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“IL CRONC-CRONC DEL FANTASMA E LA MIA NUOVA OSSESSIONE”


Mi hai fatto sgambetto
ed eri solo un’anima.
Ti ho sentito col piede, che t’ho pestato
ed eri solo in spirito,
perché questa è l’unica condizione
in cui potersi vedere.
Questa è la realtà
la zattera percorreva il denso stagno
acqua gelida di fine Febbraio, scheletro ben conscio,
“Poi improvvisamente sceglievo io le persone,
la musica, le case, la marca delle sigarette
Mi davano soldi in cambio del mio tempo
ma finivano continuamente
Ricordo poco o niente”
fumano gli Zen Circus, la mia nuova ossessione.

“Come se provassi amore quanto è difficile da immaginare
Come una guerra dove non si muore o una malattia
che non ha sintomi, anche senza cura
non dà dolore”
tirano petardi gli Zen Circus, cioè capisci?
Una gola come la mia, chiusa
e stangata e continuamente criticata,
ove percepire tutte le ombre che mi circondano
è l’unica maniera per non andar nei pazzi.

Cronc-Cronc-Cronc, lo senti il rosicchiare?
Ma il vaso zeppo di vermi s’é rovesciato
si sono sparpagliati
proprio mentre sono sola
proprio mentre sei solo un fantasma.

Hai spostato la copertina dei Nirvana
il piano di lavoro della tua foglia a nove punte
mentre mi hai fatto inciampare, quando mi hai pestato
eppure sei solo l’anelito del cosmo.

Raccolta di corti e di sinapsi

“ARITMIA MECCANICA”

Esther, Clotilda, Matthew Brawn, Nikki, Tia Bass, Damien Dye. Esther che si passa la mano come fosse un uomo. Clotilda dagli occhi sbarazzini, dai capelli sopra gli occhi. Matthew Brawn in amore crudele perché quando ti ama ti uccide. Nikki si lascia stare. Tia Bass è qui a perditempo. Damien Dye?

Ancora nomi! Oh nomi, nomi, nomi, nomi vincitori nella mente.

<< Norman, Ali, Alfred Hest, Lorna, Debbie, Nicholas, l’attrice più bella che mi balla in testa è senza ombra di dubbio, Lorna. >>.

Questi sono stati tutti compagni di viaggio, acquisiti e non, lasciati e persi, e non. Siamo su questo treno da stamane, direzione Lugano. Esther ha incontrato Clotilda tra il recinto del terreno demaniale di suo nonno e la stradina adiacente, appena dopo esser cascata da cavallo. Amore a prima vista, così dicono. Il vento le frusciava fra i capelli e l’altra le aveva già chiappato il destino. E mentre si vanno a fumare una sigaretta nel piccolo bagnetto puteolente, non si fermano neanche per baciarsi. Fanno impazzire dalle risa, se ci penso, vanno là dentro per non disturbare, per tubare in pace. Matthew legge, si alza e si rimette giù in continuazione, gli hanno chiesto cos’è che ascolta nelle cuffiette, -“Non varcare” di un tipo che si chiama Stefano Rossi Crespi – ha detto, con quelle mezze rughe che gli tracciano il volto di una vita vissuta che più di lui non si sa. Alza il volume ad un certo livello e tra i vagoni si riescono ad udire queste frasi del cantautore : “ Ma non varcare il mio recinto…o sparerò. Non varcare il mio recinto o sparerò! “ poi fisarmonica a palla. Ci riempiamo gli occhi di lucciconi quasi tutti, siamo ridicoli, ognuno perso sulla rotta della malinconia, una rotta che non porta nulla di buono. Solo gli occhi più lucidi, più colpiti. Matthew sa cosa fa, ma non ci può fare niente, non si perdona e non si scusa, è la sua indole e non può certo farsela cambiare. Lui s’avvicina alla vita di un’altra e incondizionatamente gliela cambia. Oserei dire in meglio, ma ancora non lo sanno. Matthew dà tutto di sé, ti lascia talmente tante cose quando si ferma a parlare con te, che fai fatica poi a metterci ancora dell’altro dentro. E non ti rimane che impazzire. Perché ha cominciato a viaggiare all’età di 12 anni. E non lo può fermare nessuno. Neanche il figlio che ha messo al mondo in Sicilia. Neanche i nonni coi bisnonni indemoniati con la lupara. Matthew Brawn. Lo conosco da un bel botto di tempo, già, ma con lui mai niente…no, mai niente con lui. Ho sognato d’esser stata baciata e quant’altro, per la prima volta con lui, ma mica sono scema! Per fortuna questo non gliel’ho mai fatto fare. Tanto ci pensa da sé a dire solennemente – A me non me ne frega niente d’essere il primo…io voglio essere l’ultimo.- Ed io gli rispondo scherzando – Su fai il bravo!-.

Tia Bass è cicciottella ed un tantino innamorata dell’amore anziché del suo Damien. Lui è cotto, la stravuole, perché per lui non ci sono tante scorciatoie: il bianco è bianco, il verde rappresenta la campagna, il cielo l’estate, il grigio è grigio e Tia è sua. Tia Bass è del Sud America, sogna persone del cinema pronte ad aspettare soltanto lei, non gliene frega un beato niente di star qua con noi. È strafottente, guarda fuori dal finestrino spalancato, se ne sbatte se qui c’è gente che vuole dormire. O comprendere, o interagire. Damien prende una busta di plastica, razzola dentro, tira fuori un biscotto nero, tondo, pare buonissimo, glielo porge e lei lo prende senza guardarlo. Senza accarezzargli la mano. Lo fa con aritmia meccanica. Hanno sempre funzionato così le cose tra i due. Forse se qualcuno facesse entrare una ventata fresca, in quel loro rapporto, le cose non funzionerebbero più così tanto bene. Lui passa cibo e lei spilluzzica di continuo. Alé! Bon bon voyage!

Norman, Ali, Alfred Hest, Lorna, Debbie e Nicholas, sono dei personaggi, ma scesi molto prima. Hanno litigato con mezzo vagone qui. Il loro percorso s’è fermato a Ravenna, con Debbie urlante

– Oh gente andiamocene, magari giù troveremo più ospitalità di ‘sto posto precario! – ma non siamo sicuri che tutti quei Mausolei siano ben disposti ad accoglierli con fragilità e semplicità, come pensano loro. Tia e Damien sono alquanto borbottanti su questo punto. Convivenza in treno abbastanza stretta. La loro bellezza era la giovinezza. Pensavano di essere dei perfetti amici e generosi per giunta, se ci facevano sentire a tutto volume la loro musica, quindi quando hanno alzato lo stereo spumeggiante, e son partite le prime note soavi pop, qui tutti abbiamo cominciato a dare i numeri. C’è Tia che ancora non s’è ripresa, e me la sghignazzo, perché l’ho capita, lei è solo affetta da una gran perdita di sé stessa e per non farsene accorgere, la compensa col suo distacco. Fa finta che nulla la tocchi. Ma è tenera nei suoi vent’anni, perché è palese, nulla le scivola di dosso. È imbronciata e guarda fuori.

Ok zitti tutti, c’è Matthew che vuole prendere parola:

– Oh non prendetevela se ho detto quello che penso, per me non è così che gira il mondo! –

– No figurati, hai fatto bene – gridiamo in coro.

– Certo però che quella Lorna era proprio carina quando ballava eh…-

– Diciamo che farebbe girare la testa a parecchi uomini, sì, – dico io puntando la sua mano.

– Sì, comunque secondo me non sanno stare con la gente, con l’aria di quelli che hanno capito tutto della vita. Queste cose non le sopporto. Pretendono dagli altri cose e sempre cose, chiedono e chiedono, e loro per primi non sono disposti a dare niente. No dico io! Avete presente i discorsi che faceva Norman? –

– Sì, di come vorrebbe l’uomo? –

– Sì, sì, quei discorsi lì, che capito, lo vuole con la bella macchina, con un appartamento in centro, coi soldi, poi…cioè capisci? Poi ha aggiunto, pure bello! Pure bello lo vuole! No, ma dico, e tu? Tu ce l’hai la macchina? Che pretendi che un altro ce l’abbia? E i soldi ce l’hai? E poi quei discorsi sulla bellezza no cavolo, non ce la facevo più, e sei bello tu che vuoi un uomo bello? -.

– Che ne pensi di Nicholas? – gli fa Damien mentre passa ancora bom bom alla di lei attenzione.

– Di chi? –

– Di Nich…uhm dai come? Come faceva di nome? Quel coso lì, Nicholas! –

– Ah, ho capito, ho capito, quello sghiribizzo appena maggiorenne coi capelli dove gli saltavano visibilmente i pidocchi! –

– He he, lui lui! –

– Umm nulla, solo uno scroccone -.

Prima però, prima di scendere i bagagli dagli scomparti, prima del più bello, arrivano correndo come indiavolate, Esther e Clotilda dai capelli sopra gli occhi, dagli occhi sbarazzini. Queste ridono come pazze, si spingono l’un l’altra pare per nascondersi, son sbucate dal corridoio e ci stanno chiedendo in un linguaggio loro: – Nooo vi prego, vi prego, dovete venire fuori! Ahahah affacciatevi! Di là, di là, sulla destra, uhauha! Oddio tra poco ci spesano tutti qui! –.

Matthew balza su, bellino bellino su quelle sue gambotte sexy.

– Ma ch’è successo? Ma…che è…che c’è? – facciamo noi in un borbottio generale, affumicati da curiosità gatta.

Dalla punta NORD della nostra carrozza N° 12 riusciamo a scorgere i riccioloni e la panzona di una tipa isterica. Già la dice lunga quell’immagine, già ci fa ridere. Ma cerchiamo di trattenerci. Questa incomincia ad urlare con la sua voce obbrobriosa, squillante, sempre di più e sempre di più. Mezzo treno è esterrefatto, mezzo nostro vagone è ai suoi piedi.

– Fermate u’ trenu! – raglia – Unné il coso lì, u’ capu, u’ bigliettaiu! – Continua a ragliare in stretto siciliano. Intanto il treno ciuffetta e sfreccia come un dannato. CIUFF-CIUFF fa quest’attrezzo. E va. Ignaro ed inconsapevole corre corre, come se lo stesse rincorrendo il vento dietro.

– Aiutooo io ciaiu paura, io nu’ staiu’ tranquilla da cussì…-

– Ma signò si calmi, qual è il problema? – le chiedono le persone da laggiù.

– Non vedete a valiggia? È da mò che nuddu se la viene a pigliare! –

– Quale valigia. Signò faccia vedere…-

– Chissa duoco…sì, quella valigia non è né troppo grande né piccola…-.

Lì capiamo due cose: o siamo nella cacca o siamo su scherzi a parte. Nel frattempo si fa largo il bigliettaio, spingendosi e spintonando fra la folla oramai ammucchiata e sghignazzante.

– Allora che succede qui? – fa lui.

– E nulla “bigliettaio”, c’è una valigia che non è di nessuno, sembra…-

– Dov’è? Qual è? Mi faccia vedere! –

Intanto la signora comincia a sudare. Si appiattisce sulla parete del corridoio e ci punta incavolata nera. Noi smettiamo di sorridere tutto d’un botto. Lei cambia prospettiva, si gira verso quelli più vicini.

Incomincia a chiedere, come un tamburello sempre uguale, sempre lo stesso.

– Ma di cuie’ sta valiggia? Signora u’ sa lei? –

– No, no, io non le saprei dire…- risponde la signora.

– Che è sua signore? –

– Uhm…no, direi di no! – risponde uno.

– Ma allora è sua!? –

– Mhm no –

– Ma insomma, è sua ‘sta valigia? –

– No, no…non è mia…-

– È sua? No? Allora è sua…-

– No davvero, io ho solo queste due cose, non ne portavo valigie…-

– È sua? –

– No! –

– È sua ? –

– No…-

– È sua? –

– No…-. E vanno avanti per un bel botto di tempo così. Alla fine tutto il treno si domanda di chi sia quella valigia. Così il bigliettaio sente il macchinista, il macchinista sente il capotreno, il capotreno sente la polizia e la polizia gli dice di fermare il treno. Di arrestarlo subito, alla prima stazioncina. La prima stazioncina è per l’appunto Ferrara. Allora noi godiamo un po’ di più.

Ok, ci mettiamo tutti a confabulare fra di noi, c’è anche chi progetta una fuga dal finestrino. Chi si sta fumando l’ultima sigaretta, e per farla bene, se la sta aspirando proprio lì davanti a tutti, come a dire – Se proprio devo andare all’inferno, almeno che ci vada dopo l’ultima trasgressione! –.

Insomma fermano il treno, ZZz che inchiodata. Ci son già le pattuglie della polizia, vediamo dal finestrino anche un furgoncino, pare della finanza.

– Ok raga! Tutto apposto. Se ci va bene bene bene, al massimo siamo rovinati! -.

Salgono correndo, salgono loro e i cani poliziotto. Certi bestioni così. E pure io mi sento inquietante. Prelevano ‘sta valigia, la portano giù con un gesto furtivo ma schizzato allo stesso tempo.

– Oohhh – esclamiamo noi.

L’aprono e……….

Incominciano a tirar fuori canottierine della salute, via una, via due, via tre, poi scorgono mutandazze e pancere taglia 56 color beige, ne tirano fuori a coppia un bel po’, e all’improvviso la tipa tutta sicula sicula, coi riccioloni che c’aveva rotto la testa a tutti, inizia a lanciare segnali d’espressione non ben comprensibili.

– Oddio, ma quella è la mia robba! –.

Tirano fuori una maglia large bluette e lei fa: – Ma, ma, ma unné la mia maglia chissa? -, beccano un’altra maglietta a quadri e…- O madonna santissima! Quella è la mia maglietta! -. Tirano fuori altre cose mentre lei sbianca e singhiozza – O madonna, quella è la mia camicetta, quella è la mia canottiera, o santo cielo, le mie calze! La mia pancera!-

I poliziotti coi cani, cominciano a sospettar qualcosa, che son davanti ad un esempio lampante di buco nell’acqua. E siccome la valigia era stata fatta a strati, sotto sotto c’erano cose di tutt’altro odore. Tira di qua e tira dillà, escono fuori salsicce, salami grossi piccanti, e lei – Oh ma quello è il salame di zio Peppuzzo che mi resa pu’ viaggiu! -, poi agguantano una cassata siciliana enorme, ricotta salata, una busta con fichi e mostarda asciutta che ahimé, s’imbratta le mani pulite il poliziotto.

Si altera definitivamente – A signò, mi sa dire che cos’è questa? –

Lei – Oh… è la mia sottana quella, sì sì, la riconosco –

Lui impugna la busta e…- E questa mi sa dire se la riconosce? –

– È la busta dei fichi che mi resa mia madre…-

– Questi che sono? –

Lei fa una faccia esterrefatta – Son i salami miei, ehm, quelli –.

I cani cominciano a scodinzolare e ad abbaiare. Abbaiano, abbaiano, abbaiano tutti felici e contenti. I poliziotti non sanno più come fare, uno gli lancia in aria una salsiccia e via.

Noi ci schiantiamo dalle risa. C’è chi non si capacita, c’è chi dà capate ad un muretto, c’è chi ride con le lacrime, ci son io che mi sono spiattellata a terra e mi rotolo dalle risate. Oddio mi fa male anche la pancia. Dal treno fischiano e battono le mani. Il poliziotto dice: – Calma, calma, tutto apposto, nulla non è nulla, la valigia è della stessa signora! –

E tutti affacciati dai finestrini – Bravooo! Bravò! -.

Damien Dye si accorge subito che i ferraresi hanno capito tutto di come dovrebbe andare la vita. Che son gente in gamba. Lui che non gliene poteva fregar di meno, della situazione patetica di quella signora isterica, poi alla fin fine ha fatto solo una gran figuraccia e niente altro. Ha fatto fermare un treno, ha chiamato tutti all’ordine, ha fatto scomodare la polizia, per poi cascar dalle nuvole e dire “Ah ma la valigia è mia”! Bene a Damien che non gliene fregava niente, se n’è andato in giro lì per la stazione, per l’edicola, in un barettino a prendere un caffé. Ora è di ritorno e ci dice sorridendo con una soddisfazione immensa, che non ha visto passare neanche uno che fosse in macchina. Né un motociclista, né la ben che minima persona in nevrosi piena, col clacson al posto della bocca.

– Insomma raga, qui sembra d’essere a Pechino! Son tutti in bici! -.

E così sia. Se ne vanno i ferraresi, fischiettando dal barbiere o dal panettiere, sorridendosi a vicenda, canticchiando le loro cantilene preferite, in bicicletta. Sono tutti in forma i ferraresi.

Il nostro treno, quello che dobbiamo prendere per far capolino a Milano, fa ciuff ciuff dal binario 3. Corriamo giù per le scalette, corriamo a più non posso. Le ultime energie rimaste sono sempre lì a salvarci dagli intoppi.

Riusciamo a prendere al volo il nostro trenino schiaccia-pensieri. Va a Milano a tutta birra. Siamo con lo stomaco tappato per la voglia d’arrivo. Matthew si mette accanto a Tia e se la studia. Lei non cede neanche d’un passo al suo fascino. Lancia occhiate di salvataggio a Damien e Damien è troppo impegnato a guardare le belle tipe fuori nel corridoio, accanto alla fumaia.

– Ti va una sigaretta? – mi chiede, ed io rimando con un – No guarda ho smesso…- lui incredulo esclama – Ah, accidenti! Non lo sapevo! E da quando? –

– Dal mese scorso – rispondo fiera della mia forza.

Damien si alza e va da solo verso tutto quel bendiddio.
A questo punto Tia ha già preso lo walkman dal taschino di Matthew, le sue cuffiette e la sua musica. Ha fatto sue quel paio di trappole come a dire “tu mi hai portato via una cosa, io faccio altrettanto, stanne pure certo”. Ok va bene, alza il volume e le note di quell’armonica partono senza più freno.

<< Vorrei fare che per me, non esistesse altro che una stanza bianca, e circolare…>> parla il cantautore, Pino Marino, ed io lo sento tutto. Mi allieta lo stato d’animo. Mi calma un po’, così posso accucciarmi e appisolarmi e distaccarmi e isolarmi un secondo. Corre voce aldilà della nostra carrozza, la N° 2, che una famigliola si è trovata impicciata in un malaffare. Allora non resisto, balzo come una molla su, corro a sentire ch’è successo stavolta. La trappola peggiore da queste parti è la curiosità gatta. Siam tutti lì coi faccini trasformati in Lolite, gli occhi però come fanali nella notte di una volpe.

– Che succede? –

– Ch’è accaduto? –

– Che s’è sentito male qualcuno? –

– Che c’è scappato il morto? –

– Che ci fanno rifermare? -.

Ecco, queste le frasi ricorrenti inframmezzate dallo sgocciolio dei minuti. Invece c’è una mamma che piange e si picchia la faccia da sola. Pare desolata. La signora viene dalle calabrie ed è diretta a Milano. Si è caricata la responsabilità di viaggiare tutte quelle ore coi suoi figlioletti. Rispettivamente, in scala crescente di 4, di 6, di 10 anni. Bene, ‘sta qui andando al bagno si è portata dietro i figlioletti più piccoli, ed ha lasciato quello più grande a far la guardia alle loro borse, buste e valigie. Proprio quello che aspettavano due zingari, in meno di un nano secondo distraggono il pargolo e con uno spray lo addormentano.

– Oddiooo! Tutto mi rubarono! Tutto! E ora come faccio? Oh signore aiutami tu…- . Queste le lamentele. Queste e: – Pure la valigia con le robbe dei carusi m’hanno fatto sparì! Disgraziati! -.

Le hanno rubato dai soldi ai vestiti, dai vestiti ai gioielli, e non si sono fermati neppure davanti ai fazzoletti e allo Scottex! Praticamente giustifichiamo la sua collera. Il figlio di 10 anni ancora se la sta dormendo. Torniamo ai nostri posti non si sa mai. Esther si leva le scarpette e distende in avanti le gambe, noi notiamo i piedi gonfi e sudici. Magari manco la sua altra metà della mela ci tiene ad essere inebriata così da quel suo attimo di. Magari nessuno ci tiene. Ma Milano è vicina. Vicina di un’ora. Ci accomunano i formicolii ai piedi, nessuno si permetterebbe lo stesso un accenno di cedimento, l’orgoglio ci mangia vivi delle volte. Ci mangia sì, ma ci rende più freschi. Lasciamo ad altri l’espressioni da paresi facciale, dagli occhi liquidi in cui la linea della inespressività si rassomiglia a quella della passività. Le nostre pupille sono un tutt’uno col carbone indiavolato lungo il binario. Ci sentiamo vivi e divorati da questa meccanica facente sempre lo stesso verso, tuh–tuh-tumm – tuh-tuh-tumm…il timbro delle rotaie e delle scintille sul ferro. La musica più ineguagliabile secondo la fonte Matthew. Lo crediamo così, senza un perché o un per come. Questo maledetto singhiozzo di viaggio. I motivi validi per i conti nostri, ficcati a più non posso dentro di noi, resi talmente segreti da fare fatica a tirar fuori uno straccio di prova perché ci siam dovuti imbarcare in questo viaggio. Gli alibi sono sepolti nella fibrillazione del nostro sangue.

Eccoci qui a Milano, c’è un mormorio pazzesco e gente dappertutto. Non saprei dire che stile abbia di preciso questa stazione, un tocco di caos ecco, quello per forza, ma vabé comunque andiamo muniti di munizioni verso l’ufficio informazioni. Abbiamo quasi la tentazione di girare lì per le vie vicine e di vedercela per bene, questa città italiana multietnica!

– Oh oh gente! Lì c’è movimento! –

– Ok aspettate qui, io vado a vedé –

– Ma che sei scemo? Guarda che cricca c’è…-

– Andiamo direttamente alle macchinette a fare i biglietti per Lugano, non voglio farci notte qui –

– Matthew tu vuoi fare sempre danni eh…-

– Che ce poi fa! -.

Nel frattempo “gli sdentati” c’hanno fermato con la manina avanti chiedendoci degli spiccioli. In tredici minuti c’hanno bloccato in 10 pretendendo un euro per una telefonata.

Sul display dove abbiamo cliccato il biglietto fatto, l’orario segna le 23 e zero 6, è in partenza al binario 22. Corriamo corriamo corriamo.

Questo treno è lungo da morire e fa tuh-tuh-tumm più di tutti!
Ci posizioniamo ai nostri posti di combattimento, ognuno di noi con uno strano ghigno irritante in faccia. Da lontano sembra di sentire un tango. Allora tutti si chetano, non ghignano più.
Sono un’altra volta accanto al finestrino. In viaggio verso l’ignoto e nessuna accusa di stanchezza. Il finestrino si vede che è destinato a me, ma questa è un’altra storia e non devo dirla troppo in giro. È solo un’altra storia da non raccontare. Tutti silenziosi e il mio cranio parla, urla, fa eco, dà rimbombo nel metro quadro di questa carrozza. Nel buio me lo ingoio io.

Tutti bassi a leggere giornali e zitti. Esther e Clotilda si isolano nuovamente, basta che si diano dei colpetti mini sulle gambotte per eccitarsi o capirsi al volo. Non ho mai visto nessuno isolarsi tanto come due donne che stanno insieme. Eccole là, si alzano e se la filano in corridoio. Fanno le splendide, ridendo, avvinghiandosi, scherzando con le mani fuori davanti agli occhi indiscreti delle solite donnine suddiste e aldilà con la mentalità. Forse ci sono, ho capito, ho capito, loro pensano di essere con la mente più aperta di tutti solo perché hanno deciso d’essere lesbiche. Clotilda se ne sta per i fatti suoi con una mano appiccicata alla mela di Esther. Tia Bass ha già una fame da scoppiare, ma qui c’è Matthew che mi punta come se mi volesse baciare da un momento all’altro. Oramai non abbiamo più scuse per non schiacciare un pisolino. Sembra d’aver passato tutta una vita in treno.

– Io credo che per tutto il tempo non abbiamo scambiato neanche una frase! – dice inaspettatamente Tia. Agita quei ditini e fa cenni sconclusionati alle tipe fuori. Ci rimangono un po’ male e non hanno la battuta pronta. Inaspettatamente le sorprende così, si fa per dire, perché qui già ci si stava stupendo che non avesse sbottato per un qualsiasi assurdo motivo, molto prima. Almeno tra Ferrara e Milano. Insomma rimangono a bocca aperta Esther e Clotilda, allora Tia si prende più forza, si sente più sicura, si alza in piedi tutto d’un botto.

– Eh no cavolo, ora glielo dico di rientrare e di parlare con noi! Vediamo se almeno un discorso lo sanno spiccicare! Eh no cavolo, ora le prendo io e le ficco qui! -. Ahahah come me la rido, c’è Matthew a denti stretti che le sussurra versi del tipo “dai fai la buona…rimettiti giù…stai buona Tia…accuccia Tia… giù!”
Siamo arrivati a Lugano paradiso. Ora non dobbiamo far altro che avviarci al lago. Col cuore in gola chiediamo ad un taxista di portarci là. È notte, non vediamo una mazza, a parte le luci della città. Ma niente verde, niente natura, niente cielo, niente particolari. Scendiamo dal taxi e saltelliamo come dei bambini. Ci scegliamo un posticino tranquillo per passare la notte sotto le stelle. Abbiamo sacchi a pelo a sufficienza per dormire tutti a coppia. E ahimé m’è toccato quello con Matthew! Ci siamo dovuti accontentare di dormire insieme. È bello qui, perché per tutta la notte si è sentito soltanto il rumore dei pesci saltanti. E niente più. Matthew ed io abbiamo trovato una vecchia, vecchissima barchetta a remi abbandonata. Non ci sono più nemmeno i remi. Sembra di un marrone chiaro, con il buio della notte non riusciamo a distinguere bene i colori, ma a pelle abbiamo deciso di accomodarci lì dentro. È bello qui, perché nonostante la stanchezza fisica, non ti fa dormire per niente questo posto.
Appena svegli escono dai loro nascondigli, Esther, Clotilda, Matthew Brawn, Tia Bass e Damien Dye, con le guance abbrustolite dai primi raggi di sole. Adesso è chiaro: l’azzurro è la tinta dominante tra cielo e lago, fa da padrone con dignità che non si riesce a capire qual è il cielo e quale l’acqua, ma tutt’attorno c’è una cornice di verde. Incastonata bene e non credo ci sia un granché da dire. Si spiega da sola. Noi siamo venuti fino a qui per rinascere dai nostri polveroni. Adesso è chiaro a tutti.

Si fermano in un grande spazio, dove danno il loro profilo all’acqua di Lugano e le spalle alla montagna. Dove si sentono in pace e ridono e piangono e gridano a braccia aperte.
Poi c’è chi urla un nome: << Nikki! Nikki! Nikki! >>. Ve l’avevo detto che Nikki si lascia stare, perché sono io, di qua dalla barca, che prendo appunti e scrivo.

[ avevo vent’anni ]


DA : “NIENTE BUONE NUOVE”

 

“LA SOLITA TERRA”

Allettante l’ondeggiare
lino, sciarpa di lana
e treno.
Non sentire richiamare
risuonare il ricordo, afferrarlo stretto
in una manciata di sabbia.
Splendida, in boccoli d’oro
alta e splendida
madre bambina
che abita nei sogni
in mattine di fiori
in oceani ghiacciati
e parte.
Semplice desiderio
lino, sciarpa di lana
e treno.
Non imparare dai saggi
vecchi eroi sconosciuti, tieniti stretta
in una manciata di sabbia.
La Nuova Zelanda
la solita terra
la solita terra.
Perfida, in sorrisi teneri,
alta e perfida
sorella madre
in oceani ghiacciati
e parte
allettante l’ondeggiare
lino, sciarpa di lana
e treno.
Non rischiare altre lacrime,
inumidire i nostri sogni, trattienile e fuggi.
Distendere palpebre infreddolite
nei monti del pittore
nei discorsi del poeta
nei sassi del pescatore.
La Nuova Zelanda
la Nuova Zelanda
ci credi?
Riesco a vederla
perfida e semplice
alta e semplice
amica solare
in oceani ghiacciati
e parte.

2005 – Marianna


DA : “NIENTE BUONE NUOVE”

 

“FIRENZE”

E Firenze notturna
straboccante nebbia romantica
e magia autunnale
Toscana sui tetti
sulle foglie, sui ponti,
sogni senza scelte
immaginazioni
di stregoni intoccabili
Paura secolare
in mercatini dell’usato.

Firenze, Firenze,
vestito vecchio,
straboccante di passanti
magiche serate
balconi rose e paesaggi
con le luci, con gli alberi,
con i miei angeli
ribelli forse
si stringono in falò
già andata mia lunga mano
con serenate dimenticate
sui margini
e bella era
Toscana nel Mattino.

2004 – Marianna

Un assaggio dal mio taccuino

 

14/07/2019

Volete la verità?
La televisione non mi manca. Ho tutto l’occorrente qui. Il libro del “mio Maestro” Un altro giro di giostra, di Tiziano Terzani; un malloppo enorme ma gentile di Pietro Chiara “Vedrò Singapore?“; “I venditori d’auto raccontano novelle” di un amico scrittore Marco Torracchi.
Scaffali di legno con libri antichi, dove lo sguardo ci si butta per spaziare. Porte segrete, bauli della Prima Guerra, finestre nascoste nei muri, dove dentro è mistero, è un mondo a parte, magico. Angoli di stanza dove non vi entra nessuno, è vietato l’accesso persino alla padrona di casa, vi entrano solo fantasmi che discendono dai quadri appesi, durante le notti di luna piena. E qui è tutti i giorni “la luna piena”. In questi quadri ci sono gli antenati di questa famiglia, sono le prime foto scattate appena sorta la Rivoluzione Industriale. Quindi sono leggermente ritoccate con il pennello. Ma sono primi piani di uomini austeri, coi baffi lunghi lunghi girati all’insù, con le punte a girigogolo, oppure la barba pallottolosa con una strana conciatura all’ingiù. Tipo boccoli. Gli occhi severi, che guardano dritto senza che nessuno avrebbe tirato fuori il coraggio di controbattergli qualcosa. È gente che ha conosciuto Garibaldi! Stanno tutti lì, appesi in alto, che poi ovvio, di notte scendon come ombre appiattite e fanno i fantasmi, in quella stanza lasciata perennemente buia. La televisione mi toglierebbe tutto questo. La televisione che a Firenze teniamo accesa sempre, distoglie dal silenzio, dalle vere riflessioni. Perché è piena di notizie e ti viene di seguirle tutte; c’è un telegiornale? E lo segui imbambolato tutto, poi appena finisce inizia il tuo programma preferito. Che fai non lo vedi? E poi appena termina il tuo programma preferito rinizia un altro TG, che fai? Non ti viene la curiosità di seguire minuto per minuto quello che è avvenuto in tutto il mondo? Poi si è fatta l’ora della cena e con essa l’ora di spegnere tutto e di ficcarti a letto. Ma così facendo non abbiamo inseguito le notizie dal vero. Non abbiamo ascoltato una sola chiacchiera. Non un odore. Solo mezze frasi – Scc aspè, aspè, dopo, dopo, zitto, ora no scc quando finisce! – precludendoci il suo bello. Riducendoci di gran lunga minuti e tempo. Quindi non si ha mai, mai e poi mai, il tempo per un buon libro, per lo scorrere delle parole di un buon amico, che può essere appunto uno, che col suo vissuto, può aggiungere non togliere, ma aggiungere dell’insegnamento alla tua umile vita.
Così mi sono imbattuta nella pagina 509 di “Un altro giro di giostra“. Quella in cui Terzani racconta la sua esperienza sulle pendici dell’Himalaya, dove camminando per ore con la moglie, addentrandosi nella fitta foresta si trovò davanti un cancello. Una volta varcato il cancello, un po’ più in alto fece uno degli incontri che gli segnarono la vita : un vecchio col suo cane. Un solitario.
In questa pag. c’è un certo tipo di dialogo che mi ha fatto sentire come quando un riccio di mare ti punge il piede, e ti senti all’improvviso passato dalla dolce carezza delle onde alla fitta che ti trafigge. << Perché voi siete in cerca della Verità? >> dice sto vecchio << La verità è come la bellezza. Non ha limiti. >> continuò. << Non può essere imprigionata nelle parole o nelle forme. La verità è senza fine >>. Poi Terzani pagine dopo continua a farci vedere le cose che vedeva, che sentiva. “La vita è un mistero ed è un bene che rimanga tale”, dice << Quando l’allievo è pronto, il maestro compare >> dicono gli indiani a proposito di un guru, ma lo stesso è vero di un amore di un posto, di un avvenimento…” scrive ancora Terzani.
Secondo me il libro Un altro giro di giostra dovrebbe esser letto almeno tre volte . Per scoprire in modo totalizzante quei sentieri lì, che è capace di portartici coi vari meandri della mente. Non lo trovo affatto un tempo sprecato leggere 576 pagine per tre vote. Per me è una colossale perdita di tempo andare per supermercati a fare la spesa ogni due giorni. Dio che tempo inutile! Buttato via! Come per esempio è buttato via passare ore al telefono o chessò 5 minuti. O cercare di spiegare le tue ragioni a persone inutili, che vedono solo il loro piccolo mondo. Non hanno “al di là né al di qua”, non ha visioni. Non mi stimolano.

Ora sono pronta! Sono pronta solo per le persone stimolanti. Sono in ascolto. E solo nel silenzio, nel rallentare tutte le obbligatorietà ed i ritmi, potrei riuscire a sentirle.

È passato un giorno tutto a litigare. Correva correva quel giorno alle ore 10, terminato alle ore 22. Senza una pausa, una virgola di pretesa, nè una minuscola tregua, uno schizzo di merda di gatto come quella che c’è qui nella piazza. È del tutto inutile, ci sono persone che “non c’arrivano”. Vorrei tenerle a distanza, perché non sanno che è uno spreco di giornata, ad un passo in più dalla morte, stare tutto il tempo a dare di matto. Mi fa venire il vomito la sensazione che mi dà nel ricordare la performance che ha dato questa “Signora Soprano”. Attendo che passi a miglior vita. Esco e sbatto forte la porta dietro di me, come al solito.

Gusto di nocciola, fresco, in gola. La mia Sicilia è una visione di arance e “pale di ficu” anche sui tetti a pezzi. Una parvenza di cartolina davanti allo sguardo sul davanzale di pietra lavica. Alla mattina presto, sento le campane delle mucche in lontananza, sono così lontane che non ve le sto qui a descrivere, eppure il vento e il silenzio mi portano ai piedi delle scale l’abbaio dei cani da pascolo. Oggi sembrano particolarmente incazzati. Poi, bevanda Latte di mandorla, color perla, gelata, presa dal frigo. Due minuti di pace, col naso che va di qua e là, sentendo odori di uccellini, rondini a centinai, piccioni sul campanile della Chiesa di San Francesco. Chiusa, morta, ormai da trent’anni. Tutto chiaro è qui, non c’è spazio per le opinioni, per le mie espressioni. Eppure ogni cosa è musicalità, melodramma Verghiano, persino quando mi fanno incazzare per incompatibilità di carattere. Perfino le mie sfuriate giù in cortile mettono soggezione all’espressività. La magia del silenzio si amalgama bene coi profumi di granite e “pale di ficu”. Peccato la gente del posto non ha ben capito che le cose si devono dire una volta sola alla seconda è troppo tardi. Il panorama da quadro impressionista coi pastelli e le pecore e pastorelli coi maremmani, le nuvole grigie che vanno a picco sul rettilineo dell’orizzonte, non c’entra niente con le troppe parole di chi non ha chiaro che “quello che dico s’ha da fare – alla – prima”.
Una cartolina romantica ma senza personaggi innamorati. La mia Sicilia è questa qua.

RACCOLTA di CORTI e di SINAPSI

Foto [13]
<< IL TORO ESCE DALLA GABBIA >>

Devo trarre ispirazione da questo libro, qui, che ho tra le mani.
Tanto sono tornata sulla strada che m’ha sempre portato oltre.
Lontano. Quindi non sarà neanche un’impresa così ardua, così difficile, perché è esattamente da questa posizione, ch’è sempre partito tutto. Io accendo il lumino accanto a me, sulla mia destra, pesco un libro a caso, me lo metto come piano di lavoro sulle mie ginocchia, alzo gli occhi mezzo secondo e li lancio sul muro grigio-scuro ricamato dalle ombre e dalle luci e poi li faccio scorrere fino al soffitto, ma tutto questo quasi contemporaneamente a quando mi accorgo di lui, che mi dorme davanti di profilo sul suo lettino, per far sì che la mia ispirazione parte dall’oscura ombra e va verso una luce che io stessa non credevo potesse esistere. Ma non in questo caso. No perché, non ne ho più bisogno di guardare… di osservare… ho già tutto piantato con le radici in testa. Ce l’ho ormai dentro, tutto l’ambiente, che come vedete e come io stessa mi sto rendendo conto, non ho avuto bisogno neanche di fermarmi, di respirare, guardarmi in giro, arrampicarmi sulle cose per trarre quel giovamento da sanguisuga come facevo fino un paio di settimane fa. Adesso potrei farvi una descrizione dettagliata su ogni oggettino posizionato, o su ogni metro cubo lasciato libero, o addirittura dirvi di lui, che gli hanno cambiato il letto con uno professionale, dice, adatto, e sinceramente ve lo dico proprio con sincerità, non è che lo abbia guardato poi così tanto da quando ho messo piede qui, nella sua stanza.
Ormai i miei occhi vanno da sé, anche senza sforzarli, e lo tengo d’occhio anche senza fissarlo troppo. Ed ho già annotato la forma e le sbarre alte e com’è fatto questo lettone. Quindi ricapitoliamo fino a che punto siamo arrivati: i miei occhi vedono anche se non guardano e lui parla e racconta di tutto anche se dorme imbottito di morfina.
No oggi no. Oggi è bastato che mi sedessi sulla solita poltrona vecchia, perché partisse da sé… la penna. Prima, poco prima che mi sedessi e che mia madre ci lasciasse da soli, lei lo ha sistemato meglio, gli ha farfugliato non so che, e nel frattempo gli ha tirato su le sbarre d’acciaio, chiudendogliele per bene, per poi sussurrargli dolcemente – così sei più sicuro e… non si sa mai… oggi è meglio che non ti alzi e con queste almeno sei più al sicuro –. Io so solo due cose, che lei m’ha fatto morire per quanto era dolce e che lui ha risposto: -eh… il toro esce dalla gabbia!– Così ha detto.
Così ha detto.
Dio ragazzi, m’ha fatto morire dalle risate, anche perché guardava proprio me, e sembrava cattivissimo in quel momento, davvero. E mi viene ancor più da ridere, perché più indifeso di lui non so chi ci può essere. Ma torniamo alla mia cosa iniziale, cos’è che chiedevo? Ah sì, l’ispirazione. Di solito arrivata qui l’ho tirata fuori da vecchi poeti ventenni, da autori come Baudelaire e il suo oppio fottutissimo o da scrittori italiani di fine novecento. Ma non in questo caso. Oggi ho sulle ginocchia un altro tipo di libro, si chiama “ SOLDI TRUCCATI “ ed è di un certo Lombard. Ed è successo che molto spontaneamente m’è scattato un processo alla rovescia: dalla scrittura che si è scatenata come una pazza, vi saluterò dandovi i miei più cordiali saluti, e mi dedicherò alla sua lettura.

[2006]