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RACCOLTA di CORTI e di SINAPSI

[2006]

-MARIANNA TRA I CANCELLI-

Cazzo! C’è qualcuno che da lassù mi ficca le sue parole in testa. C’è qualcuno che vuole che io sia…
Per “lui” eran Pidocchi, dirò “lui” per non smascherare niente, che sia un tacito segreto fra noi, poi un po’ me ne vergogno anche, è ovvio mi domando perché diavolo abbia deciso proprio me, lui da così in alto ed io, così in basso.
Quindi ci leggo – pidocchi di qua, pidocchi di là – bella parola però, che usava per… mentre per me è tutto un gran periodo che mi s’affollano parole strane, per me insomma ci son solo Pulci, pulci, pulci, pulci, pulci a destra, pulci a sinistra, pulci a terra, pulci nel pane, pulci coll’olio, lo vuoi un panino alle pulci?
Nutro la mia particella zingara e anche la più intrigante, tra discorsi inferociti di un inchiostro delicato come Dio comanda. Tutto deve essere a base d’indecenza e consapevolezza, non ci posso credere “sto tipo qua” ha fatto la sua scelta, una donna per giunta! per i suoi sporchi affari! è stato colpo di fulmine subito.
Lamenti, lamentele, puttanate, ma che volete, rigurgiti, imbrattamenti, condotti per tombini delle feci, silenzi. Ma chi ve lo fa fare! Ebbene sì, ebbene mi sembra di ricominciare a respirare, e odoro, odoro, odoro, tiro su insomma, anche in mezzo allo smog, anche qui dentro respiro odori nuovi, tra piscio e letteratura colta. Andata.
Io penso molto quando vado in bagno. Io penso meglio, lì.
Sarà perché sto bene da sola. Ed è l’unico posto il cesso, in cui mi ritrovo davvero da sola.
<< Siamo io e il mio scroscio! >>
Sapete che vi dico? Che un giorno ci ritroveremo io e il mio “Suggeritore di rovine” seduti ad un tavolo di legno, di quelli grandi rettangolari da campagna Toscana, saremo l’uno di fronte all’altra, sì ci ritroveremo così, io a fare la solita contorsionista nel sedermi assolutamente non composta, “lui” in silenzio puntando due diti in alto in segno di Grandi Informazioni, dandomi Istruzioni…sì ci troveremo un giorno a mangiare pane e pulci, in un tavolo.
“Borowski porta abiti di velluto e suona la fisarmonica. Combinazione irresistibile, specialmente se si considera che Borowski non suona male. Dice d’essere polacco, ma naturalmente non è vero. È ebreo, Borowski, e suo padre era un filatelico. Veramente, quasi tutta Montparnasse è ebrea, o mezzo ebrea, che è peggio. Carl e Paula, e Cronstadt e Boris, e Tania e Sylvester, e Moldorf e Lucile. Tutti, tranne Fillmore. Si è scoperto che è ebreo anche Henry Jordan Oswald. Luis Nichols è ebreo. Anche Van Norden e Ché rie sono ebrei. Frances Blake è ebreo; o meglio: ebrea. Titus è ebreo. Sono travolto da una valanga di ebrei. Scrivo queste cose per il mio amico Carl, suo padre è ebreo. È importante per capire.
Fra tutti l’ebrea più bella è Tania, e per amor suo mi farei ebreo anch’io. Perché no? Già parlo come un ebreo. E sono brutto come un ebreo. E poi, chi odia gli ebrei più di un ebreo?” […]
Non ci si guarda più attraverso le sbarre d’acciaio freddissime, nei suoi momenti di lucidità, perché gli hanno cambiato il lettone un’altra volta. Non ci sono più << i cancelli >> zio.
In casa mia a S. c’è un muratore, anzi per la precisione è un imbianchino, e si fa i cazzi suoi, e anche quelli miei, per la verità, ma lo ignoro perché io l’ho provato un giorno e anche molto di più, il rispetto del suo mestiere, ma lui non il mio.
<< Quindi raschia raschia, che ti passa >>.
“Capiterà qualcosa anche altrove. Succede sempre qualcosa. Si direbbe che, ovunque vada, ci sia dramma. Gli uomini sono come i pidocchi, ti entrano sotto la pelle e vi si infossano. Tu gratti e gratti finché esce il sangue, ma non riesci mai a toglierti la rogna. Dovunque vado, la gente fa scempio della sua vita. Ognuno ha la sua tragedia privata. È nel sangue, ora: sciagura, noia, pena, suicidio. L’atmosfera è satura di sfacelo, delusione, futilità. Gratta e gratta, finché non resta più pelle. Eppure, su di me l’effetto è esilarante. Invece d’esserne scoraggiato o depresso, mi diverto. Chiamo sciagure e ancora sciagure, calamità più grandi, più grandioso sfacelo. Voglio che tutto il mondo vada fuori sesto, che tutti si grattino a morte”.
Dice Lui. Eh! che vi avevo detto? Mica ci si può far niente se aveva già capito tutto. Se aveva ragione. Ed io e Lui la pensiamo proprio uguale.

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RACCOLTA di CORTI e di SINAPSI

NON MI PIACCIONO GLI UOMINI ZERBINO–VUOI FARMI UNA COLPA ANCHE DI QUESTO?-

[ UNA DONNA SI LEGA A UN UOMO NON PER QUELLO CHE LE DA’, MA PER QUELLO CHE LUI È ]

Ti avevo detto che la tua intelligenza era come un vaso pieno stracolmo di vermi e questi moltiplicatisi, giunti al limite, scivolavano, cascavano giù e mi facevano sentire impregnata di molliccio, mi invadevano, salivano su per tutto il mio corpo e li sentivo, li sentivo, li sentivo eccome, questi vermi avvolgermi, salirmi fino alla mia di testa.
Dunque, tu spugna io spugna.
E allora suona! Suona! “Umprodigal Doughter” di Alanis, falla finita e continua a battere così, faMMI finita!
Ma mi rispondesti << ah bello sentirsi paragonati ad un vaso pieno di vermi, come intelligenza >>.
I luoghi comuni non son quelli frequentati per calpestare tritare strade che poi le abbiamo buttate nella storia ed ora son quasi leggenda, il luogo comune è non aver capito che Amore è Tattica.
E allora dico basta alle chiavi d’accesso se poi sbagli sempre ad entrare. Stop agli urli dei tuoi vermi, che tu non lo sai ma erano le tue carte vincenti che non hai mai sfruttato, stop alle tue regole intrufolatesi che non corrispondevano assolutamente se io tutto quello che sono è entrare in punta di piedi. Stop ai tuoi rifiuti, stop al tuo pizzico di cattiveria perché tutti sanno che sei un essere buono, stop ai tuoi “questo non è importante”, stop al tuo volermi tutta per te, stop ai tuoi problemi, stop ai tuoi “mi sono rotto il cazzo perché te lo sei rotta te” se tutto quello che sono è un grido forte e chiaro.
Dunque tu convinto e io confusione.
E allora suona musica incantatrice come quell’incantatore di serpenti, suonami “Fake plastik trees” dei Radiohead nella versione della Morissette e stendi un silenzio tutt’intorno.
Mi dicesti << ormai ti conosco da tanto tempo so come sei fatta >> e l’unica cosa che penso è che non penso a un bel niente se non che adoro vedere un uomo che fa apprezzamenti su una cameriera e ancora non ho ben chiaro qual è il motivo per cui non posso contribuire io ad elencare i miei apprezzamenti su ragazzi per ovvi motivi, mozzafiato.
Le sigarette qui scarseggiano.
Un digestivo per questo non c’è.
Guarda che io non ti ho mai desiderato mio non perché era pieno di potenziali pretendenti e tu pretenzioso dell’irraggiungibile sguardo sempre rivolto oltre il tuo ma perché non mi piaceva come camminavi.
Ti avevo detto << tu non lo sai, tu non lo sai, ma sei talmente intelligente che la mia sensibilità si trasforma in sensitività e riesci a farmi sentire cose anche quando fai di tutto per occultarle, sai…le solite voci che sento…>>
Tu mi rispondesti:<< mi prendi per il culo. Sempre. >>
Tu non lo sai ma io l’ho sentito lo stesso, quello che hai detto.
Dunque tu inadeguato io stronza.
E allora dico basta alle tue piazzate melodrammatiche.
Un Aulin per questo non c’è.
Guarda che non ti ho mai amato come intendi tu non perché era pieno di pretendenti indisciplinati vincenti, ma perché non mi è mai piaciuto come mi portavi il bicchiere.
Ci sono le note di Still, ci sono le note di Still ora, e allora suona Alanis, ma mi sbaglio o ci sono delle potenziali bombe qui?
Tu sei quello che sta lì, noi parliamo, tu ci ascolti, non partecipi, noi spariamo cazzate, tanto per parlare, e tu stai lì zitto, cerchi di chiappare tutto e lo acchiappi, te lo registri, lo prendi, te lo programmi e te lo porti dentro il cranio, te lo ficchi lì, per poi usarlo come spunto per inventarti nuove litigate.
Cerchi sempre di fare in modo che tutto ti dia noia!
Dunque tu cimice nascosta io bersaglio in codice.
Forse un giorno allungherò o accorcerò questa pagina.

RACCOLTA di CORTI e di SINAPSI

Foto [13]
<< IL TORO ESCE DALLA GABBIA >>

Devo trarre ispirazione da questo libro, qui, che ho tra le mani.
Tanto sono tornata sulla strada che m’ha sempre portato oltre.
Lontano. Quindi non sarà neanche un’impresa così ardua, così difficile, perché è esattamente da questa posizione, ch’è sempre partito tutto. Io accendo il lumino accanto a me, sulla mia destra, pesco un libro a caso, me lo metto come piano di lavoro sulle mie ginocchia, alzo gli occhi mezzo secondo e li lancio sul muro grigio-scuro ricamato dalle ombre e dalle luci e poi li faccio scorrere fino al soffitto, ma tutto questo quasi contemporaneamente a quando mi accorgo di lui, che mi dorme davanti di profilo sul suo lettino, per far sì che la mia ispirazione parte dall’oscura ombra e va verso una luce che io stessa non credevo potesse esistere. Ma non in questo caso. No perché, non ne ho più bisogno di guardare… di osservare… ho già tutto piantato con le radici in testa. Ce l’ho ormai dentro, tutto l’ambiente, che come vedete e come io stessa mi sto rendendo conto, non ho avuto bisogno neanche di fermarmi, di respirare, guardarmi in giro, arrampicarmi sulle cose per trarre quel giovamento da sanguisuga come facevo fino un paio di settimane fa. Adesso potrei farvi una descrizione dettagliata su ogni oggettino posizionato, o su ogni metro cubo lasciato libero, o addirittura dirvi di lui, che gli hanno cambiato il letto con uno professionale, dice, adatto, e sinceramente ve lo dico proprio con sincerità, non è che lo abbia guardato poi così tanto da quando ho messo piede qui, nella sua stanza.
Ormai i miei occhi vanno da sé, anche senza sforzarli, e lo tengo d’occhio anche senza fissarlo troppo. Ed ho già annotato la forma e le sbarre alte e com’è fatto questo lettone. Quindi ricapitoliamo fino a che punto siamo arrivati: i miei occhi vedono anche se non guardano e lui parla e racconta di tutto anche se dorme imbottito di morfina.
No oggi no. Oggi è bastato che mi sedessi sulla solita poltrona vecchia, perché partisse da sé… la penna. Prima, poco prima che mi sedessi e che mia madre ci lasciasse da soli, lei lo ha sistemato meglio, gli ha farfugliato non so che, e nel frattempo gli ha tirato su le sbarre d’acciaio, chiudendogliele per bene, per poi sussurrargli dolcemente – così sei più sicuro e… non si sa mai… oggi è meglio che non ti alzi e con queste almeno sei più al sicuro –. Io so solo due cose, che lei m’ha fatto morire per quanto era dolce e che lui ha risposto: -eh… il toro esce dalla gabbia!– Così ha detto.
Così ha detto.
Dio ragazzi, m’ha fatto morire dalle risate, anche perché guardava proprio me, e sembrava cattivissimo in quel momento, davvero. E mi viene ancor più da ridere, perché più indifeso di lui non so chi ci può essere. Ma torniamo alla mia cosa iniziale, cos’è che chiedevo? Ah sì, l’ispirazione. Di solito arrivata qui l’ho tirata fuori da vecchi poeti ventenni, da autori come Baudelaire e il suo oppio fottutissimo o da scrittori italiani di fine novecento. Ma non in questo caso. Oggi ho sulle ginocchia un altro tipo di libro, si chiama “ SOLDI TRUCCATI “ ed è di un certo Lombard. Ed è successo che molto spontaneamente m’è scattato un processo alla rovescia: dalla scrittura che si è scatenata come una pazza, vi saluterò dandovi i miei più cordiali saluti, e mi dedicherò alla sua lettura.

[2006]

Prima prima prima, gli artisti veri, morivano di fame, e nei loro tormenti dolci, tiravano avanti una vita fatta di stenti. E inneggiavano a grandi amori, nutrendosi d’altro, sentimenti allucinanti, gabbiani che fluttuavano nel cielo o visi curiosi che si specchiavano nei pelaghi di fonti d’acqua. Ora, ora i cosiddetti artisti, fanno la vita da re, si sono fatti furbi, sanno cosa va di più, e navigano nell’oro avendosi fatto bordi piscina con due cartucce di pochezza di frasi, in discoteche di uno squallore e dubbia bellezza melodica, mettendo magari persone alla postazione di strappo biglietto. No no no, non era la stessa cosa.

25 AGOSTO 1993

16/ 7/ 2002

Ricordo lontano
il tuo vestito immobile
seduto in riva
fumante nella mano
il piccolo gesto
invano il treno
T’ho perduto
e scoperto mio
per sempre.
XXXXXXXXXXXXXXXXXXXX

20/ 8/ 2002

Il periodo continua
in fondo al fiume di parole
disperso, disperato straziato,
come nel ricordo di un abito lontano
impeccabile viso
passeggiata temporale
in uno sguardo appena
nel domani presente
scoraggiata e vinta
piccola straniera creatura
periodo di ritorno
attimi regalati
e basta al sorseggiar bianco vino
che l’urlo del cieco s’innalzi al vento
impeto di un giorno
di uno sguardo appena.
XXXXXXXXXXXXXXXXXXXX

“SECONDO ME, TE…”

Incosciente!
L’urlo sordo e soffocato,
immagina sopra le nuvole
vedermi abbronzare
chiudendo le palpebre,
Daniele che ride
Daniele che vive.
Insufficiente scrittura
e pare di incasinare l’occorrente,
di un figlio smarrito
di un bimbo caduto e vinto
e giuro a me stessa
di parlare come se fosse normale,
e normale non è.
Daniele guidami
sin che possibile,
allarmare creature
viventi e stanche d’esserlo,
Daniele stringimi se no tremo
e chiedimi le cose che tu sai,
Daniele girati
ora è il momento dell’accettazione
E Guardami
non ho mai smesso di sognarti
di allungare le dita…
Incosciente!
Che bambina povera d’idee
che insoddisfazione di ruzzolare parabole
e finisci tu l’ultima poesia,
senti, senti,
indiavolare all’improvviso
gridare il tuo nome
come un tempo
come nel tuo giorno
d’infedele momento,
girati, voltati,
ispirami ancora
osserva la nuvola
chiudendo le palpebre,
impressionante,
non ho ancora accettato,
non ho ancora singhiozzato.
Possa servire il mio cuore innamorato
il mio cervello impazzito
a farti correre ancora.

MARIANNA GALOTTO

25 AGOSTO
MILLENOVECENTONOVANTATRÈ

25 AGOSTO 1993

GOCCE

Gocce.
Gocce e ancora gocce.
L’eterno futuro non prevedo più.
Troppo lontano
troppo fragile.
Lui non mi guardava
e sorrideva.
Fermarsi, impossibile.
Non c’è più tempo.
Dove ti aggiri non so…
Ma lui è qui
ed io con lui
piangerò lacrime
di un sogno irraggiungibile.
Gocce invisibili
di una trasparenza perfetta
come te
distante
bellissimo.

—————————————-

DANIELE VOLATO VIA”


Dicevamo della tua luce
luce strana attorno a te
parlavamo senza pace
su di un letto ormai distante
foglie petali margherite
nelle parole più belle
ed avrei voluto trovarmi
nei tuoi sguardi più profondi
avrei voluto trovarmi
in quei discorsi forti
ed avrei voluto trovarmi fra le tue parole più belle.

Dicevamo della tua luce
luce immortale attorno a te
parlavamo di dame distratte
di occhi neri
ed ho inseguito a lungo
il rumore assordante
ed abbiamo pagato a lungo
il nascondersi dietro la bellezza delle cose.
Distante fortissimo
uccello libero solitario
tranquillo ami sorprenderci.

Ho bendato i miei occhi
perché avrei voluto trovarmi
in quei discorsi forti
ed avrei voluto trovarmi
tra le tue parole più belle.

Ogni tanto non ho ispirazione
non è poesia
è, credo, una preghiera,
la candela puzza

ed io ti amo
come allora,
forse anche di più.

Dicevamo della tua luce
luce strana attorno a te
parlavamo senza pace
sulla vita ormai distante
foglie petali garofani
sulla bara bianca ricamata
distante angelo del sud
ascoltami ancora
se ti pare
Credi che io non ti ami?

                        (VECCHIE-BOH ’95)

 

DINO CAMPANA


Mi ricorda qualcosa o qualcuno.
Alle Giubbe Rosse ci siamo andati, a quel caffè pure, oh pure a Castel Pulci siamo finiti. Fra erba fumante nelle dita e a scoprirlo dal di fuori. Di buio a vedere la luce che scoppiava degli aerei che partivano. Oh forse anche a San Salvi ci sei passato, nei viaggi della tua immaginazione, ma questo forse, te lo sei tenuto per te.
Ascoltate tutto tutto tutto il filmato, è una rivoluzione dal di dentro.

IMPOSSIBILE IL TITOLO è GIà PREESISTENTE

“TU”

Lo so che mi odi perché mi ami,
ma la tua assenza si fa sempre più ingombrante,
e poi oggi, mi lascio sopraffare dai sentimenti viscosi,
i tamburi dopo un po’ battono sempre dalla tua e li sento chiari
molto prima di chiunque, anche se qui vedi, suonano Lullaby per Noi,
i tamburelli suonano lucidi verso i gradini su cui hai lasciato le tue lattine.
Lo so che mi odi mentre non c’è senso nell’ostinazione di amarmi, svegliamoci
alla stazione i cani cercano di Noi e Tu hai scordato che partire l’hai sempre fatto,
per te era solo un tremendo lasciare un altro pezzettino della tua anima al portone d’acciaio,
per me la tua assenza è un continuo rimembrare che abbracciarti con la camicia bianca era come
arrivare ad abbracciare esattamente me stessa, ed io la felicità la difendo con le unghie e coi denti, non ti permettere! Ritorna o aspettami. Sto per tagliarmi i capelli di nuovo. Cammino coi pantaloni enormi di velluto nero.