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SINAPSI

RADICAL SENTIMENTALE e il GRILLO PARLANTE

Allora facciamo il punto, tanto per cominciare Carlo Albero lo sa. Lui sì, ancora non lo sa che era a un passo dal fosso prima del tempo, dato per spacciato e invece la sua voce al telefono scorre che è un piacere. Lui sta bene. Alceo pure lo sa. È stato il primo a cui l’ho detto. Anche lui mi ha sempre contato il cambiamento dell’espressioni in un batter di ciglia. Quando il vento cambiava e stava per crollarmi il mondo. Bulubup! Eccotelo lì, che capiva tutto subito. Dunque, loro due, come i grandi esseri che sono, sanno troppo troppo troppo bene, che son devastata, che non sono incline allo strappo improvviso, che sono impulsiva, e l’accettazione non conta per nulla. Lo sanno e niente, mi stanno vicino tantissimo, con la loro distanza fisica, e il loro silenzio. Stanno di continuo a parlarmi e a dar pacche sulle spalle. Poi ovvio, mi passano le sigarette e il vino. Magicamente. Stanno zitti, si sono chiusi nei loro rispettivi gusci. Gli amici fanno così. Li senti.
Poi sento in continuazione il silenzio di quell’altro. Il siciliano S. Hai capito benissimo. Se già prima era di poche parole, e invadente meno di te, ora è completamente avvolto nel suo cappotto nero da corvo. Spiazzato. Senza parole. Lui sì che mi sa che ti amava.
La tua risata la sento però eh. Si sente, si sente, si sente sempre che ridi.
Poi te l’ho messa la tua canzone, quella di Fabi e del vestito rosso rosso. E che avevi sbagliato tutto, tutti quelli che credevi non gliene fregasse un cazzo invece lì a scoprire che ti volevano bene eccome. E quella che credevi si struggesse un casino invece no per nulla. E invece no, hai sbagliato davvero su una cosa però, te lo devo dire, che non è vero… e che sono rimasta come un osso, fuori e dentro senza midollo. Zitto. Stai zitto! Basta basta! Smettila di parlarmi! Stai zitto!
Mi rode pensare a tutte quelle cose che dovevamo ancora fare insieme. E non le abbiamo fatte. Vivere insieme! Ti ricordi? Dovevamo andare a vivere insieme! Sì lo so cazzo, era partita la botta della mia solita testa sognatrice, infantile. E quando ai nostri tempi, come un grillo parlante ti assillavo. Ti dicevo dicevo dicevo. Saltavo da una sedia all’altra. Ridevo, parlavo, bla bla bla, poi niente, poi respingevo, poi di nuovo amici più di prima. A ballare le canzoni dei Nirvana o sul divano imbalsamati. Zitto, zitto, ora c’arrivo.
Tu invece il solito sentimentale. Leopardi nell’anima. Romantico, pungente, sarcastico, ironico e leggero. Leggero leggero che era facilissimo trovarci a stramazzarci dalle risate sulle volte che ci si trattava male. Per compensare i tuoi occhi fermi a guardare con dolcezza, facevi uscire il tuo lato cinico. Forte. Vissuto, del tipo che non può più permettersi di sperare invano.
Ricordi? Ti avevo detto: – RiKKa? –
E tu – Eh?? –
– Ma lo sai che l’unica persona con cui vorrei andare a convivere saresti tu? –
E tu – Certo, perché io ti farei fare tutto quello che vooi! – Ahahahahahahahahahahah!
Invece no. No no, non era per quello. È che mi veniva sempre da ridere e… è che mi facevi sempre troppo ridere, che ho perso tempo, non mi hai fatto mai finire la frase.

SINAPSI

INTELLETTUALE CON RISATA

È che vorrei rompere questo muro trasparente, che mi separa dalla realtà all’irreale. Vorrei prenderti oltrepassando quella linea sottile. Prenderti di pugno la tua magliettina azzurrina, mezza bucherellata. Prenderti e urlare a mezza voce. Invece come al solito tu mi ascolti lo stesso. Tu già lo sai, lo sai, lo sai, che non posso. Allora indosso la maschera, metto il sorriso, non faccio vedere gli occhi, faccio la capa tosta. Ogni tanto rispondo male e mando a fanculo così, tanto per non far vedere che le cose sono cambiate. Tanto per non fare accorgere nessuno, degli idioti che mi stanno intorno, che mi sta succedendo qualcosa di strano : io che taccio? Io che non ho voglia di parlare? Allora, allora sai che faccio? Faccio come sempre. Che rimane fra me e te. Gli altri li tengo fuori. Non devono entrare nelle mie cose. In quelle piccole rughe nel mento e nelle occhiaie, che tu e solo tu, avevi evidenziato. Lo so, lo so, che succede a tutti quanti, è solo che non ho capito ancora perché tutto quello che succede a tutti deve sempre succedere anche a me…
Perché quando ti conobbi e iniziammo a percorrere la strada insieme, ed io capii che eri speciale, e tu essendo “troooppo intellettuale” c’avevi preso bene co’ me, c’avevi intravisto qualcosa di buono in me, insomma io TI pensavo immortale. Uno che è per sempre. Ti vedevo eterno. Sempre lì. Sempre presente per sempre. TI PENSAVO come di solito si pensa ad una madre… o al papà, che secondo noi sono eterni. Ecco, tu eri mia madre. Tu eri mio padre. Mio fratello. La sorella che ho sempre desiderato. La sorella che mi accarezzava la mano quando mi sforzavo di ingoiare i singhiozzi. Mia madre ecco. Tutta la famiglia a cui ho sempre aspirato.
Solo che adesso SEI molto di più. L’unica consolazione è che so che mi ascolti quando mi fai quei colpetti al muro.

IMPOSSIBILE IL TITOLO è GIà PREESISTENTE

“PER ADULTI”

Non bisogna aver pazienza con questa masturbazione di geni fessi
la eiaculazione del fenomeno è scisso e scandaloso, troppo grosso!
ho la speranza impazientita da cotanta festività, oggi è nel giorno dei santi!
e voi avete la ferita aperta nel discendere da codesto letto.
la ferita aperta
la ferita aperta
la ferita aperta
la ferita aperta
la ferita aperta
la ferita aperta
ed io ho il mio stile.

29/3/2007

DA:”CRONACHE VERDI”

Sono esplosa! D’improvviso una forza misteriosa proveniente dal basso e poi chissà, un po’ di qua e là, mi ha spinto verso lo specchio della trousse dei trucchi. Mi sono guardata gli occhi, non erano più spenti, allora come i vecchi tempi ho preso d’istinto la matita nera, ho iniziato ad evidenziarli, poi il mascara, a fare in sù le ciglia lunghe. Qualche brillantino come ombretto, nulla di più. Poi ho preso il phon e il pettine, ho cominciato a farmi una pettinatura. Ho guardato bene cosa mettermi addosso. Ho scelto le scarpe che luccicano d’argento, per risaltare l’abbronzatura del piedino. Senza consapevolezza, mi reco nella vecchia camera di mia madre, prendo tre gocce della sua colonia buonissima. Poi con tanta meticolosità preparo mia figlia. Senza coscienza ho avuto un’energia che le cose piatte degli oggetti non ti danno mai.
Siamo uscite leggere che neanche la salita a novantagradi della Piazza abbiamo avvertito.
Lei stranamente allegra nell’accorgersi di non aver neanche insistito troppo stavolta per trascinarmi fuori. Io avevo un sorriso pieno di passione stampato in faccia. E mentre i piedi andavano veloci da sè, anche io mi son domandata come mai avessi tutta questa voglia di uscire? Da dove lo stessi trovando quel desiderio di prendermi cura dei miei capelli, del profumo, di rimettermi a vecchio modo il mascara…
La bimba mi fa: – Però si va allo scivolo prima? –
Le rispondo dolcemente un: – No prima si va di volata al bar, faccio subito, poi ti ci porto, se fai la brava ti giuro che gioco tutto il tempo con te –
Lei sorridente e speranzosa: – Ma che devi fare al bar? Una birra eh eh?! Ma poi mi spingi anche sull’altalena? –
– Ti spingo, ti spingo in alto, dove vuoi, dopo si gioca insieme ai giochi, però ora devi stare a sedere, porta pazienza se no è inutile il relax. Se no io non mi rilasso mai? –
Lei ancor più speranzosa: – Ma poi mi prendi anche le patatine? Lo sai che oggi sei molto bella mamma? –
– Sì… ti ringazio… ma no dai non esageriamo… tu sei più bella! –
– No, è vero! Tu oggi sei la mamma più bella del mondo! -.
Siamo entrate al bar, tutti si sono messi di lato per farci largo, chiedo – Scusi posso? Il portacenere? – e subito due mani rugose davanti che mi porgono i loro pacchetti di Marlboro aperti in segno di: – Prenda pure! Vuole? – io declino l’offerta gentilemte, tirando fuori le mie, oggi non ho proprio voglia di star a combattere con anziani arzilli e i loro soliti discorsi deprimenti. Oggi, no. Mi sento un’esplosione dentro di… di forza.
Mi faccio una Beack’S piccola, la sgolo in tre sorsate. Fumo una sigaretta solamente. Sono elettrica. Pago veloce, si attraversa e in un lampo siamo già al parchetto dell’unico scivolo con l’unica altalena sgangherata. Due panchine vuote, mi ci siedo subito, e finalmente capisco tutto: ho voluto trattare la mia femminilità per vedere come va se lo rincontro.
– Signò! Signò! – mi sento chiamare quasi subito. Ritorna il mio sorriso brillante, è lui. Cioè prima arrivano i suoi occhi e poi le sue gambe.
Siede appiccicato al mio ginocchio accavallato. Mi si piazza davanti fissandomi, il suo sguardo sembra un semaforo verde. La bimba che corre libera di qua e di là con varie bambine cicciottelle, per poi picchiettarmi sulla spalla – Mi spingi ora? – sicché mi alzo di scatto e la metto sull’altalena. Mi accorgo che lui è la mia ombra: praticamente è accanto a me, quasi quasi le sue braccia sfiorano le mie. Tutt’a un tratto è diventato super protettivo, respinge i palloni che arrivano dall’altra parte parandoli come fosse un supereroe al rallentatore, poi mentre la bimba scende e sta per salire su un albero, lui in preda al panico mi fa: – No! Stia attenta signò! Quell’albero è mezzo rotto può scivolare… rompersi il nasino… la faccia scendere! – io lo osservo incuriosita e nel contempo cerco di darmi l’aria di chi la sa più lunga di lui.
– La spingo io sull’altalena? La guardo io? –
– No ti ringrazio. Senti sai mica se quel Bar laggiù è aperto a quest’ora? –
– Sì mi pare di sì. Perché? –
– No è che dovrei andare in bagno. Non ce la faccio quasi più –
– Fare la pipì? –
– Sì -. Mi lancia un’occhiata come se avesse capito tutto della vita, con una complicità esplicita, poi sghignazza da sotto il ciuffo lungo.
Così senza nemmeno spender troppe parole decidiamo subito di incamminarci per il Bar alla fine della stradina alberata. La bambina ed io per la manina e lui la mia ombra.
Poi mi fa: – Posso darti del TU? Tu, quanti anni hai? –
– QuarantaDue! E invece tu? –
– io se***… anzi no, quin***… ne devo fare! -. Sorpassata l’antipatia iniziale, durata solo un paio di giorni, è ufficiale ormai: anche lui mi guarda come se fosse alla sua prima cotta. Col tipico affanno di chi gli sta per sobbalzare il cuore dalla gola. Ma ehy, noi siamo dei muri duri, teniamo molto bene a bada i tremolii e non ce ne facciamo accorgere.
Ci sediamo tutt’e tre, io volo in bagno, poi ordino due vaschette di patatine col ketchup per loro e per me una birra. Alla prima sorsata scatta subito la prima sigaretta. Neanche il tempo di espirare il fumo che si autoinvitano al nostro tavolo un suo gruppettino di amici. Tutti scugnizzi di strada, personaggi dal quadretto ben identificabile; cappellini alla rovescia, occhi furbetti, sdentati, sorrisi spalancati in modo genuino, curiosi, e tutto l’ambaradan. La mia piccola ed io ci sentiamo subito a nostro agio. Come se fossimo da sempre appartenute a quel posto, a quella compagnia. Era tanto ma proprio tanto tempo che non mi sentivo così: completamente priva d’imbarazzo. Sapevo con maestria cosa dire, come fare, come muovere le mani e completamente non adisagio. Finalmente stavo vivendo il Presente; in quel tavolino fra occhi furbi e ingenui allo stesso tempo, avevo come per incanto, staccato davvero la spina. Poi ad un certo punto sento “del movimento” sotto il tavolo, guardo lui, vedo che mi punta in modo strano, dò un’occhiata in basso, è lui che mi sta facendo il piedino. Lo blocco subito col mio sguardo inceneritore. Ghigna.
– A và ragazzi circolare! Circolare! – li butta praticamente fuori. – Circolare, via via! -. Dico che per me non c’è problema, possono rimanere.
Poi m’interroga: – Quanto fumi di solito? –
Rispondo sorridente: – Pochissimo, non ho più l’astinenza da vizio, io in genere fumo solo per DUE motivi, o se sono parecchio arrabbiata o se sono felice, allora ci sta! –
E lui di botta-risposta: – E ora sei felice? –
– Ora sì.- Esplode il suo grande sorriso.
Senza neanche troppe parole o troppe giustificazioni mi fa – Vabbè ora me ne devo andare a fare un giro – io lo mollo semplicemente con un accenno della mano, spippolando il mozzicone nel posacenere. Uno sguardo di un’intesa pazzesca e via. Ognuno per la Sua strada. Così è perfetto! Senza impegno! Esattamente come dovrebbe essere. Capirsi senza spiegazioni, in silenzio, sorridersi di continuo, volersi fare del bene, senza essere impegnativi.
Io sono così, adoro stare in mezzo alla gente, le persone, l’umano che c’è in loro, mi dà la linfa vitale. Sono fatta così, non mi posso cambiare, le chiacchiere da BAR a me piacciono okay?

POESIE PER VOI

“SPESALI TUTTI”

E io lo so Riccardo, che io e te, moriremo dello stesso male.
Un treno impazzito col sapore del roast beef in bocca, al lato della stazione estathé tra terra e polvere, il segnale recepito senza spesarlo e la piazza di questo piatto, aspetta ancora la decisione del pusher.
E vai via.
È un ballo di una gitana che ancora si fida delle persone poi vuoto poi sapore amaro in bocca poi fuoco intorno a piedi danzanti nudi.
E io lo so Riccardo, che ti commuovevi negli occhi quando nel piatto c’era soltanto la felicità.
E ti commuovi nella rovina dei miei occhi che ridevano. Quando veniva.
Un furgone bianco con la sua storia importante fa temere che per quella via ritorni, ed allora nulla è più vantaggioso d’una paura se ti fa ancora battere il cuore, il trapasso visto dallo spicchio della stradina in campagna.
Ed un giorno, moriremo dello stesso male, io lo so.
Ok punto