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RACCOLTA di CORTI e di SINAPSI

“IL NOSTRO FAR WEST”

[ DA UNA STORIA VERA ]

Nella prima metà del ‘900 muore di vecchiaia, nel carcere di Malta un ergastolano del Sud Italia. Il signor Nino agli inizi della sua vita, viveva in un paesino di quattro case che starebbe stretto a chiunque per quanto era privo di strade inesplorate, o di vicolini sconosciuti i cui nomi restano un mistero – come avviene nelle grandi città -. In effetti ce n’era una sola di strada, quella principale, che conduceva dal punto A zona campagna fuori mano, al punto B la piazza.
Questo paesino era così piccino che si potevano udire i fatti propri attraverso le tende delle cucine di quelli che abitavano di fronte. Potevi apprendere se eri guarito da tale malattia dal figlio del fruttivendolo, o dalla vecchietta nera, con scialle decorosamente agghindato lungo la schiena, scarpe bucate, qualche pelo di troppo spuntato da mento e mascella, che veniva a ritirare l’offerta per il patrono del paese porta per porta. Si sapeva sempre tutto dalle parole del vento.
Quattro case sì, era sto paesino, dimenticato perfino da Dio, si diceva, Monte R. nel Catanese.
Insomma c’era questo tipo, il quale svolgeva dei lavoretti saltuari come elettricista, così tanto per non dar troppo nell’occhio. La sua seconda copertura era fare il camionista, nonché viaggi lunghi e spericolati. Ma il suo guadagno principale proveniva dal gioco delle carte, che veniva fatto nel suo fondaco, un ampio garage polveroso e stracolmo di damigiane di mosto selvatico, profumi sciroppati tra legna ammassata e topolini grossi quanto gatti al pianterreno della sua casa. Tutte partitelle super clandestine quelle del signor Nino, il quale voleva diventare colui che comanda a Monte R. .
In quel loculo riuniva i possidenti del paese più esperti nel gioco delle carte. Tutto avveniva in maniera segreta e alquanto ambigua. Anche le grasse mogli dovevano restarne fuori.
Nino aveva una famiglia composta da moglie e due figliolette ed un nipote orfano di 10 anni, il quale diventa il personaggio clou della presente storia.
Quei giocatori avevano la pelle segnata dalle ore trascorse sotto il sole a smungere mucche e pecorelle, ma anche da quelle passate sotto il bicchiere di vino; man mano che la cosa si faceva più seria, s’infognavano e si incallivano sino ad accanirsi irrimediabilmente, fino al punto di giocarsi tutti i possedimenti possibili ed immaginabili. I più astuti di loro arrivavano a un pelo dal giocarsi la casa.
Erano diventati dei cowboy del poker!
Proprio per questo motivo non potevano esimersi dalla sfortuna più bieca, perché la vincita era per loro causa di morte.
Nino diventava sempre più irrequieto e incazzato quando vedeva scivolare via il suo danaro e se non gli uscivano carte buone, non poteva fare altro che finirla a modo suo: a schifio.
Impugnava la sua accetta e non li faceva certo tornare a casa vivi! Nino era sorretto da una fede incrollabile, ed il più delle volte si limitava a seppellire le sue vittime nel terreno pietroso vicino al torrente. Poi andava in chiesa, accendeva un cero a S. Rocco e pregava. Altre volte, quando lo sfortunato vincitore non poteva semplicemente sparire, Nino dava una mano al Santo ed inscenava un qualche incidente anche non troppo plausibile. Per esempio, uno di tali sventurati morì schiacciato tra muro e la fiancata del camion di Nino. E come nulla fosse sparivano le tracce lì insieme al parlare della gente, come una grossa nuvola che si depositava sotto terra.
Tali grandi guadagni, così come la fortuna che girovagava sempre intorno a lui, durarono per parecchi anni.
Il nipote Rocchino era adibito a fissare l’appuntamento per le bische, ed altre volte veniva mandato in piazza a comprare le sigarette, tra parentesi anche quando di sigarette ce n’erano a bizzeffe.
<< Turi dov’è Don Pippino? >> sorrideva tra i baffi stretti stretti, << Pà! Guarda, guarda chi c’è? C’è Rocchino pà! >>.
Funzionava così, pochi sguardi furtivi, due boccate svelte dalla pipa, intendersi al volo anche sotto gli occhi del maresciallo che con classe si voltava immancabilmente dall’altra parte.
<< Per stasera >>
<< Ah Rò, a che ora c’è il cinema? >>
<< Don Pippì, alla solita ora, così mi ha detto mò zio >>, funzionava così.
<< Ah Rò, ma che ci si può fumare in quel cinema? Allora vedi di prendere molte sigarette ah ah ah ah >>.
<< Ossequi Don…>>
<< Ossequi >>.
Un giorno Nino incaricò il ragazzino di trovare Sebastiano Di Blasi detto “cento rinari“ e di combinare un incontro per la sera stessa. Il Di Blasi era un forestiero venuto dal continente alcuni mesi prima e che aveva trovato lavoro come pastore nella fattoria di Don Pippino. Rocchino filò dritto in quella direzione e si mise a tirare sassi alle oche che sguazzavano nel laghetto dietro la casa padronale, fino a quando vide passare “cento rinari”, il suo cane e le 37 pecore di Don Pippino. Fece la sua commissione strizzando l’occhio destro e schizzò via saltellando. Il Di Blasi era un frequentatore abituale del fondaco di Nino, dal quale negli ultimi tempi a colpi di scopa aveva portato via quasi 300 mila lire, decisamente troppe tanto più che una buona metà della somma era appartenuta a Nino.
Alle 22 arrivò al fondaco, alle 22 e 30 era già cadavere.
Nino lo prese alla sprovvista, arrivandogli alle spalle, mentre si stava servendo un bicchierino di vino, gli aprì la giugulare, lo squartò tagliuzzandolo con uno di quei coltellazzi da macello, senza preoccuparsi né delle urla da maiale lanciate da Di blasi che non potevano arrivare a nessun orecchio indiscreto, né del sangue abbondantemente versato sul pavimento di pietra per cui aveva pronti due ballini di segatura più sapone e spazzolone. Per quanto riguarda il corpo, beh, se ne era preoccupato nel pomeriggio, quando davanti ad un bicchiere di Corvo aveva deciso che non valeva la pena di spaccarsi la schiena scavando una fossa; ci avrebbero pensato i maiali. L’unico imprevisto capitò mentre Zicca e Rina, i maiali, stavano sgranocchiando le ossa del Di Blasi. Rocchino contravvenne al preciso ordine dello zio, che gli aveva detto: “Stasera non ti rincasare troppo presto, vammi a prendere le sigarette e fermati a giocare al viale coi tuoi amici và, che cose da uomini sono!”. Mentre invece si affacciò alla porta proprio quando Nino ci dava sotto di ramazza, tutto rosso per la fatica ed il sangue.
<< Che ci fai qui disgraziato! >> disse appena lo vide, agitando minaccioso la ramazza.
<< Ho dimenticato il pallone per giocare coi carusi >> rispose.
<< Carusazzi ‘sta mischia! Fila via, che ho da fare! >>, fece lo zio avanzando di un paio di passi e misurando la bastonata.
<< Ma zio >> – balzo all’indietro di Rocchino – << Che fai? Che è tutto ‘sto sangue? >> – bastonata avventata – << Ho ammazzato u cunigghiu, per fare la zuppa Rocchino e se ti prendo finisci anche tu nella pentola! >>.
Nei giorni successivi Nino aumentò la dose di ceri per S. Rocco e tenne le orecchie ben aperte fino a quando fu sicuro che la scomparsa del Di Blasi non avrebbe suscitato che qualche alzata di spalle, del resto in paese lo sapevano tutti che prima o poi sarebbe scomparso. Nonostante questo nella pietrosa corteccia cerebrale del biscazziere rimase il timore che Rocchino, tonto com’era lo potesse tradire senza volere. Per questo da quel giorno smise di utilizzarlo per organizzare le sue bische ed appena questi compì tredici anni lo spedì il più lontano possibile ad imparare un mestiere, cosa del resto frequente a quei tempi. Il più lontano possibile fu Caltagirone, ed il mestiere scelto fu quello di fotografo. Oggi è uno dei migliori sulla piazza.
E così a quei tempi, per quelle strade non buone, Rocchino alla sua tenera età, si svegliava tutte le mattine alle 5, faceva gli scontati 5 chilometri a piedi sotto la polvere e poi al tramonto per il rientro. Già, tutti i santi giorni la solita solfa.
Insieme al suo “mastro” andava a fotografare un po’ di tutto: gruppetti di microcriminalità agli angoli, baby gang pericolose per fottere il pane al prossimo, quelli del demanio per gli appezzamenti delle terre dove chi vi entrava era abusivo ma se ne appropriava legalmente! I pesci piccoli insomma, i pesci grossi no, non ce n’era bisogno. Stavano prendendo tutti la nave che si sentivano già newyorchesi. Ma prediligevano i matrimoni. Cioè per guadagnare, dicevano, per guadagnare scattavano ai matrimoni. Una scelta azzeccata sotto molti punti di vista dato oggi Rocco è uno dei migliori fotografi di matrimoni, su tutto il territorio catanese.
All’età di diciassett’anni, fece ritorno al suo paese di quattro case, ma si fa per dire, in occasione della festa di San Rocco. Lo zio a sua volta, era impegnato nella realizzazione dei disegni di illuminazione della strada principale e della piazza, a sue proprie spese. Era tutto tirato a specchio e tranquillo, mentre avvitata lampadine su lampadine. Pregava sotto un ghigno tremulo, anche perché a quei tempi era forte la devozione per un Santo e quello era il suo modo per ringraziarlo di tutti quegli anni senza averlo fatto prendere, senza avergli fatto scoprire i suoi crimini. Nella piazza il giorno della festa c’era un sacco di gente e confusione, lo scenario preferito da una banda di scippatori che, batteva le feste di paese sgraffignando tutto quello che potevano. Non lo sapevano, ma avevano gli sbirri alle calcagna ed anche quel giorno ce n’erano una decina in borghese, provenienti dalla questura di Messina, mimetizzati tra le fitte bancarelle nella speranza di coglierli sul fatto.
I poliziotti erano sul chi vive, e quando dal banchino di un poveretto che vendeva noccioline, pistacchi e semini per tutti i gusti, sparì il cestino con l’incasso, presero ad aggirarli con fare sbirresco, bloccando tutti quelli che, secondo il loro metro, avevano un’aria sospetta.
Si sentirono parecchie urla e voci e schiamazzi: << Signori! Signò! Aiutatemi cà tutto mi futtirono! Aiutatemi, o maronna mace santissima! A ladro, a ladro signò! >>.
L’agente scelto Vito Lopresti, una burba con sei mesi di servizio effettivo ed una barba di tre giorni fatta crescere ad arte per impersonare un pastore, considerò “fortemente sospetto” – come avrebbe poi scritto nel rapporto – l’atteggiamento di Rocchino, che se ne stava da una parte tutto solo ed ingrugnato, in piedi e con le mani in tasca, ad osservare la festa ed il multicolori del passare della folla. Quando vide un pastore tracagnotto farglisi sotto, pensò al solito sfigato in cerca di qualche spicciolo o sigaretta, ed era già pronto ad un secco diniego quando invece si sentì dire:
<< Carabbinieri! Favorisca i documenti! >>.
Rocchino seguì l’istinto di scappare e si trovò in un attimo con la faccia a terra, un ginocchio tra le scapole ed una beretta appoggiata alla nuca. Poi l’agente rinfoderò la berta afferrò Rocchino per il bavero della giacca e lo tirò in piedi urlando << Ah ah sei stato tu a fregare il Bilasi eh?! Dove sono i tuoi compari? >>.
Il ragazzino che per ben sette anni aveva tenuto fissa nella mente l’immagine di quel sangue per terra nel fondaco, rispose subito: << Io nenti saccio. Lasciami andare maresciallo. >>
<< Eh eh che vuoi farmi fesso a me? Prima dimmi che ne sai tu dei soldi di quel poveretto del Bilasi! >>
<< Non li presi iooo quei soldiii! O come devo fa a spiegarmi…nenti, nenti saccio. Perché quando lo uccisero m’ha mandato a comprare le sigarette. Ho visto il sangue…ma mi disse che aveva accoppato il coniglio! >>.
L’appuntato per quanto inesperto aveva un buon istinto sbirresco e capì subito di trovarsi di fronte ad una “notizia criminus” coi fiocchi e che avrebbe dovuto muoversi in modo tale da mantenere il ragazzino nello stato confusionale in cui si trovava, per indurlo a raccontare tutto quello che sapeva. Lo portò in caserma, lasciandolo a piangere in una stanzetta disadorna per più di un’ora, poi con l’aiuto del maresciallo Carrisi, il più abile della Compagnia a recitare la parte del buono negli interrogatori, torchiarono Rocchino, ricostruendo quello che era successo nel fondaco di Nino sette anni prima. Per una semplicissima coincidenza di nomi simili, Di Blasi il morto ammazzato e Bilasi il venditore ambulante, quasi azzeccati dalla parte del destino, che il pischellino stremato dai ricordi equivocò, la scomparsa del giocatore ucciso fu finalmente notata da qualcuno.
<< Credo che sia opportuno dare uno sguardo alle pratiche riguardanti le persone scomparse, Brigadiere >> disse il maresciallo, << ma prima sarà il caso di andare a prelevare Nino >>.
Come tutti sanno, se c’è una cosa che i carabinieri sanno fare con stile sono i prelievi, ed infatti l’arresto di Nino fu veramente spettacolare: era in equilibrio su una scala di legno retta da una parte dal Sindaco e dall’altra dal Parroco, mentre avvitava le ultime lampadine dell’illuminazione più bella che si fosse mai vista a Monte R. . La piazza del paese era gremita di gente che aspettava l’inizio della processione che avrebbe chiuso i festeggiamenti in onore del Patrono. Nino era perso nei suoi pensieri, per lui ogni lampadina avvitata era un grano del rosaio, ognuna rappresentava una nuova invocazione al Santo ed un ringraziamento per non averlo mai fatto scoprire. Quando vide i gendarmi “con i pennacchi e con le armi” ai piedi della scala e sentì il brusio della piazza spengersi all’improvviso, per poco non perse l’equilibrio.
Nonostante la sua ventennale confidenza con l’azzardo, Nino non capì che quello della Benemerita era solo un bluff. I carabinieri infatti non avevano nulla di concreto in mano, solo i ricordi confusi di un ragazzino un po’ sciroccato, una testimonianza che da sola non sarebbe valsa assolutamente a nulla. La lucida pazzia e la freddezza calcolatrice del pluriomicida furono offuscate dalla sua fede malata, egli si sentì abbandonato, tradito dal proprio Santo protettore e quindi perduto.
Per questo, quando il giorno dopo l’avvocato Mazzi arrivò di gran carriera da Messina per assistere Nino, questi aveva già ammesso l’omicidio del Di Blasi e confessato spontaneamente quello di altri sei individui: uno schiacciato dalla fiancata del suo camion, quattro scomparsi nel nulla, ed uno trovato agonizzante in un vicolo con otto coltellate alla schiena, che prima di morire aveva accusato l’amante della moglie, tale Giovanni Fifuzzo, il quale per questo si era fatto 18 anni di galera da innocente. L’avvocato Mazzi mise la museruola al suo assistito, ma ormai era troppo tardi. Nessuno in paese si fece avanti per accusare Nino e le ripetute perquisizioni del fondaco non portarono a rinvenimento di prove concrete dei traffici e degli omicidi ivi avvenuti, ma nonostante questo Nino dopo una lunga battaglia processuale si prese quattro ergastoli.
Il fatto così tanto particolare viene raccontato nelle famiglie continuamente a tutt’oggi, perché “non si sa mai il caso, potesse servire d’esempio”.
<< Vedete cari figliuoli e care figliuole – fanno i vecchi rammentando -dovete crescere, maturare, non fare ì babbi, dovete lavorare duro nei campi, a zappare ve ne dovete “ire”, farvi le ossa, farvi ciù furbi! Non siate come dei baccalà davanti ad una semplice domanda di routine dei carabinieri, che qui tutti uguali ci chiamiamo, noi attri…che ì sbirri, sempre sbirri sono! >>.

[ 2006 ]

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RACCOLTA di CORTI e di SINAPSI

“COLTELLI FALCI E MARTELLI”

[ TRATTO DA UNA FACCENDA SEMISERIA ]

Ho degli amici in Sicilia. Nell’entroterra in Sicilia. Che mi fanno le feste tutte le volte che mi rivedono.
E loro tra l’incudine e il martello ci stanno davvero!
Gli ho insegnato tutto io. Tutto quanto.
L’unica cosa che mi chiedevano in cambio era provare almeno una volta nella vita a non guardare cosa c’era sotto la mia gonnella. E dei dubbi alcuni signori ce l’hanno avuti davvero, visto che coi miei anfibi-alti fino al ginocchio, la coppoletta che faceva ombra a pelo di zigomo, per nascondere quell’unico rigo di Eyeliner sugli occhi, me ne andavo a sedere con tutto il mio menefreghismo sulle panchine << ai posti bui >> coi 10 o 12 ragazzi, maschiacci furbissimi che capendo bene la situazione, circondavano fitti fitti quell’unico essere anomalo, essere del peccato.
E la gente si chiede tutt’ora come mai, come sia possibile che il nostro unico desiderio fosse quello di star lì, ore e ore, un po’ in piedi un po’ no, a non far niente.
Infatti non ci crede, fa meno fatica, e pensa “Chissà che cose turche fa tutta sola quella forestiera della parte dell’Italia in mezzo a quei carusazzi“ dalle reputazioni di sciupafemmine. Poi è andata a finire che ero io la “sciupamasculi“. E mi hanno appioppato anche questa e vabbene così. Chissenefrega.
Noi, avevamo ben altri segreti da nascondere. E ce la spassavamo dato che la nostra unica necessità era quella di far girare canne, almeno 3, cosicché nessuno di noi, durante i discorsi, fosse mai senza fumare. Tre tiri e via, gira, gira. E gira!
Ogni tot tempo, nelle mattine nelle quali mi svegliavo troppo presto per incontrarli al viale, andavo a sedermi alla fontana nell’attesa di un semplice << ciao! >> o << ehi Chiara, hai visto a Cammelo? Hai visto i gemellini ? – o chessò – hai visto passare a Turi? No perché gli devo chiedere da’ cosa di ieri – facendomi subito partecipe delle loro faccende. Loro, a me, non mi lasciavano mai sola.
Comunque stavo dicendo, che in quelle mattine tipo dalle 10 alle 10 e mezzo, quando ero lì alla fontana col mio pacchetto da 10 di Marlboro, che ho sempre considerato sigaretta per sigaretta:”ecco le mie sorelline!”, bene, a mandate di due per volta, venivano delle ragazzine a braccetto, tutte belline secchine truccate e tremanti in quei loro primi tacchettini, a chiedermi : << ma senti, tu sei Chiara di Firenze? – e io – sì >>.
<< E di cu se’i figlia? – e io – e voi? >>
<< No ma te la possiamo fare …una curiosità? >> . Credevo che si sbagliassero, che l’imbarazzo inceppasse il loro lessico o che si trattasse di un lapsus freudiano da piccole impiccione, ma non è così, perché ogni domanda è “curiosità”.
<< Ma tu, che cosa ci fai lì, tutte le sere , coi carusi? >> , poi si guardavano imbarazzate e si correggevano – ehm, ragazzi! – Come se io fossi americana e quindi non capissi. Io le guardo quasi compiaciuta di destare tutto quello scompiglio, le stiro e le ammiro da cima di capelli ai piedi, lanciando anche sguardini ammiccanti, do un tono alla suspense, tiro un pé alla sigaretta e poi dico – perché? Niente, faccio due chiacchiere, sono amici – , loro ci pensano un po’ su e prima che riaprano la boccuccia io intervengo e dico – che c’è? C’è qualche vostro ragazzo lì? E non vi fidate? – Ho colto nel segno.
Lo colgo dalle guance improvvisamente arrossate e dalla pelle raggrinzita da rugacce tremolanti in prossimità del mento, pur essendo carne giovanissima.
Bene gentile pubblico, le spediscono da me i loro stessi genitori per “indagare“ e farmi presente “che non sta bene” che non si usa lì, ma poi alla fin fine, le sgamo sempre, che anche loro lì hanno nascosto un amore di quelli che a 15 anni già sogni : – me lo voglio maritare a quello -. Alla fine mi fanno sempre un’ incredibile tenerezza, e lascio perdere.
Ma i ragazzi lì, il pomeriggio e appena il sole comincia a calare, hanno sempre un sacco di cose da fare, hanno le loro faccende da sbrigare, che so, incontrare quel tipo, scappare da quell’altro, e non hanno tempo per star a ragionare dei grandi sogni profondi delle loro coetanee.
Anche se si vocifera che la domenica nel primo pomeriggio, è grande festa per tutti. Ogni tanto infatti, la femmina, la incontrano anche loro. Ma sono incontri che durano quelle due o tre ore e lasciano il tempo che trovano.
<< Ma loro ci stanno! >> dicono << e che ci possiamo fare! Loro ci stanno eccome! >>.
Poi quando sono veramente cotti e gli occhi assumono forme che tutto possono sembrare tranne che degli occhi, si lasciano andare a racconti scabrosi, e parlano, parlano, parlano.
<< Guarda Chià, chissa’ dà! >> si fermano per respirare poi << Maria la babba! >> , ed io già capisco dai gesti delle mani.
<< Chissa’ dà, brutta e lurida com’é, non sai quanto ci piace >> e ovviamente quel loro “ci piace” non sta a significare che piace a loro, ma “ci piace” cioè che le piace tanto scopare.
<< Ieri addirittura con tutti noi…>>
<< Ma quanti eravate? >>
<< Che so, quattro, cincu … bù…>>
<< Minchia! >>
<< Sì sì, ma sai quella quanto ce l’ha? Quella ce l’hape tanta cussì! >>
Va bene, gentile pubblico, voi non avete idea che razza di personaggi ho conosciuto e di come ne sia zeppa la Sicilia.
Devo assolutamente raccontarvi di quella volta che mi venne a trovare un mio caro amico di Firenze.
Io e lui, legatissimi da vari piaceri in comune.
Per esempio, andare a Fontane Bianche al mare. Bene, il posto era bellissimo, da favola tropicale, grotte e rocce e scogli bianchi, l’acqua talmente era limpida che vi si poteva vedere il fondale, sole a picco e 40° all’ombra. E io, che prendevo il sole in topless. E lui si lasciava andare ad una totale orgia di fotografie, fissato com’era per l’obbiettivo e il soggetto.
Così a tette gnude a far la diva fuori e dentro dall’acqua con quella schiumina delle onde che ci stava proprio bene nelle foto. Insomma avevamo riempito tre, ma che dico tre, quattro…ma che di più di più, ben sei rullini, dato che il tipino lì, s’era fatto prendere la mano e quando lui si faceva prenderelamano da qualcosa, di solito “la mano gli sfuggiva“.
Quatti quatti verso sera si fece ritorno al paisiello, tutti assolati, accaldati, direi ustionati come eravamo. Ma la curiosità di vederci come gamberi sugli sfondi celestini, ci mangiava vivi. Ricordo che non riuscimmo neanche a fare l’amore quella notte o forse sì, ma lui può essere che fece cilecca. Porello mica gli posso dare tutta la colpa, ero io che da sopra non volevo che mi toccasse nemmeno per scherzo la schiena.
E mentre lui ci dava dentro come un fringuello, io ripetevo – Foto! Foto! Foto! – Cosicché lui mi guardava ed io capivo che gli si era ritirato.
Ma quello era il mio lato più narciso, più narciso, più narciso di tutti, che usciva fuori, che di solito ero più contenta io a farmi fotografare che quello che me le doveva scattare.
Il giorno dopo la curiosità c’aveva ormai rovinati, divorati completamente, cazzo non potevamo aspettare di tornare al NORD ( cioè a Firenze ) per far sviluppare quelle foto scoop!
<< Dio c’ho un’idea! C’ho un’idea! >>
<< Si salvi chi può! Allora dai dimmi…>>
<< Facciamo così, andiamo nel paese vicino, tanto è ovvio che qui non le possiamo far sviluppare perché qui mi conoscono tutti e anche il fotografo! Ce n’è solo uno qui! Capisci? E mi conosce e conosce persino la mì mamma, e mi vergogno >>.
Niente, si stabilì che dovevamo assolutamente andare nel paese vicino. Non c’erano discussioni anche perché se quello mi vedeva con le tette all’aria, senza costume, c’era il caso che si facesse i doppioni per mettersele nella sua bacheca privata. Quindi si fece V. – L. in macchina verso il primo pomeriggio. Quanto sarà distante V. da L. ? Beh diciamo 20 km, bene noi si fece 20 km per scampare a quel fotografo del cazzo che conosceva mammà!
S’arrivò finalmente a L. ormai stremati e cotti dal sole, si cercò e si cercò un fottuto fotografo, chiedendo in giro, e poi eccolo! Beccato! Si parcheggiò e si scese tutti contenti e soddisfatti, con in mano i sei rullini che tenevamo stretti stretti ch’erano così tanti che quasi quasi ci cascavano dalle mani e ce li stringevamo, manco avessimo delle foto segrete della CIA!
Si entrò dentro e rimanemmo raggelati, praticamente ingessati come dei mamelucchi sull’uscio, tra la porta verde e l’interno del negozietto tutto tappezzato di robe, che più era pieno e più ci faceva venire quel senso di soffocamento, che non posso star qui a descrivervi, perché ragazzi, il tipo dietro al bancone anch’esso verde, era come se ci stesse aspettando da mò, l’avevamo notato fin da subito appena varcata la soglia, vista la posizione squilibrata in cui si era messo e l’occhio spinoso da serial killer che ci guardava e guardava ghignando come un riposseduto. Sembrava pazzo!
Allora, descrizione : capelli crespi lasciati cadere liberi e vegeti come delle piante, fin sotto le spalle, tanto ce li aveva lunghi, ma erano così gonfi che pareva una siepe, baffi e barba foltissime e gomiti ben posizionati sul tavolo, come a dire – eccovi beccati! – e si girellava e si dondolava su quello sgabello. Non è finita qua perché…reggetevi forte, la cosa veramente ma lasciatemelo ripetere, veramente allucinante, è che era esattamente lo stesso identico famoso fotografo di V. ! Non ci potevamo credere, ci sembrava di vivere uno di quei films western vecchissimi che non si sa come si entra ma si sa benissimo come se ne esce ; io diventai rossa paonazza e cominciai a mordermi la boccuccia in tutte le posizioni possibili ed immaginabili, per non scoppiare a ridere ed evitare la figura di merda, salvando almeno il salvabile, il mio amico iniziò a sudare e a sudare così tanto che quando io stessa con mezza coda dell’occhio mi accorsi che stava grondando come una spugna zuppa, tra parentesi conoscevo benissimo il problemino del mio amico, cioè che quando era imbarazzato o briaco o incazzato o ingessato o quant’altro, iniziava a sudare così tanto che non si poteva far altro che porgergli due fazzoletti, beh quando me ne resi conto evitai in tutti i modi di guardarlo. Anzi per la precisione tutti e due evitammo come la peste di girarci e guardarci negli occhi! Si sarebbe scoppiati a ridere sputacchiando tutto il negozio! Con quell’espressione nel volto ci mancava solo la vignetta di un fumettista a sottoscrivere :
– Cazzo si fa? Scappiamo! Bravi siamo stati, che fenomeni! Abbiamo fatto 20 km di macchina per evitare quel… proprio quel fotografo lì e ce lo ritroviamo qui davanti a LLL.?! – insomma quell’espressione nei visi traditrice aveva fatto comparire un’altra vignetta di tutt’altro genere sopra la capoccia di lui – Eh eh eh! Venite venite, avvicinatevi vi stavo aspettando! – e ghignava e ghignava. Mi sembra pure di ricordare di aver mormorato al mio amico, prima di scoppiare a ridere sul serio, una cosa tipo – E dai facciamo dietrofront e andiamocene, sei matto, questo non me le deve vedere le tette nude a me! – e lui deve avermi anche sussurrato –
Troppo tardi azz!! –.
Insomma ce ne stavamo lì pietrificati come dei fessi.
Ok facemmo tre passi in avanti, tanto eravamo in ballo oramai e dovevamo ballare, gli sorridemmo e gli mettemmo i nostri segretissimi e infiniti rullini sul tavolo ma lui, no dico proprio lui il fotografo ci precedette con un immenso sorriso a cinquantacinque denti ed esclamò: << Io a te ti conosco! Noi due ci siamo già incontrati a V . !! >> ma il bello è che lo disse puntando il ditone al mio amico di Firenze, che poveraccio non sapeva se ridere o se piangere e disse soltanto : << um! um! >>.
Non potevamo più tirarci indietro e il fotografo con uno scatto velocissimo s’era già pappato i rullini e li aveva già messi nell’apposita busta, impugnando una penna e dicendo:
<< Allora? A che nome li metto? >>.
Lui gli rispose pensandoci bene : << Mah! Lucignolo! Scriva pure Lucignolo! >>.
<< Bene Lucignolo, (che nome buffo) torna pure a ritirarli domani sera…>>
Poi io mi voltai, mi mossi quatta quatta con passo felpato verso la porta per andarmene e ridere finalmente fuori, ma da dietro le spalle mi sentii dire…<< E tu Chiara salutami tanto tua madre…anzi, perché non venite a ritirarle direttamente a V. chi ve lo fa fare di venire fin qui ? >>.
Infatti…si pensò noi…infatti.
Ovviamente il giorno dopo lo feci andare da solo a prendere le foto, io decisi di scomparire.
Ma i miei amici siciliani son di tutt’altra razza, alcuni paiono proprio topi di fogna, anzi per certi versi assumono più le sembianze dei gatti, “specie quando li senti miagolare per richiamarsi all’ordine nei campi di battaglia!” Ogni tanto emettono dei suoni strani, bizzarri, geniali, ti giri e ti rigiri e non sai da dove provengono, probabilmente da molto vicino, solo non li vedrai mai.
Hanno imparato l’arte della trasparenza fin dall’età delle fasce e del latte. Da dietro le siepi dei cosiddetti << postibui >> senti urlare con tonalità devo dire, musicale ed intonata : “Swhapps ! Swhapps !” e da un certo angoletto vedi partire quattro ragazzetti facendo finta di niente, ed io che me la rido sotto i baffi. Poi hanno imparato che se gli mancano le cartine basta dire, tanto lì si usa così : “Cupet ! Cupet ! Lenzola ! Cupet-Lenzola !”, cioè coperte o lenzuola bianche. Quando s’inventano queste cose, mi riscopro partecipe di danni e mi sento a casa, ma sempre in modo del tutto inconsapevole.
<< Bugiarda ! >> mi urlerebbe ù Quartinu ! << Bugiarda fimmina e malefica! Tu sì che la sai lunga! Ammuninne carusi! Chista la sa longa! E ci futta a tutti noi pari pari quantu siamu! >> Ah ! il Quartino, gran bravo ragazzo, secondo me ha sempre avuto una cotta ma non me l’ha mai detto. Per onore!
Lì tutti ci si vuole bene peggio di come teniamo al nostro sangue, solo che nessuno parla mai di sentimenti, di tutto sì, ma mai di sentimenti. E forse il trucco è proprio là.
Loro a me, così col dito, non me l’hanno mai fatto.
Nelle albe più buie e più luminose che abbia mai visto, all’età dei loro 5 anni, li ho guardati andare verso le loro campagne, cogli scarponi da ometto, i coltellacci nelle tasche strappate, i pantaloni rattoppati male, i cappelli da uomo che va per i campi, ovvero le coppole, le guance rovinate dal sole, le mani già grosse come quelle dei padri, e in fila trotterellando, li ho visti andare fischiando cose siciliane.
Chissà cosa facevano, io però, mi affacciavo dal grande balcone in pietra lavica, mi appoggiavo alla ringhiera di ferro, esattamente all’ora del tramonto rosso e viola, proprio davanti ai miei occhi sbigottiti, davanti a me e sotto le colline che si preparavano ad accogliere la grossa palla arancione ed il ritorno dei mocciosetti. Esattamente al tramonto e non c’era verso di sbagliare neanche di un colore, loro risalivano da quella salita a destra e poi a sinistra. Erano duri sì, dei piccoli ometti di cinque anni tutti orgogliosi e sorridenti, non li ho mai sentiti lamentare, ma giocare a pallone, tanto. E nessuno si doveva permettere di avvicinarsi a me, mi custodivano come un gioiello raro, non andavano a scuola ma a suon di strada e di lavoro duro, ne imparavano di cose. E poi c’ero io, l’unica con la gonnella solo che portavo i pantaloni il più delle volte e facevo discorsi seri, una “cosa” anomala insomma. I miei amici in Sicilia sanno cos’è la terra, e dei mattoni ne possono parlare e raccontare tanto, hanno persino tirato su case da soli, e piantato anche qualche pianta, ma poi dicono – Eh ma sai, Chià, la botanica qui è molto difficile, ci devi stare dietro e non ti devi scordare di annaffiare, se no è finita! Il problema nasce quando però c’è “il bulldozzer” che ti segue! –.
Vi voglio raccontare di quella volta in cui mi hanno raccontato, che un gruppo di ragazzetti, entrò nella villa del maresciallo di zona,un maresciallo talmente scomodo da far nascere un malcontento generale. Il paese si lamentava perfino della sua grossezza fisica, della pancia allegra che si portava dietro, fiero d’aver mangiato chissà che roba. Gli scavalcarono il cancelletto, uno faceva il palo e gli altri rubavano una per una le galline; gliele fecero tutte senza remore. Insomma sparì tutto il pollame! “Che roba ragazzi, rubare le galline!” Solo che alla fin fine gli lasciarono un bigliettone piantato con un paletto sull’erbetta piena di piume dove c’era scritto : “AH MARESCIA’ ! LA LEGGE È UGUALE PER TUTTI !”
Non è che di gran discorsi ne hanno praticati molti, ma di cose alla Cunsiria tra albanesi invadenti ne hanno cantate parecchie.
Eh, i miei amici, i miei amici, e dire che loro tra la falce e il martello ci stanno davvero!

[ 2006 ]

RACCOLTA di CORTI e di SINAPSI

[2006]

-MARIANNA TRA I CANCELLI-

Cazzo! C’è qualcuno che da lassù mi ficca le sue parole in testa. C’è qualcuno che vuole che io sia…
Per “lui” eran Pidocchi, dirò “lui” per non smascherare niente, che sia un tacito segreto fra noi, poi un po’ me ne vergogno anche, è ovvio mi domando perché diavolo abbia deciso proprio me, lui da così in alto ed io, così in basso.
Quindi ci leggo – pidocchi di qua, pidocchi di là – bella parola però, che usava per… mentre per me è tutto un gran periodo che mi s’affollano parole strane, per me insomma ci son solo Pulci, pulci, pulci, pulci, pulci a destra, pulci a sinistra, pulci a terra, pulci nel pane, pulci coll’olio, lo vuoi un panino alle pulci?
Nutro la mia particella zingara e anche la più intrigante, tra discorsi inferociti di un inchiostro delicato come Dio comanda. Tutto deve essere a base d’indecenza e consapevolezza, non ci posso credere “sto tipo qua” ha fatto la sua scelta, una donna per giunta! per i suoi sporchi affari! è stato colpo di fulmine subito.
Lamenti, lamentele, puttanate, ma che volete, rigurgiti, imbrattamenti, condotti per tombini delle feci, silenzi. Ma chi ve lo fa fare! Ebbene sì, ebbene mi sembra di ricominciare a respirare, e odoro, odoro, odoro, tiro su insomma, anche in mezzo allo smog, anche qui dentro respiro odori nuovi, tra piscio e letteratura colta. Andata.
Io penso molto quando vado in bagno. Io penso meglio, lì.
Sarà perché sto bene da sola. Ed è l’unico posto il cesso, in cui mi ritrovo davvero da sola.
<< Siamo io e il mio scroscio! >>
Sapete che vi dico? Che un giorno ci ritroveremo io e il mio “Suggeritore di rovine” seduti ad un tavolo di legno, di quelli grandi rettangolari da campagna Toscana, saremo l’uno di fronte all’altra, sì ci ritroveremo così, io a fare la solita contorsionista nel sedermi assolutamente non composta, “lui” in silenzio puntando due diti in alto in segno di Grandi Informazioni, dandomi Istruzioni…sì ci troveremo un giorno a mangiare pane e pulci, in un tavolo.
“Borowski porta abiti di velluto e suona la fisarmonica. Combinazione irresistibile, specialmente se si considera che Borowski non suona male. Dice d’essere polacco, ma naturalmente non è vero. È ebreo, Borowski, e suo padre era un filatelico. Veramente, quasi tutta Montparnasse è ebrea, o mezzo ebrea, che è peggio. Carl e Paula, e Cronstadt e Boris, e Tania e Sylvester, e Moldorf e Lucile. Tutti, tranne Fillmore. Si è scoperto che è ebreo anche Henry Jordan Oswald. Luis Nichols è ebreo. Anche Van Norden e Ché rie sono ebrei. Frances Blake è ebreo; o meglio: ebrea. Titus è ebreo. Sono travolto da una valanga di ebrei. Scrivo queste cose per il mio amico Carl, suo padre è ebreo. È importante per capire.
Fra tutti l’ebrea più bella è Tania, e per amor suo mi farei ebreo anch’io. Perché no? Già parlo come un ebreo. E sono brutto come un ebreo. E poi, chi odia gli ebrei più di un ebreo?” […]
Non ci si guarda più attraverso le sbarre d’acciaio freddissime, nei suoi momenti di lucidità, perché gli hanno cambiato il lettone un’altra volta. Non ci sono più << i cancelli >> zio.
In casa mia a S. c’è un muratore, anzi per la precisione è un imbianchino, e si fa i cazzi suoi, e anche quelli miei, per la verità, ma lo ignoro perché io l’ho provato un giorno e anche molto di più, il rispetto del suo mestiere, ma lui non il mio.
<< Quindi raschia raschia, che ti passa >>.
“Capiterà qualcosa anche altrove. Succede sempre qualcosa. Si direbbe che, ovunque vada, ci sia dramma. Gli uomini sono come i pidocchi, ti entrano sotto la pelle e vi si infossano. Tu gratti e gratti finché esce il sangue, ma non riesci mai a toglierti la rogna. Dovunque vado, la gente fa scempio della sua vita. Ognuno ha la sua tragedia privata. È nel sangue, ora: sciagura, noia, pena, suicidio. L’atmosfera è satura di sfacelo, delusione, futilità. Gratta e gratta, finché non resta più pelle. Eppure, su di me l’effetto è esilarante. Invece d’esserne scoraggiato o depresso, mi diverto. Chiamo sciagure e ancora sciagure, calamità più grandi, più grandioso sfacelo. Voglio che tutto il mondo vada fuori sesto, che tutti si grattino a morte”.
Dice Lui. Eh! che vi avevo detto? Mica ci si può far niente se aveva già capito tutto. Se aveva ragione. Ed io e Lui la pensiamo proprio uguale.

RACCOLTA di CORTI e di SINAPSI

NON MI PIACCIONO GLI UOMINI ZERBINO–VUOI FARMI UNA COLPA ANCHE DI QUESTO?-

[ UNA DONNA SI LEGA A UN UOMO NON PER QUELLO CHE LE DA’, MA PER QUELLO CHE LUI È ]

Ti avevo detto che la tua intelligenza era come un vaso pieno stracolmo di vermi e questi moltiplicatisi, giunti al limite, scivolavano, cascavano giù e mi facevano sentire impregnata di molliccio, mi invadevano, salivano su per tutto il mio corpo e li sentivo, li sentivo, li sentivo eccome, questi vermi avvolgermi, salirmi fino alla mia di testa.
Dunque, tu spugna io spugna.
E allora suona! Suona! “Umprodigal Doughter” di Alanis, falla finita e continua a battere così, faMMI finita!
Ma mi rispondesti << ah bello sentirsi paragonati ad un vaso pieno di vermi, come intelligenza >>.
I luoghi comuni non son quelli frequentati per calpestare tritare strade che poi le abbiamo buttate nella storia ed ora son quasi leggenda, il luogo comune è non aver capito che Amore è Tattica.
E allora dico basta alle chiavi d’accesso se poi sbagli sempre ad entrare. Stop agli urli dei tuoi vermi, che tu non lo sai ma erano le tue carte vincenti che non hai mai sfruttato, stop alle tue regole intrufolatesi che non corrispondevano assolutamente se io tutto quello che sono è entrare in punta di piedi. Stop ai tuoi rifiuti, stop al tuo pizzico di cattiveria perché tutti sanno che sei un essere buono, stop ai tuoi “questo non è importante”, stop al tuo volermi tutta per te, stop ai tuoi problemi, stop ai tuoi “mi sono rotto il cazzo perché te lo sei rotta te” se tutto quello che sono è un grido forte e chiaro.
Dunque tu convinto e io confusione.
E allora suona musica incantatrice come quell’incantatore di serpenti, suonami “Fake plastik trees” dei Radiohead nella versione della Morissette e stendi un silenzio tutt’intorno.
Mi dicesti << ormai ti conosco da tanto tempo so come sei fatta >> e l’unica cosa che penso è che non penso a un bel niente se non che adoro vedere un uomo che fa apprezzamenti su una cameriera e ancora non ho ben chiaro qual è il motivo per cui non posso contribuire io ad elencare i miei apprezzamenti su ragazzi per ovvi motivi, mozzafiato.
Le sigarette qui scarseggiano.
Un digestivo per questo non c’è.
Guarda che io non ti ho mai desiderato mio non perché era pieno di potenziali pretendenti e tu pretenzioso dell’irraggiungibile sguardo sempre rivolto oltre il tuo ma perché non mi piaceva come camminavi.
Ti avevo detto << tu non lo sai, tu non lo sai, ma sei talmente intelligente che la mia sensibilità si trasforma in sensitività e riesci a farmi sentire cose anche quando fai di tutto per occultarle, sai…le solite voci che sento…>>
Tu mi rispondesti:<< mi prendi per il culo. Sempre. >>
Tu non lo sai ma io l’ho sentito lo stesso, quello che hai detto.
Dunque tu inadeguato io stronza.
E allora dico basta alle tue piazzate melodrammatiche.
Un Aulin per questo non c’è.
Guarda che non ti ho mai amato come intendi tu non perché era pieno di pretendenti indisciplinati vincenti, ma perché non mi è mai piaciuto come mi portavi il bicchiere.
Ci sono le note di Still, ci sono le note di Still ora, e allora suona Alanis, ma mi sbaglio o ci sono delle potenziali bombe qui?
Tu sei quello che sta lì, noi parliamo, tu ci ascolti, non partecipi, noi spariamo cazzate, tanto per parlare, e tu stai lì zitto, cerchi di chiappare tutto e lo acchiappi, te lo registri, lo prendi, te lo programmi e te lo porti dentro il cranio, te lo ficchi lì, per poi usarlo come spunto per inventarti nuove litigate.
Cerchi sempre di fare in modo che tutto ti dia noia!
Dunque tu cimice nascosta io bersaglio in codice.
Forse un giorno allungherò o accorcerò questa pagina.

RACCOLTA di CORTI e di SINAPSI

Foto [13]
<< IL TORO ESCE DALLA GABBIA >>

Devo trarre ispirazione da questo libro, qui, che ho tra le mani.
Tanto sono tornata sulla strada che m’ha sempre portato oltre.
Lontano. Quindi non sarà neanche un’impresa così ardua, così difficile, perché è esattamente da questa posizione, ch’è sempre partito tutto. Io accendo il lumino accanto a me, sulla mia destra, pesco un libro a caso, me lo metto come piano di lavoro sulle mie ginocchia, alzo gli occhi mezzo secondo e li lancio sul muro grigio-scuro ricamato dalle ombre e dalle luci e poi li faccio scorrere fino al soffitto, ma tutto questo quasi contemporaneamente a quando mi accorgo di lui, che mi dorme davanti di profilo sul suo lettino, per far sì che la mia ispirazione parte dall’oscura ombra e va verso una luce che io stessa non credevo potesse esistere. Ma non in questo caso. No perché, non ne ho più bisogno di guardare… di osservare… ho già tutto piantato con le radici in testa. Ce l’ho ormai dentro, tutto l’ambiente, che come vedete e come io stessa mi sto rendendo conto, non ho avuto bisogno neanche di fermarmi, di respirare, guardarmi in giro, arrampicarmi sulle cose per trarre quel giovamento da sanguisuga come facevo fino un paio di settimane fa. Adesso potrei farvi una descrizione dettagliata su ogni oggettino posizionato, o su ogni metro cubo lasciato libero, o addirittura dirvi di lui, che gli hanno cambiato il letto con uno professionale, dice, adatto, e sinceramente ve lo dico proprio con sincerità, non è che lo abbia guardato poi così tanto da quando ho messo piede qui, nella sua stanza.
Ormai i miei occhi vanno da sé, anche senza sforzarli, e lo tengo d’occhio anche senza fissarlo troppo. Ed ho già annotato la forma e le sbarre alte e com’è fatto questo lettone. Quindi ricapitoliamo fino a che punto siamo arrivati: i miei occhi vedono anche se non guardano e lui parla e racconta di tutto anche se dorme imbottito di morfina.
No oggi no. Oggi è bastato che mi sedessi sulla solita poltrona vecchia, perché partisse da sé… la penna. Prima, poco prima che mi sedessi e che mia madre ci lasciasse da soli, lei lo ha sistemato meglio, gli ha farfugliato non so che, e nel frattempo gli ha tirato su le sbarre d’acciaio, chiudendogliele per bene, per poi sussurrargli dolcemente – così sei più sicuro e… non si sa mai… oggi è meglio che non ti alzi e con queste almeno sei più al sicuro –. Io so solo due cose, che lei m’ha fatto morire per quanto era dolce e che lui ha risposto: -eh… il toro esce dalla gabbia!– Così ha detto.
Così ha detto.
Dio ragazzi, m’ha fatto morire dalle risate, anche perché guardava proprio me, e sembrava cattivissimo in quel momento, davvero. E mi viene ancor più da ridere, perché più indifeso di lui non so chi ci può essere. Ma torniamo alla mia cosa iniziale, cos’è che chiedevo? Ah sì, l’ispirazione. Di solito arrivata qui l’ho tirata fuori da vecchi poeti ventenni, da autori come Baudelaire e il suo oppio fottutissimo o da scrittori italiani di fine novecento. Ma non in questo caso. Oggi ho sulle ginocchia un altro tipo di libro, si chiama “ SOLDI TRUCCATI “ ed è di un certo Lombard. Ed è successo che molto spontaneamente m’è scattato un processo alla rovescia: dalla scrittura che si è scatenata come una pazza, vi saluterò dandovi i miei più cordiali saluti, e mi dedicherò alla sua lettura.

[2006]

Prima prima prima, gli artisti veri, morivano di fame, e nei loro tormenti dolci, tiravano avanti una vita fatta di stenti. E inneggiavano a grandi amori, nutrendosi d’altro, sentimenti allucinanti, gabbiani che fluttuavano nel cielo o visi curiosi che si specchiavano nei pelaghi di fonti d’acqua. Ora, ora i cosiddetti artisti, fanno la vita da re, si sono fatti furbi, sanno cosa va di più, e navigano nell’oro avendosi fatto bordi piscina con due cartucce di pochezza di frasi, in discoteche di uno squallore e dubbia bellezza melodica, mettendo magari persone alla postazione di strappo biglietto. No no no, non era la stessa cosa.

25 AGOSTO 1993

16/ 7/ 2002

Ricordo lontano
il tuo vestito immobile
seduto in riva
fumante nella mano
il piccolo gesto
invano il treno
T’ho perduto
e scoperto mio
per sempre.
XXXXXXXXXXXXXXXXXXXX

20/ 8/ 2002

Il periodo continua
in fondo al fiume di parole
disperso, disperato straziato,
come nel ricordo di un abito lontano
impeccabile viso
passeggiata temporale
in uno sguardo appena
nel domani presente
scoraggiata e vinta
piccola straniera creatura
periodo di ritorno
attimi regalati
e basta al sorseggiar bianco vino
che l’urlo del cieco s’innalzi al vento
impeto di un giorno
di uno sguardo appena.
XXXXXXXXXXXXXXXXXXXX

“SECONDO ME, TE…”

Incosciente!
L’urlo sordo e soffocato,
immagina sopra le nuvole
vedermi abbronzare
chiudendo le palpebre,
Daniele che ride
Daniele che vive.
Insufficiente scrittura
e pare di incasinare l’occorrente,
di un figlio smarrito
di un bimbo caduto e vinto
e giuro a me stessa
di parlare come se fosse normale,
e normale non è.
Daniele guidami
sin che possibile,
allarmare creature
viventi e stanche d’esserlo,
Daniele stringimi se no tremo
e chiedimi le cose che tu sai,
Daniele girati
ora è il momento dell’accettazione
E Guardami
non ho mai smesso di sognarti
di allungare le dita…
Incosciente!
Che bambina povera d’idee
che insoddisfazione di ruzzolare parabole
e finisci tu l’ultima poesia,
senti, senti,
indiavolare all’improvviso
gridare il tuo nome
come un tempo
come nel tuo giorno
d’infedele momento,
girati, voltati,
ispirami ancora
osserva la nuvola
chiudendo le palpebre,
impressionante,
non ho ancora accettato,
non ho ancora singhiozzato.
Possa servire il mio cuore innamorato
il mio cervello impazzito
a farti correre ancora.

MARIANNA GALOTTO

25 AGOSTO
MILLENOVECENTONOVANTATRÈ

25 AGOSTO 1993

GOCCE

Gocce.
Gocce e ancora gocce.
L’eterno futuro non prevedo più.
Troppo lontano
troppo fragile.
Lui non mi guardava
e sorrideva.
Fermarsi, impossibile.
Non c’è più tempo.
Dove ti aggiri non so…
Ma lui è qui
ed io con lui
piangerò lacrime
di un sogno irraggiungibile.
Gocce invisibili
di una trasparenza perfetta
come te
distante
bellissimo.

—————————————-

DANIELE VOLATO VIA”


Dicevamo della tua luce
luce strana attorno a te
parlavamo senza pace
su di un letto ormai distante
foglie petali margherite
nelle parole più belle
ed avrei voluto trovarmi
nei tuoi sguardi più profondi
avrei voluto trovarmi
in quei discorsi forti
ed avrei voluto trovarmi fra le tue parole più belle.

Dicevamo della tua luce
luce immortale attorno a te
parlavamo di dame distratte
di occhi neri
ed ho inseguito a lungo
il rumore assordante
ed abbiamo pagato a lungo
il nascondersi dietro la bellezza delle cose.
Distante fortissimo
uccello libero solitario
tranquillo ami sorprenderci.

Ho bendato i miei occhi
perché avrei voluto trovarmi
in quei discorsi forti
ed avrei voluto trovarmi
tra le tue parole più belle.

Ogni tanto non ho ispirazione
non è poesia
è, credo, una preghiera,
la candela puzza

ed io ti amo
come allora,
forse anche di più.

Dicevamo della tua luce
luce strana attorno a te
parlavamo senza pace
sulla vita ormai distante
foglie petali garofani
sulla bara bianca ricamata
distante angelo del sud
ascoltami ancora
se ti pare
Credi che io non ti ami?

                        (VECCHIE-BOH ’95)