi ha aggredito. È l’unico che non mi ha assalito con parole offensive. È l’unico che mi sa prendere. È l’unico che non mi ha creato imbarazzo, sul serio. È l’unico che sa quando scherzare e quando è meglio non esagerare. È quello che non fa proposte sgradevoli e irrispettose. È di grande spessore. È l’unico uomo per il momento, che io conosca, che non ha abusato di nessun potere. È l’unico uomo che conosca che non è arrogante, volgare, possessivo. Lui è buono, è intelligentissimo, è la persona più forte che io abbia conosciuto. Lui è tranquillo con tre estathè e tre sigarette. Lui è l’unico che non mi ha fatto soffrire. Non è mai sparito. Non ha mai usato la parola amore invano. Tutto quello che dice corrisponde a verità. È l’amicone che tutti vorrebbero conoscere. È l’unico ragazzo che non ha usato ricatti morali. O abusi. È l’unico che sa come si accarezzano le mani. È uno che con un libro sottobraccio, paga una birra per me, e mi fa sentire sempre nel posto giusto al momento giusto con la persona giusta. È l’unico che non mi ha mai spaventato, non mi ha mai procurato paure o traumi, non mi ha mai fatto sentire il senso dell’abbandono. È il ragazzo con cui puoi essere finalmente te stessa. Lui è quello con cui litigo, e non ho paura di sentirmi criticata. È l’uomo che mi fa sentire a pelle il riscatto ideale per tutti gli altri uomini. È per Lui che ancora amo i maschi. Li ha riscattati eccome. È colui con cui litigo e non mi fa sentire in pericolo. L’unica paura che ho sempre avuto è stata quella di sentirmi persa, un puntino, in balia delle onde, se lo perdevo per sempre.

SINAPSI

“N° 2 – CHANGES – DAVID BOWIE”

Queste cose sono tutti flash che avevamo messo in conto che avresti dovuto raccontare te. Invece tocca a me ora, rido, con tutti i miei errori grammaticali e le coniugazioni dei verbi sempre sbagliate.
Ok PARTIAMO
Una volta in tempi parecchio sospetti, tipo nel ’99, si fissa per farci un giro a base di David Bowie, cicchini, dimenticare tutto quello che ci circonda, e un paio di “vai al diavolo”!
Allora tu vieni a prendermi alle 16. Con un mega furgone bianco tutto sgangherato. Entri nella stradina stretta condominiale, pigli e scendi. Fai l’indifferente e per l’attesa ti accendi la Marlboro e ti sgoli mezza bottiglia di Thè alla pesca, fresco. Attendi e attendi, nel mentre io sono ancora su che mi preparo. Mi metto un po’ di questo un po’ di quello, le ciglia le allungo col mascara, li orecchini per tutto il lobo dell’orecchio, metto in un batter baleno anche quello bellino al naso. Fouseaux e anfibi. Mi bagno i capelli cortissimi.
Poi scendo, tu getti con maestria il cicchino dall’altra parte. Mi sorridi e sul momento non ho capito bene perché i tuoi occhi erano così grandi. Cerco di darmi un tono sbarazzino. Faccio due saltelli e ti stampo due baci sulle guance. Tu ancora non hai spiccicato parola. Ancora non ho capito perché. Un po’ temo che sia noiosa la mia presenza. Quindi cerco subito di fare il dj dentro il furgone. Dove ormai mi sentivo come a casa mia. Sali pure tu, ancora mi fissi mentre giri la chiave e fai retro marcia. Gratti e sfreghi un birillo di quelli per il parcheggio bici. Mentre cerco la canzone giusta, pigio pigio pigio fino alla numero sei, poi torno indietro al numero due, sto per smadonnare, per farmi esplodere l’embolo, tu che mi conosci bene fai, con voce invitante: – Nooo, calma, calma, conta fino a dieci, respira, ecco così… respira, respira, su su, respira, brava…-
Ecco si può dire che eri l’unico che mi poteva dire “CALMATI, CONTA, RILASSATI, PAZIENZA, RESPIRA” senza ottenere l’effetto contrario, l’unico, infatti dopo mi lasciavo andare ad una risata di tutto cuore” .
Ecco, mentre siamo lì dentro e si gira l’angolo, notiamo dallo specchietto un vecchietto che agita le mani e si mette a correre dietro il nostro furgone. Questo è lì che corre corre e si sta mettendo anche ad urlare. Allora io e te: -Ma che cazz… cazzo è? –
– Frena frena RiKKa! –
– Ma che vuole ora questo? –
– Cazzo ne so! Bho prova a frenare sentiamo un po’ – E siccome all’epoca tutto ci sembrava una questione di vita o di morte io metto la mano in borsa sul mio coltellino, mentre tu eri in posizione autodifesa. Il tipo corre si avvicina al tuo finestrino e fa, rosso in viso: – Guardate avete lasciato una bottiglia di non so cosa sopra il tettuccio! È un miracolo che non sia cascata addosso a qualcuno! -.
– Nooo porca puttana la bottiglia di Thè! Figura emmer… –
Niente, il mio sguardo si catapulta verso di te, ero un misto fra risata e frenata, frenata e risata.
E quella volta che si decise di andare verso il pozzo di Bello Sguardo in tre, sempre col furgone gigante? Te, io e la Costy! Eravamo all’epoca appena maggiorenni, ma non di testa, e comunque non avevamo ancora la patente. E alla Costy venne la brillante idea di uscirsene con quella frase: – Dai fai guidare me!! Scendi spostati fammi provare! – io e te all’unisono ci si lancia un’occhiata indescrivibile. Eravamo col groppo in gola. Ti chiedevo con lo sguardo “daiii aiutamiii diglielo te, non farglielo fare” e te mi supplicavi “no diglielo te”! Insomma, sapevamo che era bevutina, un po’ arzilla, al quanto fumatina. Niente lei va al volante. S’immette in una stradina in contromano. Gira e rigira si becca la viuzza in salita e curva come la coda di un serpente a sonagli. Eccoli. Spuntano dal buio delle tenebre i carabinieri! Luci azzurre e tutto l’ambaradan. Ovviamente congelati sappiamo che dentro al “nostro” furgone siamo carichi di lattine e bottiglie di BecK’S di dietro che tintinnano, sappiamo perfettamente che dentro il cruscotto qualcosa c’è. Allora parto io col mio solito sguardo “a Cerbiatto”. Tu grugnisci sotto i baffi, non li hai mai potuto sopportare gli sbirri, io invece ho sempre subito il fascino della divisa ahimè. UH! Sarà mica per questo che li odiavi tanto? Non so ancora oggi come abbiamo fatto a non farci fare una perquisizione e manco una multa. Niente ci hanno fatto andare via lisci lisci. La Costy ancora oggi è super convinta che il merito è perché lei ha saputo guidare veramente bene. Ahahaha!
E quella volta che col furgone si parcheggia bellini bellini sotto l’appendice di quel Castello, quel Manicomio di Pazzi in disuso? Tu cominci ad apparecchiare… a preparare… ed io che sento bussare dal mio finestrino. Ta-Dann!! Toc-Toc i Caramba! E mi illuminano le pupille con un faro a neon gigante. In modo fortuito fai scivolare tutto sotto il tuo sedile, io soffio all’improvviso giù giù, tutto volato sotto il tappetino eh eh. Abbasso il finestrino e riparto coi miei soliti occhi a cerbiatto. In due minuti scarsi, il giovanotto napoletano è già lì che si scusa dicendo: – Ah ma no, ci scusi, scusate tanto, è che riceviamo così tante chiamate per queste parti… diciamo che è zona poco raccomandabile questa per… ecco, per appartarsi –
– Co-co-sa? Poco raccomandabile? E chi ci viene qui? – Faccio io super sbalordita.
– No così… zingari… gruppetti di ladruncoli… ogni tanto fanno scambio anche di spaccio cisiamocapiti? –
– Cosa? Ommioddio? – sgrano gli occhi e girandomi verso te RiKKa ti prendo la mano stretta e continuo: – E tu dove mi hai portata? Te lo dicevo che questo posto mi faceva paura! Grazie, grazie, grazie mille per l’informazione. Ora qui, per favore, non-mi-p-o-r-t-a-r-e-p-i-ù!! – E ti rimollo un altro bacio, stavolta sulla bocca! Che flash e che risate nei giorni successivi.
Quella volta di Mosciano? Litigo con Claud, ti chiamo, e si va a schiarirci le idee e a dimenticare, sulle colline di Mosciano. Avevo voglia di “avvistare” la pantera nera lo ammetto. Spippolo tanto per cambiare la tua autoradio. La lucina era rotta. C’era un buio pesto. Le lucciole fuori sparite. Neanche una stella. Trovo sempre la numero Due del Best Off e parte il canto a squarcia gola: “Che…Che…Che-n-che-ges-S!” Alla prima Moretti da tre quarti ingollata, mi sgancio la giacchetta di pelle e inizio il monologo dello psicodramma: – Ahhh menomale che sei arrivato! Menomale che ci sei te! Sto troppo bene co’te. Dai vieni qua ho bisogno che mi abbracci -. E parte quell’abbraccio, forte, sentito, e mentre eravamo stretti stretti…. mi giro con la coda dell’occhio e niente, vedo quatta quatta che si avvicina la station wagon di lui. Arriva, scende, sproloquia qualcosa che rimarrà aria fritta, ti dice “spostati”, mi dice “tu sali”, e niente : ma come è possibile che non si sia accorto di niente? Ahahahaha!
Poi ci fu la volta del furgone in solitario con te e l’albero. Era estate, un caldo bestia. Ti chiamavo, ti chiamavo, ti chiamavo e tu niente. Nulla. Praticamente stavi guidando, nottate intere a girare col furgone per il tuo lavoro. Ad un certo punto il furgone ti va a zig-zag. Tu inizi ad accusare veramente tanta stanchezza. Il sonno ti vince e PAFFETE chiudi gli occhi d’improvviso. Vai dritto dritto verso uno spartitraffico a triangolo. Il furgone si fionda sopra. E ti entra un tronco d’albero dentro, dal tettuccio storico del furgone. Ti svegli, te ne accorgi. Smadonni. Dici “che culo” e ti schiodi da lì, sgommi e via. Con mezzo tronco d’albero ancora ficcato dentro. Da lato passeggero a lato tuo.
Mi chiami e dici: – Ho fatto un incidente. Nooo sto bene, nulla di che…. è che mi è entrato un tronco d’albero da parte a parte nel furgone!! Vedessi bellino! –
io allucinata: – N-o-n-h-o-p-a-r-o-l-e. RiKKa! Stavolta non ho d-a-v-v-e-r-o parole. Allora? È per dirmi che non ci possiamo vedere? –
– Ci vediamo ci vediamo, respira, respira, ohhh sto bene eh, vengo in treno -.

SINAPSI

(SCRITTA DA RICCARDO, IL SUO CAVALLO DI BATTAGLIA DICIAMO)

STELLA-FISSA

Il tavolino è di legno, è tondo e di colore indefinibile, ed è istoriato da gemme preziose: svastiche di ogni dimensione e inclinazione, comprese quelle, insopportabili, alla rovescia ( se proprio devi, accomodati, fai il nazistello, ma almeno non fare il nazistello invertito ), ci sono poi innumerevoli tizio ama tizia, svariati Fuck e il festival dei “forza Juve e Juve merda”. Grazie a solidi piedi grifani di buon metallo, il tavolino non traballa, ma attenzione basta una mossa sbadata e diventa un tipo parecchio instabile. Il tavolino è mezzo dentro e mezzo fuori dal Pub, proprio come noi che ci stiamo seduti attorno.
Noi siamo: LEI, BOBO ed IO, e siamo tutti affezionati a sto cazzo di tavolino, perché basta alzarsi in piedi e fare un passo, per trovarsi fuori dalla portata delle grinfie di Sirchia. Siamo sempre molto soddisfatti a questo tavolino e ci compiaciamo di tenere bene in vista, abbandonati negligentemente, i nostri pacchetti di “NUOCE FOTTUTAMENTE ALLA SALUTE”.
Ogni tanto uno di noi ammicca, allora ci alziamo, facciamo quel passo e poi, cerimoniosamente ci offriamo e ci accendiamo vicendevolmente le sigarette, un sacco di salamelecchi, manco stessimo accendendo il BONG.
Di solito, al quarto bicchiere di Coca-RuHm-ghiaccio con cannuccetta pieghevole-Cubalibre per gli amici-Bobo comincia a sentirsi davvero bene, ed infallibilmente, all’incipit del quinto, viene fuori la sua teoria cosmologica dei rapporti umani.
<< Vedi Susanna,-dice guardandola intensamente negli occhi-nella vita puoi incontrare milioni di persone, ma tutte, tutte quante rientrano in sole 3 tipologie >>. Si ferma un attimo per dare un’intensa e consapevole ciucciata alla cannuccia e abbassando di metà il livello del mare attorno a Cuba . Poi riattacca:
<< Le meteore, le comete e le stelle fisse >>, ci fissa con aria solenne e continua, dopo un sospiro sibilante: << Le meteore entrano nella tua vita una volta soltanto, cert’une si bruciano nell’atmosfera, altre ti scavano crateri nell’anima, altre ancora lasciano comunque un loro segno … ma poi … basta amen adieu! Poi ci sono le comete e sono le persone che entrano ed escono ciclicamente dalla tua vita, e tu sai che sono da qualche parte, vicino a te, anche se non sai dove e…>>, cazzo penso io, guardando una brasiliana che s’infila nel localino di “Samba e tromba” che è proprio davanti al Pub, guarda qua che pezzo di meteora m’è sfrecciata accanto…
Bobo continua imperterrito: << ..e poi ci sono le Stelle Fisse e cioè le persone che ci sono sempre…>>.
Lei sorseggia la sua media-bionda e fa sì sì con la testa e non lo diresti proprio che è la 143esima volta che sente questa storia.
Mi alzo e invece del canonico passo anti Sirchia ne faccio due, perché a questo giro voglio accendermi un cannino.
La discussione continua e si trasmuta in altro, ma stelle e comete, mi frullano ancora vorticosamente intorno, quando arriva l’antiquario in bicicletta, mimando uno sprint e urlando “PETACCHIIII”.
Poi scende e fa il simpatico. Questo tipo, le prime volte che l’ho “trattato” mi faceva sempre pensare a quella massima scritta nel cesso della stazione: “TROPPO SPESSO RINUNCIAMO AI PICCOLI PIACERI DELLA VITA. QUANDO QUALCUNO TI ROMPE LE PALLE RICORDATI _ SERVONO 42 MUSCOLI PER UNA SMORFIA DI FASTIDIO, E SOLO 4 PER ALLUNGARE IL BRACCIO E COLPIRE LO STRONZO”, ma poi col tempo ho capito che anche lui è un bravo ragazzo, un meteorite tranquillo, che si beve la sua birra e vuole un po’ di considerazione dal prossimo beh, come tutti più o meno.
Petacchi si allontana sogghignando, lui sogghigna ironicamente, sempre, perché lui comunque è troppo avanti, rispetto a noi moribili.
Susanna intanto cerca di portare Bobo su un altro filone filosofico, ed io, appoggiato al muro incrostato, assumo cannabis e da brava stella fissa che non sono altro, beh, ovvio, la fisso, la miro e la rimiro, anche se è chiaro, siamo lontani un milione di parsec.
Quello che so di astronomia l’ho imparato solo da Asimov, Clarck e compagnia, ma è risaputo, anche le stelle non fanno una bella fine..alla fine. Certe scoppiano e sono le Novae, altre scoppiano di brutto e sono le SperNovae, altre ancora più quietamente si consumano e collassano su loro stesse, e queste sono le nane bianche e gialle, e a volte si sussurra, diventano Pulsar, girando in modo fottutamente vorticoso su sé stesse… o Buchi neri, ma di questi non voglio dir nulla, ne sapete tutti più di me.
Ed eccoci qua due stelle reciproche, una brilla e l’altra fatta, con tutte queste cazzo di meteore e comete che ci rompono le palle tutto il tempo.
“Ce li abbiamo i soldi per un altro giro? ” dice Bobo, io scuoto la testa e dico “meeerda…”, Susanna mi guarda e dice “e daaaiii…ma una piccola…”, Bobo salta su “OK, queste me le faccio segnare e vaffanculo !”, e sparisce nell’antro non fumoso, il ventre del Pub.

Una volta tanto tempo fa, vi era una piccola scugnizza, danzatrice su fili elettrici, adesso vi sono solo terre lontane da raggiungere in Porsche Carrera, cappotta scoperchiata, niente stereo alto, niente sigarette nel cruscotto, niente lattine verdi smeraldo dietro a tintinnare, niente ripensamenti.

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