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RACCOLTA di CORTI e di SINAPSI

Foto [13]
<< IL TORO ESCE DALLA GABBIA >>

Devo trarre ispirazione da questo libro, qui, che ho tra le mani.
Tanto sono tornata sulla strada che m’ha sempre portato oltre.
Lontano. Quindi non sarà neanche un’impresa così ardua, così difficile, perché è esattamente da questa posizione, ch’è sempre partito tutto. Io accendo il lumino accanto a me, sulla mia destra, pesco un libro a caso, me lo metto come piano di lavoro sulle mie ginocchia, alzo gli occhi mezzo secondo e li lancio sul muro grigio-scuro ricamato dalle ombre e dalle luci e poi li faccio scorrere fino al soffitto, ma tutto questo quasi contemporaneamente a quando mi accorgo di lui, che mi dorme davanti di profilo sul suo lettino, per far sì che la mia ispirazione parte dall’oscura ombra e va verso una luce che io stessa non credevo potesse esistere. Ma non in questo caso. No perché, non ne ho più bisogno di guardare… di osservare… ho già tutto piantato con le radici in testa. Ce l’ho ormai dentro, tutto l’ambiente, che come vedete e come io stessa mi sto rendendo conto, non ho avuto bisogno neanche di fermarmi, di respirare, guardarmi in giro, arrampicarmi sulle cose per trarre quel giovamento da sanguisuga come facevo fino un paio di settimane fa. Adesso potrei farvi una descrizione dettagliata su ogni oggettino posizionato, o su ogni metro cubo lasciato libero, o addirittura dirvi di lui, che gli hanno cambiato il letto con uno professionale, dice, adatto, e sinceramente ve lo dico proprio con sincerità, non è che lo abbia guardato poi così tanto da quando ho messo piede qui, nella sua stanza.
Ormai i miei occhi vanno da sé, anche senza sforzarli, e lo tengo d’occhio anche senza fissarlo troppo. Ed ho già annotato la forma e le sbarre alte e com’è fatto questo lettone. Quindi ricapitoliamo fino a che punto siamo arrivati: i miei occhi vedono anche se non guardano e lui parla e racconta di tutto anche se dorme imbottito di morfina.
No oggi no. Oggi è bastato che mi sedessi sulla solita poltrona vecchia, perché partisse da sé… la penna. Prima, poco prima che mi sedessi e che mia madre ci lasciasse da soli, lei lo ha sistemato meglio, gli ha farfugliato non so che, e nel frattempo gli ha tirato su le sbarre d’acciaio, chiudendogliele per bene, per poi sussurrargli dolcemente – così sei più sicuro e… non si sa mai… oggi è meglio che non ti alzi e con queste almeno sei più al sicuro –. Io so solo due cose, che lei m’ha fatto morire per quanto era dolce e che lui ha risposto: -eh… il toro esce dalla gabbia!– Così ha detto.
Così ha detto.
Dio ragazzi, m’ha fatto morire dalle risate, anche perché guardava proprio me, e sembrava cattivissimo in quel momento, davvero. E mi viene ancor più da ridere, perché più indifeso di lui non so chi ci può essere. Ma torniamo alla mia cosa iniziale, cos’è che chiedevo? Ah sì, l’ispirazione. Di solito arrivata qui l’ho tirata fuori da vecchi poeti ventenni, da autori come Baudelaire e il suo oppio fottutissimo o da scrittori italiani di fine novecento. Ma non in questo caso. Oggi ho sulle ginocchia un altro tipo di libro, si chiama “ SOLDI TRUCCATI “ ed è di un certo Lombard. Ed è successo che molto spontaneamente m’è scattato un processo alla rovescia: dalla scrittura che si è scatenata come una pazza, vi saluterò dandovi i miei più cordiali saluti, e mi dedicherò alla sua lettura.

[2006]

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RACCOLTA di CORTI e di SINAPSI

Di Giorgio Bassani:
“Roma 1944. PAGINE DI UN DIARIO RITROVATO”

Martedì Gennaio 1944 – “ Roma è come una gran P., aspetta di farsi f. dagli inglesi dopo essersi fatta f. dai tedeschi”.
Fra tutti i discorsi uditi in questi giorni d’attesa, qui a Roma, questo sentito fare da C. ieri, verso l’ora d’un tramonto rosa, stupendamente indifferente, m’è parso il più notevole .
Oggi ho visto di nuovo, davanti all’Adriano, A.Q.Q. è stato, in questi ultimi anni, una creatura di Bottai (vedi una debole difesa dell’antico protettore tentata da Q. all’Esperia, alcuni giorni orsono, contro la mia eloquenza che riconosco giacobinamente volgare). È un grosso e tarchiato tipo di padano sensuale e felice, Q. , la borghesia settentrionale presenta assai di frequente fisionomie del genere della sua, trasuda calcolo e furbizia da tutti i pori d’una pelle spessa e arrossata di contadino inurbato di fresco.
Più che farmi la corte – come credevo in principio – ha l’aria di proteggermi.

Di Marianna 
“A PROPOSITO, SE PER TE È TANTO PER ME È TUTTO”

Guardatele le due pulzelle come si divertono. Cazzo guardatele da dietro la macchina.
Sgambettano, un poco litigano ma son sempre cose da niente, perché hanno l’età. Hanno l’età di quella che si fa pace subito.
Sono nei sedili posteriori della familiare rossa bordeaux, calzini fosforescenti magenta un po’ più sotto del ginocchio. E quel che più conta, è che cantano veramente male.
Il padre sbanda per il ridere. E la madre si domanda perché non trova mai le risposte.
L’hanno scampata per un filo.
Missione compiuta – ho capito che mi volevi veramente bene quella volta che mi hai fregato in partenza – non te l’ho mai detto prima, ma non ti scuso per niente.
Scendi, adesso scendi, e cazzo scendi da questa macchina che metto sotto un gatto. Secondo me, vomiteresti dentro.
Le due tizie sono cresciute, hanno non molti ricordi della vicenda, causa lavori in corso della psiche, e non pochi scherzi o disegni del Signore da sostituire con le solite frottole a sé stesse.
Ma si sa le vie del Signore sono infinite. E fin qui va tutto alla grande.
-Senti io son pazza di mio, se mi lascio andare con te, ci sta che impazzisco ancora di più, e poi come si fa?–
-Se tutto va bene siamo rovinati.-

[ 2005 ]

RACCOLTA di CORTI e di SINAPSI

Di Giovanni Arpino :
“ GABY LA NANA ”
Adesso lo so bene. Adesso ho capito.
La felicità è un niente fatto di niente, una nebbia senza sapore, senza forma senza senso.È come la salute, cominci a capirla quando ne esci, quando hai un male. È come il guscio d’una noce, al quale la noce aderisce così bene dal di dentro. Della felicità vieni a sapere solo quando ne sei stata sparata via, il guscio s’è spaccato e tu ti ritrovi di colpo a dover giudicare da sola il freddo e il caldo, il mangiare e il letto.

E non si funziona più.
Tutto diventa storto e raggrinzito. Ti vesti e non sai perché ti sei messa quegli stracci invece di altri, ecco tutto.
Ti pettini e a un certo momento la mano si ferma nel gesto e ti passa la voglia di finire, di uscire col pettine dal fondo dei capelli.
Così oggi, persino io, se qualcuno mi dicesse “bei tempi quelli di una volta, vero Gaby?” persino io lo guarderei come si guarda un pazzo o un nemico.

Di Marianna Gì.
“NON MI POSSO SEMPRE ARRABBIARE SE QUALCUNO MI SVEGLIA”

Dalla poltrona vecchia di questa stanza lui mi ha chiesto se per favore gli potevo dare un fazzoletto.
Un gesto semplice, alzarsi far fare CLIC CLOC alle ginocchia, porglielo e rimettermi giù.
Invece ho tremato.
Ho sbattuto in un colpo solo contro ciabatta, comodino con pappagallo, bastone a tre zampe, ho fatto un casino. Comunque gliel’ho porto con un soffio di gesto e lui ha capito.
Lui, quest’uomo dalle mani livide e butterate da poter dire martoriate, ha sussurrato con la poca voce rimasta, quella dell’educazione sviscerata che lo tiene in vita, a dispetto di quella delle bestemmie della rabbia che se n’è andata via scivolata forse in un bicchier d’acqua offerto nell’ultima visita di chissà chi, bene, ha detto un solo grazie. Ma io so, io so, mi avrebbe voluto dire “non preoccuparti, stai tranquilla”.
L’uomo dorme con un profilo affilato, e tutto sembra apposto. Da qui.
Il lampadario con le sei punte verso il soffitto, il comò antico, il pavimento toscano da rifare, è tutto fermo, qui.
Ma io, io, scommetto che nella sua mente c’è già una qualche soluzione di parole, di frasi bambinesche che gli domandano, lo affollano e lui che si risponde mettendosi a sedere, finalmente dritto “vediamo come posso fare per uscire da questo covo di matti”.
Che cosa dico io? A questo punto dico, che anche se è bello vedermi lì, tutta che brillo di luce propria, buttata a sonnecchiare, mentre non guardo in faccia nessuno perché in quel momento per me, conta soltanto il sonno, non mi dispiacerebbe che tu mi svegliassi.

[ 2005 ]
*scritta seduta all’ombra di un lumino dalla stanza di mio zio quando ancora pensavo che il tempo fosse infinito, prima che partisse con la sua ventiquattrore, sù. 

RACCOLTA di CORTI e di SINAPSI

“LA LEGGENDA DEL 16”

A lui gli si posò sopra quel ginocchio decorato da jeans decorativi, un moscone.
Lo fissavo come se volesse dir qualcosa che non mi potevo assolutamente perdere.
Dormiva con gli occhi semi aperti ed ogni tanto il visino gli andava in giù e in su, in uno sbuffo di scivolata dal finestrino che lo sosteneva.
Ascoltavo il silenzio e d’improvviso mi apparve il brusio come un compagno per il mio viaggiare.
Poi ho creduto sul serio che ci sarebbe stato un attimo in cui il mio stato d’animo avrebbe avuto la stessa linea del disegnino che mi stavo inventando. Ma la mia enorme sciarpa di lana mi copriva talmente a fondo l’espressione, che non sapeva che mi stava facendo bene.
Davanti a me vidi penzolare da chissà dove, un ragno, che era così microscopico che solo degli occhi come i miei, avrebbero potuto vederlo.
Ero elettrizzata e un misto fra il sospetto e il curioso.
Pensai: “io odio i ragni”!
Così adagiai i miei occhi un’altra volta su quel moscone in cerca di parole, niente parlai io: << Vedi, ti ho sempre amato, ma ora devo andare, devo, ma ascolta, non ha nessuna importanza per me stare con te, perché ti amo così tanto che ti ho qui, qui dentro di me, quindi sappi che non mi mancherai, non mi sei mai mancato, perché in fondo non ne ho avuto bisogno, ti ho sempre portato con me, in tutti i miei viaggi, anche se non siamo mai stati insieme, mi sei talmente dentro nelle ossa che in tutto questo tempo è come se fossimo stati sempre insieme, perciò io posso anche lasciarti andare, vai >>.
Lui si svegliò, fece volare il moscone e mi sorrise.
<< E quel che penso, con tutta la mia testa, me lo tengo ben stretto. Ne vado fiera >>.
[ Dedicata ad un bus ]

[ 2004 ]

RACCOLTA di CORTI e di SINAPSI

“UOMINI CHE PARTONO (DI TESTA) A CAUSA DEI LORO SENTIMENTI”

Hai voluto cambiare un animale in un altro animale ma non lo sai che non si può tramutare un ghepardo in un mammut?
Sì sì, balla pure da lassù, devo dire che quando ti portavo le rose per alleviare i tuoi mal di pancia da mestruazione, non ti mettevi di certo a saltellare così, avevi un viso sbattuto, pallido, facevi quasi ribrezzo, ma non te lo dicevo per educazione e un po’ anche per libidine alle tue tette ingrossate.
Stai pensando sicuramente che se cambiassi atteggiamento e modo di portarti il caffè a letto, mi toccheresti l’anima facendo anche una piccola carezza al mio pisello.
Ma ti stai distraendo un’altra volta, che diamine! Ti ha chiamato qualcuno, e sempre con sto cellulare in mano, te lo tocchi come tocchi i corpi maschili che ti fai, sei fantastica, mi arrapi anche mentre sei al telefono, ma il punto non è questo, è che hai altri impegni tu, altre cose a cui pensare, sogni introspettivi che ovviamente non mi vuoi confidare eh chi te lo farebbe fare, nemmeno io lo farei fossi in te, ma tu… ma tu…sei molto più intelligente di me, hai esche magnifiche per andare a pescare, hai prede più intriganti di me.
<< Hey Carloalberto? Che fai, noi andiamo, tu rimani qui? >>
<< Eeeh? Mmm, sì sì, andate, vai cioè vai, andate pure…>>.
Che fulminata ragazzi, si è abbassata per salutarmi, sapete io sono seduto, e lei mi ha ficcato la lingua in bocca per buttarmi in gola il fumo della canna che si stava fumando.
Lei è alta, è vestita bene ma sembra nuda quando cammina, o forse lo è, oddio non ci vedo più bene!
Corro in bagno, bisogna che mi rilassi, ora faccio colare l’acqua sulla nuca, cazzo è calda, non l’avrei mai detto, qui si scoppia, meglio che esca.
Vado a prendere la metropolitana, sono a piedi, mi hanno lasciato a piedi, mah meglio, perché sono le 4.07, e il marciapiede a quest’ora sembra pulito, che mi pare anche di sentire in giro una melodia tipo provenire dal finestrino di una Chevrolet parcheggiata. Tipo Nocturne di Chopin, ma non ne sono sicuro.
Mi fa ridere. Sto bene. E forse sono pazzo.
Un giorno Samuele incontrò Mary, lei ci perse la testa e anche qualcos’altro.
Lui era tutto dritto sulla sua schiena.
Lavoravano insieme e fra cento e più persone lei non si sarebbe mai aspettata d’innamorarsi proprio di lui, e poi ripeteva sempre: << Se non mi sono fissata in due anni che sto qui, ormai sono salva, non mi capiterà più! >>.
Invece…postazioni vicine, orari di pranzo coincidenti, mansioni complementari, i suoi occhi che vispi rincorrevano ogni passetto, ed ecco che lei ci casca come una pera cotta. Lui, una volta capito tutto, la invitò subito a passare un intero pomeriggio fra giri in macchina interminabili, belle cassette di musica nell’autoradio, fino ad approdare nella sua casa in montagna. Insomma le solite cose che fanno impazzire le donne particolari.
A Mary nel profondo che più profondo non si può, già le sembrò di ammiccare una fregatura. Forse già da allora cominciò ad allontanarsi, a far dieci passi indietro.
Il primo appuntamento e già lei era tutta irrigidita.
Samuele faceva il bello e dannato, gentile ma un pizzico misterioso, usava a tavolino tutte le tecniche di seduzione. Le sparò così al volo, anche un bel fuoco al caminetto nel bel salone centrale.
Si mise giù e cominciò ad accendere stecchi di legno e giornali. Si lasciava illuminare dalle luci della brace.
Allora lei pareva cedere, si avvicinava quella gatta, si avvicinava con estrema eleganza, lo stuzzicava con profili e occhi neri come il carbone.
Allora lui faceva il timido. Un’altra cosa che le accapponava la pelle di passione. Insomma un po’ timido, un po’ strano, un po’ gentile ma anche irraggiungibile, non si capiva bene, ma comunque di colpo lui si alza, la prende e comincia a baciarla.
Dentro la sua testolina frullava sicuramente il pensiero “menomale che dicevano i colleghi che era troppo timido per me”!
Tutto sembrava filare liscio come l’olio, a parte qualche inconveniente, di gusti assolutamente non in comune, che s’inceppavano come una rotella arrugginita, ogni tanto per dare tipo il campanello dall’allarme a quella storia, TLIN-TLIN!Ma come ogni donna capatosta Mary, fingeva di non vedere, di non accorgersi di quei segnali che…era evidente: non poteva durare fra i due.
Lo portò a casa, ci furono le presentazioni ufficiali, i vari pranzi di Natale e S. Stefano in famiglia, e un bel giorno lei si sentì male.
Grosse fitte allo stomaco disse, grosse fitte allo stomaco.
Lui ovviamente si presentò per darle il suo conforto, le portò anche un mazzetto di fiori.
Sua madre uscì di casa, per dar loro più privaci. Dopo un paio di coccole e di “come stai di qua e come stai di là” finirono a letto. E non per giocare a carte. Insomma furono scintille e furono momenti di vero amore.
Dopo di che il velocissimo modo di rivestirsi e il fuggire subito in salotto per la paura che venissero beccati dal rientro della madre.
Mary si avvicina a lui per continuare con quel momento idilliaco, si avvicina per dargli un bacio e tra un gesto e l’altro le scappa un << Ti amo >>.
Lui si blocca per un po’, indietreggia e sta zitto. A quel punto lei gli chiede << Beh, senti io…io mi sa che sono sulla giusta via dell’innamoramento, e tu?>>.
Lui niente. Zitto. Ma almeno le sorride.
A lei non basta.
<< Dai Samuele, ormai io e te stiamo insieme da due mesi, dai, puoi dirmelo, non ti devi più vergognare ormai di me >>.
Lui ancora zitto.
<< E dai insomma, cos’è che provi tu esattamente per me?!>>.
Allora lui a quel punto le sfiora leggermente una mano e le sussurra:<< Stare insieme… stare insieme…no per me è una parolona grossa, per me non esiste “lo stare insieme” >>
<< Sì ho capito, ma cosa provi? >>
<< Beh ecco…tu per me sei una…un’amica >>
<< Come un’amica? Ma che significa? >>
<< No, volevo dire, una grande amica…>>.
Lei chiuse un attimo i battenti. Si fermò tutto in quella stanza, poi si calmò d’un botto, e con estremo ghiaccio al cuore decise di non farlo nemmeno finire di parlare.
Gli disse semplicemente:<< Quella è la porta. Aprila e vai. Ma ricordati che io non bacio nessuno sulla bocca, nessuno dei miei amici. Tu forse usi fare così. Ma io non sono tua amica. Ora vattene! >>.
Chissà perché, quello, i giorni successivi al lavoro cominciò a parlare di continuo bene di lei, fregandosene delle regole di quel posto, di perderci la faccia, e chissà come mai lui aveva per le mani una delle donne più belle della città e se la fece sfuggire così? E in tempo da record! Mentre penso e ripenso a cose futili, vedo che tutto ancora gira intorno a te.
La cannabis l’ho quasi masticata per la rabbia che mi sale in corpo.
Io so. Io lo so, che non ci potrà mai essere nulla fra di noi. Eppure ancora ci spero. Ma che ci spero e ci spero, già mi immagino le facce di tutti coloro che si sono imbattuti nel tuo sublime cammino.
Loris appiccicato dietro il portabagagli della mia stupida, stupidissima panda rossa, Pasquale ricoverato in qualche ospedale psichiatrico nel centro Italia, André con un microchip infilato da qualche parte qua dentro da bravo stalker incallito, la Susy, sì perché hai traviato anche una donna, (anche più di una) saresti capacissima di tutto tu, insomma la Susy sopra il tettino avvinghiata con quelle manine a ventosa, come fosse un geco e col suo cappotto nero come un gufo che ci segue, ma non è finita qui, ecco che ti apro il cruscotto per vedere se trovo una rivoltella e farla finita, ed eccoti che ti spunta il Barone! Claudione.
No basta, devo cambiare capitolo.
Aspetta che salga su quel treno in corsa, e ti farò vedere io.
All’improvviso mi sveglio di colpo da una tua domanda, una delle tue solite, cazzo pensavo di essere solo, di essermela scansata oggi, e invece no, ecco te che mi chiedi:<< Ma per te quale sarebbe la soluzione più giusta? Insomma, mi spiego meglio: dimmi fino a che punto “è grave” LA COSA! >>.
Io faccio un’espressione che non sto di certo a dire qui, deglutisco e dico:<< Beh, è come per un condannato a morte. Magari questo sta lì tutta la sua vita nella sua cella, fino al giorno della sentenza. Poi finalmente lo portano nella stanza dove devono farlo fuori e… tre minuti prima di premere il bottone, t’arriva uno che gli dice, “mi spiace ma la sentenza è rimandata fino al mese prossimo!” E questo sta lì capito? Ma lo sa che tanto prima o poi lo dovranno fare fuori. Capisci? >>
<< Mmm… e quindi qual è la soluzione per te? Visto che comunque non è così grave, anche perché te non sei in una cella un metro per due e non sei all’ergastolo >>
<< La soluzione? Aspettare semplicemente la prossima esecuzione. Se non ci sarà tra poco, per me è come per il condannato a morte, aspetterò i prossimi due mesi stando nella merda. Ma tanto lo so che prima o poi succederà >>.
Lei capisce perfettamente ma non per questo non s’incavola. Io la faccio sempre incavolare.
E che ci volete fare? È più forte di me.

[Con la collaborazione del diretto interessato]

La gente ulula, la gente salta e si dimena, fischia e spernacchia.
Come sempre, anche stavolta è tutta una questione di punti di vista. Per quanto mi riguarda, mi ritrovo avvinto in un fraterno abbraccio con il tappeto del ring e non trovo nella situazione nulla per cui urlare qualcosa a chi che sia. Cerco con fatica di aprire una fessura in quella pesca pesta e marcia che chissà come ha sostituito il mio occhio e contemporaneamente, con la braciola cruda e tagliuzzata che mi trovo in bocca, faccio l’inventario dei denti, annotando mentalmente diverse assenze.
Del salvamenti nessuna traccia, a quest’ora sarà in volo per Detroit , mentre i suoi ex protetti sono tutti o quasi entro il mio limitato campo visivo, come scogli bianchi in un mare rosso e schiumoso.
Sono sicuro, lei non ha neppure esultato. Mi ci gioco la borsa; è tornata con il suo tipico, irresistibile passo , all’angolo e adesso, rosa aulentissima, pensa già al prossimo incontro, bevendo una birra, fumando una paglia e guardando Uomini e Donne alla TV.
Sento Carl, il mio secondo, che urla -“Stai gggiù, stai gggiù !!”-.
Fiato sprecato, da come mi sento avrò minimo la mascella rotta e qualche costola incrinata e , anche se così non fosse, affanculo tutto, io voglio la barella, l’ospedale, analgesici ed ipnotici per attutire il dolore e il sapore della sconfitta definitiva.
Poi Carl dà una ciucciata alla sua cannuccia bordeaux e riprende:<< Vedi amico mio, quando mi vedranno per terra, in ginocchio, sarà solo perché sto per prendere bene la mira! >>.
Sì sì, dice bene lui.
Mi godo il conteggio mantenendo con dignità la più assoluta immobilità, poi due reebok pump devastano il mio tranquillo arcipelago di denti sangue e saliva. Appartengono al medico, il Dottor Strawberry Field For Ever che mi ausculta a dovere, grugnendo istruzioni agli infermieri , i quali mi immobilizzano il collo e mi caricano sbuffando sulla barella. Carl mi sta togliendo i guantoni e tanto per tenermi su bofonchia :
<< Merda Al, te l’ho detto mille volte che con lei non puoi spuntarla. Fottuto stronzo lei appartiene a tutta un’altra categoria rispetto a te… >>.
Carl è fatto così, sobrio o sbronzo, e adesso è sbronzissimo, dice sempre in faccia quello che pensa, anche quando di quello che pensa non gliene frega un cazzo proprio a nessuno.
Che lei sia troppo veloce, troppo agile, troppo intelligente per me, lo so sin dai tempi in cui le facevo da sparring partener , giù nella vecchia palestra di St. Spirit Street.
All’epoca lei era impegnata nelle continue sfide e rivincite con Robby “Robocop” Robertson, che sono rimaste nella leggenda.
Farle da sparring era eccitante ed istruttivo, e anche se per me eran cazzi e mi riempiva di mazzate anche senza darci troppo sotto, il lavoro mi piaceva un sacco. Piano piano entrai in pianta stabile nel suo entourage, su su nella scala gerarchica , fino a diventare anche il suo secondo a bordo ring : le passavo l’acqua e la sputacchiera , le spalmavo la crema coagulante sulle abrasioni e le sussurravo parole d’incoraggiamento.
Non poteva durare, tutto questo era tanto, ma volevo di più, volevo starci io lassù sul ring con lei, volevo fare sul serio, via i caschi protettivi e i guantoni maggiorati, volevo batterla e volevo papparmi tutta la posta in palio. Tutte illusioni, nate un po’ dalla coca, un po’ dalle botte subite in tutta una carriera di sconfitte. Tutte illusioni che si sono infrante; la realtà è quella che Carl continua inopportunamente a ricordarmi anche sull’ambulanza, mentre l’infermiera mi misura la pressione : << Anche stavolta non c’è stata storia cazzo, anzi, cazzo è stata esattamente la stessa fottuta storia che si ripete da otto anni, e questo sarà il quarantesimo ricovero… merda non ci potevo credere mentre stavo lì a guardarti, col mio Cubalibre, mentre ti massacrava un’altra volta; ha troppo gioco di gambe, è troppo veloce e tu non riesci a fermare il suo lavoro ai fianchi, sei capace soltanto di rifugiarti in clinch ! Ti prende per il culo, ti irride e poi quando si stufa, BANG, e in un attimo ti trovi in comunione eucaristica con le calzature dell’arbitro… >>.
Non cerco di zittirlo, lo escludo e basta, concentrandomi sul tranquillo beep beep dei macchinari, e intanto penso a quello che dovrò dire ai ragazzi della stampa…mi rifugerò in clinch anche lì sparando ogni tanto le mie bordate di banalità. Del resto l’articolo di domani ce l’hanno bello che scritto in testa e nulla di quello che potrò dire – sempre che la mascella me lo permetta – potrebbe cambiarlo di una virgola. Lo leggo sul soffitto della mia nuova stanza d’ospedale :
CALUMET CITY : ieri sera al Super Busk Arena , Sweet Sugar ha battuto per KO alla nona ripresa il suo avversario nonché ex sparring partener Albert Einstein.
Si tratta per lui della dodicesima sconfitta contro il ciclone dalla pelle vellutata.
Noi ne abbiamo abbastanza e si vocifera che sia così anche per lui e che si prepari ad appendere i guantoni al chiodo. Dopo sette riprese all’insegna della schermaglia verbale, tutte a favore di Sweet Sugar, la quale ha fiaccato il già imbolsito Al con un continuo, implacabile lavoro ai fianchi, la svolta si è avuta a metà dell’ottavo round, quando con una fulminea mossa, la zuccherosa ha superato le difese del frastornato Einstein, e lo ha centrato con il più appassionato e devastante bacio che si sia visto negli ultimi anni. Al è stato salvato dal gong ed ha resistito per l’intero nono round solo grazie alla forza di volontà. La fine però era ineluttabile, la si fiutava nell’aria, la si vedeva negli occhi sognanti di Einstein ed è giunta appunto alla fine del nono round , quando Al ha ferito senza rendersene conto i sentimenti di Sweet Sugar , che si è sentita offesa a tal punto da negare qualsiasi contatto, se pur telefonico al tragicomico pugile, il quale è stramazzato al suolo e non si è più mosso di motu proprio. Amen.
Che scrivano quello che vogliono, è stato il mio ultimo incontro. Non sto poi così male, potrei ricominciare ad allenarmi domattina, ma oggi sul ring ho visto nei suoi occhi, che non sono più un degno avversario, che anzi non lo sono mai stato, che son rimasto sempre e solo il suo sparring partener. E poi , sinceramente, lei merita di incrociare i guantoni con avversari più validi del sottoscritto, se vuol restare al TOP …

[ scritto da Riccardo Mattii ]

[ 2004 ]

RACCOLTA DI CORTI E DI SINAPSI

“DA LIVORNO TUTTO TACE”

Poche parole nel mattino con il goccio di caffè e il pacchetto da dieci vuoto, di Marlboro.
Di fronte alla Via Luigi Pirandello, il bar di Claudio stava già per aprire, non con lui ma col padre e il fratello, pronti a vendere le sigarette di sottobanco.
Niente aggeggi e niente droghe nel cassetto.
Solo uno strano sorriso come un ghigno. La voglia di sparare in aria per fare una strage senza alcuna ragione e senza senso, tanto per farlo, tanto per spaccare in due le diverse opinioni sulla “Libertà di scelta”, tanto per sparare agli uccelli.
Mi stava forse impacchettando con estrema follia, la lettera che tutto poteva sembrare tranne che d’amore.
Si stava preparando per una passeggiata, per esplorare tra un cespuglio e un incrocio la sua tranquillità. I piedi rigidi e tesi lo portarono diretti verso una cassetta della posta. La imbucò.
Posta Prioritaria e mi arrivò il giorno dopo.
Quando me la sono trovata sul mio tavolino da lavoro, pensai: “Oddio, questa me la posso leggere anche dopo, tanto sarà piena di miliardi di offese e minacce d’ogni tipo, ora non c’ho voglia per sprecare due ore di tempo”.
La posai lì accanto e tornai a far ricerche sul computer. Poi la aprii con violenza e curiosità, visto che il mio occhio destro si posava lì ogni tanto.
Presi il foglio, lo srotolai, dato che era tutto ben piegato e signori e signore…non era affatto una lettera! Ma bensì un disegnino, di quelli che fanno i bambini piccini.
Non c’era firma , non c’era una scritta , non c’era mittente, non c’era un cavolo, solo quel maledetto coso, con tanto di strisciolina blu di cielo al bordo, il sole giallo al centro e due case in basso, una più grande e una più piccola. Tre specie di donnine, in tre situazioni diverse, col capo tondo marrone e la sottana a forma di triangolo, ma i bambini disegnano meglio.
A tale visione mi prodigai per fare le mie appropriate mosse: reagire col silenzio!
Camminavo disinvolta, uscivo, frequentavo locali, bevevo, socializzavo in Via Faenza, poi ancora in Via Faenza e poi ancora in Via Faenza! Ogni tanto cambiavo anche, andavo in P.za Santa Maria Novella. Altre volte facevo direttamente in casa.
Diedi il mio tributo varcando la soglia del mio Pub familiare e dissi:
<< Allora ti sono mancata? >>
<< Eh come no! >>
<< Dai Ponci, fammi una birra >>.
Poi mi sedetti al tavolino dove già era ben posizionato il mio amico Charles Albert.
<< Allora, notizie da Livorno? >>
<< No, cioè sì. Solo questa >>
<< E cos’è? >>
<< Aprila >>
<< Cosa? E…e…che è? >>
<< Sì anch’io ho fatto la stessa espressione ieri sera quando l’ho vista >>.
Prima si scoppiò “in una leggera risata” poi si cercò di capirne il senso, il nesso logico, e una volta capito che non c’era, lui diede questa espressione: << Oh mamma! ma questo sta male! >>.
E si finì lì.
Ma Mister Sfortunello, stava perdendoci proprio la testa, dato il mio mutismo, così mi mandò uno straccio di sms, strano perché di solito erano molto più lunghi:
“Io come hai visto ti ho sempre cercata e lo faccio anche ora, ma questo te non l’hai mai fatto. Forse non ti manco così tanto o forse pensi di essere stata trattata male solo tu, allora se devo continuare a contare le pecore la notte e pensare a una che non mi pensa nemmeno, mi dispiace ma preferisco dimenticarti per sempre e in modo irreversibile, e ti giuro che questa volta non scherzo. Vorrei parlare con te, cercare di sistemare tutto insieme, io sono con te amore, farti capire che…mi devi ascoltare. Pensaci e fammi sapere al più presto, mi basta solo una risposta, staremo meglio entrambi nei due casi. 871 872 873 874 875 879 880 e per ora quante pecore…Laura vieni a Livorno a trovarmi?”.
Poco sale in zucca la sera quando fumato l’ultimo spinellino si recava all’ippodromo in sala, per vedere di capirci qualcosa.
Con la sua superficialità, tentava di fare persino il presuntuoso, ma aveva dei modi di fare di plastica, che quelli che reputava “giusti” per farsi dare delle dritte in realtà si prendevano gioco di lui e andava tutto dritto e arzillo a puntare sempre un cavallo perdente.
Il mio amico RiKKa mi informò qualche giorno dopo che lo aveva asfissiato con varie telefonate. Mi disse a suo modo che gli avrebbe dato volentieri “Una bella sistematina”.
RiKKa:<< Ah, poi mi fa: Ma quali sono i piani di Laura, ora? >>
<< Cosa? E che c’entra questo? >>
<< Sì sì mi ha detto proprio così: quali sono i piani di Laura, ora su di me! Mah, ad un certo punto mi sembrava di parlare con un bambino. Cioè come se io fossi suo padre e lui mio figlio >>
<< Non ho parole >>.
E si finì lì.
Sono passate tagliando, tagliando, due settimane, io continuo le mie cose, esco, cammino, frequento, conosco, presento, prendo, lascio, bevo, cerco di smettere di fumare, riprendo.
Un’altra volta i miei amici Charles Albert e RiKKa mi fanno: << Allora, da Livorno notizie? >>
<< No…non direi…>>
<< Allora, da Livorno tutto tace…>>
<< Ha ha ha ha ha ha ha ha ha ha >>.

[ 2003 ]

RACCOLTA DI CORTI E DI SINAPSI

“LA FEBBRE (DA CAVALLO) DEL SABATO SERA”

<< Io no. Io non ho mai fatto “i pezzi”>>.
Raccontava o blaterava Marchino in uno dei suoi soliti o insoliti pomeriggi domenicali, quando la macchina sembrava muoversi da sé in strade percorse di notte solo da cinghiali o daini.
<< Se ci vai con diecimila lire stai lì a guardare tutto il cartellone, te lo studi, te lo ammiri coi lucciconi agli occhi. Cazzo ammicchi la botta di culo. Ma è difficile. Se ci vai con tanti “vaini”[*1] non ti interessa di star lì a studiare “le prestazioni di cavalli in sala”. Perché se ci vai con pochi soldi hai la speranza di vincerli, se ci vai con tanti soldi hai solo la speranza di non perderli! >>.
Cavalli, cavalli, cavalli, questi benedetti stalloni! Bei tempi quando in pista correva il suo preferito, “Fascino”, ora senz’altro ci andava ogni tanto così a perditempo, quando in tasca poteva avere chessò, per lo meno centomila lire; si avvicinava senza dar noia a nessuno, agli sportelli dei totalizzatori, o per convenienza ai picchetti, annusando da sotto ai baffi i ciuffetti d’erba tagliata fresca e l’odore della cacca di cavalli, gli ricordava che era nel suo posto, che era a casa, insomma.
Allora si avvicinava lì, faceva la sua puntatina d’un deca[*2] poi una piccola corsettina per vedersi la partenza, il momento migliore, qualche minuto di gloria e poi via, mani in tasca verso la sua macchina bianca, fuori dal cancello sul Viale Italia.
Marchino era il pezzo di pane del gruppo, a volte pensavamo che fosse incapace di difendersi, quando noi volevamo uscire, imbroccare persone al volo, saltare da una pista all’altra della discoteca, lui ci diceva sempre: << No il sabato mi dispiace no, non me lo potete toccare! Tutti gli altri giorni non c’è problema, ma il sabato è sacro, io non esco! >>.
Ecco, sì avete capito, sto tipo qua odiava uscire il sabato sera, noi sospettavamo, voci di corridoio, che preferisse starsene per i fatti suoi a studiarsi il suo “SPORTSMAN” per vedere di giocarsi i suoi risparmi ormai agli sgoccioli su qualche corsa vincente.
Allora mentre il protagonista dei miei pensieri ogni santo sabato ci bidonava, io tornata dopo una lunga serata a fumare una sigaretta dietro l’altra, decisi di fargli presente che una cotta come la mia non poteva essere trascurata. Presi su la cornetta lo chiamai e gli dissi una cosa molto, molto romantica: << Ho deciso sai? Voglio venire con te alle corse domani. Mi ci porti? >>
<< Sì perché no? Magari porti fortuna, che ne avrei anche bisogno eppoi così t’insegno! L’importante è che non cammini appresso ai “gufi”![*3] >>.
Mi venne a prendere a un’ora assurda della mattina di domenica, a venti alle due iniziava la prima corsa nel fantastico ippodromo di San Rossore a Pisa e per far in tempo dovevamo partire da Livorno a un’ora decente. Mentre ci si avvicinava all’ingresso lui tirava fuori dalle tasche le 6.000£ per l’entrata, dimenticandosi di pagare anche per me, chissà come mai, io dal canto mio montavo un’adrenalina mista a inconsapevolezza e avventura. Ero elettrizzata. Mi guardavo intorno, c’era gente d’ogni tipo, c’erano quelli più giovani di me tutti gasati e attrezzati, coi loro jeans a ciondoloni e le mutande bucate in vista e persone che un’età precisa non gli si poteva dare, dalla coppia normalissima con bambino al solitario e più incallito giocatore che in quel momento sembrava essere lì solo lui per scommettere. C’erano i gufi, gli iellati, le sventole dei pizzetti fascisti, le pollastrelle in cerca dei babbi, con le minigonne mini-mini-mini.
Mi prese la mano, approfittando di un momento in cui l’avevo lasciata andare inerme vicino al suo fianco invidiabile. Mi portò sicuro di sé dentro l’ippodromo, allo steccato.
<< Guardando questo steccato ogni ricordo risale spontaneo…>>
<< Ti son successe tante cose qui eh? Questi posti potrebbero parlare eh? >>
<< Sì ma non si può fino all’infinito vantare un cuore pieno di vecchi ricordi >>, interruppe guardandomi finalmente dritto negli occhi, poi diede una leggera occhiata di sbieco verso la pista e urlò: << Guarda! Guarda lì, sono pronti! >>.
Le gabbie si aprirono diffondendo nell’aria il colpo secco e partirono al galoppo nel fragore della gente, i sette cavalli.
Quegli zoccoli rumorosi, che rumore magico emanavano! Mi lasciavo coinvolgere dal loro fascino, dalla loro potenza. Dio come mi sentivo piccola dinanzi a tanta forza. L’adrenalina di tutti loro era contagiosissima, che anche se ero l’ultima arrivata, già mi sentivo una giocatrice incallita. Ecco quel rumore che passava sotto i miei occhi, dopo la curva, era il più forte. Ecco di nuovo il mio sguardo andava alla ricerca di quelle scale, di quegli omini prima accovacciati poi in piedi per esalare l’ultimo respirone trovando il modo di riscaldarsi.
Niente, quella volta non si vinse e nemmeno le corse successive e si puntava e si puntava e si giocava e si faceva in su e in giù dai picchetti al totalizzatore, al tondino per un’illuminazione sui cavalli più belli che li facevano gironzolare lì sotto i musi di tutti, sopra le tribune, alle gradinate, contando quasi i chilometri che i nostri piedi facevano, tutti esaltati com’eravamo perché nella perdita “avevamo già vinto” nel vedere tutto quel bendiddio, sembra assurdo.
<< Dai rimaniamo ancora un po’…>>
<< Sì ti faccio vedere l’ultima corsa, la settima che è quella migliore! >>
<< Te…quanti soldi ti son rimasti? >>
<< Io…un ventino >>
<< Io ne ho solo mille…no, ho duemila lire! >>
<< Dai scegli te l’ultimo cavallo eppoi lo vai a giocare, non ti preoccupare ti insegno io, gli devi dire: gioco 6.000£ di trio e le restanti 16 sul vincente ok? È facilissimo >>.
Mi appiccicai cogli occhi e col naso al tabellone dentro la sala, facevo quasi una conta a caso, dato che mi sentivo proprio imbranata e sapevo che non me ne intendevo per niente. Poi mi concentrai un attimo e diedi la mia risposta:
<< Mhm, sì ho deciso io voglio “Cuor Di Leone”! Sai mi ricorda una persona…>>.
Così mi diressi verso una cassa con una bella biondina che ci ispirava cose positive e sussurrai con un filo di voce: << Io…ehm, voglio giocare il n.3 vincente da 16 mila e una trio, il 3 vincente con l’1, il 6 e il 7! >>. Naturalmente anche quella corsa la perdemmo, ma fu il modo ad essere diverso, quasi da picchiare a cazzotti i muri, ( mi spiegò poi ).
Il nostro bel cavallino era in testa per quasi tutto il percorso, stava vincendo, ma proprio quando mancavano pochi passi, pochissimi cm al palo, il cavallo dietro col fantino più anziano perciò con più esperienza, lo superò e via verso un’altra sconfitta divertentissima.
<< Ma dai! Non si può perdere di corto muso sul palo! >>.
E tutto l’ippodromo << Naaaaa! >>
Proprio mentre i miei giorni sembravano trascorrere veloci e pieni di inutili gioie, giorni uguali trascorsi nel dubbio, nell’ambiguità, proprio quando la mia anima si stava infognando nel buio soffocante e galleggiava nella merda delle sigarette, le incertezze, le paure stavano prendendo il sopravvento, mi spuntò come per incanto la tanto attesa telefonata.
<< Pronto? >>
<< Pronto Lucrezia? >>
<< Oh ciao! Dimmi, dimmi, sì sono io >>
<< Ehm ehm, ciao bella, ecco vedi ho avuto delle dritte, ci sarebbe un cavallo da giocare, dice che è molto in forma e pronto per questa corsa di domani, ti va se ce lo giochiamo? Anche poco? >>
<< Eh? Sì sì, perché no, sì, sì, non si sa mai vero…>>.
Accettai senza far una piega.
Che profumo dolcissimo c’era quella sera, era un profumo strano, che l’aria si trascinava via, come quei ricordi che si lasciano trasportare dalle seratacce tra amici, nei pubbettini di fiducia, con birre, risate e qualche litigata dettata da una sbronza malinconica.
Mi venne a prendere intorno le 13 e 45.
Fuori un po’ di vento e macchine dappertutto.
Stavo zitta, non avevo niente da dire. Pure lui non è che fosse particolarmente brillante. Arrivammo all’ippodromo per l’inizio della seconda corsa. Ero ancora emozionata. Perciò era ancora tutto a posto. Ma quali pochi soldi!? Questo tirò fuori la bellezza di cinquecentomila lire e si fece tutti i picchetti per vedere la quota migliore. A cinque riuscimmo a fare la nostra puntata; se tutto fosse andato bene avremmo vinto tre milioni.
“Una corsa, un discendente per cavalli mediocri” 2.250 metri, il telecronista annuncia la partenza e continua: “Nitens rileva sulla retta opposta il leader On the Rocks e in retta respinge Disperazione!”il nostro cavallo.
“DISPERAZIONE risale efficacemente sulla piegata finale, sembra poter disporre agevolmente di Nitens ma in retta non riesce a perfezionare il sorpasso e sul palo perde in una fotografia strettissima!”
<< Tutta colpa del fantino! Sempre quel fantino! Muzzi! Solo lui poteva perdere così! Con un cavallo che sulla carta non poteva mai perdere. Ma vaffanculo Muzzi! >>
Fu per puro caso che qualche giorno dopo, lungo un viale alberato, con le foglie che rincorrevano i miei capelli né tanto lunghi né tanto corti, incontrai Diana e Lorenzo. Le ultime novità? Che si erano lasciati ma che continuavano a vedersi “come amici”.
<< Ciao amore mio! >> mi fa lei con un sorrisetto a cinquantacinque denti, bionda platino e rossetto rosso alla Madonna anche sui denti, però nel complesso poteva andare, insomma come dire “beccava”.
<< Senti noi sabato prossimo abbiamo intenzione di partire, non so…andare ad Amsterdam…>>
<< Ah sì? Che bello dev’essere una bella esperienza >>
<< Già ma te verresti? Dai ci si diverte, si viaggia senza biglietto! Ce lo facciamo tutto nel cesso >>
<< Mhm quand’è che avete detto che partite? >>, storcendo il nasino faccio sentire nell’aria il mio diniego per quella cosa che onestamente non mi eccitava nemmeno un po’. Le quattro chiacchiere di routine, le due birrette al volo nel barrettino di fronte alla strada e il tempo necessario per chiedermi se ero contraria al sesso “in tre”.
<< Cosa? >> esclamo io alzandomi dal panchetto…
<< Ora vado in bagno, faccio due goccioline…insomma mica state parlando sul serio, con…con…voi?? >>. Quei due rimasero impassibili come due citrulli, io scappai letteralmente nel cesso di quel buco di posto, stavo scoppiando a ridere. Là dentro entrò zitta zitta Diana:
<< Ehi mica ti sarai offesa? >>
<< No figurati, non me lo aspettavo, tutto qua >>
<< Già però devo dir la verità, a me e a lui ci sei sempre piaciuta, ci garbi da un bel botto di tempo, sai questa cosa è venuta fuori da sé, parlavamo del più e del meno, sai due cannette di troppo e ce lo siamo detto, comunque non ti preoccupare mica ti si salta addosso…e dimmi, che fai di bello in questo periodo? Sei un po’ sparita dalla circolazione…>>
<< Ma veramente sono un po’ stanca…e esco poco. >>
Ma lei non si fermava ad una semplice dichiarazione di stanchezza, era la classica tipa un po’ ochetta, tutta vestita all’ultimo grido, abiti firmati, capelli cotonati, tutti i giorni shopping, tutti i brividi del mondo, carta di credito del babbo e giocava a far l’avventuriera con uscite del cavolo.
E così mentre i miei amici si perdevano nei loro viaggi senza meta, io mi lasciavo perdere senza speranza nel mondo da poco acquistato, I CAVALLI, le mie mutande e un tipino niente male che non mi si filava nemmeno un tot.
[*1]:modo di dire strettamente del popolo Livornese per indicare Cash in mano, I SOLDI LIQUIDI!
[*2]:modo di dire toscano per indicare un deca, ì decino, 10milalire.
[*3]:modo Livornese che sta ad indicare le persone che portano Sfortuna nelle sale da gioco

[2003]

di SINAPSI

CLANGORE

Fine Maggio 2 del pomeriggio. Esco dal bar di Bocino con un Tetra Pack di Estathé da un litro e mi infilo in macchina. Lei, la macchina è nuovissima, pulitissima, profumata e con un impiantone BlauPunkT che la fa vibrare come un ICBM prima del lancio. Sto andando da Maria. Accendo la radio e becco questa canzone. La amo questa canzone, mi fa viaggiare, mi prende bene. In fondo non ho tutta questa voglia di arrivare in fretta da Maria. Maria significa 8 ore di Diritto del Lavoro senza interruzione e parecchie paranoie, oltre all’amore… Che fretta c’è? prendo l’allungatoia allora, una stradina di campagna profumata e sinuosa che mi farà guadagnare 10 minuti di relax e che mi depositerà a pochi metri dall’ingresso dell’autostrada.
2Pac ci da sotto ed io viaggio lentissimo, con il braccio fuori dal finestrino, fumando uno spino, in pace col mondo, quando la mia stradina ne incrocia un’altra in mezzo ad un campo fiorito.
Clangore. La macchina prende a girare su sè stessa, un paio di giri credo. Poi si ferma. 2Pac non ha ancora finito di menarla con l’amore californiano. Confuso spengo la radio e scendo.
Oggi, quella stradina è uno stradone. All’incrocio c’è il semaforo e anche un distributore. Tutte le volte che sono costretto a passarci, nella testa mi parte ancora quella canzone. La odio, la colpa è stata sua.
Scrivere versi…non credo che abbia senso “intorno a noi” ma certo lo ha per noi che li scriviamo senza porci troppe domande. Prima smantello il paesaggio. Il distributore se ne deve andare.
Anche il semaforo. Così ritrovo quel campo fiorito, pelliccia d’erba contro il cielo e quell’albero, slancio puro immobile come una trappola.
Ed ecco…
Da incerta macchina Livornese tre anime escono dal cruscotto di vaga carne e tre corpi oscillano nella memoria come strani funghi emersi tra le cartacce del ciglione.

SCRITTA da RICCARDO MATTII detto ì SIN