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25 AGOSTO 1993

16/ 7/ 2002

Ricordo lontano
il tuo vestito immobile
seduto in riva
fumante nella mano
il piccolo gesto
invano il treno
T’ho perduto
e scoperto mio
per sempre.
XXXXXXXXXXXXXXXXXXXX

20/ 8/ 2002

Il periodo continua
in fondo al fiume di parole
disperso, disperato straziato,
come nel ricordo di un abito lontano
impeccabile viso
passeggiata temporale
in uno sguardo appena
nel domani presente
scoraggiata e vinta
piccola straniera creatura
periodo di ritorno
attimi regalati
e basta al sorseggiar bianco vino
che l’urlo del cieco s’innalzi al vento
impeto di un giorno
di uno sguardo appena.
XXXXXXXXXXXXXXXXXXXX

“SECONDO ME, TE…”

Incosciente!
L’urlo sordo e soffocato,
immagina sopra le nuvole
vedermi abbronzare
chiudendo le palpebre,
Daniele che ride
Daniele che vive.
Insufficiente scrittura
e pare di incasinare l’occorrente,
di un figlio smarrito
di un bimbo caduto e vinto
e giuro a me stessa
di parlare come se fosse normale,
e normale non è.
Daniele guidami
sin che possibile,
allarmare creature
viventi e stanche d’esserlo,
Daniele stringimi se no tremo
e chiedimi le cose che tu sai,
Daniele girati
ora è il momento dell’accettazione
E Guardami
non ho mai smesso di sognarti
di allungare le dita…
Incosciente!
Che bambina povera d’idee
che insoddisfazione di ruzzolare parabole
e finisci tu l’ultima poesia,
senti, senti,
indiavolare all’improvviso
gridare il tuo nome
come un tempo
come nel tuo giorno
d’infedele momento,
girati, voltati,
ispirami ancora
osserva la nuvola
chiudendo le palpebre,
impressionante,
non ho ancora accettato,
non ho ancora singhiozzato.
Possa servire il mio cuore innamorato
il mio cervello impazzito
a farti correre ancora.

MARIANNA GALOTTO

25 AGOSTO
MILLENOVECENTONOVANTATRÈ

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25 AGOSTO 1993

GOCCE

Gocce.
Gocce e ancora gocce.
L’eterno futuro non prevedo più.
Troppo lontano
troppo fragile.
Lui non mi guardava
e sorrideva.
Fermarsi, impossibile.
Non c’è più tempo.
Dove ti aggiri non so…
Ma lui è qui
ed io con lui
piangerò lacrime
di un sogno irraggiungibile.
Gocce invisibili
di una trasparenza perfetta
come te
distante
bellissimo.

—————————————-

DANIELE VOLATO VIA”


Dicevamo della tua luce
luce strana attorno a te
parlavamo senza pace
su di un letto ormai distante
foglie petali margherite
nelle parole più belle
ed avrei voluto trovarmi
nei tuoi sguardi più profondi
avrei voluto trovarmi
in quei discorsi forti
ed avrei voluto trovarmi fra le tue parole più belle.

Dicevamo della tua luce
luce immortale attorno a te
parlavamo di dame distratte
di occhi neri
ed ho inseguito a lungo
il rumore assordante
ed abbiamo pagato a lungo
il nascondersi dietro la bellezza delle cose.
Distante fortissimo
uccello libero solitario
tranquillo ami sorprenderci.

Ho bendato i miei occhi
perché avrei voluto trovarmi
in quei discorsi forti
ed avrei voluto trovarmi
tra le tue parole più belle.

Ogni tanto non ho ispirazione
non è poesia
è, credo, una preghiera,
la candela puzza

ed io ti amo
come allora,
forse anche di più.

Dicevamo della tua luce
luce strana attorno a te
parlavamo senza pace
sulla vita ormai distante
foglie petali garofani
sulla bara bianca ricamata
distante angelo del sud
ascoltami ancora
se ti pare
Credi che io non ti ami?

                        (VECCHIE-BOH ’95)

 

DINO CAMPANA


Mi ricorda qualcosa o qualcuno.
Alle Giubbe Rosse ci siamo andati, a quel caffè pure, oh pure a Castel Pulci siamo finiti. Fra erba fumante nelle dita e a scoprirlo dal di fuori. Di buio a vedere la luce che scoppiava degli aerei che partivano. Oh forse anche a San Salvi ci sei passato, nei viaggi della tua immaginazione, ma questo forse, te lo sei tenuto per te.
Ascoltate tutto tutto tutto il filmato, è una rivoluzione dal di dentro.

IMPOSSIBILE IL TITOLO è GIà PREESISTENTE

“TU”

Lo so che mi odi perché mi ami,
ma la tua assenza si fa sempre più ingombrante,
e poi oggi, mi lascio sopraffare dai sentimenti viscosi,
i tamburi dopo un po’ battono sempre dalla tua e li sento chiari
molto prima di chiunque, anche se qui vedi, suonano Lullaby per Noi,
i tamburelli suonano lucidi verso i gradini su cui hai lasciato le tue lattine.
Lo so che mi odi mentre non c’è senso nell’ostinazione di amarmi, svegliamoci
alla stazione i cani cercano di Noi e Tu hai scordato che partire l’hai sempre fatto,
per te era solo un tremendo lasciare un altro pezzettino della tua anima al portone d’acciaio,
per me la tua assenza è un continuo rimembrare che abbracciarti con la camicia bianca era come
arrivare ad abbracciare esattamente me stessa, ed io la felicità la difendo con le unghie e coi denti, non ti permettere! Ritorna o aspettami. Sto per tagliarmi i capelli di nuovo. Cammino coi pantaloni enormi di velluto nero.

 

IMPOSSIBILE IL TITOLO è GIà PRESISTENTE

“CRUDELE A METRO CUBO”

Sentiamo gli stessi occhi raffermi
spalmiamo corpi come budini sul cemento
in ogni momento in Via Taldeitali, in centro
non Ve ne accorgete?
Non Ve ne guarderete mai da dietro alle spalle
stupidi! Vi fidate di una così.
E sarò più lucida allora
di quanto adesso Vi declami questa ultima mia.
Aspro, duro silenzio, mi allontano dall’omicidio,
mentale.
mentale.
Fermatevi, un attimo, impiantatevi a terra, crepate leggendo daccapo.
Non Vi avverto nemmeno, prima, non Vi farò questo favore, Dio sa!
Lucida,lucida,lucida,aspirante provetta,mentale.
mentale.
mentale.
Partiamo dal principio, queste sono solo prove, su specchio ma:
ma, Dio sa!
Non Vi son bastati i bastoni nel retro
non Vi basteranno con eserciti di combattenti a vostro servizio
non vi basterà farVi tutte quelle fantasie su me,
nulla è costato estinguerVi nella specie.
Nulla è costato spaventare l’umanità stessa di Voi stessi.

Nulla è costato essere l’uomo davanti che sbaglia a difendere le spalle del soldato dietro.
A distanza squilibrata Vi accorgerete d’essere sempre stati soli
quando poi uscivate con me
in Via Taldeitali.

Povere bestie povere bestie povere bestie
persino io lacrimo lacrime di madonna
ma ho sempre finto spudoratamente.
Un giorno mi studierete, per via d’uscita a tutto il tempo
che Vi ho studiato io.
Il mio dispetto
crudele
crudele
crudele
crudele
crudele
crudele
crudele

e non Vi basteranno gli ostacoli dei Vostri cavalli per sentirVi liberi.

 

IMPOSSIBILE IL TITOLO è GIà PREESISTENTE

“QUANDO SI AMA LA PERSONA SBAGLIATA PUO’ QUASI ESSERE OFFENSIVO”

Perché? Non vedi? Perché perché?
ma mi vedi?

Perché non mi odi?

<< perché ti amo >>. Dice lui al petto e senza il chiodo d’un sorriso.

Ho forse un sospetto di follia?

Cos’è? Avvertimi almeno. Cosa c’è?

Ma perché mi guardi lì?

<< perché tu saresti meravigliosa se solo fossi guarita >>.

Allora senti questa, amico d’un cane!

Chi m’ha vista sa che sono cattiva,

ha visto tutto il mostro eruttare senza via di scampo,

ha visto far scappare tutti,

ha rallentato la carezza per il mio coltello troppo veloce,

non v’è ritorno quando è luce a mezzanotte,

io sono buona dentro da fare schifo,

perdo le staffe e le corazze e le chiavi e le droghe,

alle volte mi espongo, le reazioni sono a catena, e mi fanno bestemmiare,

perdo la testa, la speranza, la forza, la bugia più sincera.

Chi ha capito, sa, ch’è arrivato il momento che devo

vedermi.

Ora spiegami! Perché perché?

Perché ancora non odi?

Un attimo d’incertezza, poi riprese l’ansia e

<< perché ti amo, ecco >>.

16/2/2008

 

di SINAPSI

CLANGORE

Fine Maggio 2 del pomeriggio. Esco dal bar di Bocino con un Tetra Pack di Estathé da un litro e mi infilo in macchina. Lei, la macchina è nuovissima, pulitissima, profumata e con un impiantone BlauPunkT che la fa vibrare come un ICBM prima del lancio. Sto andando da Maria. Accendo la radio e becco questa canzone. La amo questa canzone, mi fa viaggiare, mi prende bene. In fondo non ho tutta questa voglia di arrivare in fretta da Maria. Maria significa 8 ore di Diritto del Lavoro senza interruzione e parecchie paranoie, oltre all’amore… Che fretta c’è? prendo l’allungatoia allora, una stradina di campagna profumata e sinuosa che mi farà guadagnare 10 minuti di relax e che mi depositerà a pochi metri dall’ingresso dell’autostrada.
2Pac ci da sotto ed io viaggio lentissimo, con il braccio fuori dal finestrino, fumando uno spino, in pace col mondo, quando la mia stradina ne incrocia un’altra in mezzo ad un campo fiorito.
Clangore. La macchina prende a girare su sè stessa, un paio di giri credo. Poi si ferma. 2Pac non ha ancora finito di menarla con l’amore californiano. Confuso spengo la radio e scendo.
Oggi, quella stradina è uno stradone. All’incrocio c’è il semaforo e anche un distributore. Tutte le volte che sono costretto a passarci, nella testa mi parte ancora quella canzone. La odio, la colpa è stata sua.
Scrivere versi…non credo che abbia senso “intorno a noi” ma certo lo ha per noi che li scriviamo senza porci troppe domande. Prima smantello il paesaggio. Il distributore se ne deve andare.
Anche il semaforo. Così ritrovo quel campo fiorito, pelliccia d’erba contro il cielo e quell’albero, slancio puro immobile come una trappola.
Ed ecco…
Da incerta macchina Livornese tre anime escono dal cruscotto di vaga carne e tre corpi oscillano nella memoria come strani funghi emersi tra le cartacce del ciglione.

SCRITTA da RICCARDO MATTII detto ì SIN

“LA MORTE NON È NIENTE” poesia di “Henry Scott Holland”

La morte non è niente.
Sono solamente passato dall’altra parte:
è come fossi nascosto nella stanza accanto.
Io sono sempre io e tu sei sempre tu.
Quello che eravamo prima l’uno per l’altro lo siamo ancora.
Chiamami con il nome che mi hai sempre dato, che ti è familiare;
parlami nello stesso modo affettuoso che hai sempre usato.
Non cambiare tono di voce, non assumere un’aria solenne o triste.
Continua a ridere di quello che ci faceva ridere,
di quelle piccole cose che tanto ci piacevano
quando eravamo insieme.
Prega, sorridi, pensami!
Il mio nome sia sempre la parola familiare di prima:
pronuncialo senza la minima traccia d’ombra o di tristezza.
La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto:
è la stessa di prima, c’è una continuità che non si spezza.
Perché dovrei essere fuori dai tuoi pensieri e dalla tua mente, solo perché sono fuori dalla tua vista?
Non sono lontano, sono dall’altra parte, proprio dietro l’angolo.
Rassicurati, va tutto bene.
Ritroverai il mio cuore,
ne ritroverai la tenerezza purificata.
Asciuga le tue lacrime e non piangere, se mi ami:
il tuo sorriso è la mia pace.

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DA: “CRONACHE VERDI”

Questa terra gialla e bruciata, sanguigna e nera. Sa sempre di focherello di peperoni arrostiti, e spazzatura di plasticume lasciato a bruciare a 39 gradi. Immondizia, immondizia, monnezza ai lati delle carreggiate di terra nera corposa.
Guardo col mio grande sguardo in questo vetro appannato. Mentre tutto fugge e và. Per il mio gusto, quello che appare davanti è un cliché su un palcoscenico coi fari della ribalta. Il vetro appiccicato di piume di piccione è stata una vera rivelazione: – Dai vieni via con me – mi fa il mio amiconfidente, perché dire “amico e basta” non rende bene l’idea per quello che ho in mente di dire. Lui è più. Più di un amico. È un pezzo di storia. E si fida, si fida, si fida oh dio se si fida di me. Ed io? Non posso altro che sentirmi “a casa” quando sono sulla strada con questo qua. Da quanto ci conosciamo? Avevamo 16 anni, dio l’età più bella. Incoscienti senza prudenza. Liberi senza troppe cicatrici. Siamo dentro la sua Uno e mi dice ancora: – Lasciamo ‘apicciridda a casa, e c’andiamo a fare un giro, come i vecchi tempi – non potevo starci a rigirar troppo. Così andando a velocità turistica, con la musica giusta”THE QEEN”, le mie pupille son piombate davanti a un mucchio di piantine verdi sul lato destro della carreggiata.
– Fermati! Fermati guarda là! Che è? –
– Come che è? Che non la riconosci più? Non è vero – e mentre gira il volante per parcheggiare lento lento, sghignazza. Scendiamo. Ne prende un po’, “la cima” come dice lui e la sbriciola, la passa a setaccio, me la fa annusare, e poi rolliamo. Eccola qua. Dico dentro la mia testa: Ecco la mia cronaca verde vegetale! Poi con le espressioni un po’ così, camminiamo a fila indiana su un muretto stretto stretto, si appoggia a un tronco di albero con le foglie alte e a punta coi fiorellini azzurri, ridendo m’informa che anche “quella” è buona da fumare.- Ma sì questa fa anche bene, tipo… come si dice… terapeut- T.. –
– Ah terapeutica! Bene, bene -. Appena si fa buio mi riaccompagna a casa. Sulla scia delle note di Extraterrestre di Finardi.
Amiconfidente ha gli occhi grandi grandi e carnagione di un vecchio lupo di mare. Ha muscoli da culturista, fatti nello scantinato sotto casa sua. È dolce sa come dosare la forza. Indossa sempre tuta da ginnastica e fa flessioni anche con un joint tra le labbra.
Torno a casa e c’ho messo un’ora a trovare le chiavi del portone in borsa. Cerca, cerca, non le trovavo. Sono rimasta impalata lì al buio, accanto un paio di cani randagi che sonnecchiavano. Appena apro, salgo le scale d’ingresso, che mi son sembrate le pertiche della palestra delle scuole medie. Avevo quasi i crampi ai polpacci. Mi girava la testa ma ero sorridente. Trovo di fronte la sponda del mio letto, lo guardo come fosse mio marito. Mi ci butto di schiena. Mi sento felice.
La mia bambina, ha solitamente un temperamento già di suo fragoroso, vivace e scalmanato, che in circostanze usuali si metterebbe a saltare e a saltare e a saltare sul materasso del letto come fosse un canguro della Nuova Zelanda! Facendomi saltare i nervi e ricattarla con espressioni del tipo: – O la finisci qua, o ti piglio e ti faccio volare io giù dal letto facendo volavolavolaaa! – ma stranamente in quel momento mi ha lasciato sonnecchiare tranquilla; si è appisolata accanto a me, docile come un gattino appena nato, mi ha preso piano la manina e ha bisbigliato – Riposa, riposa, quando è pronta la cena, la nonna ci chiama, tanto domani si ritorna allo scivolo! -.
E così è stato. Ci siamo svegliate prestissimo, colazione con latte e cacao, cassata siciliana smezzata in due, una spazzatina per le scale di pietra nera dell’Etna, ho letto un po’ “La Fine è il mio Inizio-del mio Maestro”, ci siamo infilate al volo le infradito e via di corsa fuori. Siamo arrivate allo scivolo giallo, tutto impolverato di terriccio sollevato dalle azzuffate di cani grossi randagi. Che passano la notte lì, pisciando e cacando, sperando di trovare qualche pezzo di prosciutto di qualche panino abbandonato per terra, o patatine fritte cascate da mocciosetti, tutte informicate. La mia bambina va dritta a scivolare giù per quel plasticone giallo, che è quasi l’unica attrazione del posto. Dinanzi a me, a sedere su una panchina c’è un vecchio. Questo qua non è un vecchio “qualsiasi”. Capisco al volo che ha qualcosa di diverso rispetto a tutti gli altri vecchietti. Innanzi tutto l’aspetto: è tipo Paul Newman! È dunque assolutamente gradevole nell’impatto. È snello, asciutto. Ha gli occhi fini, blu. Carnagione da catanese. Capelli bianchi ma ondulati, davvero piacevoli. Ha una camicia mezza sbottonata sul petto, lasciata volutamente svolazzare dal venticello. Pantaloni anch’essi bianchi. Ha un anello grande, d’oro. E la cosa che salta di più all’occhio, è che al collo luccica vistosamente una grossa collana dorata.
– Buongiorno – dico, e istintivamente mi viene di sorridergli come per dargli rispetto.
– Buongiorno a lei. Che bella picciridda tenete. Ma voi non siete di qua? –
– No, siamo di Firenze! – dico, impettendomi, cercando subito di darmi quell’aria tipica di “chi sciacqua sempre i panni in Arno”.
– Ahh Firenze è una gran bella città. Ci sono stato da giovanotto a fare il militare. Il Duomo, ahh mi ricordo la bellezza del Vostro Duomo… e i Lungarni… invece noi qua, siamo allo sfascio. Vede qua che c’è? Solo distruzione e sfascio! Qua non c’è niiiente! – dice tutto questo, che ormai lo sento trito e ritrito da trent’anni “che Firenze deve essere una bella città, che Firenze è la città più pulita d’Italia, chissà quante cose interessanti ci sono da fare a Firenze, e che invece lì non c’è niente, non ci sono svaghi o divertimenti, e che le persone emigrano all’estero perché ormai il paesello sta morendo”. Ecco però quest’uomo lo sta dicendo con un filo di voce non banale.
– Già, lo vedo, lo vedo, – dico io – che sta andando a peggiorare qua, ma deve stare a Voi a sistemare le cose, ormai lo sapete che quelli del Comune non fanno niente, quindi sta ad ogni singola persona, rendere un posto migliore questo Posto.-
– Eh eh eh… facile a dirsi, visto dall’altra parte! E come? Come si può fare “noi”? –
– Beh… ad esempio ad essere più precisi nel far rispettare le regole, a non buttare le cartacce per terra, a non insudiciare tutto qui… vede? Ci sono i cestini della spazzatura, ma la gente non è educata a gettare le cose nel cestino della spazzatura. Vedo che fin da piccolissimi li “educano” a non farci caso, a buttarsi tutto alle ortiche, a lasciare qualsiasi cosa per terra, così uhmm… come se fosse un gesto naturale! Nelle città del Nord guardi, che invece si prenderebbe una bella multa eh! E comunque sono le persone stesse che hanno dentro di sè un’indole in cui hanno un amore sfegatato per il posto in cui vivono, e quindi non lo sporcano. Ma anzi tutti noi, si cerca di rispettare sia le regole dell’igiene, sia le regole della segnaletica stradale. Il casco, le cinture, col verde si passa, all’occorrenza rallentare, non parcheggiare in zone pedonali, ste cose così sa. Cioè voglio dire, lo so che può sembrare disgustosamente difficile, un tantino palloso se vogliamo, ma non si può sempre usare l’alibi del “su nella tua città del Nord deve essere una vita bellissima, qui è uno schifìio” se poi tutti, no dico proprio tutti da grandi a piccini, non fanno niente per non rompere quegli alberi lì vede? Non fanno niente per non rovinare quel prato fiorito là? E tutti a buttare bottiglie di birra di vetro giù, come qui vede? Così che ci si possa tagliare, e andare a cercare un ospedale che tanto non c’è! –
– No qui non ci sono regole dei segnali della strada. Cioè, essere ci sono, è che siccome i vigili se ne fregano… allora… ci viene spontaneo fregarcene a tutti noi… quindi c’è chi la macchina la lascia sul marciapiede, c’è chi la mette spalancata in terza fila, chi la mette davanti a un passo carrabile sa è così qui. E poi? Anche se uno come Lei, glielo va a dire che non va bene così, capace che “Quelli” la mandano a quel paese! -. Le solite cose insomma, i medesimi discorsi, di chi vuole insegnare a Chi, e tutti che si lamentano e basta, e guardano sempre con occhi meravigliati il bel Verde dell’Erba del Vicino. Potrebbe invece essere un Paradiso quel paesello lì, cercavo nel mio piccolo di spiegare, se solo si sforzassero a far funzionare meglio il quotidiano, appunto partendo innanzi tutto dalle cose civiche. La spazzatura, le strade in ordine, meno randagi affamati e pulciosi, le macchine coi loro divieti da rispettare, i segnali stradali, prendersi cura dei loro cortili così come si prendono cura dei loro salotti e villette. Dopo attimi di silezio in cui si rolla una sigaretta finissima di finissimo tabacco, ci ri-pensa e fa: – Comunque Signò, noi siciliani non siamo mica scimuniti sà, abbiamo importato quasi tutto noi alle Americhe! E noi italiani siamo i più bravi a costruire, abbiamo fatto quasi tuto Noi, Lei guardi anche nel campo delle Case automobilistiche… L’Alfa Romeo, la grandissima Lamborghini, la fenomenale Lancia, per non parlare della FIAT! La Maserati – tira un momento di sollievo, rilassa la fronte, dà una boccata alla sua sigaretta, mi lancia uno sguardo di concentrazione e alza un filo la voce e finalmente lo dice – FERRARRI. – Mi convince quel discorso, gli do atto ovviamente che in passato siamo stati un popolo tosto, che ci siam fatti da soli, che da un semplice trattore, abbiamo tirato fuori con non pochi sacrifici, macchine che ci invidiano in tutto il Pianeta. Come tirar fuori da un cilindro un coniglio. Ma ora cosa siamo diventati? Un mucchio di rottami, di vecchi rincoglioniti sempre pronti a lamentarci?
Lui si concentra ancora di più e continua – Lamborghini, Ferrari, Lancia, Alfa, Maserati, Fiat, tutte sono roba italiana, nate, ideate e prodotte in Italia, direi che non siamo gli ultimi scimuniti del Mondo qua per parlà de’BISINESS!! –
Ma io che più lo guardo e più mi sembro esser catapultatta in un film di Paul Newman, mi avvicino un altro po’, spinta dalla curiosità di sapere invece Lui cosa fa.
– Ma Lei invece… qui, di che cosa si occupa? O si occupava? –
– Chi io? Sa, non sono stato fortunato da caruso… eravamo famiglia di poveri, allora… allora mi sono inventato un mestiere! Che si tratta di giocare… sì, come posso spiegare… Lei s’intende di giocare “i numeri”? Beh, è un po’ così, faccio formule su formule… su formule, e così c’azzecco sempre. C’è quando va bene, e c’è anche quando va BENISSIMO! –
– Ahh sì beh, credo di aver capito, sì sì – annuisco, sorrido e lui chiude il dscorso:
– Negli scacchi, prima di fare la tua mossa è più importante prevedere la mossa del tuo avversario. E poi, solo dopo… puoi muovere il tuo pezzo – si alza, mi dice che secondo Lui io sono del segno del Toro (verissimo), e che per questo il mio profumo come essenza è La Rosa. Gli do la mano, lo ringrazio, e ce ne ritorniamo a casa.
Passiamo la grande fontana nel mezzo, e ci accorgiamo che è dall’inizio dell’estate che non scorre più l’acqua. Oltrepassiamo la fontanella del Viale, anche lì non c’è mai acqua. Come fosse rotta, o trascurata, o qualcosa del genere. Si arriva a casa, verso mezzogiorno, orario di punta per la preparazione del pranzo, o del lavaggio di frutta e verdura, e sento mia madre che bestemmia perché hanno nuovamente tolto l’acqua.
In pratica funziona così qui, all’orario di cucinare o di lavare qualcosa, tolgono l’acqua, e uno siccome lo sa, si deve premunire prima riempiendo catini o bottiglie. Comunque tutti si sono dovuti comprare dei grossissimi serbatoi perché tanto è inutile, l’acqua del Paese qui, la fanno sparire. Allora invece di starcene a tirare madonne banalmente, decidiamo di andare a parlare direttamente col Sindaco, al Comune. Il giorno dopo.
Si va, si cammina sotto il sole cuocente, si arriva in Municipio, mia madre sempre più nervosa, io e bimba invece piene di belle speranze. E naturalmente non ci troviamo nessuno. Solo una segretaria, che sfumacchia comoda in ufficio davanti al suo Fax, e che risponde a monosillabi i suoi copioni di “non so, e io che le posso dire, non è di mia competenza, vada laggiù sotto”.
– Questo paese se lo sono preso tutto in un pugno! – sentenzia mia madre indicando un Centro di Associazione Benefiche.
Decidiamo di andare negli uffici di competenza allora.
Ricordo solo che ci accoglie un tipo sulla sessantina d’anni, pieno zeppo di catene e collane d’oro, le mani tempestate di anelli di oro zecchino. Una cicatrice sulla nuca. Occhiali da sole. E fuma. Anche lui fuma una sigaretta dietro l’altra, all’interno della sede del Municipio. Esponiamo il problema che è assurdo che non abbiamo acqua potabile ad Agosto, con 45 gradi all’interno. E che la tolgano soprattutto nell’ora di pranzo. Per poi riallacciarla solo cinque ore dopo.
– Che poi voglio dire, non è che non si paga eh! La bolletta viene sempre puntuale eh! Ora c’è venuta una fattura di oltre 80 euro! Ma come? Come si può pagare così salato un servizio che non fa il suo servizio! Non c’è maiiii l’acqua! Tutti i giorni la togliete! Eppure ve la fate pagare lo stesso eh?! –
Questo il succo del discorso. Mia madre inferocita. Lui invece, con la cenere penzoloni dal suo mozzicone, dà una pacca sulla spalla, spiccica qualcosa in stretto dialetto, e dice “arrivederci”.
Mentre si ritorna indietro, io e mia figlia si guarda una coppia di asini giù per una discesa. In una campagna bruciata vicina. In mezzo a spighe e buche. Si saltella, si giocherella, e ci si abbronza alzando le braccia a quei raggi di sole che tagliano in due. Ci imbattiamo in fichi d’India cresciuti selvatici. E odore di cartone bruciato. Odore molto forte. Che a me piace. Mi riporta indietro nel tempo. Mia figlia corre, la vedo ch’é lì libera e giocosa, ha solo cinque anni, si ferma, fa la voce serissima, e lapidaria dice ad alta voce: – Questo paese lo tengono in un pugno! -.

THE END

(Quel pezzo che non ho fatto in tempo a scrivere, per mancato tempo al tempo; eccolo qua. Forse tirato via, sicuro anzi, cambiato e partorito fuoritempomassimo sicché non certo come sarebbe potuto partorire a inizio Febbraio. E quella lettera che pensai e mi sono dimenticata di scrivere perché le troppe distrazioni giornaliere me l’hanno sviata di mente; per poi ricomparire solo quando il tempo ha schioccato quell’unica certezza, che ormai non si può più)