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“LA MORTE NON È NIENTE” poesia di “Henry Scott Holland”

La morte non è niente.
Sono solamente passato dall’altra parte:
è come fossi nascosto nella stanza accanto.
Io sono sempre io e tu sei sempre tu.
Quello che eravamo prima l’uno per l’altro lo siamo ancora.
Chiamami con il nome che mi hai sempre dato, che ti è familiare;
parlami nello stesso modo affettuoso che hai sempre usato.
Non cambiare tono di voce, non assumere un’aria solenne o triste.
Continua a ridere di quello che ci faceva ridere,
di quelle piccole cose che tanto ci piacevano
quando eravamo insieme.
Prega, sorridi, pensami!
Il mio nome sia sempre la parola familiare di prima:
pronuncialo senza la minima traccia d’ombra o di tristezza.
La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto:
è la stessa di prima, c’è una continuità che non si spezza.
Perché dovrei essere fuori dai tuoi pensieri e dalla tua mente, solo perché sono fuori dalla tua vista?
Non sono lontano, sono dall’altra parte, proprio dietro l’angolo.
Rassicurati, va tutto bene.
Ritroverai il mio cuore,
ne ritroverai la tenerezza purificata.
Asciuga le tue lacrime e non piangere, se mi ami:
il tuo sorriso è la mia pace.

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DA: “CRONACHE VERDI”

Questa terra gialla e bruciata, sanguigna e nera. Sa sempre di focherello di peperoni arrostiti, e spazzatura di plasticume lasciato a bruciare a 39 gradi. Immondizia, immondizia, monnezza ai lati delle carreggiate di terra nera corposa.
Guardo col mio grande sguardo in questo vetro appannato. Mentre tutto fugge e và. Per il mio gusto, quello che appare davanti è un cliché su un palcoscenico coi fari della ribalta. Il vetro appiccicato di piume di piccione è stata una vera rivelazione: – Dai vieni via con me – mi fa il mio amiconfidente, perché dire “amico e basta” non rende bene l’idea per quello che ho in mente di dire. Lui è più. Più di un amico. È un pezzo di storia. E si fida, si fida, si fida oh dio se si fida di me. Ed io? Non posso altro che sentirmi “a casa” quando sono sulla strada con questo qua. Da quanto ci conosciamo? Avevamo 16 anni, dio l’età più bella. Incoscienti senza prudenza. Liberi senza troppe cicatrici. Siamo dentro la sua Uno e mi dice ancora: – Lasciamo ‘apicciridda a casa, e c’andiamo a fare un giro, come i vecchi tempi – non potevo starci a rigirar troppo. Così andando a velocità turistica, con la musica giusta”THE QEEN”, le mie pupille son piombate davanti a un mucchio di piantine verdi sul lato destro della carreggiata.
– Fermati! Fermati guarda là! Che è? –
– Come che è? Che non la riconosci più? Non è vero – e mentre gira il volante per parcheggiare lento lento, sghignazza. Scendiamo. Ne prende un po’, “la cima” come dice lui e la sbriciola, la passa a setaccio, me la fa annusare, e poi rolliamo. Eccola qua. Dico dentro la mia testa: Ecco la mia cronaca verde vegetale! Poi con le espressioni un po’ così, camminiamo a fila indiana su un muretto stretto stretto, si appoggia a un tronco di albero con le foglie alte e a punta coi fiorellini azzurri, ridendo m’informa che anche “quella” è buona da fumare.- Ma sì questa fa anche bene, tipo… come si dice… terapeut- T.. –
– Ah terapeutica! Bene, bene -. Appena si fa buio mi riaccompagna a casa. Sulla scia delle note di Extraterrestre di Finardi.
Amiconfidente ha gli occhi grandi grandi e carnagione di un vecchio lupo di mare. Ha muscoli da culturista, fatti nello scantinato sotto casa sua. È dolce sa come dosare la forza. Indossa sempre tuta da ginnastica e fa flessioni anche con un joint tra le labbra.
Torno a casa e c’ho messo un’ora a trovare le chiavi del portone in borsa. Cerca, cerca, non le trovavo. Sono rimasta impalata lì al buio, accanto un paio di cani randagi che sonnecchiavano. Appena apro, salgo le scale d’ingresso, che mi son sembrate le pertiche della palestra delle scuole medie. Avevo quasi i crampi ai polpacci. Mi girava la testa ma ero sorridente. Trovo di fronte la sponda del mio letto, lo guardo come fosse mio marito. Mi ci butto di schiena. Mi sento felice.
La mia bambina, ha solitamente un temperamento già di suo fragoroso, vivace e scalmanato, che in circostanze usuali si metterebbe a saltare e a saltare e a saltare sul materasso del letto come fosse un canguro della Nuova Zelanda! Facendomi saltare i nervi e ricattarla con espressioni del tipo: – O la finisci qua, o ti piglio e ti faccio volare io giù dal letto facendo volavolavolaaa! – ma stranamente in quel momento mi ha lasciato sonnecchiare tranquilla; si è appisolata accanto a me, docile come un gattino appena nato, mi ha preso piano la manina e ha bisbigliato – Riposa, riposa, quando è pronta la cena, la nonna ci chiama, tanto domani si ritorna allo scivolo! -.
E così è stato. Ci siamo svegliate prestissimo, colazione con latte e cacao, cassata siciliana smezzata in due, una spazzatina per le scale di pietra nera dell’Etna, ho letto un po’ “La Fine è il mio Inizio-del mio Maestro”, ci siamo infilate al volo le infradito e via di corsa fuori. Siamo arrivate allo scivolo giallo, tutto impolverato di terriccio sollevato dalle azzuffate di cani grossi randagi. Che passano la notte lì, pisciando e cacando, sperando di trovare qualche pezzo di prosciutto di qualche panino abbandonato per terra, o patatine fritte cascate da mocciosetti, tutte informicate. La mia bambina va dritta a scivolare giù per quel plasticone giallo, che è quasi l’unica attrazione del posto. Dinanzi a me, a sedere su una panchina c’è un vecchio. Questo qua non è un vecchio “qualsiasi”. Capisco al volo che ha qualcosa di diverso rispetto a tutti gli altri vecchietti. Innanzi tutto l’aspetto: è tipo Paul Newman! È dunque assolutamente gradevole nell’impatto. È snello, asciutto. Ha gli occhi fini, blu. Carnagione da catanese. Capelli bianchi ma ondulati, davvero piacevoli. Ha una camicia mezza sbottonata sul petto, lasciata volutamente svolazzare dal venticello. Pantaloni anch’essi bianchi. Ha un anello grande, d’oro. E la cosa che salta di più all’occhio, è che al collo luccica vistosamente una grossa collana dorata.
– Buongiorno – dico, e istintivamente mi viene di sorridergli come per dargli rispetto.
– Buongiorno a lei. Che bella picciridda tenete. Ma voi non siete di qua? –
– No, siamo di Firenze! – dico, impettendomi, cercando subito di darmi quell’aria tipica di “chi sciacqua sempre i panni in Arno”.
– Ahh Firenze è una gran bella città. Ci sono stato da giovanotto a fare il militare. Il Duomo, ahh mi ricordo la bellezza del Vostro Duomo… e i Lungarni… invece noi qua, siamo allo sfascio. Vede qua che c’è? Solo distruzione e sfascio! Qua non c’è niiiente! – dice tutto questo, che ormai lo sento trito e ritrito da trent’anni “che Firenze deve essere una bella città, che Firenze è la città più pulita d’Italia, chissà quante cose interessanti ci sono da fare a Firenze, e che invece lì non c’è niente, non ci sono svaghi o divertimenti, e che le persone emigrano all’estero perché ormai il paesello sta morendo”. Ecco però quest’uomo lo sta dicendo con un filo di voce non banale.
– Già, lo vedo, lo vedo, – dico io – che sta andando a peggiorare qua, ma deve stare a Voi a sistemare le cose, ormai lo sapete che quelli del Comune non fanno niente, quindi sta ad ogni singola persona, rendere un posto migliore questo Posto.-
– Eh eh eh… facile a dirsi, visto dall’altra parte! E come? Come si può fare “noi”? –
– Beh… ad esempio ad essere più precisi nel far rispettare le regole, a non buttare le cartacce per terra, a non insudiciare tutto qui… vede? Ci sono i cestini della spazzatura, ma la gente non è educata a gettare le cose nel cestino della spazzatura. Vedo che fin da piccolissimi li “educano” a non farci caso, a buttarsi tutto alle ortiche, a lasciare qualsiasi cosa per terra, così uhmm… come se fosse un gesto naturale! Nelle città del Nord guardi, che invece si prenderebbe una bella multa eh! E comunque sono le persone stesse che hanno dentro di sè un’indole in cui hanno un amore sfegatato per il posto in cui vivono, e quindi non lo sporcano. Ma anzi tutti noi, si cerca di rispettare sia le regole dell’igiene, sia le regole della segnaletica stradale. Il casco, le cinture, col verde si passa, all’occorrenza rallentare, non parcheggiare in zone pedonali, ste cose così sa. Cioè voglio dire, lo so che può sembrare disgustosamente difficile, un tantino palloso se vogliamo, ma non si può sempre usare l’alibi del “su nella tua città del Nord deve essere una vita bellissima, qui è uno schifìio” se poi tutti, no dico proprio tutti da grandi a piccini, non fanno niente per non rompere quegli alberi lì vede? Non fanno niente per non rovinare quel prato fiorito là? E tutti a buttare bottiglie di birra di vetro giù, come qui vede? Così che ci si possa tagliare, e andare a cercare un ospedale che tanto non c’è! –
– No qui non ci sono regole dei segnali della strada. Cioè, essere ci sono, è che siccome i vigili se ne fregano… allora… ci viene spontaneo fregarcene a tutti noi… quindi c’è chi la macchina la lascia sul marciapiede, c’è chi la mette spalancata in terza fila, chi la mette davanti a un passo carrabile sa è così qui. E poi? Anche se uno come Lei, glielo va a dire che non va bene così, capace che “Quelli” la mandano a quel paese! -. Le solite cose insomma, i medesimi discorsi, di chi vuole insegnare a Chi, e tutti che si lamentano e basta, e guardano sempre con occhi meravigliati il bel Verde dell’Erba del Vicino. Potrebbe invece essere un Paradiso quel paesello lì, cercavo nel mio piccolo di spiegare, se solo si sforzassero a far funzionare meglio il quotidiano, appunto partendo innanzi tutto dalle cose civiche. La spazzatura, le strade in ordine, meno randagi affamati e pulciosi, le macchine coi loro divieti da rispettare, i segnali stradali, prendersi cura dei loro cortili così come si prendono cura dei loro salotti e villette. Dopo attimi di silezio in cui si rolla una sigaretta finissima di finissimo tabacco, ci ri-pensa e fa: – Comunque Signò, noi siciliani non siamo mica scimuniti sà, abbiamo importato quasi tutto noi alle Americhe! E noi italiani siamo i più bravi a costruire, abbiamo fatto quasi tuto Noi, Lei guardi anche nel campo delle Case automobilistiche… L’Alfa Romeo, la grandissima Lamborghini, la fenomenale Lancia, per non parlare della FIAT! La Maserati – tira un momento di sollievo, rilassa la fronte, dà una boccata alla sua sigaretta, mi lancia uno sguardo di concentrazione e alza un filo la voce e finalmente lo dice – FERRARRI. – Mi convince quel discorso, gli do atto ovviamente che in passato siamo stati un popolo tosto, che ci siam fatti da soli, che da un semplice trattore, abbiamo tirato fuori con non pochi sacrifici, macchine che ci invidiano in tutto il Pianeta. Come tirar fuori da un cilindro un coniglio. Ma ora cosa siamo diventati? Un mucchio di rottami, di vecchi rincoglioniti sempre pronti a lamentarci?
Lui si concentra ancora di più e continua – Lamborghini, Ferrari, Lancia, Alfa, Maserati, Fiat, tutte sono roba italiana, nate, ideate e prodotte in Italia, direi che non siamo gli ultimi scimuniti del Mondo qua per parlà de’BISINESS!! –
Ma io che più lo guardo e più mi sembro esser catapultatta in un film di Paul Newman, mi avvicino un altro po’, spinta dalla curiosità di sapere invece Lui cosa fa.
– Ma Lei invece… qui, di che cosa si occupa? O si occupava? –
– Chi io? Sa, non sono stato fortunato da caruso… eravamo famiglia di poveri, allora… allora mi sono inventato un mestiere! Che si tratta di giocare… sì, come posso spiegare… Lei s’intende di giocare “i numeri”? Beh, è un po’ così, faccio formule su formule… su formule, e così c’azzecco sempre. C’è quando va bene, e c’è anche quando va BENISSIMO! –
– Ahh sì beh, credo di aver capito, sì sì – annuisco, sorrido e lui chiude il dscorso:
– Negli scacchi, prima di fare la tua mossa è più importante prevedere la mossa del tuo avversario. E poi, solo dopo… puoi muovere il tuo pezzo – si alza, mi dice che secondo Lui io sono del segno del Toro (verissimo), e che per questo il mio profumo come essenza è La Rosa. Gli do la mano, lo ringrazio, e ce ne ritorniamo a casa.
Passiamo la grande fontana nel mezzo, e ci accorgiamo che è dall’inizio dell’estate che non scorre più l’acqua. Oltrepassiamo la fontanella del Viale, anche lì non c’è mai acqua. Come fosse rotta, o trascurata, o qualcosa del genere. Si arriva a casa, verso mezzogiorno, orario di punta per la preparazione del pranzo, o del lavaggio di frutta e verdura, e sento mia madre che bestemmia perché hanno nuovamente tolto l’acqua.
In pratica funziona così qui, all’orario di cucinare o di lavare qualcosa, tolgono l’acqua, e uno siccome lo sa, si deve premunire prima riempiendo catini o bottiglie. Comunque tutti si sono dovuti comprare dei grossissimi serbatoi perché tanto è inutile, l’acqua del Paese qui, la fanno sparire. Allora invece di starcene a tirare madonne banalmente, decidiamo di andare a parlare direttamente col Sindaco, al Comune. Il giorno dopo.
Si va, si cammina sotto il sole cuocente, si arriva in Municipio, mia madre sempre più nervosa, io e bimba invece piene di belle speranze. E naturalmente non ci troviamo nessuno. Solo una segretaria, che sfumacchia comoda in ufficio davanti al suo Fax, e che risponde a monosillabi i suoi copioni di “non so, e io che le posso dire, non è di mia competenza, vada laggiù sotto”.
– Questo paese se lo sono preso tutto in un pugno! – sentenzia mia madre indicando un Centro di Associazione Benefiche.
Decidiamo di andare negli uffici di competenza allora.
Ricordo solo che ci accoglie un tipo sulla sessantina d’anni, pieno zeppo di catene e collane d’oro, le mani tempestate di anelli di oro zecchino. Una cicatrice sulla nuca. Occhiali da sole. E fuma. Anche lui fuma una sigaretta dietro l’altra, all’interno della sede del Municipio. Esponiamo il problema che è assurdo che non abbiamo acqua potabile ad Agosto, con 45 gradi all’interno. E che la tolgano soprattutto nell’ora di pranzo. Per poi riallacciarla solo cinque ore dopo.
– Che poi voglio dire, non è che non si paga eh! La bolletta viene sempre puntuale eh! Ora c’è venuta una fattura di oltre 80 euro! Ma come? Come si può pagare così salato un servizio che non fa il suo servizio! Non c’è maiiii l’acqua! Tutti i giorni la togliete! Eppure ve la fate pagare lo stesso eh?! –
Questo il succo del discorso. Mia madre inferocita. Lui invece, con la cenere penzoloni dal suo mozzicone, dà una pacca sulla spalla, spiccica qualcosa in stretto dialetto, e dice “arrivederci”.
Mentre si ritorna indietro, io e mia figlia si guarda una coppia di asini giù per una discesa. In una campagna bruciata vicina. In mezzo a spighe e buche. Si saltella, si giocherella, e ci si abbronza alzando le braccia a quei raggi di sole che tagliano in due. Ci imbattiamo in fichi d’India cresciuti selvatici. E odore di cartone bruciato. Odore molto forte. Che a me piace. Mi riporta indietro nel tempo. Mia figlia corre, la vedo ch’é lì libera e giocosa, ha solo cinque anni, si ferma, fa la voce serissima, e lapidaria dice ad alta voce: – Questo paese lo tengono in un pugno! -.

THE END

(Quel pezzo che non ho fatto in tempo a scrivere, per mancato tempo al tempo; eccolo qua. Forse tirato via, sicuro anzi, cambiato e partorito fuoritempomassimo sicché non certo come sarebbe potuto partorire a inizio Febbraio. E quella lettera che pensai e mi sono dimenticata di scrivere perché le troppe distrazioni giornaliere me l’hanno sviata di mente; per poi ricomparire solo quando il tempo ha schioccato quell’unica certezza, che ormai non si può più)

SINAPSI

RADICAL SENTIMENTALE e il GRILLO PARLANTE

Allora facciamo il punto, tanto per cominciare Carlo Albero lo sa. Lui sì, ancora non lo sa che era a un passo dal fosso prima del tempo, dato per spacciato e invece la sua voce al telefono scorre che è un piacere. Lui sta bene. Alceo pure lo sa. È stato il primo a cui l’ho detto. Anche lui mi ha sempre contato il cambiamento dell’espressioni in un batter di ciglia. Quando il vento cambiava e stava per crollarmi il mondo. Bulubup! Eccotelo lì, che capiva tutto subito. Dunque, loro due, come i grandi esseri che sono, sanno troppo troppo troppo bene, che son devastata, che non sono incline allo strappo improvviso, che sono impulsiva, e l’accettazione non conta per nulla. Lo sanno e niente, mi stanno vicino tantissimo, con la loro distanza fisica, e il loro silenzio. Stanno di continuo a parlarmi e a dar pacche sulle spalle. Poi ovvio, mi passano le sigarette e il vino. Magicamente. Stanno zitti, si sono chiusi nei loro rispettivi gusci. Gli amici fanno così. Li senti.
Poi sento in continuazione il silenzio di quell’altro. Il siciliano S. Hai capito benissimo. Se già prima era di poche parole, e invadente meno di te, ora è completamente avvolto nel suo cappotto nero da corvo. Spiazzato. Senza parole. Lui sì che mi sa che ti amava.
La tua risata la sento però eh. Si sente, si sente, si sente sempre che ridi.
Poi te l’ho messa la tua canzone, quella di Fabi e del vestito rosso rosso. E che avevi sbagliato tutto, tutti quelli che credevi non gliene fregasse un cazzo invece lì a scoprire che ti volevano bene eccome. E quella che credevi si struggesse un casino invece no per nulla. E invece no, hai sbagliato davvero su una cosa però, te lo devo dire, che non è vero… e che sono rimasta come un osso, fuori e dentro senza midollo. Zitto. Stai zitto! Basta basta! Smettila di parlarmi! Stai zitto!
Mi rode pensare a tutte quelle cose che dovevamo ancora fare insieme. E non le abbiamo fatte. Vivere insieme! Ti ricordi? Dovevamo andare a vivere insieme! Sì lo so cazzo, era partita la botta della mia solita testa sognatrice, infantile. E quando ai nostri tempi, come un grillo parlante ti assillavo. Ti dicevo dicevo dicevo. Saltavo da una sedia all’altra. Ridevo, parlavo, bla bla bla, poi niente, poi respingevo, poi di nuovo amici più di prima. A ballare le canzoni dei Nirvana o sul divano imbalsamati. Zitto, zitto, ora c’arrivo.
Tu invece il solito sentimentale. Leopardi nell’anima. Romantico, pungente, sarcastico, ironico e leggero. Leggero leggero che era facilissimo trovarci a stramazzarci dalle risate sulle volte che ci si trattava male. Per compensare i tuoi occhi fermi a guardare con dolcezza, facevi uscire il tuo lato cinico. Forte. Vissuto, del tipo che non può più permettersi di sperare invano.
Ricordi? Ti avevo detto: – RiKKa? –
E tu – Eh?? –
– Ma lo sai che l’unica persona con cui vorrei andare a convivere saresti tu? –
E tu – Certo, perché io ti farei fare tutto quello che vooi! – Ahahahahahahahahahahah!
Invece no. No no, non era per quello. È che mi veniva sempre da ridere e… è che mi facevi sempre troppo ridere, che ho perso tempo, non mi hai fatto mai finire la frase.

SINAPSI

INTELLETTUALE CON RISATA

È che vorrei rompere questo muro trasparente, che mi separa dalla realtà all’irreale. Vorrei prenderti oltrepassando quella linea sottile. Prenderti di pugno la tua magliettina azzurrina, mezza bucherellata. Prenderti e urlare a mezza voce. Invece come al solito tu mi ascolti lo stesso. Tu già lo sai, lo sai, lo sai, che non posso. Allora indosso la maschera, metto il sorriso, non faccio vedere gli occhi, faccio la capa tosta. Ogni tanto rispondo male e mando a fanculo così, tanto per non far vedere che le cose sono cambiate. Tanto per non fare accorgere nessuno, degli idioti che mi stanno intorno, che mi sta succedendo qualcosa di strano : io che taccio? Io che non ho voglia di parlare? Allora, allora sai che faccio? Faccio come sempre. Che rimane fra me e te. Gli altri li tengo fuori. Non devono entrare nelle mie cose. In quelle piccole rughe nel mento e nelle occhiaie, che tu e solo tu, avevi evidenziato. Lo so, lo so, che succede a tutti quanti, è solo che non ho capito ancora perché tutto quello che succede a tutti deve sempre succedere anche a me…
Perché quando ti conobbi e iniziammo a percorrere la strada insieme, ed io capii che eri speciale, e tu essendo “troooppo intellettuale” c’avevi preso bene co’ me, c’avevi intravisto qualcosa di buono in me, insomma io TI pensavo immortale. Uno che è per sempre. Ti vedevo eterno. Sempre lì. Sempre presente per sempre. TI PENSAVO come di solito si pensa ad una madre… o al papà, che secondo noi sono eterni. Ecco, tu eri mia madre. Tu eri mio padre. Mio fratello. La sorella che ho sempre desiderato. La sorella che mi accarezzava la mano quando mi sforzavo di ingoiare i singhiozzi. Mia madre ecco. Tutta la famiglia a cui ho sempre aspirato.
Solo che adesso SEI molto di più. L’unica consolazione è che so che mi ascolti quando mi fai quei colpetti al muro.

SINAPSI

INTELLETTUALE HACKER

E questo dovrebbe significare che non posso più spedirti messaggini?
E scusa fammi capire, tu non potrai più rispondermi?
Questo quindi dovrebbe implicare che non potrò più parlarti?

Che adesso tu non è che non leggerai perché non mi vuoi rispondere.

È perché non stai a guardare.

Comunque stavolta me l’hai fatta tu, perché non mi hai dato modo di salutarti
non potrò più chiarire, non potrò più prendermela con qualcuno, bravo bravo bravo!
Vai vai, me l’hai proprio fatta, almeno potevi avvertirmelo.

Non mi hai dato nemmeno il tempo di farti leggere il mio ultimo pezzo.

È che come al solito non mi sono preparata.

Ma tanto è uguale sai? Perché io a te ti vengo a ripescare sai?
E te lo dico in faccia! Magari ci siederemo per terra, gambe incrociate,
e ti leggerò quello che mi manca, che TI manca di sapere.
Come i vecchi tempi, sì al Pozzo, che ti leggevo ad alta voce i miei pezzi,
e tu ore ed ore ad ascoltarmi, cazzo come facevi? Cazzo quanta pazienza avevi?

Comunque sì, ognuno ha i vizi suoi, e TU sei sempre stato schivo.
Comunque stavolta voglio fare le cose per bene. Non versare neanche una lacrima
eh ci stai? Solo per te.
Comunque tre, cinque, sei, un quarto d’ora impalata. A guardare il muro bianco.
E ancora non sento niente. PERCHE’ NON è VERO.
NO

NO

no

no.

DA:”CRONACHE VERDI”

Sono esplosa! D’improvviso una forza misteriosa proveniente dal basso e poi chissà, un po’ di qua e là, mi ha spinto verso lo specchio della trousse dei trucchi. Mi sono guardata gli occhi, non erano più spenti, allora come i vecchi tempi ho preso d’istinto la matita nera, ho iniziato ad evidenziarli, poi il mascara, a fare in sù le ciglia lunghe. Qualche brillantino come ombretto, nulla di più. Poi ho preso il phon e il pettine, ho cominciato a farmi una pettinatura. Ho guardato bene cosa mettermi addosso. Ho scelto le scarpe che luccicano d’argento, per risaltare l’abbronzatura del piedino. Senza consapevolezza, mi reco nella vecchia camera di mia madre, prendo tre gocce della sua colonia buonissima. Poi con tanta meticolosità preparo mia figlia. Senza coscienza ho avuto un’energia che le cose piatte degli oggetti non ti danno mai.
Siamo uscite leggere che neanche la salita a novantagradi della Piazza abbiamo avvertito.
Lei stranamente allegra nell’accorgersi di non aver neanche insistito troppo stavolta per trascinarmi fuori. Io avevo un sorriso pieno di passione stampato in faccia. E mentre i piedi andavano veloci da sè, anche io mi son domandata come mai avessi tutta questa voglia di uscire? Da dove lo stessi trovando quel desiderio di prendermi cura dei miei capelli, del profumo, di rimettermi a vecchio modo il mascara…
La bimba mi fa: – Però si va allo scivolo prima? –
Le rispondo dolcemente un: – No prima si va di volata al bar, faccio subito, poi ti ci porto, se fai la brava ti giuro che gioco tutto il tempo con te –
Lei sorridente e speranzosa: – Ma che devi fare al bar? Una birra eh eh?! Ma poi mi spingi anche sull’altalena? –
– Ti spingo, ti spingo in alto, dove vuoi, dopo si gioca insieme ai giochi, però ora devi stare a sedere, porta pazienza se no è inutile il relax. Se no io non mi rilasso mai? –
Lei ancor più speranzosa: – Ma poi mi prendi anche le patatine? Lo sai che oggi sei molto bella mamma? –
– Sì… ti ringazio… ma no dai non esageriamo… tu sei più bella! –
– No, è vero! Tu oggi sei la mamma più bella del mondo! -.
Siamo entrate al bar, tutti si sono messi di lato per farci largo, chiedo – Scusi posso? Il portacenere? – e subito due mani rugose davanti che mi porgono i loro pacchetti di Marlboro aperti in segno di: – Prenda pure! Vuole? – io declino l’offerta gentilemte, tirando fuori le mie, oggi non ho proprio voglia di star a combattere con anziani arzilli e i loro soliti discorsi deprimenti. Oggi, no. Mi sento un’esplosione dentro di… di forza.
Mi faccio una Beack’S piccola, la sgolo in tre sorsate. Fumo una sigaretta solamente. Sono elettrica. Pago veloce, si attraversa e in un lampo siamo già al parchetto dell’unico scivolo con l’unica altalena sgangherata. Due panchine vuote, mi ci siedo subito, e finalmente capisco tutto: ho voluto trattare la mia femminilità per vedere come va se lo rincontro.
– Signò! Signò! – mi sento chiamare quasi subito. Ritorna il mio sorriso brillante, è lui. Cioè prima arrivano i suoi occhi e poi le sue gambe.
Siede appiccicato al mio ginocchio accavallato. Mi si piazza davanti fissandomi, il suo sguardo sembra un semaforo verde. La bimba che corre libera di qua e di là con varie bambine cicciottelle, per poi picchiettarmi sulla spalla – Mi spingi ora? – sicché mi alzo di scatto e la metto sull’altalena. Mi accorgo che lui è la mia ombra: praticamente è accanto a me, quasi quasi le sue braccia sfiorano le mie. Tutt’a un tratto è diventato super protettivo, respinge i palloni che arrivano dall’altra parte parandoli come fosse un supereroe al rallentatore, poi mentre la bimba scende e sta per salire su un albero, lui in preda al panico mi fa: – No! Stia attenta signò! Quell’albero è mezzo rotto può scivolare… rompersi il nasino… la faccia scendere! – io lo osservo incuriosita e nel contempo cerco di darmi l’aria di chi la sa più lunga di lui.
– La spingo io sull’altalena? La guardo io? –
– No ti ringrazio. Senti sai mica se quel Bar laggiù è aperto a quest’ora? –
– Sì mi pare di sì. Perché? –
– No è che dovrei andare in bagno. Non ce la faccio quasi più –
– Fare la pipì? –
– Sì -. Mi lancia un’occhiata come se avesse capito tutto della vita, con una complicità esplicita, poi sghignazza da sotto il ciuffo lungo.
Così senza nemmeno spender troppe parole decidiamo subito di incamminarci per il Bar alla fine della stradina alberata. La bambina ed io per la manina e lui la mia ombra.
Poi mi fa: – Posso darti del TU? Tu, quanti anni hai? –
– QuarantaDue! E invece tu? –
– io se***… anzi no, quin***… ne devo fare! -. Sorpassata l’antipatia iniziale, durata solo un paio di giorni, è ufficiale ormai: anche lui mi guarda come se fosse alla sua prima cotta. Col tipico affanno di chi gli sta per sobbalzare il cuore dalla gola. Ma ehy, noi siamo dei muri duri, teniamo molto bene a bada i tremolii e non ce ne facciamo accorgere.
Ci sediamo tutt’e tre, io volo in bagno, poi ordino due vaschette di patatine col ketchup per loro e per me una birra. Alla prima sorsata scatta subito la prima sigaretta. Neanche il tempo di espirare il fumo che si autoinvitano al nostro tavolo un suo gruppettino di amici. Tutti scugnizzi di strada, personaggi dal quadretto ben identificabile; cappellini alla rovescia, occhi furbetti, sdentati, sorrisi spalancati in modo genuino, curiosi, e tutto l’ambaradan. La mia piccola ed io ci sentiamo subito a nostro agio. Come se fossimo da sempre appartenute a quel posto, a quella compagnia. Era tanto ma proprio tanto tempo che non mi sentivo così: completamente priva d’imbarazzo. Sapevo con maestria cosa dire, come fare, come muovere le mani e completamente non adisagio. Finalmente stavo vivendo il Presente; in quel tavolino fra occhi furbi e ingenui allo stesso tempo, avevo come per incanto, staccato davvero la spina. Poi ad un certo punto sento “del movimento” sotto il tavolo, guardo lui, vedo che mi punta in modo strano, dò un’occhiata in basso, è lui che mi sta facendo il piedino. Lo blocco subito col mio sguardo inceneritore. Ghigna.
– A và ragazzi circolare! Circolare! – li butta praticamente fuori. – Circolare, via via! -. Dico che per me non c’è problema, possono rimanere.
Poi m’interroga: – Quanto fumi di solito? –
Rispondo sorridente: – Pochissimo, non ho più l’astinenza da vizio, io in genere fumo solo per DUE motivi, o se sono parecchio arrabbiata o se sono felice, allora ci sta! –
E lui di botta-risposta: – E ora sei felice? –
– Ora sì.- Esplode il suo grande sorriso.
Senza neanche troppe parole o troppe giustificazioni mi fa – Vabbè ora me ne devo andare a fare un giro – io lo mollo semplicemente con un accenno della mano, spippolando il mozzicone nel posacenere. Uno sguardo di un’intesa pazzesca e via. Ognuno per la Sua strada. Così è perfetto! Senza impegno! Esattamente come dovrebbe essere. Capirsi senza spiegazioni, in silenzio, sorridersi di continuo, volersi fare del bene, senza essere impegnativi.
Io sono così, adoro stare in mezzo alla gente, le persone, l’umano che c’è in loro, mi dà la linfa vitale. Sono fatta così, non mi posso cambiare, le chiacchiere da BAR a me piacciono okay?

DA: “CRONACHE VERDI”

Poi d’improvviso arriva uno sguardo e ti ricorda di vivere per te. Solo per te stessa! E così senza nessuno sforzo, lo senti, lo senti quel respiro che parte dalla bocca dello stomaco e va fino in cielo. Chissà dove va. Si sparge su nell’aria. E butti via le chiavi, che ti avevano regalato, per chiudere i carillon soffocando la musica dentro come un rimbombo nel fegato, sferzando pseudodecoro; deponi per terra sotto i piedi tutte le catene e le paranoie che nella mente abitavano abusivamente. Apri la porta e esci.
Cammini veloce, poi lenta, poi velocissima, a pieni polmoni senza nessun orario!
Ti dimentichi di tutti e te ne vai. Perché arriva all’improvviso che la tua vita è più forte di tutto! Ti scordi in un secondo di tutte le protezioni, delle reti e delle imbracature da trapezista, ti lanci e oscilli, oscilli, senza corde, senza messainsicurezza; così ti butti senza pensiero, scoprendo che non c’è nulla di male. Vivi solo per sentirne il “piacere”.
Arriva quel giorno baciato dal sole d’Agosto, chi se lo sarebbe mai aspettato, mentre stavo deponendo il sentimento al chiodo, mi sono imbattuta in un volto.
Mia figlia stava giocando a zoppino, lui la stava per mettere sotto con una sgommata di bicicletta. Andava come un fulmine. Tutto piegato in avanti col mento sul manuvrio tanto che si confondeva con la fronte. Io ho veduto solo la striscia nera a terra. Lui sorride come fosse un trofeo. Sobbalzo in piedi e gli faccio – vieni – con la mano. Arriva. Si ferma dritto a un metro e mezzo da me, mangiando una mela. Mi guarda senza espressione. Sembra incazzuto. Mi sfida con lo sguardo. Io di solito quelli che mi sfidano li catalogo subito come chi sta sbagliando di grosso. Lui davanti zitto sulla sua bici più grande di lui. Io lo fisso severa. Lui non abbassa lo sguardo. Allora mi avvicino e gli faccio chiaramente vedere i miei occhi neri, e che sto per aggredirlo. Ma niente, non intende abbassare lo sguardo. Io mi dico sotto sotto – Cosa? Ma chi è?- lui infila un’altra volta il piede nel pedalino blu, sta per riprendere la sua corsa. Ma lo blocco, mi ci metto proprio davanti. Me lo mangio vivo a parole.
– Beh? Potevi frenare! Non vedi che qui ci son bambini che corrono e che devono giocare? Frena cazzo no?! –
Dopo un lungo silenzio, in cui pensavo di tutto, persino che fosse scemo, mi risponde con un filo di voce: – Non ce l’ho i freni -. Prende e se ne va. Da dietro lo guardo, però nonostante l’antipatia, c’è qualcosa che mi attrae. Ma ancora non riesco a decifrare che cosa. Allora lo studio. Lo osservo. Cerco di capire cosa mi frulla. Lo seguo con la coda dell’occhio anche da lontano. Noto che ritorna spesso dalla mia parte a fare i giri e frenando con la ruota di dietro. Mi lancia uno sguardo incazzato, ma gli faccio capire che non mi tiro indietro dalle sue sfide, gli faccio capire chiaramente di non essere una cagasotto. La mia bambina ad un certo punto va sull’altalena, e lo chiama.
– Ehi vuoi giocare con me? – lui ci va subito, parcheggia per bene, fa scendere la bimba giù, e sale lui sull’altalena ma in piedi. Inizia a fare il matto andando in su e in giù pericolosamente, quasi si ribaltava. Eppoi quando l’altalena era veramente in alto, lui salta e salta verso di me. Ho sentito che avrei voluto sgridarlo. E invece mi è venuto da ridere.
– Mamma, ma hai visto cosa fa? Ma è stupido? –
– Praticamente sì! -.
Eppoi capisco cos’è quel frizzare al petto. È che io sono sempre stata attratta “dal bello”, e non poteva essere altrimenti con un faccino così. Viso dai lineamenti perfetti. Capelli lunghi lisci, moro e occhi verdi fosforescenti!
Torniamo a casa dove sentiamo subito un odorino di patate fritte.
– Nonna c’hai messo il sale? –
– No. Perché te non mangi senza sale? –
– No. Io mangio con il sale –
– I bambini non dovrebbero mangiare il sale! –
– Ma io non sono più una bambina! – allora dato la conversazione con mia madre, sottovoce la bimba mi esprime il suo pensiero direttamente: – Lo sai che una mia amica mangiava sempre sale ed è diventata giovane, perché sulla scatola c’era scritto “Rinforza le ossa vecchiali!” –

 

[ to be continued. non ho idea quando, per ora appendo i miei pensieri al chiodo. ma poi farò surprise! ]