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PREGO

“PREGO”

Quando ti agiti gesticolando e ti affanni
dandomi milioni di spiegazioni e teorie
mi sgridi come fossi una bambina da crescer bene
come un uovo da sbattere in testa alla Coque
quando ti volti dall’altra parte mentre ti parlo
senza lasciare nulla al caso, sventoli maleducazione
so già, che con un solo gesto ti farei sentire male
troppo male, troppo imbarazzo, ti farei sentire scivolare
perché lo faccio per te, per voi altri, di tacere e sorridere
perché non ci sei abituata, voi! Voi non ne avete
sentito la crosta sanguigna su per lo sterno
non ne avete sentito le unghie scorticare, riaprire il
processo delle piastrine, sino al sanguinamento
la crosta terrestre avvinghiata su per l’esofago.
Evito semplicemente di mettervi disordine
di imbarazzare le lacrime dei vostri occhi sgranati
voi tutti così belli puliti e non sgualciti
e se parli, parli, parli come se mi capissi
meglio di chiunque altro, senza avermi rispettata
non ti rispondo, non perché non saprei farlo
ma perché poi temo che ci rimarresti male
giro le labbra sigillate di là
in un vuoto cosmico, perché evito di
farti male, di ritornare a tempi addietro,
sono andata avanti per cui ti dico
prego non c’è di che.

IL GRANDE BIANCO

XIII CAPITOLO

ANCHE IL DIAVOLO IN ME, SBAGLIA
(colei che insegnò l’amore a Socrate – non il calciatore -)

Ecco durante le mie notti delle cinque del mattino, il verme che mi rosicchiava il cervello si zittiva per farmi tramortire dalla penombra della solitudine. Non sentivo neanche il CRONC CRONC quotidiano.
Camminavo a passo d’uomo col mio Scudo. Pigiavo frizione e acceleratore. Gli occhi si aprivano e si richiudevano senza preavviso. I mozziconi accesi di canna me li dimenticavo nel filo delle labbra, non si contavano più i buchi bruciati sui tappetini giù, o sui sedili. Sbandavo e alle curve, prendevo sempre il muro di cinta con lo specchietto. Molti specchietti dei furgoni del lavoro ce li misi di tasca mia.
– Non posso fissare sempre il monitor del cellulare credendo che s’illumini improvvisamente. Tanto non chiama! Non chiamerà dicerto per dirmi quanto le manco, quanto mi ama, se mai per farmi qualche minaccia! Per dirmi che mi stanno venendo sotto casa insieme un gruppo di marocchini con le spranghe!-.
Probabilmente se non mi fossi adagiato all’idea di un’amara telefonata, avrei frenato prima, avrei sterzato più sicuro di me, l’avrei notato molto prima quel deficiente di un vecchio che mi tagliò la strada, come un riccio che attraversa ignaro da corsia a corsia senza degnare di uno sguardo le autovetture che sfrecciano, permettendosi un attacco di libera follia non rispettando lo stop proprio mentre passavo io.
– Cazzo! Cazzo! Cazzo! Cazzo! Cazzo!-.
‘Sto vecchiettino passava tranquillo e poi ci fu uno SPUDUBUN vorticoso!
Mi ritrovai semi incosciente dall’altra parte della strada, dall’altra parte del posto guida, quasi con mandibola spostata, un taglio netto sotto al mento, una nebbia davanti allo sguardo, surreale, un fischio dal subconscio all’orecchio e magliettina sporca di sangue.
– Presto! Presto! Chiamate un’ambulanza! -, udii in lontananza.
– Si svegli! Si ricorda da dove stava venendo? Che è successo? –
– Avete chiamato un’ambulanza? –
– Oh ma questo non si ripiglia! –
– Oh che è tutto ‘sto sangue? –
– Oh ma arrivano i soccorsi oppure no? –
– Oh finalmente ha riaperto gli occhi. Ci vede? Sta bene? –
– Che teste di cazzo! -.
Non so, l’ambulanza venne dopo la volante dei carabinieri che presero a far subito i loro controlli, le loro verifiche, il loro sopralluogo.
– E questo cos’è? –
– Eh cos’è secondo lei? –
– Wè, non faccia lo spiritoso con me! –
– Che cos’è secondo lei cazzo… –
– Cos’è? Cos’è? Me lo dica lei giovane! –
– Un tocchettino di fumo no? –
– Venga prego, favorisca i documenti e libretto -.
Mi portarono in caserma, mica all’ospedale. Quelli mi tennero tutta la notte lì, su una sedia nera in formìca, ghiaccia, dolorante, sanguinante, tremante, in preda ai miei deliri più allucinanti. Senza sigarette, fanculo, per poi darmi alle cinque di mattina un foglio con su scritto che avevo il ritiro della patente immediato e che dovevo fare le analisi dell’urina al SERT.
– Fantastico! -. Persi il lavoro.
Me ne andai dalla questura ch’era un freddo della madonna. Il fiato diradava nell’aria. Stelle nel cielo non ce n’erano. Il mio cuore non sentiva più niente. Solo i passi in un lungo cammino verso la stazione. I binari alla mia sinistra facevano silenzio tutt’intorno. Neanche l’ululato d’un cane. Il mio animo dentro era svuotato. Poi capii ch’era pure divertente prendere il treno per casa e rischiare la multa per non avere il biglietto. Cazzo me ne fregava, non ci pensai più.
Così ero già sopra il mio trenino, in direzione casa, quando mi resi conto che lo spettacolo davanti a me era più interessante di quello fuori dal finestrino: una coppia di tedeschi si stava strusciando nelle parti intime davanti ai miei occhi. Come a dire: lo vuoi l’invito?
Lei una gran zoccolina, con gli occhi languidi ogni tanto mi puntava e mi faceva il verso con la lingua. Si sbottonava la camicetta lanciandomi segnali inequivocabili e muoveva il culetto dondolato dal ritmo del sedile del treno. Mi faceva vedere le gambe rosee.
Si avvicinò all’orecchio del suo tipo, gli sussurrò qualche stronzata in tedesco, ma capii il senso visto che si girarono dalla mia parte e risero non poco. Lui prese a toccarle la schiena da sotto la camicetta, fino a sganciarle con un semplice gesto, il reggiseno a balconcino. In un batter d’occhio era già lì a baciargliele dando dei teneri morsetti ai capezzoli a punta. Gliele prendeva con le mani. Gliele maneggiava e gliele leccava. Io pensavo che era una fortuna che il treno fosse vuoto, che gli unici abitanti dello scompartimento fossimo solo noi tre. Il ragazzo biondissimo stile David Bowie da giovane, mi guardava pure lui, pensavo fra me e me: questo non parla un’H d’italiano, allora sorridendo mi fece capire che se volevo potevo partecipare anch’io, così mi uscì la voce di colpo e bofonchiai: – Posso? – mi fiondai a ginocchioni davanti a lei, le aprii le cosce morbide come non ricordavo potessero essere perciò fu molto facile arrivare senza sforzo, faccia a faccia agli slip.
Insomma gente, un odore magico mi pervase tutto il viso. Con un dito glieli spostai e non mi sembrava vero di poterla leccare senza preoccuparmi, ero in un altro pianeta, sentivo il suo sapore entrarmi dentro. Ad un certo punto sentii la mano del suo ragazzo sopra i capelli che spingeva, che tentava di farci raggiungere l’orgasmo più veloce. Era fantastica, i capelli a boccoli biondi le scendevano lungo il collo, in contrasto a quel chiarore un rossetto rosso fuoco le contornava la bocca a cuore, si agitava provocandoci ancora di più, la baciavo dappertutto. Poi per farci capire che stava venendo, lanciava dei sospiri più forti, un po’ più acuti, ma non troppo per paura che qualcuno ci sentisse. Mi ripresi se così si può dire, solo quando sentii la voce frigida nell’altoparlante che diceva:
– Prossima fermata è San Miniato… -. Sì perché poi cambiai casa pure io.
– Sì sì, s’è capito! – urlai sdegnato ma anche un po’ sollevato. Mi affrettai ad alzarmi, anche loro si fermarono, le diedi un ultimo morbido bacio sulle labbra e poi sparii tra la folla della stazione.
Mi resi conto mentre camminavo in direzione autobus, d’essere quasi un infiltrato ad un party a invito, perché avevo tutti gli occhi puntati contro, incuriositi non so di che i passanti mi fissavano con quell’aria compiaciuta, mi facevano sentire strano, così io stesso assumevo un’aria colpevole anche senza volere, ma poi capii, diedi una leggera occhiata giù in basso e mi ricordai della mia maglietta ancora macchiata di sangue dell’incidente.
La tristezza arrivò forte e chiara sulla mia faccia segnata, quindi mi accesi un cannino per riflettere sulla mia condizione e sul verme che stava riprendendo a rosicchiarmi il cervello.
Feci ritorno a casa finalmente, infilzai la chiave nel buco della serratura come il verme nello stuzzicadenti e… dulcis in fundo era durissima, provai e riprovai cento volte, girandola in ogni verso possibile, spintonando anche un po’ la porta a spallate, ma niente proprio non voleva aprirsi, tanto che mi venne il dubbio: Ma è casa mia questa?
C’era un silenzio catacombale e lo schianto della porta che abbattei con una spallata, risuonò secca per tutto il vicinato facendo incazzare i cani della zona.
– La mia porta ti rendi conto? Ho dovuto abbattere la mia porta! -.
M’infilai nel lettone coprendomi fino al naso e cominciai a sprofondare, a scomparire nel materasso che quasi a quel punto, mi faceva da parete. Gli occhi chiusi oramai in semicoma dalla stanchezza e dalla serata singolare. Le orecchie vigilavano per il resto del corpo e per tutta la stanza che in quel momento a quell’ora, non mi sembrava più nemmeno la mia, mi faceva sentire un intruso, un ladro.
– Sono troppo stanco per aprire gli occhi – dissi muovendo a malapena la bocca e biascicando le parole. Ripensai per un istante all’appuntato della Guardia di Finanza, quando in Questura mi dette il foglio del ritiro della patente, facendomi persino firmare che ne prendevo atto!
– E allora non li aprire, fa come vuoi… – sentii rispondere ed io feci di riflesso un balzo svegliandomi tutto d’un colpo e tremando come un coniglio. Mi prese un coccolone cazzo.
Stringevo i pugni alla coperta scura. Dalla penombra vidi un cosino allucinante, sul capezzale del mio letto, colle gambe incrociate, più piccole delle braccia anch’esse incrociate, come disappunto, più precisamente era sopra le punte dei miei piedi.
Un diavoletto, assomigliante a un elfo, un folletto tutto liscio verde scuro e occhi a spillo, insomma un coso… un coso… che assicuro a chiunque non assomigliava per niente ad una persona terrestre, era proprio lì sopra. Volevo restare calmo, ma il mio sangue cominciò a trasudare dai pori e la fronte era la prova schiacciante che assolutamente stavo per collassare. Sudava da paura.
Uno scroscio di voci si abbatté su di me:
– Non ti piaccio nemmeno un po’ ed è normale mi spiego? –
– Io devo assolutamente riprendermi, non è possibile! –
– Se te ne vuoi andare puoi farlo, ma non è divertente mi spiego? –
– Chi cazzo sei? No dai, devo farmi assolutamente un caffé –
– Che te ne frega! Ora sono qui e non mi muovo e potrò fare ciò che voglio! –
– Che cazzo c’era in questo fumo? –
– Non è la tua droga, tossico da quattro soldi, sono proprio io! E ora mi stai a sentire! –
– No, te ne devi andare, lasciami dormire, è il mio letto questo! –
– Si? Davvero? Non mi risulta –
– Che essere sei? No no devo smetterla con la bamba e anche col fumo! –
– Come sei noioso uff… ci credo che quella puttanella della tua amica non ti vuole -, fece una smorfia orripilante, lanciandomi un’occhiata da quegli spilli neri nascosti da peli verdi e grigi.
Con lo sguardo cercavo per quanto possibile di distrarmi, nel frattempo scrutavo minuziosamente da destra a sinistra per vedere se era tutto vero, se ero vittima di un incubo, o dell’allucinazione dell’asseuefazione del calo, guardavo dalla finestra al mio comodino, mentre il resto del corpo era paralizzato.
Mi sembrava di pisciarmi sotto.
– Cerchi questi? -.
Con un gesto veloce mi sbatté sotto il mento una scatola sgangherata di Tavor, ( ne avevo sempre una per le emergenze ) e me la porse con un ghigno abominevole.
– Bene, devo ammettere a me stesso che sono davvero fuso! Dai su dammeli! -.
Il coso a forma di elfo verde e grigio, giocava a tira e molla con la scatoletta dei Tavor, io anche se avevo paura a toccarlo glieli rubai con gesto alienante da quella manina a tre dita e ne buttai giù subito due, come se fossi in crisi d’astinenza. Già sicuro che mi avrebbero portato ad un sonno catatonico e al risveglio, ovvero fra due giorni, non mi avrebbero concesso il lusso del ricordo. E invece col cazzo! Quando serviva un Tavor d’effetto non c’era mai! Quel tempo non passava più ed io mi gingillavo nell’attesa di un sonno colossale, e invece niente. Niente di niente. Quei Tavor di merda non mi facevano effetto. E quindi ne presi un’altra pastiglia.
– La vuoi una notizia bomba? – lo scroscio di voci si abbatté di nuovo a me, – Non la dimenticherai mai, quella lì. Sei condannato ad un unico amore, per tutta la vita non potrai fare altro che amare Mabel, ormai ti ha spolpato il cervello, ciulato le sinapsi, ma tra una decina d’anni, ti abituerai a questo sentimento. Come il condannato a morte che nella sua celletta osserva il muro e sa perfettamente che giorno e che ora avverrà la sua esecuzione. Presto l’amore si depositerà come la polvere di quell’ultimo Tavor che hai ingoiato. Si depositerà in pancia e si affievolirà. Lei non si accorgerà di niente. Lei non si volterà mai indietro. Lei non vedrà quanto ha reso importante la tua vita -.
Stavo per accendermi una Marlboro, quando il coso aggiunse – Rassegnatevi. Entrambi -.
Mi sentivo ghiacciato, sudato, in preda al panico, renitente, stavo pensando velocemente e lo gnomo verde mi stava risucchiando tutti i pensieri più reconditi.
– Sì insomma, ma che cazzo vuoi da me? – balbettai ormai rimbambito dall’allucinazione.
– Vuoi che ti faccia un disegnino della tua faccia? – ragliò.
– Eh che faccia ho! Dai voglio sapere cazzo hai da dire! – bofonchiai.
– Voglio informarti. Voglio che tu sappia della condanna. Tu amerai una che amerà sempre altri. Tu vorrai sempre una che per i tuoi sbagli andrà ogni volta da un’altra persona – poi rise forte. Mi strinsi le orecchie con le mani e mi rigettai sotto la coperta. Toc-Toc, ripetuti centinaia di volte e ancora Toc-Toc, la mattina all’una ma io agonizzante non ne volevo sapere. Coi Tavor in corpo svegliarmi diventava ancora più doloroso. E dolorosissimo fu il risveglio fatto da mia madre, sempre molto leggera nella voce:
– Ramon! Quando ti svegli? A lavoro non ci vai oggi? Che fai festa? Eh? Eh? Eh? –
Non meno dolce fu mio padre: – Allora! Spiegami che fine ha fatto il furgone? E alla porta che diavolo è successo? Stamane l’ho trovata tutta spalancata! – il furgone – la porta – il furgone – la porta – il furg… all’infinito. Riaprii gli occhi e fu peggio di un bombardamento sopra la testa. Un malditesta così non me lo ricordavo da tempi immemori.
Biascicai solo: – Che piacere svegliarsi qui… oh buondì anche a voi…-.
Mi guardavano come fossi un alieno o giù di lì, come dargli torto poi, così cercavo dentro di me delle spiegazioni plausibili per cavarmela come meglio potevo ai loro assilli, ma dentro di me c’era solo il vuoto, per cui dissi: – Che ne so! Ho fottutto come un matto ieri sera poi non ricordo più niente, sarà che a forza di fottere si rimuove velocemente o si rimane fottuti! -.
Esterrefatti e scandalizzati, non crebbero ad una parola di quello che avevo detto, ma una spiegazione facsimile per la porta scassata ricordo che gliela dovetti dare: – Massì babbo, ieri l’ho sfondata perché ero stressatissimo, stanco, esausto e non si apriva e non si apriva e non si apriva, il furgone beh te lo lascio immaginare che fine ha fatto, col lavoro di merda che mi ritrovo, è già un culo se non mi sono schiantato in qualche rotaia con un Euro Star in corsa -.
– Ma questa è casa nostra le chiavi ce le avevi? Bastava infilarle nella toppa –
– Lo so, lo so, ma per un attimo stanotte non è sembrata casa nostra te lo giuro –
– Hai bevuto figlio mio? –
– No mmm perché babbo? –
– Ti sei drogato allora? –
– No, stanotte le mie chiavi non aprivano… -.
E intanto il CRONC-CRONC si faceva risentire ed avrei tanto voluto risparmiare i miei vecchi almeno di questo, ma senza successo, perché era inevitabile che il verme nel cranio mi avrebbe divorato ogni giorno di più, l’ultimo pezzettino di cervello rimasto.
– Vabbè in culo tutti! – sbroccai una volta per tutte e me ne andai.
Mi accorsi che era il postino che portava una lettera per me, dal modo in cui mi fissava e dal ghigno fuoriuscito sotto il baffo crespo e brizzolato. Me la passò. Io l’annusai. Lui disse che non era profumata. Scappò via colla sua bici gialla. Io lo mandai in culo col terzo dito. L’aprii. Il cuore pulsava nel pomo d’Adamo.

La lettera iniziava con un << Ciao piccolo cuore sperso chissà dove, lo so ho esattamente il tempo di questo foglio per convincerti… per farti ricordare… Fumo in continuazione queste dannatissime Pall Mall Rosse che quasi mi gira la testa, eh sì perché ho cambiato pure marca di sigarette, volevo che lo sapessi, forse sono nervosa, non so come mandar giù una lettera che probabilmente non leggerai mai. >> Qui mi fermai per accendermi un’altra sigaretta anch’io. Mi accendo sempre un’altra sigaretta. Poi proseguii a leggere.

<< Ma io ci provo, sì perché non dovrei? Ci provo e chissà forse ti arriverà e forse ti renderà felice! Troppi forse vero? Va bene così, bene, ricominciamo da capo. Ricordo i tuoi occhini lucidi, le giornate con te, le risate, i pianti, le piccole gioie che adesso… adesso mi appaiono così grandi. E ricordo il nostro rapporto… lo devo dimenticare? Devo cancellarti? O dio dimmelo! Ti prego dimmelo! Dimmi che succede, non ci sto capendo più niente sinceramente. L’unica cosa che ho chiara in testa è che NON POSSO FARE A MENO DI TE PER IL RESTO DELLA VITA! Questo l’ho capito sì. Forse un po’ troppo tardi già. È passato del tempo e tanto ne passa ancora e tu… tu rimani ancora la persona che non accetto di perdere. Mi rendo conto che sto diventando patetica, che giro e rigiro intorno ai discorsi, ma ho paura che non riuscirò più a convincerti. Ti ho fatto male, ti ho trattato come uno straccio non so quante volte, sono una stronza, ho perso la testa, ed ora, ora lo so. Ti voglio bene, ti voglio un bene infinito. Mi ritrovo sempre a parlare di te con i miei nuovi amici, del vuoto che provo ora che non ho più un tuo numero… sì perché queste cose le vorrei dire in faccia, magari per telefono, se le scrivo… boh ho tante cose da dire. Lavoro al Duomo, ho un sacco di nuove amiche, Cristian non lo vedo più da mesi, sì abbiamo rotto, sorpresa eh? Non ho ancora preso la patente, mi hanno bocciata! Ma mi sono presa una cotta per l’insegnante. Che ti pareva che dovesse essere giovane e carino? Tutte a me Ramò!! E poi sto pure per diventare zia! Sì la mì sorella è incinta, sanno già che sarà una femminuccia e sanno già che la chiameranno Laura! Dio quante cose vorrei dirti, per renderti ancora partecipe delle mie cose. Mi manchi un casino e come faccio a dirtelo se… Ti prego non sparire così… ti voglio bene davvero. Non tradirò più la tua fiducia. Dammi un’altra possibilità. Ok sei l’unico grande amico che ricorderò per sempre. Voglio rivederti almeno per un’ultima volta… una soltanto ti va? Telefonami questo è il mio nuovo numero, sai, l’ho ricambiato purio per la quinta volta: 3383710748. Spero che la riceverai e credimi non sto scherzando affatto: ti voglio ancora nella mia vita, ti cercherò, non mi fermerò, ti cercherò ancora, andrò persino A C’è Posta Per Te dalla De Filippi se necessario. Soffro senza di te, sto male anch’io. Per me anche se non te l’ho mai detto SEI UNA PERSONA SPECIALE. Un bacio Maby >>.
……

Potevo buttar tutto anche stavolta, anche la favola che si era addossata tutta la colpa, nel cesso? Presi su la cornetta della cabina all’angolo e il coraggio di un coniglio e chiamai il numerino appiccicato sulla carta giallastra a quadretti.
Quando sentii di là il primo BIP, l’Ok e il PRONTO? La cosa che spiccava era il sottofondo davvero a tutta palla della Morissette, ascoltava Forgiven.
Non so quante volte abbiamo detto “Pronto? Pronto? Pronto?”
– Ma chi è? Pronto o non sei pronto? Guarda che riattacco! -; ma la sentivo fortissimo e lei poteva anche sentire il battito del mio cuore, eravamo tutt’e due emozionatissimi. Era circa due anni che non ci si sentiva, e sfido chiunque a non balbettare.
A non dire: – Ehm… ehm… ehm… ecco beh ecco…-.
– Non dirmi… –
SILENZIO.
– Non ci speravo più –
– Invece eccomi qua –
– Voglio solo sapere come stai? –
– Bene bene bene –
RESPIRI.
– Non mi interessa più quella storia dei soldi sai? –
– Scusami. –
– No scusami tu. Mi fido ancora di te, lo sai? –
MAGONE.

Kipling

Ridere, è rischiare di apparire matti…
Piangere, è rischiare di apparire sentimentali…
Tendere la mano, significa rischiare di impegnarsi…
Mostrare i sentimenti, è rischiare di esporsi…
Far conoscere le proprie idee ed i propri sogni, è rischiare di essere respinti… Amare, è rischiare di non essere contraccambiati…
Vivere, è rischiare di morire…Sperare, è rischiare di disperare…
Tentare, è rischiare di fallire…
Ma noi dobbiamo correre il rischio!
Il più grande pericolo nella vita è quello di non rischiare.
Colui che non rischia niente…
non fa niente…
non ha niente…
non è niente!- Rudyard Kipling –

693 foto e immagini di Rudyard Kipling - Getty Images

ESTRATTO DI… .. .

Frequentavo posti dove tutti sono stati bastonati, traditi dalla mamma, delusi dai sogni, incattiviti, abbandonati dalle famiglie come cani sul ciglio della strada. E un cane se lo bastoni, non ti scodinzola più, ti morde si sa. Così io mi sono messa a frequentare loro, e tutt’oggi si chiedono se io sia vera, se io sia sincera, e come mai, come mai io sia sempre così, nonostante tutto. Mi studiano, m’ispezionano, mi annusano ai lati come fanno i gatti davanti a una carcassa di pesce. Loro, i miei ragazzi, ancora non ci credono. Eppure son lì, che non li abbandono mai. Perché mi hanno amata nei meandri più oscuri della mente, senza memoria, senza un briciolo di pregio, senza che mi sforzassi neanche, mi facevano sentire la persona più fortunata della terra.

CONTINUA… .. .

IL GRANDE BIANCO

*[Questa è una cosa abbastanza nuova cui ci sto lavorando da anni. I luoghi sono reali, i fatti e le persone, sono frutto di immaginazione.]

I° CAPITOLO

LUOGHI COMUNI

Hai fotografato la realtà in un modo agghiacciante. Quando parli sotto l’effetto del panorama di Mosciano e della eventuale seconda birra, devo cominciare a preoccuparmi, perché attacchi a parlare così, sembri più lucida che mai. Eppure quello appena udito non riduce il mio volto in ombra, sto sorridendo da questo accenno che fa la bocca e non ti sorprendo mentre mi accendo un’altra Marlboro. Improvvisamente capisco come fai a fermare il tempo, ma poi il tuo cellulare si mette a squillare e tu schizzi fuori dalla mia vita. La voce calda che scorre tra gli alberi del bosco non è per me e dimentico ciò che avevo appena capito.
– Ti rendi conto? È Demetrio! – e te la ridi. Da fuori istantaneamente rientri nella mia macchina, pigli al volo la bottiglia di birra e la scoli a canna. Questo Demetrio è uno dei tanti, ormai nella lista segreta che faccio nella mente, ne ho contati almeno cinque; da quando hai deciso di tagliare definitivamente col tuo Grande e Folle amore.
Non siamo venuti a rilassarci in un posto propriamente tranquillo, qui il Mostro-di-Firenze anni fa, colpì in una notte senza luna, mutilando gli organi genitali come in un macabro rituale, due ragazzi turisti, dando inizio al “cuore nero di Firenze”, quello che poi tutti ricorderanno come “il maniaco delle coppiette”. Per noi due invece ormai è diventato il nostro ritrovo Magico. I tramonti son sempre fouxia, tempestosi, lenti, che gli ultimi raggi laggiù alla collina fanno fare pennellate di viola ai pini della casa del prete. Le campane rimbombano, rimbombano e rimbombano, ci fanno sempre pensare al prete nascosto nel suo terreno di cespugli e olivi, che fa il guardone, e quel suono così religioso ci fa immancabilmente ridere. Non abbiamo mai capito perché tutte le volte ridiamo al suono delle campane. Si vocifera d’inverno, quando le foglie sono bagnate dalla brina, nella stradina sterrata non c’è neanche un’orma di passaggio di macchine, che abbiano avvistato una pantera nera con una coda lunga lunga. Naturalmente noi abbiamo creduto a questa storia e abbiamo fatto di questo luogo, il nostro posto fisso dove venirci a parlare di cose serie, in mezzo a grasse risate.
Nel frattempo una parte del mio geniale cervello architetta nuove strategie da assemblare al nostro rapporto, per migliorarlo, o addirittura per conquistarti, mentre la parte restante è perso dietro le implicazioni della nostra ultima conversazione. Qualche minuto prima dell’appuntamento con Demetrio, mi hai detto che dovrei smetterla di buttarmi merda addosso, che dovrei, tanto per cominciare, pensare positivo. Certo, qualche lato negativo ce l’ho anch’io, dici. E cominci ad elencare:
1) Non so scopare, sospetta impotenza.
2) Sono un lombrico privo di qualsiasi iniziativa.
3) Una vita di merda.
4) Sono un depresso cronico e contagioso.
5) Sono timido ed introverso.
6) Ti fisso come un maniaco.
7) Ti amo troppo e nel modo sbagliato, al punto che non ti senti affatto amata, anzi.
8) Sono distratto e stronzo.
9) Invento balle per apparire migliore, invano.
10) Geloso.
Però in compenso queste sono pinzillacchere, lievi imperfezioni nel contesto dei miei lati positivi:
1) Non ti picchio.
2) Non ti annoio (ma non sai spiegartene il motivo)
3) Ti amo comunque sia.
4) So ascoltare e con me puoi essere te stessa.
5) Sono buono e servizievole e sarei quindi un buon padre, un buon marito.
Stupita mente Geniale ti odio! Esco dalla vettura per respirare un po’ di nicotina solo. Per ripensare a quando ti incontrai la primissima volta. A quell’esatto momento, lontano 5 anni ma conservato come una zanzara paleolitica nella resina della mia mente appiccicosa. Entravo nel boschetto di molti miei pomeriggi in cerca, quando ancora a Bobolino pullulavano pusher e ombre nere ricche di varie ed eventuali dai cespugli. Attraversavo la strada con ancora quell’aria spensierata e la donna “che può uccidere” mi passò davanti.
Due ragazze sulla mia traiettoria, precedentemente stabilita su un gruppetto di ragazzi dai modi promettenti, un rapido incrociarsi di sguardi, un attimo e la mia retina assorbe immagini che non riesce a codificare, un attimo e sono già oltre, mi sento scottato, mi giro senza fermarmi per guardarle allontanarsi e proseguo, ma come un missile “poco intelligente” che ha perso il suo obbiettivo, comincio a seguire tracce casuali: giro attorno alla fontana melmosa e sporca, alle aiuole che d’estate quando fioriscono giustificano il nome “Bobolino” di quel posto, attraverso la strada e poi torno indietro di nuovo. Devo darle un altro sguardo, mi dico senza farmi notare, devo incrociarle ancora, sono laggiù in piedi, una accanto all’altra, che si guardano attorno indecise. Devo avvicinarmi mi dico e fermarmi a rispettosa distanza, ma abbastanza vicino da poterla guardare bene in faccia, perché non può essere così bella!
Ad un certo punto ci ritroviamo vicini, noi tre, e lei, proprio lei mi guarda e dice: – Scusa sai mica se c’è qualcuno? Oggi mi sembra un mortorio vero? -. È con queste parole che inizia la nostra storia, la nostra amicizia, o quello che è, la nostra strada che si protrarrà fino alla fine dei tempi, oltre alle pagine di carta, perché devo fisicamente mettermi qui a raccontare il nostro amore segreto e anche piuttosto platonico. Beh ci siamo conosciuti anche perché sapete, dicono che io abbia un ché di Bryan Adams. Dopo alcuni minuti di frasi impacciate ci troviamo a concordare che no, non c’è proprio nessuno.
– Tu hai la macchina? – mi chiedono.
– Beh sì, cioè non proprio, ho un furgone proprio lì – rispondo.
Cerco di dare loro l’impressione di essere solo seccato dall’assenza di venditori ambulanti e intento a valutare dove, a quell’ora del pomeriggio, sia possibile trovare qualcuno, Santo Spirito? I Cigni alla Fortezza? Santissima Annunziata? Cascine?
In realtà sono chiuso in quella bolla di tempo come la famosa zanzara nella goccia di resina di Crichton, paralizzato dalla necessità di fissarla, dall’esigenza di non fissarla, dalla speranza che non si allontanino con un “ciao” sorridente, un addio definitivo. Ma quello è un momento magico, uno dei pochi in cui nulla può andare storto e dopo pochi minuti le ritrovo sedute accanto a me, nel furgone, mentre parlano allegramente e armeggiano con la radio, fanno tutto loro: Conny pare valutarmi con i suoi occhietti furbi che le danno un’espressione ironica, e Mabel seria e scanzonata allo stesso tempo, Mabel che mi ha già conquistato di brutto.
Dopo un rapido giro, un rapido acquisto, cash in mano e tocchetto di fumo nell’altra, ci fermiamo da qualche parte vicino a Porta Romana e fumiamo un paio di cannette raccontandoci vicendevolmente questo e quello, le coordinate fondamentali. Per tutto il tempo io cerco di assorbire la sua bellezza, di metterne da parte il più possibile per l’inverno eterno che vivo.
Sicuro un cacchio quel posto! Le macchine ci sfrecciavano accanto come missili, le volanti dei poliziotti andavano lentissime e le guardie giurate camminavano lungo il marciapiede dove eravamo noi, era come se tutti quelli che avevano una divisa passassero di lì. E la Conny incurante di piccole paranoie alzava il volume a palla. E faceva sgridare a Guccini tutta Porta Romana coll’Avvelenata. Ma non bastava: doveva anche cantarla a squarciagola, mentre Mabel cercava di prendere il cannino che le volevo passare toccando le sue dita.
Il suo corpo era chiuso in un lungo cappotto dark da cui usciva come un sole il suo volto perfetto, capelli cortissimi, un piercing sulla narice destra, con la quale sembrava essere nata, occhi magnetici, grandi e scuri, labbra morbidamente rosse da cui partivano sorrisi che radevano, coventrizzavano città intere. Su queste città di uomini che la videro, lei camminava senza muoversi, con eleganza innata, nei suoi anfibi vissuti. Quando alla fine se ne andarono non mi restò che il loro profumo nell’abitacolo ed un foglietto stropicciato della carta stagnola delle Marlboro con i loro numeri di casa. Lentamente sparì anche il profumo e alla fine si volatilizzò anche il foglietto. Perso. Tornai a casa pensando che non le avrei mai più riviste.
Due giorni dopo ero ancora dello stesso avviso e invece le due piccole dark, con molta naturalezza si accesero una sigaretta e decisero di prendere in mano l’altro bigliettino stropicciato, quello con il mio numero e di telefonarmi, con l’aria di chi sta per commettere chissà quale casino strano. Beh oddio, alla padrona cicciona della pasticceria dove si erano infrattate per organizzare la fatidica chiamata, un coccolone le era venuto. Dato che lì dentro facendo schiamazzi, comprando di tutto, prendendo in giro chiunque, davano l’impressione di essere le classiche bullette, che poi scappano senza pagare. Ma loro erano così: giovanissime creature anarchiche e incoscienti.
Entrarono in quella pasticceria brulicante di persone alle prese con il primo aperitivo della sera, all’angolo tra Porta Romana e via Dei Serragli.
– Gli telefoniamo? – fece la Conny a Mabel. – Ma cosa gli si dice? Aiutami, gli parli te? Io non ce la faccio, davvero -. Mabel che conservava ancora un minimo di lucidità a dispetto di Beck’s e canne, disse subito di NO, visto che la cosa non le interessava direttamente, che se voleva rivedermi doveva farcela da sola: – Dai Conny che vuoi che sia! Non farti prendere dal panico, inizi dicendo “ciao come stai” poi aggiungi volendo “sai sono la tipa dell’altro giorno” e poi a seconda di quello che ti risponde lui continui, boh chiedigli di uscire e basta! -.
Così mi telefonarono. Non feci storie e fissammo all’istante! Fu così che dopo il solito paio di canne canoniche, ci trovammo a cenare al ristorante cinese in Piazza della Libertà. Lei si mise subito di fronte all’amica come se avesse già deciso le postazioni, onde evitare impicci e fraintendimenti, col suo eterno sorriso stampato in faccia e molto sicura di sé; la Conny invece mi si sedette accanto. Già la Conny, piccola creatura esile ed ingombrante allo stesso tempo, mi guardava con quei suoi occhietti languidi e vogliosi di non so bene che cosa. Fu Mabel a spezzare il ghiaccio dicendo: – Io sai sono fidanzata, diciamola tutta (rullo di tamburi), sono innamoratissima di un ragazzo! E tu che ci dici?-. Eh complimenti, dissi. “Porca puttana” pensai. A seguire vennero le nostre ordinazioni, gli inevitabili Involtini Primavera, l’immancabile Riso alla Cantonese, spaghetti fritti croccanti, nuvole di drago, Uova Dei Cent’anni, il pollo in agrodolce con funghi e bambù. La Conny a sorpresa prese anche una zuppa stramba superpiccante, dove dentro sembrava nuotassero dei pesci a coda lunga. Io ero di nuovo ipnotizzato, bloccato da quell’aria spontanea, vivace e artistica che davano a tutto il locale e la guardavo muoversi, annotando che era elegante anche alle prese con forchette e coltelli, mi piaceva guardarla mangiare e ascoltarla mentre continuava il suo racconto che era quasi un viaggio inebriante. Introdusse tra noi un’atmosfera piacevole, liberandoci dall’imbarazzo iniziale. Non era di certo una che stava zitta a cena, mentre la ragazzaccia tutta capelli fini neri davanti, la sfiorava con sguardi ammiccanti, come starle a dire in un gergo tutto loro, “Brava dai continua così”.
– Sai è la prima volta che sono innamorata, giuro, è una roba pazzesca che se non ti capita non lo puoi capire! –
– No no, ci credo, ci credo – bofonchiai col boccone in bocca, la fronte sudata, goffo, un filo di voce e realizzato, perché avevo beccato una creatura bellissima.
– Sì sì te ora non mi conosci bene caro, ma te lo può dire la Conny –
– Confermo, ehm ehm confermo… – sghignazzò l’amica.
– Indovina come si chiama? – d’improvviso gli occhi le s’illuminarono.
– Chi? –
– Come chi? Il mio uomo! –
– Ehm boh, te Conny pensi si può recuperare? No dicevo un pezzo di uova di cent’anni? – la Conny annuì con un leggero sorrisetto, forse un po’ gelosa dell’amica che stava vivendo una storia così importante.
– Cristian! – urlò. Eccola, lei, che cercava di mitizzare anche un nome normale, ma forse era il vino rosso a tappezzare le pareti intorno a noi d’armonia, musicalità, di risate spontanee, sguardi lucidi ubriachi.
– Insomma da quant’è che state insieme? –
– Beh di preciso non so, sai non tengo il conto io, boh un annetto ma credimi, è stato un anno vissuto! – Io non potevo fare a meno di osservarla mentre invece lei, lanciava occhiate d’intesa all’amica. E poi, e poi, dopo un leggero attimo di silenzio, in cui i pensierini prendevano certe pieghe, parte la confessione: – Psss… pesss vieni più vicino… ehm hai mai fatto uso di coca? -. La buttaron là abbassando radicalmente la voce, losche come non mai, io d’istinto mi girai indietro poi di lato e mi rigirai stando bene attento che nessuno stesse sbirciando quella nostra conversazione, tossendo un: -Coca/Cosa?-, citai anche Vasco chissà che non pigliavano al volo la battuta e me la davano tutte e due all’istante, rapite dall’ironia. Fa sempre breccia nelle donne l’ironia. E invece la Conny batté la manina sul tavolo semi scocciata.
– Ehm ehm beh no, sono solo un grande fedelissimo, affezionato amico dello spinello! Grazie per avermelo chiesto però. – Così ci si guardò tutti e tre, con la complicità di una razza a parte. Mabel mi confessò che era stato proprio Cristian a fargliela assaggiare e lei naturalmente l’aveva fatta provare alla Conny. Quello era il mio turno. Toccava a me assaggiare e ovviamente fu amore a prima vista!
– Già peccato che costa tanto –
– Già 150/200 mila lire –
– Menomale che noi alle volte la prendiamo a chiodo! Di ‘sti problemi non ne abbiamo –
– Sì il bello è che ci piomba dal soffitto sottoforma di grossi nuvoloni delle volte – (Parlucchiavano).
E durante quella serata fatta di odori cinesi, di vino “fiume lento nelle vene”, di Sakè bollente, di hashish e di bella musica, io riuscivo solo a pensare a Boudelaire, maledetto a quei livelli, che parlava sorseggiando nella mia testa come un perfetto conoscitore della materia a cui noi si stava facendo riferimento: “TU MI STRAZI O MIA BRUNA, COL TUO VISO CANZONATORE E POI POSI SUL MIO, UN OCCHIO DOLCE COME LA LUNA”.