RACCONTO : IL DIARIO DI BORDO

17/ 07/ 2008

“Vizzini by night”.

Sono le 18.40. Esco. Vado al solito pub The King. Pregno di vecchie storie. Vado, entro e mi pare diverso. Cioè è più grande, ma mi sta stretto, ma non c’è nessuno e sembra più piccolo però lo hanno allargato. Sì boh insomma è cambiato. Dico quant’è questa birra, mi dicono 2 Euro! Grandi! Al Dublin da Sergio sarebbe venuta 5 Euro. O.k., o.k. sgolo e fumo. Poi vado dentro il parco del viale, che qui lo chiamano tutti: “La Villa”. Mi siedo a un chiosco. C’è musica ad alto volume e gente solare. Piglio una Moretti e guardo la luna. Il panorama è mozzafiato e qui è strano, ma la luna è sempre piena. Mi sbuca da dietro le spalle un mio amico, Sandro. Baci e abbracci e ci mettiamo ad aggiornarci.
<< Dai dimmi… Salvu***? >>
<< Salvu*** l’hanno “attaccato”! >> che tradotto vuol dire in carcere.
<< See, u’ attaccarono 4 mesi fa, che lui se fa futtere >>
<< Ah! No! Ma per quale motivo? >>
<< Sempre per quella faccenda là no? Mica cambia la minestra! >> in poche parole per droga.
<< E i gemellini? >>
<< Chi dici, i Trinc*** o i Maccarr***? >>
<< No no, i Trinc***!! >>
<< Ah! Chissi hanno cambiato vita! Si sposarono…! >>
<< Dai davvero? Son contenta! >>
<Anche Oraz*** e Centocinque si sono sposati e cambiarono vita.>
Io rido, bevo e son felice!
<< Anche Coppola cambiò vita! È papà ormai… >>
<< E… u’ Quartino? Che fine ha fatto u’ Quartino? >>
<< Bene sta. Lui sta bene. Anche lui è papà. >>
Poi le solite cose, sguardi lucidi che percepiamo solo noi, strette di mano coi passanti e via. Sandro mi accompagna fino in piazza. Scendo giù per la rapida. E trovo casa mia chiusa e spenta. Mi attacco al campanello. Mi scappa da pisciare. Risuono. Smoccolo. Nulla. Mamma non c’è. Io credo di non sopportarla più. Zampetto verso Santina e difatti la becco lì. La prelevo e si ritorna in giù verso casa nostra. Ma… cazzo… sussurro solo questo: si vede lì vicino al nostro portone un cagnaccio enorme appollaiato che “FA FINTA DI DORMIRE!” Ha la mascella enorme, orecchie abbassate, due fori neri per occhi, sembra morto, gli si vedono le costole. È color marrone chiaro. Tipo i Dingo! Insomma ci facciamo coraggio, arriviamo lì, apriamo di corsa e scompariamo nel buio della rampa di scala.

18/ 07/ 2008

Non mi sono ancora potuta fare la doccia. Comincio a puzzare come il cassonetto qui giù sotto. Il tubo dell’acqua si è definitivamente scassato. Il catoio piano piano, galleggerà. Mia mamma non vuole che tocchi nulla, neppure le teste mozzate dei bachi. Non vuole darmi nemmeno le chiavi di casa. Sono suo ostaggio. Ma sono anche uno spirito libero.
Stamani il cagnaccio stile dingo mi ha fatto un agguato. Ho capito un trucco: Devo farmelo amico.
Non si dice sempre che il Cane è il Miglior Amico dell’Uomo, giusto?

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RACCONTO : IL DIARIO DI BORDO

17/ 07/ 2008

“Catania pullman”.

Arrivate con un’ora di ritardo, alle 10.00. l’aria condizionata equivalente a zero sul treno. Siamo nel Sud gente! Il mio broncio raggiunge terra. Entriamo nella stazione dei pullman “Ast” tipo la Sita per noi di Firenze. O.K., siamo qui, c’è mancato poco che il treno facesse un incidente, ma non l’ha fatto.
E stiamo tutti bene.
Mi siedo ad osservare a vista le valigie. Sono l’unica e le sedie sono tutte vuote. Mamma è andata a fare i biglietti per Vizzini. Si deve prendere ‘sto Ast. O.K., niente, ascolto. Sono un’ottima osservatrice io. Di là dal vetro c’è un gruppo di autisti pullman. Tutti in sovrappeso tranne uno e tutti con gli occhiali a specchio.
I discorsi sono questi: << Omettere che significa…? Ah?! È questo quello che vuoi spiegato? >>
<< See… see… che significa omettere? >>
<< Allora. >> pausa per tirare una bella boccata di sigaretta, si concentra, tutti aprono gli orecchi in attesa della bocca della verità, e: << cioè, mio compare, tipo, faccio un esempio, c’è uno che deve fare una denuncia, e… omette di fare la denuncia! Ù capisti?! >>. Tutto questo si capisce no? Detto in stretto siciliano. Come quando esce uno e fa: << Oh che film stanno dando nella televisione? >> ed indica un grosso schermo nero piatto quasi sopra di me. D’istinto mi giro e lo guardo, mi accorgo dopo che è forato da due buchi di proiettili.
Ghigno.

17/ 07/2008

“A Destinazione”.

Siamo arrivate intorno l’ora di pranzo. Sole a picco asciutto quasi africano. Ho due occhiaie così, dormito zero. Mamma s’incazza subito col vicinato, incomincia a parlare da sola, ed urla come un’ossessa. Io stringo i pugni. Io sto zitta. Io mi arrostisco al sole.
<< Trovate le chiavi? >> le fo.
<< Oh! Stai zitta! Non mi fare confondere, non so più dove sono! >> mi fa.
<< Ma hai avuto 15 ore di treno per pensarci… >> le fo.
<< Oh! E ora non mi ricordo più! Stai zitta o vattene! >> mi fa.
C’ho fatto il callo. Non ci faccio più caso ormai. Dicono che è il suo modo per dimostrarmi che ci tiene. Comunque non ci faccio caso, il sole mi ha squagliato la materia grigia in testa. Sono stremata. Hanno messo due grossi cassonetti della spazzatura proprio nel muro della nostra casa. Sotto il balconcino della cucina. Il puzzo deve essere equivalente tipo a quello di Napoli in questo periodo. Così mia mamma sta smadonnando. E tutto il vicinato ha pensato bene di chiudersi dentro. Io la tengo a distanza. Sto per collassare. Non oso dirglielo. Evito così di sentir risposte del cazzo.
<< Oh stai zitta! Ora non cominciare! >> sbraita. Poi se la piglia con mezzo mondo. Meglio così. Dico io. Trovate le chiavi, ( dopo un’ora ), entriamo, faccio la rampa di scala per salir su tutte le valigie. La mia è leggerissima, la sua ( non si sa come mai ) è pesante da morire. E buste e bustine del cibo. Le scale, me ne accorgo subito, son piene di cadaveri d’ogni specie. Chessò i millepiedi presente no? O lombrichi a metà. Calabroni appesi cioè impiccati da ragni abnormi. Cacchette di topo sparse diligentemente qua e là. mamma s’impegna subito ad aprire il catoio per accendere i contatori. Il catoio per intenderci è una specie di garage per noi del Nord, solo molto, molto, molto più grande. Una specie d’immensa grotta, resa abitabile ( più o meno ), con muri spessi spessi, che serviva per ripararsi dalle bombe della guerra. Ecco questo per intendersi.
Fa così, fa cosà, apre, chiude, gira la manovella, alza, abbassa, pigia e … vi dico solo questo: NON C’È ACQUA! Praticamente non possiamo fare un cazzo. Tipo cosa? Tipo la pasta! Deficienti! Il caffè! Dare una cenciatina al frigo ch’è ricoperto da strato opachissimo e mettergli dentro bottiglie di acqua calda-africana. Siamo disidratate. Affamate. Assonnate. Stressate da far schifo. Io me la piglio con lei. Lei se la piglia con me. In un modo o nell’altro dobbiamo uscirne vive. Forse è il caso di sbranarci a vicenda. Il letto di camera mia è ricoperto da un’unica immensa ragnatela sopra. Camera mia invece è semplicemente infestata da fantasmi. Cattivi. Fanno sparire le cose. E ridono di me! Scendo giù, sto per mordere mia madre, mentre lei sta per uccidere un vicino. Dobbiamo andare in Municipio. Per elencare e far presente tutte le cose e i disagi.
Allora, elenco degli esposti:
– pago le bollette, ma dov’è l’acqua!
– pago le bollette, e non c’è rispetto!
– pago le bollette quindi vengo qui!
– pago le bollette ma non posso lavarmi!
– pago la spazzatura ma è sudicio!
– pago la spazzatura ma com’è che nessuno lava la strada lì?
– venite adesso/subito/ora, a togliere quel cassonetto da sotto cucina mia se no ve lo sbalanco di là dal bastione!
Tempo residuo in Municipio: mezzora! Conclusione? Niente.
<< Io Signò che ci posso fa’!? >>.
Si ritorna a casa incredule, ormai non sento più neanche i morsi della fame. Né lo strano formicolio sotto i palmi delle mani. E… dico solo questo: viene Santina che ci invita a pranzo!
Mamma: << No, non fa niente… >>
Io: << Ma sì certo! Piglio la borsa e vengo!! Grazie Amica!!! >>.

RACCONTO : IL DIARIO DI BORDO

16/ 07/ 2008

“Dal Treno”.

Carrozza 2, scompartimenti n° 96 e 97. o giù di lì. Non ho per niente voglia di fumare. Il mio cuore e il mio fisico si sono già messi in moto per la purificazione.
Entro, faccio entrare mamma, che occupa già tutto, ed io già assaporo una convivenza tosta e in procinto dello scoppio. Mantrugio i denti e ingoio saliva. Butto lì un’occhiata e noto subito cosa c’è in quei tre o quattro metri quadrati: Una giovane donna con la cioccia di fuori che fa succhiare la sua bebykiller di un anno, o giù di lì. A pelle mi sta sul culo. No no, proprio a pelle vedo, che ci stiamo sul cazzo. Allora, c’è lei con la baby killer ciucciante ed un’altra bambina di 7 anni. Di là accanto al finestrino, 2 donzelle spilungone, tipo tedesche, cosce all’aria e piedi nudi. Loro sì, che mi garbano!

16/ 07/ 2008

“Nel Treno”.

Le tedesche poi dopo scopro che sono australiane. Bon niente! È ovvio che non possiamo stringere legami di nessun genere neanche ridanciani. La simpatia è reciproca e il mantener le proprie distanze per una convivenza forzata, è a palla, io fo il mio.
Attacco subito a leggere una cosa. Mamma sembra impazzita! Da subito, dallo scoccare il primo minuto si è messa a ciaccolare colla famigliola irritante. Le mocciose non hanno nessuna aria in particolare, solo sono senza zucchero né sale, la madre invece ce l’ha un’aria: Di quella da prendere a schiaffi. Mi ha quasi scaraventato i piedini paffuti della baby killer-poppante, dappertutto, per poi dirmi con un filo di voce scazzato: – Ti dà noia? -. Risposta: – No! – mi sono poi alzata e ho cambiato posto semplicemente. Mi sono messa le cuffiette ed ho alzato il volume in modo ragguardevole. Non posso e non voglio stare a sentire i soliti discorsi da vecchie rincoglionite stressate e frustate donnette suddiste. Presente no? Di quelle che se ne sono fuggite nel Nord per cercare il meglio e che si lamentano e si lamentano di quanto è meglio la propria casa di merda. E parlano senza un minimo di spirito d’adattamento. Capito no? Dopo 30 anni delle solite tiritere, metto l’I Pod e me ne fotto. Gran bella invenzione l’I Pod, il computer portatile, la musica, i cd e i dvd! Fanculo al passato, via, via, via, via! Largo! Fate spazio! C’è la strada qui davanti, c’è bisogno di andare, e voi mi bloccate la visuale. Spiaccicatevi o sparite. Non servite a niente! E tu smettila di parlare in playback anzi smettila proprio di aprire e chiudere la boccaccia.
O.K. leggo. Parla dell’amore questo scritto. Ed io non so cos’è l’amore, ma ho un’idea sbriciolata in testa, è qualcosa che ha tanto a che fare con “la certezza”. Ma non ne sono troppo sicura.
Di sicuro c’è di fondo il rischio, il gioco d’azzardo, le freccette e gli scacchi e il poker, e cazzo dai, non è che uno si mette a rischiare se non ha almeno un po’ di certezza dentro di sé. Di qualsiasi genere, anche di morire o di perdere tutto, o di fare il passo più lungo della gamba. Ad esempio io, quando cascai dalla moto sapevo prima che sarei cascata. Ho rischiato sì! Ma sapevo.
O.K. treno, sto partendo.
Forse andrò a scontrarmi con quei tramonti color viola e arancioni col suono delle campane di S.Giovanni e puntini di abeti rossi e neri sullo sfondo da cartolina, che mi farà ricordare cosa più conta per me. E lo scopo per cui sono nata con tutta questa voglia di vivere. L’odore del fieno tritato dalla dentatura degli asini, il modo di sgranocchiarselo e il muso sorridente e i loro occhi che penetrano. I galli ruspanti sempre in super eccitamento e l’odore delle galline scorazzanti. Dozzine di baby killer in giù e in su da ripide stradine sulle bici due volte più grandi. Omini che gridano che vendono cose sulle api o macchine d’altri tempi, cose incomprensibili. Tipo anche alle 6.00. del cazzo di mattino. Tipo ti vendono le uova fresche ambulanti. E poi la terra. La sabbia. La sporcizia dei piccioni. E poi c’è l’acqua che alle quattro non c’è più. E poi c’è un mangia-mangia mi sa. Tipo gente che non te l’aspetteresti mai che comanda “chi deve usufruire dell’acqua e chi no”. Io e la mamma facciamo parte della fattispecie dei secondi. E lo sappiamo bene tutti ormai: io voglio essere la prima che se no m’incazzo!
Stanotte l’autista del treno ha inchiodato. Ha fatto una frenata brusca, tra un po’ casco di sotto. Che ho la cuccetta in alto, “quella tipo all’ultimo piano”. La mamma si è messa a ciaccolare tutta la notte.

RACCONTO: IL DIARIO DI BORDO

16/ 07/ 2008

“In Treno”.

Parto dopo sei anni. Non so cosa andrò a trovare ma parto finalmente.
Lascio ogni cosa chiusa in un cassetto compresi anime e corpi, amici, compagni, nemici, gente per sbaglio.
Loro restano, io me ne vado. Piglio 14 ore di treno e mi imbarco senza un briciolo di fiducia.
Le persone non mi piacciono. La gente non la sopporto. Mi stanno sul culo tutti. E stacco la spina, che Firenze la so a memoria, e sogno, ma non mi fido più, o tutti o nessuno, e se non mi fido di me allora neanche di nessun altro.
Ho nascosto da qualche parte il sogno, il viaggio spregiudicato, la speranza, ma non so minimamente dove sto andando a parare, non so cosa troverò, niente di buono, i nervi tesi.
C’è mia madre accanto a me.

16/ 07/ 2008

“Nel Treno”.

<< E quindi son già in treno e tutto sembra scorrere sul filo del rasoio, persino il ragno che zompetta sul mio Mp3… Dopodiché sarò pronta per fare la scugnizza >>.

RACCONTOBREVE

“IL GIOCATORE DI FRECCETTE”

Un gran bravo giocatore di freccette non poteva far altro che colpirmi.
Tra le mie dita il fumo ad anello mi avvolgeva ed avevo gli occhi lucidi, quasi felici, per assurdo.
Quel buco di poto ci raccoglieva dalle nostre strade, dai polveroni dei nostri passati.
Poco spazio vitale, una minutissima panca di legno, il posto di regola di certa gente, un solo tavolino tondo, lo ripeto: un solo tavolino tondo, ma la bellezza era che il bancone era perfetto e gli scaffali strapieni del nostro nettare preferito.
Ero l’unica gonnella lì.
Sguazzavo nella mia stessa pelle.
Lui fece il suo ingresso non indifferente intorno alle 9.30, col semibuio. Sento la sua voce di striscio, allora? Allora tutto si blocca, tutto scompare, e mi paralizzo.
Mi giro per guardarlo, un sorriso e basta, mi giro dall’altra parte, col mio solito sguardo perso chissà dove nel vuoto e mi ricollego a lui.
Ho capito che mi guardavi anche senza guardarmi. Non ti chiamerò Daniele perché lo sai, tu eccome se vivi, e vivi alla grande. E tu lo sai che il mio nome inizia per M. e c’è anche chi è stato tutta la vita con donne che si chiamavano come me, ma nessuna di loro ero io.
– Facciamo che chi perde paga la bevuta? -.
Lui si alza per primo, prende dalle mani del padrone di casa, le tre freccette, e becca i suoi invincibili punti e me.

RACCONTOBREVE

“LA LEGGENDA DEL 16”

A lui gli si posò sopra quel ginocchio decorato da jeans decorativi, un moscone.
Lo fissavo come se volesse dir qualcosa che non mi potevo assolutamente perdere.
Dormiva con gli occhi semi aperti ed ogni tanto il visino gli andava in giù e in su, in uno sbuffo di scivolata dal finestrino che lo sosteneva.
Ascoltavo il silenzio e d’improvviso mi apparve il brusio come un compagno per il mio viaggiare.
Poi ho creduto sul serio che ci sarebbe stato un attimo in cui il mio stato d’animo avrebbe avuto la stessa linea del disegnino che mi stavo inventando. Ma la mia enorme sciarpa di lana mi copriva talmente a fondo l’espressione, che non sapeva che mi stava facendo bene.
A me vidi penzolare da chissà dove, un ragno, che era così microscopico che solo degli occhi come i miei, avrebbero potuto vederlo.
Ero elettrizzata e un misto fra il sospetto e il curioso.
Pensai : “io odio i ragni” !
Così adagiai i miei occhi un’altra volta su quel moscone in cerca di parole, niente parlai io : – Vedi, ti ho sempre amato, ma ora devo andare, devo, ma ascolta, non ha nessuna importanza per me stare con te, perché ti amo così tanto che ti ho qui, qui dentro di me, quindi sappi che non mi mancherai, non mi sei mai mancato, perché in fondo non ne ho avuto bisogno, ti ho sempre portato con me, in tutti i miei viaggi, anche se non siamo mai stati insieme, mi sei talmente dentro nelle ossa che in tutto questo tempo è come se fossimo stati sempre insieme, perciò io posso anche lasciarti andare, vai -.
Lui si svegliò, fece volare il moscone e mi sorrise.
– E quel che penso, con tutta la mia testa, me lo tengo ben stretto. Ne vado fiera -. [ Dedicata ad un bus ]

RACCONTOBREVE

AVANA SETTE

Atterrata a Malpensa il 5, non mi riposo, non dormo, non mi rilasso, piango a dirotto in bagno, cazzo ho già il Mal d’Africa. E lo confondo con “rapporto conflittuale con mio padre”. Mentre invece è solo “desiderio di quei colori lì”.
Atterrata a Malpensa il 5, volo a casa, volo in banca, volo al cesso, volo davanti una tazzina di caffè nero, volo al telefono. E chiamo tutti quelli che mi sono mancati. Te e Carlo Alberto. Forse ho avuto l’intenzione di chiamare con segnali di fumo anche il mio migliore amico, ma ormai non risponde più al richiamo d’indiani. “Wrong dei Depeche Mode sempre in cuffietta”.
Il tempo di una litigata furibonda, il tempo di fare giù a spintoni, il tempo di prendermi una sbornia dalla quale non mi riprenderò più, e via son ripartita per un altro lido, altre lande, altre zigzagate.
Sollevate da terra il 7, l’aereo faceva slalom attraverso le nuvole, sopra le Alpi. Questa è la volta buona che io e te Conny, si va A Berlino.
Te che fai: – Uh! Uh.. uuhh! Senti, senti come và! Qui ci si schianta tutti! Oddiooo! –
Ed io che fo: – Guarda. Guarda bello lì! A và guarda! E lì… e là… e uuooaaww!! -.
S’arriva piene di innocenza e genuina fame di conoscere… e si becca il nostro contatto italo – deutsch: Monica si chiama, detta Avana 7 o Gigia o Gnomo o Louigia o Ehi Tu o Topo o semplice Avana. Dalla sua passione per l’unica cosa alcoolica che può bere: una bottiglietta Mignon da collezione di quell’amaro, dice squisito ma assolutamente introvabile. Lì cari, non ce l’aveva nessuno. Si girava e si rigirava per supermarket e non ce l’avevano tra gli scaffali. Assolutamente introvabile. Morale? Non ha bevuto quasi niente ed è stata astemia tutta il tempo. Muha!!
Conny ed io non abbiamo avuto così poca voglia di bere come a Berlino. Imperdibili le nostre espressioni del tipo: “ehi ma che ci piglia?” Pioveva sempre. Il freddo ghiaccio ci accompagnava. Le pozze per terra facevano ciaf ciaf al passare dei nostri anfibi. Bisognava comprare immediatamente dei guanti. Le ossa erano dei chiodi al sangue. Il nostro umore era sotto zero. Morale? Sembravamo d’esser lì lì per strapparci i capelli e la cosa cascava sempre di sottobosco. Morale? Ci evitavamo. Da zona Ostbahnhof a zona Ostkreuz. Da metropolitana in metropolitana, da muro est a ovest. Per 5 minuti. E la brina sul collo e il nevischio alle orecchie. E il nostro umore sempre sotto lo zero. Le ragazzotte del metrò ci potevano chiamare. Tranquillamente 10 al giorno ne potevamo prendere. Su e giù per scale e per direzioni sbagliate. La parola che è saltata di più all’occhio è stata: AUSGANG! Da zona Charlottenburg a Spandau a zona Brandenburger, con cartina in mano, sempre fissa, tanto c’è la linea verde, basta seguire sempre la linea verde, tanto c’è la U1. Poi da Plazt checazzo ne so all’Alexanderplatz! Le parole son state suonate in testa da martedì a domenica: You Speak English? Am Sorry! The metro? Tu coffee express! You Speck Italian? how Much?! Ausgang e Danke e Dankescen e così sia. Una sera io vo per conto mio, Avana sette porta la Conny in giro per musei o cazzo-ne-so, per mercatini dell’usato. O a mangiare al Thailandese. Io decido di bere berlinese finalmente! Entro al Bull Bar. Dico: “One Beer please!” me la fa su un boccale da un litro e mezzo. Cari, ci siam capiti. Vo a bere, vo a sedere, vo a fumare, dentro, che lì cazzo dove vai vai, si può fumare dentro! Gioco con un cagnaccio dal colore ruggine, vuol bere la mia birra vedo, ritiro la mano. Che lì dove vai vai, ci son cani dappertutto dentro i locali. E mai piccini. Vo a pagare già mezza arrivata e mi fa la tipa: “Two euros”! Insomma miei cari, l’acqua minerale costa di più. Lì! Esco e giro a destra, un altro isolato. Vo tutt’a dritto. Entro al Pub Grand. In effetti è bello grande. Pieno di divani e di lumini. Pieno di tavoloni stile ottocento. Pieno di poltrone rosso bordeaux e di velluto. Chiedo: “One beer please!”. Dico: “How much?” La tipa risponde sorridendo: “ un euro e mezzo!” la mia faccia è esterrefatta. Che dalle mie parti in quel posto sarebbe costata 7 euri buoni, buoni. Mi faccio una canna di Mery Jane con uno e una sua amica ed un altro ciccione. Fumo roba d’alto livello con perfetti sconosciuti in un posto perfettamente sconosciuto. E si fa già buio. Lui si chiama Iom… saluto Iom e gli altri e mi avvio nell’appartamentino dove alloggiamo io e Conny. Finalmente colla faccia soddisfatta. Incottita. Conny, io e Avana sette, il giorno a venire, siamo andate a mangiare un boccone in una enoteca. Loro due ordinano un piatto di lumache in due. Ci portano due assaggini di vino, e mentre io cerco di degustare, la Conny sgrana l’occhio e mi dice: “ehi guarda che non lo devi bere tutto!” ed io le lancio un’occhiata e basta. Una sola. Tanto no? Ci siam capiti cari, mica son idiota! Esco direttamente a fumare fuori e a prendermi un maldigola, fuori. Che lì se rimango alla fin fine della fiera, me la mangio viva ma ho smesso con la carne umana ahimè!
Vedere quelle piccole viscide lugubri lumachine appallottolate nel sugo piccante travolgente, è stato esilarante. Ho pensato a niente. Ogni boccone che prendevano pregavo per loro. Povere viscide sguscianti nere lumache. No perché io da piccina le coglievo e ci giocavo e le allevavo a casa! Perché da piccina avevo una passione per le lumache che le facevo figliare in terrazza in cucina, prima che la mamma mi dicesse : – a lavarsi le mani presto che i bastoncini findus sono pronti! –
Il tredici ottobre si stava per perdere l’aereo. Avana sette ci fa: “No problem! Dormo da voi e vi accompagno io all’aeroporto…” e noi: “ma ne sei sicura?” e Lei: “Ci penso io!!” e…. cari, abbiamo sbagliato semplicemente aeroporto! Con un corri corri, e un fuggi fuggi, in taxi siamo andate dall’altra parte della città. Si fa il CECKIN gli ultimi 5 minuti prima del gong. Prima dell’infarto.
Si corre e si scivola e si fa – Pista! Pista! – senza battito cardiaco. Abbiamo così preso il volo al volo. Letteralmente. Accidenti al tempo. Cipicchia al tik tak. Al cklik cklok dell’orologio. ‘cidenti al ritardo figliodiputtana!

RACCONTOBREVE

DA LUXOR A HURGADA

È caldo. Fa caldissimo. L’aria si mischia coi colori e forma altre righe. Il cielo scompare a vista coi granelli incandescenti. Se stai immobile appare il miraggio. Lo guardi con espressione nobile. Ti scappa di strizzare un occhio. Ma non sparisce più. Fa un caldo bestia qui ladies and gentlemen. Sono in Egitto. Sono sbarcata insieme a un gruppo di scapestrati, no! Non ho detto “palestrati”, ho detto di scapestrati personaggi da Circolino post caserma dell’esercito. Siamo in effetti un esercito di trenta distinti signori toscani colla bestemmia suina facile, non ancora ben ingranati. Dico, siamo sbarcati tutti, tutti tranne una cosa. Mi hanno perso la valigia all’aeroporto. Non ho nulla. Nulla, niente, non ho più nulla. Ho solo queste scarpette marroni da ballerina, bermuda da guerra, una canottiera color verde militare, una casacca beige. Mi ci manca un coltello e una mitraglietta e paio partita per il fronte. Invece che una femmina sembro un animale di razza strana. Ma questo ho, e me lo devo far bastare. Senza storie. Senza piagnistei. Invece di piangere, singhiozzare, lamentarmi, mi scappa solo una bestemmia. Ci va di mezzo mio padre. Ch’era solo lì di fronte al tiro dei miei occhi, e un egiziano coi baffetti neri, neri, neri, e la mitraglietta davvero. Forse è un poliziotto. Boh? Comunque non accenna sorrisi. Si va trotterellando nella nostra nave da crociera. Lady Carol si chiama. Ma accanto c’è la Lady Mary o Blademary non ho ben letto, ladies and gentlemen. Per approdarvi bisogna montare su una piattaforma, o no! No! Un tronchetto di legno che misura 10 cm per 50 di lunghezza. I piedi di ognuno inciampano uno davanti all’altro. Si deve anche scavalcare muraglie di genti colle tuniche che ti puntano dritto agli occhi e ti parlano fitto, fitto alle orecchie. Sono lì pronti a farsi una foto con te. Io ho gli occhi furtivi. Come i gatti sapete? Uno spalancato e l’altro giù. Il cuore non ho ben capito se palpita o se s’è fermato. C’è un odore qui che non avevo mai udito. Siamo sul Nilo ora, ed io osservo il mondo da un oblò nella mia stanza. La 316. In quella di fronte ci stanno zio Prospero e zia Angela. Io dormo col babbo, hanno deciso di accompagnarmi in questa avventura desertica e piena di foto memorizzate dentro. Non ho più speranza, osservo e sento troppo per buttar giù in tempo reale. Registro in testa. Penso. E – ripenso. Che cazzo mi succede? Perché ti adoro? Non dovrei! Sai che c’è di nuovo? C’è che in questo tempo e in questo spazio, non ho paura di avere paura. E delle mie solite insicurezze. Non dovrei lo so, ma il nodo si scioglie da sé, se vedo l’effetto che fa stare lontana a l’unica persona che vorrei stargli sopra! Io anarchica tu comunista e della peggior specie. Io ambiziosa tu pieno di paternali. Io qui tu lì. Io… tutta per gli altri… tu, tutto per te. Siamo stati presentati alla nostra Guida Egiziana il secondo giorno che eravamo a Luxor, prima di salpare. O meglio, lui si è presentato così: – Salga, prego di qua, lei è quella che non ha la valigia! -. Beh ricordo che ho pensato ad alta voce qualcosa come questo: – Bene! E questo chi diavolo è? E ora non ditemi che il discorso dei miei vestiti ha già fatto il giro di tutta la nave!? -. Poi prende in mano un microfono a volume altissimo e annuncia: – Ciao a tutti, io sono Giorgio! Ma voi potete pure chiamarmi IL FARAONE! -. Ridacchiamo tutti. Ho scoperto il mio posticino a prua, il terzo giorno, sulle sponde di Kom Ombo. Tutt’intorno venticello lieve in faccia, vegetazione di quella che ti rimane eterna, bella, selvaggia, con cantilene nascoste dietro gli alberi. Uccelli bianchi in volo, bambini che ti salutano, che mi salutavano ovunque. Bambini che gridavano colle mani alzate, un maledetto: – Ciao ehi sono quiii! -. Io, sempre immersa nei miei pensieri. Il resto lo tengo misterioso nel mio ventre. Perché tutto quello che percepisco non è mio fino in fondo se non arriva come un cazzotto dritto allo stomaco. Ed il mio ventre contiene tante cose. Il Faraone si accorge spesso dei miei occhi rossi e lucidi. Il capo gruppo Giovanni, mi fa compagnia nei miei 5 minuti 5, a poppa della nave, accanto al barettino coll’egiziano che sembra un grillo canterino, e il portacenere nero. Il signore col berretto di jeans e il pancione mi parla spesso di sé. Il suo amico altissimo con gli occhiali, che sbatte sempre la testa tutte le volte che si alza dal pullman, mi saluta sempre per primo ed è stato il primo che ha visto un mio primo crollo psicologico. Il signore coi capelli bianchi e corti fuma più di me e mi chiede sempre se voglio accendere. La signora bionda con gli occhi nascosti da enigmatici occhiali, è sua moglie, ed ormai mi tiene vicina come se fosse mia madre. Poi c’è la famigliola dolce e apparentemente normale, c’è lui ganzo e sbarazzino, c’è lei bella bionda e secca, e i loro due bambini. Di cui tutti possiamo fare tranquillamente un applauso per come sono stati bravi. Poi c’è il signore alto e secco, secco, con lui solo poche parole, ma ogni tanto s’infila e mi fa da scorta quando ce n’è bisogno, quando vede che mio padre è distratto e se ne frega, ed io rimango incastrata tra zecche di persone assetate di… e poi ci sono loro i miei zii. Lei che forse, forse è l’unica che ci sa fare con me delle volte. Quando mi vede pensierosa, mi presta matita nera, pinzette e rasoio. E mi accompagna a comprarmi un altro paio di mutandine idiote. Quando mi vede malinconica, mi fa sbottare piano piano. E mi lascia sola al mio destino di lacrime e singhiozzi a prua. E se mi vede con le ginocchia agitate sotto tavolo, mi fa compagnia nelle abbuffate di dolci. Zio Prospero invece mi parla poche volte. Ma lui vedete? Mi parla a quattr’occhi senza mezzi termini, come fosse uno scugnizzo ad armi pari con me, e allora, allora un sorriso ci scappa e un – Ehm massì ok vabbè -, una pacca sulla spalla e via. Lunghe camminate per strade e stradine. Templi color giallo scuro. Uomini di bianco vestiti coi fucili dovunque. Persone che ci tirano per un euro. Occhi neri di bambina di 10 anni che stringe cartoline. Lunghe file per altri aerei, altri aeroporti, altri lidi. Ore ed ore in mezzo al deserto. Ed io col fiato sospeso per sempre. Appesa a un filo come a dire: – E se è questa la mia scia? -. Io che scoppio a ridere senza un motivo apparente in mezzo al nulla. Tutti che mi guardano come se avessi un’insolazione. Il Faraone che indica col dito: – Non ci fate caso, è pazza! -. Io che scoppio a ridere di più. Da Aswan ad Abu Sinbel al Cairo, beh che dire Ladies and gentlemen, ho visto cose che voi umani… Ed anche se le mie risposte hanno il sapore della Parola bastarda, mi vogliono bene. Hanno imparato qui, granello per granello, a volermi bene, con tutte le mie sfaccettature. Hanno aspettato di vedere che effetto faceva il mio sorriso. Ed alla fine l’hanno visto. Alla fine, li ho accontentati. È spuntato senza documenti. E si vede che si sono affezionati. Che uno per uno vengono qui, ad aprirsi con me. Io, coi miei piccoli sospiri, e loro, coi grandi momenti del passato. Io piccola, e loro hanno scelto me, proprio me, per confidarsi. Non ci si dimenticherà mai. Continuiamo a ripeterci : – Alla prossima, alla proxima – perché siamo già in viaggio, dentro di noi, un’altra volta lo stesso gruppo, un’altra volta le stesse facce, un’altra volta insieme, tutti Noi, perché alla fine ci siamo assaggiati ben bene. Alla fine di tutto ho scoperto che non c’è bisogno di essere qualcuno per forza, o di essere grande, non c’è bisogno di sentirsi cambiati dentro per forza. Alla fine di tutta questa storia, ho scoperto che io no, io non ho paura di volare!

RACCONTOBREVE: la FI-PI-LI

La Firenze – Pisa – Livorno

C’è un posto dove ci ha portate il nostro tipo, lui ha detto-fatto, e siamo finiti da “ME LA FUMO” a cena a cray. No perché l’unica cosa che ci voleva oltre a metterci anche qualcosa di solido allo stomaco, era un po’ di faccia tosta, ed è l’unica cosa che non ci manca. Quindi si va in questo posto, il: ME LA FUMO e si mangia antipasto di pesce a cray. Non lo scorderò mai. Un bel posto.
C’è lui che ogni
notte è notte sua, ogni
tavolo o sedia o signorina è sua, ogni marlboro o pall mall o benson o camel. Sono pacchetti tutti suoi. E per la prima volta anche gli occhi di lei, vedo, che non guardano indietro, ma solo nella sua direzione. E i nostri sentimenti.
È lui. E lui tiene banco.
C’è un déjà vu che mi viene a trovare per tutte le portate che il tipo colla maglia rosa col cappuccio viene a darci con nonchalance. Si nasconde i capelli altissimi che ha. Se li copre col cappuccio come non riesce a coprire il ghigno che lancia al nostro tipo che pavoneggia riverente ficcato tra due bimbe.
C’è che dovevamo mettere qualcosa di solido e il ME LA FUMO così com’era la cosa, non ce l’aspettavamo.
Il déjà vu è sparito perché il nostro tipo è il carismatico per eccellenza. Non è cambiato manco per nulla. Non potrebbe cambiare mai. Il secondo uomo è sparito dalla faccia della terra. E potrei scrivere per ore per dirvi perché.
C’è che già che ci siamo, faccia tosta per faccia tosta, gli chiediamo anche della maria a chiodo. Lui stavolta ghigna d più, ci posa delicatamente un portacene, il segnale che lì, al suo ME LA FUMO si può fumare, ed esce dicendo ora la vo a pigliare e torno.
E le bimbe insospette concedetemi l’involucro di questa nuova parola inventata, io e lei cioè, cioè sì, le bimbe sono riuscite a incartare-fregare della maria al tipo rasta.
Tutti e tre col solido fritto dentro, una boccia e mezzo di vino, usciamo riscaldati da lì, guance rosse in gote, sciarponi neri celesti e blu, corriamo svelti che c’è il libeccio.
C’è il rimbombo degli sportelli della tipo risuonanti per tutta la viuzza. Il nostro tipo m’ha tenuta la mano per tutto il tempo in macchina, e a me veniva da piangere. Stavolta per sempre.
C’è casa sua stordente di luce propria sul giallognolo con lampade tonde qua e là senza un ordine preciso. Solo che ci sono, che fanno quelle ombre delle sue mani del suo profilo e braccia e gambe e fumo che esce, dappertutto. Tutt’intorno. Non lo scorderò mai.
S’è staccato con Vecchioni e s’è attaccato con Guccini, s’è staccato con Guccini e s’è iniziato con Vasco. S’è staccato Vasco e s’è messo De Gregori, s’è levato De Gregari e s’è parlato di De André. S’è smesso con De André e s’è attaccato con I Cure. S’è staccato con i Cure e s’è finito con David Bowie. Non si cambierà mai. No, no, lo sa, i Figli di Puttana non moriranno mai.
Siamo finiti reduci di cose cotte e crude sul suo letto di toppe e di tappe. Si vorrebbe scopare ma evitiamo. Lei finge di dormire io fingo di non guardare lui finge di non ricascare lì.

Una volta tanto tempo fa, vi era una piccola scugnizza, danzatrice su fili elettrici, adesso vi sono solo terre lontane da raggiungere in Porsche Carrera, cappotta scoperchiata, niente stereo alto, niente sigarette nel cruscotto, niente lattine verdi smeraldo dietro a tintinnare, niente ripensamenti.

VERTIGINE

i libri come piacciono a me

felicetommasino

Una finestra sulla mia mente; una finestra per la mia mente.

KnockOut

ultimo round

angolo del pensiero sparso

voli pindarici sulla caleidoscopica umanità

Franco Zefferi

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Famiglia a Modo Mio

Alla ricerca della felicità

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Nero è il colore che sono; perché il buio è la sola luce che amo.

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La speranza ilcuore della vita di Raffaella Frese

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Provando tanto, prima o poi riesco anche se tante cose continuo a non capirle

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Lo so, lo so, lo so che un uomo, a 50 anni, ha sempre le mani pulite e io me le lavo due o tre volte al giorno, ma è quando mi vedo le mani sporche che io mi ricordo di quando ero ragazzo. Tonino Guerra

.:alekosoul:.

Just another wanderer on the road to nowhere