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IL MIO URLO DI MUNCH

IL MIO URLO DI MUNCH

Ho paura di te, ho paura di affrontare il pozzo senza di te,
ho paura di non rispettare i tempi di finire il tempo prima del tempo,
sei l’unica che non riesco a pensare se ci penso,
perderti con una telefonata improvvisa sarebbe l’urlo di Edvard Munch,
il fondo di un fondo profondo.
L’unica cosa che puoi contagiare è la tua allegria, il nero degli occhi,
non mai una malattia, anche se salti sul letto, nessun virus a contatto,
mi sfiori per vie aeree e ho paura di te è questo l’unico motivo
per cui non ti guardo, abbasso lo sguardo e mi gratto i capelli
e tu sei ancora al tuo posto, di anno in anno sei ancora lì dove devi essere.

L’unica cosa di cui ho paura sei te, oggi ci sei domani non ci sei,
è quel concetto lì che fa tremare il terreno sottostante, vorrei mordere l’aldilà,
ritornare indietro tutte le volte possibili, voltarsi e rimediare e riprenderti,
ma so che è un’utopia.
Sei la celebrazione di un’intesa celeste, la parabola mai ambita,
nell’angolo si sente avvicinare un fantasma sospetto, mi chiami,
anticipi i miei pensieri, qualcosa gratta il muro di dietro, corre il brivido,
non ci viene da ridere e sei troppo buona, in quei momenti di non lucidità,
in vortici buchi neri nel buio delle profondità, in pensieri extrasensoriali,
ho visto il mio urlo di Munch fra la abat-jour e la tua gatta, se dovessi arrendermi.

Quando cammino lungo il marciapiede costeggiato da erba,
mi viene subito in mente quando passeggi al mio lato sinistro
con una luce pazzesca nelle pupille, ingrandite, grosse, un girasole vivente,
mi viene in mente di ritornare a prenderti, ricordare di ridere senza rughe,
una continua mancanza sento anche quando ci sei e mangi pasta piccante,
perderti per una manciata di secondi senza tremare senza fiatare
sarebbe il fuoco intenso in un vecchio quadro, l’Urlo di Munch,
difese immunitarie giù, fronte caldissima, guance avvampano, paura d’astinenza
scimmia sulla schiena, tremendo prurito che prende dai nervi del cervello
all’altro mondo, il contrario di un avvertimento, così se dovesse essere
lì non rimarrebbe altro che alzare lo sguardo al cielo
chiedere ulando la fede, chiudere senza salvare il file, basta, stop, perso,
cominciare una lenta cantilena, pregare un mircolo.

11/02/2022

PREGO

“PREGO”

Quando ti agiti gesticolando e ti affanni
dandomi milioni di spiegazioni e teorie
mi sgridi come fossi una bambina da crescer bene
come un uovo da sbattere in testa alla Coque
quando ti volti dall’altra parte mentre ti parlo
senza lasciare nulla al caso, sventoli maleducazione
so già, che con un solo gesto ti farei sentire male
troppo male, troppo imbarazzo, ti farei sentire scivolare
perché lo faccio per te, per voi altri, di tacere e sorridere
perché non ci sei abituata, voi! Voi non ne avete
sentito la crosta sanguigna su per lo sterno
non ne avete sentito le unghie scorticare, riaprire il
processo delle piastrine, sino al sanguinamento
la crosta terrestre avvinghiata su per l’esofago.
Evito semplicemente di mettervi disordine
di imbarazzare le lacrime dei vostri occhi sgranati
voi tutti così belli puliti e non sgualciti
e se parli, parli, parli come se mi capissi
meglio di chiunque altro, senza avermi rispettata
non ti rispondo, non perché non saprei farlo
ma perché poi temo che ci rimarresti male
giro le labbra sigillate di là
in un vuoto cosmico, perché evito di
farti male, di ritornare a tempi addietro,
sono andata avanti per cui ti dico
prego non c’è di che.

UN FASCIO DI LUCE ILLUMINA LA CUCINA

UN FASCIO DI LUCE ILLUMINA LA CUCINA

Sai cosa mi è sempre piaciuto pensare?
Un fascio di luce attraversare la finestra, fermarsi sul legno delle mensole
illuminare la cucina, il forno, te che vieni, apri un’anta del mobile dei piatti
ti metti accanto, apri, chiudi, bevi l’acqua, ti metti vicino spalla con spalla
a me in piedi ai fornelli che giro col mestolo melanzane e peperoni, di scatto
m’accorgo, girandomi, la tua spalla mi supera in lunghezza, sei bella che cresciuta.

Di profilo vedo il sorriso e mi fa sentire il tuo “regalo”, sei felice
una cascata di meraviglia, di emozioni palpitanti, nessun uomo
mi ha fatto sentire quel tipo di emozione: luce mista al sole.
Tutto è descrivibile, tutto è prendibile, come se allungo la mano
e prendo il bicchiere lì abbandonato sul tavolo, – io ho qualcosa per te –
dice la vocina interiore: – cosa hai per me? – e mi regala libri
libri, libri su libri, pile di libri, non so se riuscirò a finirli mai
ma so, che solo il gesto di iniziarli, mi fa imbottire di gioventù
cosa, che chi non ha il tempo per farlo, è già vecchio da tanto tempo.

Uno fra tutti, lì in mezzo alla libreria in legno massiccio, m’ha abbagliato
più degli altri, dei Canti Orfici, del Tropico del Cancro, di Pelle di Leopardo,
più dell’Eco Rispose, anche più dell’Era del porco e di Despero e Cicatrici,
e quello Accecati dalla luce, il primo amore d’autore, più del Ponte sul precipizio,
anche più del Libraio di Selinunte, Il Pasto nudo, e persino di quello che mi abbagliò
fin dalle prime righe Biglietti agli amici e l’affascinante Altri Libertini,
più di Bagheria e dell’altro, Isolina, di Un indovino mi disse e dell’Inizio è la mia Fine,
è: << Imparalo adesso e imparalo bene, figlia mia. Come l’ago della bussola
segna il nord, così il dito accusatore dell’uomo trova sempre una donna cui dare la colpa.
Sempre. Ricordalo, Mariam >>. E’ Mille Splendidi Soli del grande Khaled Hosseini.

Sai cosa penso di lui? Che non poteva far altro nella sua vita, se non lo scrittore.
Ha spennellato in un piatto d’argento la vita risoluta di due donne, Mariam e Laila
dolce attenta, le ha descritte con le lacrime agli occhi senza versarne una,
con luoghi e incanti come fossero tutti i luoghi, tutti noi, e quindi tu risplendi
mentre esci contenta coi tuoi amici della tua età, colgo quel raggio caldo
rimasto ancora lì oltre il tuo tempo a me concesso, la tua risata squillante
la tua frase – sei sempre bellissima vorrei essere come te – mi tiene ancora viva,
già, questo libro, Mille Splendidi Soli, parla senza volerlo di me e te.

È nel caldo abbraccio di quel pensiero, ritrovarti ormai ventenne, in cucina
quando sei in procinto di uscire, di far le tue esperienze, far la tua vita
mi appare tutto limpido: il cammino con te è stato facile, essendo l’unica
con cui non mi son dovuta scontrare su ogni cosa anche la più primitiva,
ch’è alla base di ogni momento fra noi: non la guerra non la distruzione non
chiusura cerebrale ma pace. Ora ci penso, con te non ho dovuto combattere
nessuna battaglia, non ho dovuto ripiegarmi su me stessa a urlare
contro i muri di gomma, non mi hai tarpato le ali, essendo una che la sopravvivenza
me l’hai spianata non complicata con la banalità delle accuse e critiche,
sei stata un percorso semplice, spontaneo, puro, accogliente, confidenziale
come quando mi guardi mentre non ci sono, come quando anche senza dirselo
te ne vai perché capisci ch’è il momento di scrivere, e non fai eco, nemmeno.
Ti sei sempre comportata con amore verso “le diversità” rispetto
per gli umili, gli ultimi, gli animali, persino i vegetali, a dispetto
dei cattivi esempi dei grandi uomini che ti circondavano fin da bambina.
Intesi come uomini adulti non “grandezza di spirito”.
– Gli uomini si sa, sono piccoli, poco intelligenti, son spiccioli, poca roba
non c’arrivano su certi livelli, si bloccan lì, chi lo sa, lo sa! –

Quando sono da sola sento ancora la tua scia qui come presenza
i tuoi occhietti vispi che dicono che bisognerebbe imparare dagli animali
come si dovrebbe stare in questo mondo, non dai potenti, da chi si sente
l’arroganza di imporci per forza il modo di esistere, ch’è loro non nostro,

allora tu inizi a importi come cittadina ben integrata nella socialità,
respiri e ti muovi, sicura di te, con la certezza in viso al posto della pelle
cammini secondo i tuoi gusti, secondo la tua tavolozza di colori.

Sei meticcia, sei impregnata di moltitudini di radici, di due pensieri
diversi ma complementari, sei solare e ti prodighi verso chi non lo farebbero
verso chi di solito viene discriminato, ce lo insegni sai, ce lo insegni tu
che non dobbiamo avere paura verso “il diverso”. Io e te si gioca
a quel gioco “la staffetta” e mentre corro tu mi superi e prendi il testimone
e vai, vai, perché ti piace godere la vita tu te la mangeresti se te lo lasciassero fare,
perché una volta mi dicesti: – che si vive a fare senza divertirsela? – e la penso come te
sai? Con spregiudicatezza, con coraggio buttare alle ortiche tutti gli scudi
le corde che legano le caviglie, le catene di protezione, le armature, i paletti
senza paure buttarsi col piede più lungo della gamba, nell’infinito.
Ritorna quel fascio di luce, a far giallastra la cucina, siamo così io e te.

16/02/2021

DA : “NIENTE BUONE NUOVE”

“DUE VOCI”

Lascerò più tempo
alle mani d’oro
alle Alpi suggestive
innevate in Dicembre
per prender respiro
ad una ad una
raccoglier le forze
di sbriciolate giornate.
Impolverare così vecchi fantasmi
riempiendoli di ragni e ragnatele.
Lascerò in pace
il limbo dei miei occhi
per cavalcare onde
e schiumose correnti
ad una ad una
raccoglier le foglie
di poveri abeti.
Dannare i pezzi caduti
poi camminarci sopra,
dannare le notti insonni
poi camminarci sopra,
dannare i miei amori
poi camminarci sopra.
Scoprirò l’impeccabile
silenzio di sguardi
in montagne in tormenta
in volate libere
penserò solo un istante
onestamente racconterò.
Lascerò più tempo
ai polsi sbiaditi
ai lupi solitari
ascolterò ad una ad una
le voci in me.

2004 Marianna

DA : “NIENTE BUONE NUOVE”

 

“LIBERTÀ”

Lascia che io creda alle stelle cadenti
come fosse “una carezza leggera”
in una sera eterea, “solo mia”.

Lascia che io creda al bacio in più
un secondo appena e la musa s’infila
tra pieghe invisibili e sparisce.

Lascia che parta in un treno antico semispento
per schioccare l’ennesime dita e gridare,
gridare finalmente libertà!

Così fu che nella sera “solo mia”
mi presero poco sul serio
ma fu lo stesso perché
“ti ho fregata sugli anni”
ma gli anni io li ho amati
da incosciente,
ad uno ad uno, senza preferenze!”

Vinsi battaglie incalcolabili.

* Il virgolettato cit. Roberto Vecchioni

2004 – Marianna


DA : “NIENTE BUONE NUOVE”

 

“COMPLICATO”

Ammutolito e dormiente
colui che tende il nascondiglio
dilemma allettante
alternativa zampettante su Marte.

Dubbio, via, aut aut, strada,
il verso per le stelle
non ancora da addurre,
non è tempo.

Seguace e fautore
colui che si nutre del coraggio
appiglio di sana verità,
affamato affarista su Marte.

Complesso, imbrogliato, oneroso, arduo,
l’ultimo orologio che scatta
prima dell’assaggio
del bacio.

*Il pensiero: su Marte, era dedicato al mio amico Riccardo, che ritenevo l’unico con cui andare a vivere insieme, essendo lui un appassionato di Marte, lo resi come verso metaforico per indicare: Casa.

2004- Marianna