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E’ una nuova raccolta di pensieri, freschi, tra un impegno e un altro, appena mi siedo in 5 minuti, e senza l’aiutino di nient’altro, solo quello che vedo. Lucida-mente.

SINAPSI

Lo so lo so, che la cantavamo sempre insieme guardando lassù, dal nostro famigerato Quinto Piano

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SINAPSI

“N° 2 – CHANGES – DAVID BOWIE”

Queste cose sono tutti flash che avevamo messo in conto che avresti dovuto raccontare te. Invece tocca a me ora, rido, con tutti i miei errori grammaticali e le coniugazioni dei verbi sempre sbagliate.
Ok PARTIAMO
Una volta in tempi parecchio sospetti, tipo nel ’99, si fissa per farci un giro a base di David Bowie, cicchini, dimenticare tutto quello che ci circonda, e un paio di “vai al diavolo”!
Allora tu vieni a prendermi alle 16. Con un mega furgone bianco tutto sgangherato. Entri nella stradina stretta condominiale, pigli e scendi. Fai l’indifferente e per l’attesa ti accendi la Marlboro e ti sgoli mezza bottiglia di Thè alla pesca, fresco. Attendi e attendi, nel mentre io sono ancora su che mi preparo. Mi metto un po’ di questo un po’ di quello, le ciglia le allungo col mascara, li orecchini per tutto il lobo dell’orecchio, metto in un batter baleno anche quello bellino al naso. Fouseaux e anfibi. Mi bagno i capelli cortissimi.
Poi scendo, tu getti con maestria il cicchino dall’altra parte. Mi sorridi e sul momento non ho capito bene perché i tuoi occhi erano così grandi. Cerco di darmi un tono sbarazzino. Faccio due saltelli e ti stampo due baci sulle guance. Tu ancora non hai spiccicato parola. Ancora non ho capito perché. Un po’ temo che sia noiosa la mia presenza. Quindi cerco subito di fare il dj dentro il furgone. Dove ormai mi sentivo come a casa mia. Sali pure tu, ancora mi fissi mentre giri la chiave e fai retro marcia. Gratti e sfreghi un birillo di quelli per il parcheggio bici. Mentre cerco la canzone giusta, pigio pigio pigio fino alla numero sei, poi torno indietro al numero due, sto per smadonnare, per farmi esplodere l’embolo, tu che mi conosci bene fai, con voce invitante: – Nooo, calma, calma, conta fino a dieci, respira, ecco così… respira, respira, su su, respira, brava…-
Ecco si può dire che eri l’unico che mi poteva dire “CALMATI, CONTA, RILASSATI, PAZIENZA, RESPIRA” senza ottenere l’effetto contrario, l’unico, infatti dopo mi lasciavo andare ad una risata di tutto cuore” .
Ecco, mentre siamo lì dentro e si gira l’angolo, notiamo dallo specchietto un vecchietto che agita le mani e si mette a correre dietro il nostro furgone. Questo è lì che corre corre e si sta mettendo anche ad urlare. Allora io e te: -Ma che cazz… cazzo è? –
– Frena frena RiKKa! –
– Ma che vuole ora questo? –
– Cazzo ne so! Bho prova a frenare sentiamo un po’ – E siccome all’epoca tutto ci sembrava una questione di vita o di morte io metto la mano in borsa sul mio coltellino, mentre tu eri in posizione autodifesa. Il tipo corre si avvicina al tuo finestrino e fa, rosso in viso: – Guardate avete lasciato una bottiglia di non so cosa sopra il tettuccio! È un miracolo che non sia cascata addosso a qualcuno! -.
– Nooo porca puttana la bottiglia di Thè! Figura emmer… –
Niente, il mio sguardo si catapulta verso di te, ero un misto fra risata e frenata, frenata e risata.
E quella volta che si decise di andare verso il pozzo di Bello Sguardo in tre, sempre col furgone gigante? Te, io e la Costy! Eravamo all’epoca appena maggiorenni, ma non di testa, e comunque non avevamo ancora la patente. E alla Costy venne la brillante idea di uscirsene con quella frase: – Dai fai guidare me!! Scendi spostati fammi provare! – io e te all’unisono ci si lancia un’occhiata indescrivibile. Eravamo col groppo in gola. Ti chiedevo con lo sguardo “daiii aiutamiii diglielo te, non farglielo fare” e te mi supplicavi “no diglielo te”! Insomma, sapevamo che era bevutina, un po’ arzilla, al quanto fumatina. Niente lei va al volante. S’immette in una stradina in contromano. Gira e rigira si becca la viuzza in salita e curva come la coda di un serpente a sonagli. Eccoli. Spuntano dal buio delle tenebre i carabinieri! Luci azzurre e tutto l’ambaradan. Ovviamente congelati sappiamo che dentro al “nostro” furgone siamo carichi di lattine e bottiglie di BecK’S di dietro che tintinnano, sappiamo perfettamente che dentro il cruscotto qualcosa c’è. Allora parto io col mio solito sguardo “a Cerbiatto”. Tu grugnisci sotto i baffi, non li hai mai potuto sopportare gli sbirri, io invece ho sempre subito il fascino della divisa ahimè. UH! Sarà mica per questo che li odiavi tanto? Non so ancora oggi come abbiamo fatto a non farci fare una perquisizione e manco una multa. Niente ci hanno fatto andare via lisci lisci. La Costy ancora oggi è super convinta che il merito è perché lei ha saputo guidare veramente bene. Ahahaha!
E quella volta che col furgone si parcheggia bellini bellini sotto l’appendice di quel Castello, quel Manicomio di Pazzi in disuso? Tu cominci ad apparecchiare… a preparare… ed io che sento bussare dal mio finestrino. Ta-Dann!! Toc-Toc i Caramba! E mi illuminano le pupille con un faro a neon gigante. In modo fortuito fai scivolare tutto sotto il tuo sedile, io soffio all’improvviso giù giù, tutto volato sotto il tappetino eh eh. Abbasso il finestrino e riparto coi miei soliti occhi a cerbiatto. In due minuti scarsi, il giovanotto napoletano è già lì che si scusa dicendo: – Ah ma no, ci scusi, scusate tanto, è che riceviamo così tante chiamate per queste parti… diciamo che è zona poco raccomandabile questa per… ecco, per appartarsi –
– Co-co-sa? Poco raccomandabile? E chi ci viene qui? – Faccio io super sbalordita.
– No così… zingari… gruppetti di ladruncoli… ogni tanto fanno scambio anche di spaccio cisiamocapiti? –
– Cosa? Ommioddio? – sgrano gli occhi e girandomi verso te RiKKa ti prendo la mano stretta e continuo: – E tu dove mi hai portata? Te lo dicevo che questo posto mi faceva paura! Grazie, grazie, grazie mille per l’informazione. Ora qui, per favore, non-mi-p-o-r-t-a-r-e-p-i-ù!! – E ti rimollo un altro bacio, stavolta sulla bocca! Che flash e che risate nei giorni successivi.
Quella volta di Mosciano? Litigo con Claud, ti chiamo, e si va a schiarirci le idee e a dimenticare, sulle colline di Mosciano. Avevo voglia di “avvistare” la pantera nera lo ammetto. Spippolo tanto per cambiare la tua autoradio. La lucina era rotta. C’era un buio pesto. Le lucciole fuori sparite. Neanche una stella. Trovo sempre la numero Due del Best Off e parte il canto a squarcia gola: “Che…Che…Che-n-che-ges-S!” Alla prima Moretti da tre quarti ingollata, mi sgancio la giacchetta di pelle e inizio il monologo dello psicodramma: – Ahhh menomale che sei arrivato! Menomale che ci sei te! Sto troppo bene co’te. Dai vieni qua ho bisogno che mi abbracci -. E parte quell’abbraccio, forte, sentito, e mentre eravamo stretti stretti…. mi giro con la coda dell’occhio e niente, vedo quatta quatta che si avvicina la station wagon di lui. Arriva, scende, sproloquia qualcosa che rimarrà aria fritta, ti dice “spostati”, mi dice “tu sali”, e niente : ma come è possibile che non si sia accorto di niente? Ahahahaha!
Poi ci fu la volta del furgone in solitario con te e l’albero. Era estate, un caldo bestia. Ti chiamavo, ti chiamavo, ti chiamavo e tu niente. Nulla. Praticamente stavi guidando, nottate intere a girare col furgone per il tuo lavoro. Ad un certo punto il furgone ti va a zig-zag. Tu inizi ad accusare veramente tanta stanchezza. Il sonno ti vince e PAFFETE chiudi gli occhi d’improvviso. Vai dritto dritto verso uno spartitraffico a triangolo. Il furgone si fionda sopra. E ti entra un tronco d’albero dentro, dal tettuccio storico del furgone. Ti svegli, te ne accorgi. Smadonni. Dici “che culo” e ti schiodi da lì, sgommi e via. Con mezzo tronco d’albero ancora ficcato dentro. Da lato passeggero a lato tuo.
Mi chiami e dici: – Ho fatto un incidente. Nooo sto bene, nulla di che…. è che mi è entrato un tronco d’albero da parte a parte nel furgone!! Vedessi bellino! –
io allucinata: – N-o-n-h-o-p-a-r-o-l-e. RiKKa! Stavolta non ho d-a-v-v-e-r-o parole. Allora? È per dirmi che non ci possiamo vedere? –
– Ci vediamo ci vediamo, respira, respira, ohhh sto bene eh, vengo in treno -.

SINAPSI

RADICAL SENTIMENTALE e il GRILLO PARLANTE

Allora facciamo il punto, tanto per cominciare Carlo Albero lo sa. Lui sì, ancora non lo sa che era a un passo dal fosso prima del tempo, dato per spacciato e invece la sua voce al telefono scorre che è un piacere. Lui sta bene. Alceo pure lo sa. È stato il primo a cui l’ho detto. Anche lui mi ha sempre contato il cambiamento dell’espressioni in un batter di ciglia. Quando il vento cambiava e stava per crollarmi il mondo. Bulubup! Eccotelo lì, che capiva tutto subito. Dunque, loro due, come i grandi esseri che sono, sanno troppo troppo troppo bene, che son devastata, che non sono incline allo strappo improvviso, che sono impulsiva, e l’accettazione non conta per nulla. Lo sanno e niente, mi stanno vicino tantissimo, con la loro distanza fisica, e il loro silenzio. Stanno di continuo a parlarmi e a dar pacche sulle spalle. Poi ovvio, mi passano le sigarette e il vino. Magicamente. Stanno zitti, si sono chiusi nei loro rispettivi gusci. Gli amici fanno così. Li senti.
Poi sento in continuazione il silenzio di quell’altro. Il siciliano S. Hai capito benissimo. Se già prima era di poche parole, e invadente meno di te, ora è completamente avvolto nel suo cappotto nero da corvo. Spiazzato. Senza parole. Lui sì che mi sa che ti amava.
La tua risata la sento però eh. Si sente, si sente, si sente sempre che ridi.
Poi te l’ho messa la tua canzone, quella di Fabi e del vestito rosso rosso. E che avevi sbagliato tutto, tutti quelli che credevi non gliene fregasse un cazzo invece lì a scoprire che ti volevano bene eccome. E quella che credevi si struggesse un casino invece no per nulla. E invece no, hai sbagliato davvero su una cosa però, te lo devo dire, che non è vero… e che sono rimasta come un osso, fuori e dentro senza midollo. Zitto. Stai zitto! Basta basta! Smettila di parlarmi! Stai zitto!
Mi rode pensare a tutte quelle cose che dovevamo ancora fare insieme. E non le abbiamo fatte. Vivere insieme! Ti ricordi? Dovevamo andare a vivere insieme! Sì lo so cazzo, era partita la botta della mia solita testa sognatrice, infantile. E quando ai nostri tempi, come un grillo parlante ti assillavo. Ti dicevo dicevo dicevo. Saltavo da una sedia all’altra. Ridevo, parlavo, bla bla bla, poi niente, poi respingevo, poi di nuovo amici più di prima. A ballare le canzoni dei Nirvana o sul divano imbalsamati. Zitto, zitto, ora c’arrivo.
Tu invece il solito sentimentale. Leopardi nell’anima. Romantico, pungente, sarcastico, ironico e leggero. Leggero leggero che era facilissimo trovarci a stramazzarci dalle risate sulle volte che ci si trattava male. Per compensare i tuoi occhi fermi a guardare con dolcezza, facevi uscire il tuo lato cinico. Forte. Vissuto, del tipo che non può più permettersi di sperare invano.
Ricordi? Ti avevo detto: – RiKKa? –
E tu – Eh?? –
– Ma lo sai che l’unica persona con cui vorrei andare a convivere saresti tu? –
E tu – Certo, perché io ti farei fare tutto quello che vooi! – Ahahahahahahahahahahah!
Invece no. No no, non era per quello. È che mi veniva sempre da ridere e… è che mi facevi sempre troppo ridere, che ho perso tempo, non mi hai fatto mai finire la frase.

SINAPSI

INTELLETTUALE CON RISATA

È che vorrei rompere questo muro trasparente, che mi separa dalla realtà all’irreale. Vorrei prenderti oltrepassando quella linea sottile. Prenderti di pugno la tua magliettina azzurrina, mezza bucherellata. Prenderti e urlare a mezza voce. Invece come al solito tu mi ascolti lo stesso. Tu già lo sai, lo sai, lo sai, che non posso. Allora indosso la maschera, metto il sorriso, non faccio vedere gli occhi, faccio la capa tosta. Ogni tanto rispondo male e mando a fanculo così, tanto per non far vedere che le cose sono cambiate. Tanto per non fare accorgere nessuno, degli idioti che mi stanno intorno, che mi sta succedendo qualcosa di strano : io che taccio? Io che non ho voglia di parlare? Allora, allora sai che faccio? Faccio come sempre. Che rimane fra me e te. Gli altri li tengo fuori. Non devono entrare nelle mie cose. In quelle piccole rughe nel mento e nelle occhiaie, che tu e solo tu, avevi evidenziato. Lo so, lo so, che succede a tutti quanti, è solo che non ho capito ancora perché tutto quello che succede a tutti deve sempre succedere anche a me…
Perché quando ti conobbi e iniziammo a percorrere la strada insieme, ed io capii che eri speciale, e tu essendo “troooppo intellettuale” c’avevi preso bene co’ me, c’avevi intravisto qualcosa di buono in me, insomma io TI pensavo immortale. Uno che è per sempre. Ti vedevo eterno. Sempre lì. Sempre presente per sempre. TI PENSAVO come di solito si pensa ad una madre… o al papà, che secondo noi sono eterni. Ecco, tu eri mia madre. Tu eri mio padre. Mio fratello. La sorella che ho sempre desiderato. La sorella che mi accarezzava la mano quando mi sforzavo di ingoiare i singhiozzi. Mia madre ecco. Tutta la famiglia a cui ho sempre aspirato.
Solo che adesso SEI molto di più. L’unica consolazione è che so che mi ascolti quando mi fai quei colpetti al muro.

SINAPSI

INTELLETTUALE HACKER

E questo dovrebbe significare che non posso più spedirti messaggini?
E scusa fammi capire, tu non potrai più rispondermi?
Questo quindi dovrebbe implicare che non potrò più parlarti?

Che adesso tu non è che non leggerai perché non mi vuoi rispondere.

È perché non stai a guardare.

Comunque stavolta me l’hai fatta tu, perché non mi hai dato modo di salutarti
non potrò più chiarire, non potrò più prendermela con qualcuno, bravo bravo bravo!
Vai vai, me l’hai proprio fatta, almeno potevi avvertirmelo.

Non mi hai dato nemmeno il tempo di farti leggere il mio ultimo pezzo.

È che come al solito non mi sono preparata.

Ma tanto è uguale sai? Perché io a te ti vengo a ripescare sai?
E te lo dico in faccia! Magari ci siederemo per terra, gambe incrociate,
e ti leggerò quello che mi manca, che TI manca di sapere.
Come i vecchi tempi, sì al Pozzo, che ti leggevo ad alta voce i miei pezzi,
e tu ore ed ore ad ascoltarmi, cazzo come facevi? Cazzo quanta pazienza avevi?

Comunque sì, ognuno ha i vizi suoi, e TU sei sempre stato schivo.
Comunque stavolta voglio fare le cose per bene. Non versare neanche una lacrima
eh ci stai? Solo per te.
Comunque tre, cinque, sei, un quarto d’ora impalata. A guardare il muro bianco.
E ancora non sento niente. PERCHE’ NON è VERO.
NO

NO

no

no.

DA: LUCIDA MATURA

VIA FAENZA”

Ci sono preghiere, ventagli appesi su mattoni antichi, davanti all’entrata del negozio indiano, ciao e buonanotte precipitano neanche te ne accorgi, volti stranieri che si girano mentre non li guardi, tutti son lenti, e tu, a sedere al solito tavolino tondo. Tra un po’ caschi. Col bicchiere di Cuba – libre. Passeggiano col sorriso là, e si fermano pure, è consueto persino avvistarne uno che si apre un libro mentre si fa fotografare in bianco e nero. Ci sono pigri a sedere sul marciapiede, ed io nonostante le insidiose correnti arrivo in tempo a sedermi, prima che mi freghino il posto. Sul mio solito tavolino tondo. Dunque io e te, ordiniamo il secondo giro. L’estate così ha inizio. << Bella e abbracciami dai, >> precipitano a piombo, un abisso che non si può descrivere. Mi sento a casa, là fuori, dove il colore che emerge è decorato di odori di spezie. Ci sono strette di mano, poi una toccata e fuga al cuore, l’ultimo discorso che coincide con l’ultima sigaretta, quaranta carte son volate in una sera. Lui ha barba nera folta, capelli lunghi un po’ mossi. È un grande amico, e ora glielo dico.
Ci sono donne, fisse a guardare la vetrina delle borse grandi in pelle, come se sfogliassero riviste, poi magari fanno solo da sfondo al quadro e c’è una voce lontana risuonante un soffocato << Ma quella è solo una mignotta! >>. Nessuno ci fa caso. Tutti sorseggiano dimenticando la loro brutta giornata viola. Ci sono rimbombi per tutta la Via, tumulti densi, da capo a coda, suoni acuti che sbattono nelle orecchie fino a fartele tappare, per poi accorgerti che sta solo passando davanti a te, un gruppo turistico: giapponesi cogli ombrelli e i trolley gonfi.
Poi di lì a poco, finisce la confusione.
Parrucchiere economico tunisino di fronte allo sguardo, sulla destra un anti bar da the, con le fontane e mattonelle d’atmosfera, azzurre, sullo sfondo se socchiudi gli occhi, a sinistra, un piccolo negozio di vestiti, multicolori, pakistano, e poi c’è Pietro col pallone sempre. Urla << Chi sta alla porta? >> e mi fa alzare sempre a me. L’odore del Kebab si confonde al suono del sax di un avventore. Lo seguiamo da fermi, battendo le mani, estasiati sbalorditi fagocitati arricchiti conservati appiccicati alle nostre radici.
Parte il quarto giro, e la frase storica di Carlo Alberto: << Quando mi vedranno in ginocchio sarà soltanto perché starò Prendendo meglio la mira! >>.
Nessuno ancora sa, che tutto sta per essere messo in discussione.
Ci sono scelte imminenti da prendere, vecchi sottobraccio, omicidi della porta accanto, ricordi senza lasciare particolari, ci sono scippatori algerini, clandestini che tutti conoscono, ci sono birre da pagare e cose ancora da bere o tante da offrire, ci sono madri come Iris che cerca, cerca, e nel suo inferno richiama il bimbo che è scappato di là dietro, Iris ch’è tanto bella quanto sexy. Nessuno ci riesce a capire quanto il giorno e la notte trascorsi lì.
Mentre mi sto arrendendo alle lusinghe di un tizio senza nome, senza futuro, arriva Riccardo, il mio angelo custode, tra un attimo glielo spiego. Lui si accende un joint in piedi e fa: << Nuovo taglio di capelli? No, ho detto, vuoi entrare dentro? >> lui è l’unico che sa aspettare le risposte tutte per intero. Si mette vicino a me, conta: << Una, due, tre, quattro … vuoi una piccola? >> diciamo Sì in un sovrapporsi di voci. Vuoi crederci o no, ma Riccardo è l’unico che aspetta che finisci di rispondere. Anche con gli occhi.
Ci sono le teorie di Carlo Alberto, che ti rimangono a ronzare in testa, come quella delle stelle: << Cara amica, le persone sono di tre categorie, una Le stelle Comete, due Le Meteore, tre Le Stelle Fisse! >>.
C’è un crocevia qua, un’identità, dentro il nostro Pub Irlandese, ci fa accontentare di niente.