AMATA

AMATA

Io sono stata amata, eppur a sentir loro neanche gli angeli avrebbero portato pazienza, tuttavia anche i più diavoli ce l’hanno saputa fare.
Hanno posato di nascosto, senza troppe cerimonie, rose col gambo lunghissimo, singole, una per volta, sul pianoforte. Quando chiedevo quelle blu, loro mi portavano quelle blu.
Sono stata amata da giovane, sulla panchina circondata da erba alta e odori d’ogni tipo. E mi baciava lì sullo stesso punto nella stessa posizione da due giorni. Non distoglieva i suoi occhi mai, ero la sua prima volta, ero il suo primo pensiero.
Amata per gli occhi che ridevano prima del sorriso. Amata anche se mi riusciva male. Amata da egoisti fino a sentirlo sottovoce. Amata da entrambi i sessi.
– La vuoi questa rosa? –
– No, non importa –
– Ok, me ne dia due, una rossa e una blu! –
Poi ci fu quel musicista in vespa bianca. Capelli lunghi, dark, pianola dietro la schiena. Non ricordo il nome. Cantava male. Mi voleva iniziare a una setta nera, parlava di luce di lampione che si spegneva all’improvviso, che non era un caso, era la mia energia, parlava dell’energia della telepatia. Lo sorpresi a una specie di orgia. Non entrai a far parte di quella setta. Lo mollai per una telefonata e perché preferivo bere le mie birre e crescere senza le consapevolezze.
Amata da grandi e da piccoli. Amata da cuccioli e da cani di amici. Amata da muri in cotto di coloniche in Garfagnana. Amata senza pretenderlo eppure veniva lì, con un click di una vecchia polaroid. Amata da stanze di case occupate senza pasto caldo ma sullo sfondo un cavallo col lazzo.
E la Conny al trotto senza sella su quello nero, sembrava un’indiana d’America, con le sue piume di falco al collo e fra i capelli lisci al vento.
– La vuoi questa? –
– No grazie –
– Dai divertiti! Fuma! –
– No, non mi va -. E fumava lei accontentandomi. Alla fine mi accontentava anche lei. Immersa nella sua campagna, coi tipi da colletta in strada giù a Firenze, amava pure lei, i suoi cani abbandonati e le stalle dei suoi cavalli salvati. Una volta, questa non la sa nessuno dato che lei parlava poco perché tutto era normale, anche quello per cui io avrei speso una notte intera di parole e Chianti; ecco una notte, si attraversava una strada sterrata forse nel Mugello, comunque non c’erano lampioni, c’erano solo alberi e daini che saltavano, sbucavano e scomparivano al passare dei nostri fanali. Ecco all’improvviso lei frenò, inchiodò. C’erano davanti a noi, centinaia di rane che camminavano lungo la strada, ma che dico centinaia? Erano migliaia! Lei si fermò, farfugliò qualcosa tipo – Non intendo passargli sopra aiutami a spostarle! -; scese dalla Tipo Bianca e cominciò, prima una poi la seconda, poi un’altra, poi ne spostò un’altra ancora. Forse una dozzina. Ma erano troppe, noi eravamo davvero stanche e ubriache. Quindi si lasciò perdere. Ripartì con le lacrime agli occhi.

Frequentavo posti dove tutti sono stati bastonati, traditi dalla mamma, delusi dai sogni, incattiviti, abbandonati dalle famiglie come cani sul ciglio della strada. E un cane se lo bastoni, non ti scodinzola più, ti morde si sa. Così io mi sono messa a frequentare loro, e tutt’oggi si chiedono se io sia vera, se io sia sincera, e come mai, come mai io sia empre così, nonostante tutto. Mi studiano, m’ispezionano, mi annusano ai lati come fanno i gatti davanti a una carcassa di pesce. Loro, i miei ragazzi, ancora non ci credono. Eppure son lì, che non li abbandono mai. Perché mi hanno amata nei meandri più oscuri della mente, senza memoria, senza un briciolo di pregio, senza che mi sforzassi neanche, mi facevano sentire la persona più fortunata della terra.
Poi incontrai Claudio.
Mi guardava da lassù della terrazza del Forte Bel Vedere ed anche se non avevamo ancora spiccicato parola, io lo sentii chiedermi in moglie. Mi voltai di scatto, dissi : – Ah, allora è lui? – e risi tanto. Aveva una camicia da lavoro bianca con le maniche arrotolate, un po’ sporche, i pantaloni neri e una bandana che gli spuntava dalla tasca di dietro. Venne giù, camminava lentamente verso di me. Non me lo chiese mai in realtà, anche se tutte le volte che chiacchierava io glielo sentivo ripetere. Ridendo sempre. E senza chiedermi il permesso mi fotografava.
– Posso sapere come dormi la notte? –
– Di lato, ecco con le braccia qui sotto, così –
– No, no, intendevo se col pigiama… o con una vestaglina… –
– Vestaglia! Vestaglia! – io, mentendo spudoratamente, con le guance rosse. Cominciò un po’ così. Con mille feste a casa sua, mille cene da soli, mille locali conosciuti, mille autoinviti. Ero sempre a casa sua. Iniziò così con me che mi sentivo la sua ragazza e lui continuava a dire – Ma nooo guarda che siamo solo amici.- In effetti era vero, non intendeva baciarmi né provarci. Neanche quando mi fermavo a dormire da lui, in Santo Spirito. Parlava con gli occhi lucidi di fumo alcolico, mentre mi trasportava dentro i suoi racconti, passava dal Jazz di Chet Baker, a Nina Simone, a quanto la sua voce lo facesse impazzire, alle estati in Sardegna, all’avventura d’aver incrociato tipi balordi della Barbagia, coi coltelli grandi quanto un suo piatto. Diceva che stavano da soli tutto l’inverno su in quelle montagne, soli con le pecore, che sapevano trattare solo con loro, come le bestie. Barbuti, sporchi, puzzolenti, occhi di un nero spaventoso. Una volta mi disse, che lo invitarono a casa loro. Disse sorridendo che era vietatissimo rifiutare, avrebbe piuttosto rischiato la pelle. Dovette cedere per forza. Già questo mi faceva palpitare d’emozione! Andò e bevvero tutta la notte, mi disse che più uscivano fiaschi di vino, più si rendevano pericolosi. Il fatto che lui scampò a quelle situazioni, me lo facevano apparire come un dio dell’Olimpo. Ormai lui lo avevo messo lì sopra. Poi, la tromba soffiata a fatica di Chet Baker ci riportava nella nostra realtà, fatta di personaggi imprevedibili, musicisti di sax, amici innamorati.
Amata, mi faceva sentire sempre amata. Sempre a casa. Fino al momento giusto: davanti alla finestra spalancata, il cielo appena imbrunito, il caldo sopportabile di giugno, i gechi su per i muri, il gatto siamese della vicina di casa, i suoi occhioni verdastri che ci fissavano impietriti, io di spalle, lui arrivò, mi accarezzò il collo, mi girò, mi baciò per la prima volta. Da quel momento siamo stati insieme nello stesso modo per i prossimi 7 lunghi anni.
Sono stata amata per la musica che sceglievo. Amata nei silenzi e perché mi stupivo ancora semplicemente. Amata alla fermata dell’autobus o sugli scaloni di Piazza Del Carmine. Mi faceva sentire amata anche se io non lo sapevo fare. Oltre i miei 23 anni e le cicatrici che mi volevo lasciare alle spalle e non mi riusciva. Mi amava anche quando diceva Ora vai via. Mi faceva sentire amata in tutte le case che dovevo seguire, dove entrava come un re, a Galciana, Prato, nella sua Livorno, col porto e i pescatori e gli avventori. Amata e stimata nonostante loro dicessero No.
– Me la fai provare questa? –
– No questa no. Tu no. –
– Ma dai faccio la brava –
– Non insistere. – Mi guardava malissimo, lui sì che mi conosceva bene, sapeva che bisognava non accontentarmi mai. Eravamo due muratori che mettevano piano piano mattoni su mattoni. Ci siamo costruiti la Storia più lunga di tutti. La Storia più storia di tutti.
Per rigenerarmi andavo da lui e ne scappavo. Camminavo per le strade del centro, Santa Maria Novella, piazza piena di turisti e pub, fino a sù al ponte sull’Arno, uno dei tanti, poi a destra, svelta svelta col cuore in gola, occhi brillanti, sette orecchini sul lobo dell’orecchio, capelli quasi rasati, cappottino di velluto scamosciato rigido, in fondo solo anfibi. Attraversavo di fronte a Beccofino, il vinaio più chic e buono poi svoltavo a sinistra e c’era. Il grande portone marrone, impregnato di povertà antica, di storia rinascimentale, lui in cima alle scale, l’ultima porta, che mi abbracciava e mi faceva entrare nel suo mondo. Quando andava male, non mi apriva, mi faceva aspettare per due ore se andava bene. Ma questa è un’altra storia.
Facevamo dei viaggi in macchina con la Station Wagon, siamo stati per la prima volta in posti paradisiaci e senza aver la voglia di tornare indietro. Abbiamo conosciuto persone strane e tutte, dico tutte, hanno arricchito le nostre giornate, senza farci entrare mai la gelosia, o la brutta bestia della paura di perderci. Noi ci sentivamo legati da un filo sottilissimo, che tutti riuscivano a vedere benissimo però.
Fino al giorno della rottura definitiva. Entrai a lavorare al Duomo dalla Porta della Canonica, gettando il mozzicone di sigaretta per terra, fra i disegnatori ambulanti, i caricaturisti alle 7 del mattino, e lui fuori in piedi con la macchina fotografica. Anche allora mi sono sentita amata.
Poi Riccardo.

– Sai mica se c’è qualche marocchino? –
– No oggi non c’è nessuno, avranno fatto una retata –
– Ah ok. Si va in un altro posto insieme? –
– Sì certo perché no, ho un furgone proprio lì -. La Conny ed io si salì davanti, ci si pigiava un po’.
– Ehi come ti chiami? –
– Riccardo, piacere! – e quella stretta di mano chi se la scorda più!
Nel frattempo tanti personaggi affollavano le mie notti, tal volta pittori altre volte piuttosto pittoreschi, poeti maledetti, viandanti di giorni innevati a dicembre. Di nessuno mi ricordo i nomi, solo la faccia del mio amico Riccardo quando glieli facevo vedere. Qualche volta se ne andava via e neanche prendeva l’ascensore, ma via via per le scale. Uno invece mi è rimasto più impresso, per il suo modo di amarmi, forse, ecco, ecco mi amava di più di tutti gli altri. Perché era più profondo. E più giovane. Mi carpiva nelle sfaccettature delle espressioni. Al-di Pescara.
Mi faceva sentire amata come una donna vera. Amata più di quel che mi meritassi. Amata mentre scriveva in treno per raggiungermi. Mentre cucinava da me e “sfumava” col vino. Amata anche quella notte mentre fuori nevicava, c’erano meno 10 gradi, e gli dissi che volevo dormire da sola.
– Me ne vado va bene – mi disse, – ma domani, quando vorrai, quando ti sarai calmata, chiamami, io sarò qui da qualche parte -. La musica scorreva lenta da tutte le parti.
É vero, lui c’è sempre stato, c’era prima, c’è adesso, c’è che siamo cresciuti insieme.
Riccardo in tutto questo ha fatto da pilastro. Il mio vero punto fermo. Non si è mai perso. C’erano molti labirinti, giornate scritte in un pub irlandese, su bigliettini di carta dimenticati nelle tasche dei pantaloni. Aveva un senso dell’umorismo così spiccato, così avvolgente. Anche quando lo schermo della TV diventava tutto blu e apparivano i Depeche Mode in concerto. Il suo gruppo preferito. Saltavo su e sfilavo in punta di piedi dalla tenda alla poltrona. Ballavo e cantavo. Lui completamente avvolto nella bolla di Never Let Me Down Again!
– Te mi piaci, in un certo senso mi attrai –
– Ma no dai, che dici? Se non te ne frega un cazzo! –
– No, lo sai perché mi piaci? E non ti voglio perdere? –
– Perché? –
– Perché leggi tanto. Hai sempre un libro sottobraccio. E non so… questo mi fa pensare che sei un tipo diverso dal comune, un tipo da tenere ben stretto -. Pausa sigaretta. Lui mi fa accendere. Si beve un Estathè e mi offre una fetta di dolce alla locanda su a Roveta. Con i pavoni sugli alberi. Un panorama da cornice tutto strano, con un jukebox antico che suonava musiche antiche.
– Mi sono rotta di quelli che non si sanno esprime. Banali, ignoranti. Soprattutto mi sono rotta di quelli che trattano male le ragazze…-
– E quindi prendi me prendi me! Eh eh! –
– É che poi penso a Claudio ch’eravate amici –
– Lo eravamo solo perché me lo hai presentato tu ed eri fissata con lui. Ti eri trasferita a casa sua. Un giorno pensa, arrivai da voi, mentre eravate distratti, mi sono avvicinato alla cassa panca sai, dove c’erano le tue foto al mare, non so… tipo alle Spiagge Bianche in Sicilia, eri nerissima, in topless, su uno sfondo di grotte bianche. Ne presi una a caso. La rubai a Claudio! Me la misi in tasca del giubbotto. Ogni tanto me la guardavo, quando ero particolarmente giù. Vedere i tuoi occhietti, il sorriso, mi rimetteva al mondo! –
– Non ho mai creduto di suscitare questo in un’altra persona… –
– Tu sei la persona più intelligente che io conosca. –
Forse è l’unico di cui non riesco a parlare al passato.

Vien-ViA!

Qui siamo diventati zona rossa, le cose che cambiano :
Chiusure :
1) Didattica a distanza a partire dalla seconda media fino alla quinta superiore
2) Chiusura dei negozi, ad eccezione degli esercizi che vendono servizi essenziali (ovvero supermercati, alimentari, farmacie, tabacchi, edicole e così via)
3) Centri estetici chiusi
4) Ristoranti, bar, pub, gelaterie e pasticcerie chiusi (consentite solo la consegna a domicilio e l’attività d’asporto)
5) Sospese tutte le attività sportive, anche in centri sportivi e circoli sportivi
6) Quanto agli spostamenti, questi sono vietati sempre se non per motivi comprovati di lavoro, necessità o salute.
Aperture :
1) Scuole elementari.

– Ma qual è il nesso? Cioè tutti gli esercizi chiusi ma si dovrà accompagnare lo stesso i pargoli a scuola? –
– Massì dai guarda che DENTRO è il posto più sicuro! –
– Ah ma allora dalla seconda media in poi non è più sicura? –
Ergo : “ma allora vogliono proprio farcelo prendere sto virus! Tutto chiuso! Tutti a casa! Tutto pericoloso e livello massimo di allerta, ma si DEVE andare ai cancelli delle elementari. Ah ma proprio bisogna passà na nuttata al pronto soccorso eh? ( a chi tocca tocca, eh oh pace)!

ESTRATTO DI… .. .

Frequentavo posti dove tutti sono stati bastonati, traditi dalla mamma, delusi dai sogni, incattiviti, abbandonati dalle famiglie come cani sul ciglio della strada. E un cane se lo bastoni, non ti scodinzola più, ti morde si sa. Così io mi sono messa a frequentare loro, e tutt’oggi si chiedono se io sia vera, se io sia sincera, e come mai, come mai io sia sempre così, nonostante tutto. Mi studiano, m’ispezionano, mi annusano ai lati come fanno i gatti davanti a una carcassa di pesce. Loro, i miei ragazzi, ancora non ci credono. Eppure son lì, che non li abbandono mai. Perché mi hanno amata nei meandri più oscuri della mente, senza memoria, senza un briciolo di pregio, senza che mi sforzassi neanche, mi facevano sentire la persona più fortunata della terra.

CONTINUA… .. .

A VOI

“Voi, i cristiani, gli ebrei, i musulmani, i buddisti, gli scintoisti, gli avventisti, i panteisti, i testimoni di questo e di quello, i satanisti, i guru, i maghi, le streghe, i santoni, quelli che tagliano la pelle del pistolino ai bambini, quelli che cuciono la passerina alle bambine, quelli che pregano ginocchioni, quelli che pregano a quattro zampe, quelli che pregano su una gamba sola, quelli che non mangiano questo e quello, quelli che si segnano con la destra, quelli che si segnano con la sinistra, quelli che si votano al Diavolo, perché delusi da Dio, quelli che pregano per far piovere, quelli che pregano per vincere al lotto, quelli che pregano perché non sia Aids, quelli che si cibano del loro Dio fatto a rondelle, quelli che non pisciano mai controvento, quelli che fanno l’elemosina per guadagnarsi il cielo, quelli che lapidano il capro espiatorio, quelli che sgozzano le pecore, quelli che credono di sopravvivere nei loro figli, quelli che credono di sopravvivere nelle loro opere, quelli che non vogliono discendere dalla scimmia, quelli che benedicono gli eserciti, quelli che benedicono le battute di caccia, quelli che cominceranno a vivere dopo la morte…Tutti voi, che non potete vivere senza un Babbo Natale e senza un Padre castigatore. Tutti voi, che non potete sopportare di non essere altro che vermi di terra con un cervello. Tutti voi, che vi siete fabbricati un dio “perfetto” e “buono” tanto stupido, tanto meschino, tanto sanguinario, tanto geloso, tanto avido di lodi quanto il più stupido, il più meschino, il più sanguinario, il più geloso, il più avido di lodi tra voi. Voi, oh, tutti voi NON ROMPETECI I COGLIONI! Fate i vostri salamelecchi nella vostra capanna, chiudete bene la porta e soprattutto non corrompete i nostri ragazzi. Non rompeteci i coglioni!» François Cavanna (uno dei fondatori di Charlie Hebdo)

La mala educación

Sì voglio una stupida Sigaretta!
Sì sono una stupida coniglietta
allacciati il cervello nella mia cameretta
sì sono cresciuto sì dentro una gabbietta
quando esco metto sempre una passata di smalto oh mio Dio
sto cesso è pieno di borotalco
e tu ti stai truccando come una ballerina
stai bevendo un tè speciale con la tua amica Oh sì,
sì ti voglio sempre così sì ti voglio sempre così
sì ti voglio sempre così sì ti voglio sempre così
Sì ti voglio sempre così, davvero fammi male
ora che sto qui con te sì l’amore uccide sei il mio sicario
vai ti voglio sempre così maleducata ti voglio sempre così
ti voglio sempre così Sì sono una stupida bambolina
sì ti prego affogami nella tua piscina le regalo il cuore,
sì così lo cucina strappa la mia pelle,
sì mettila in vetrina scattami una foto
sì sono una modella sfila sul mio corpo
sì come in passerella di notte vanitosa,
di mattina aggressiva di giorno una monella
e una bambina cattiva
sì cose da femmina Ti voglio sempre così,
cose da femmina oh mio Dio,
cose da femmina ti voglio sempre così,
cose da femmina Sì ti voglio sempre così,
davvero fammi male ora che sto qui con te
sì l’amore uccide sei il mio sicario
vai ti voglio sempre così maleducata
sì ti voglio sempre così maleducata
fammi male ora che sto qui maleducata
sì l’amore uccide sei il mio sicario
vai ti voglio sempre così Scoiattolina sexy,
oh yeah toglimi gli indumenti, ollè
no non vado bene a scuola, no niente patente
ti sto spogliando in bagno sì, ripetente Oh sì,
sì ti voglio sempre così oh mio Dio
ti voglio sempre così oh yeah yeah
ti voglio sempre così ti voglio sempre così!

da giù

Identikit dell’immigrato oggi, nel piccolo paese campagne campagne, siciliano : tipo Balotelli, muscoloso lucido, giovane, belloccio, sfila in coppia di due, occhio fisso dritto avanti a sé, come in una sfilata di Versace, abiti sportivi luccicanti, di boutique, in mano un coso elettronico grande quanto lo schermo del computer che usano come cellulare, vanno e comprano tre chili per ogni tipo di frutta, la marca migliore dice il cassiere, e tre chili di cipolle, sì usano molto molto cipolla, esibiscono tesserino e portan via 100 Euro di spesa, quando la scheda sta per scaricare allora fanno rifornimento di 200 per farsela subito ricaricare, non hanno l’aria di miseria, carestia, disperazione, anzi l’espressione disperata la fa la mia smorfia in faccia, quando li vede sfilare che sarebbe in seria difficoltà a dire di “no” se chiedessero di fare “un giretto su loro” …

IL GRANDE BIANCO

*[Questa è una cosa abbastanza nuova cui ci sto lavorando da anni. I luoghi sono reali, i fatti e le persone, sono frutto di immaginazione.]

I° CAPITOLO

LUOGHI COMUNI

Hai fotografato la realtà in un modo agghiacciante. Quando parli sotto l’effetto del panorama di Mosciano e della eventuale seconda birra, devo cominciare a preoccuparmi, perché attacchi a parlare così, sembri più lucida che mai. Eppure quello appena udito non riduce il mio volto in ombra, sto sorridendo da questo accenno che fa la bocca e non ti sorprendo mentre mi accendo un’altra Marlboro. Improvvisamente capisco come fai a fermare il tempo, ma poi il tuo cellulare si mette a squillare e tu schizzi fuori dalla mia vita. La voce calda che scorre tra gli alberi del bosco non è per me e dimentico ciò che avevo appena capito.
– Ti rendi conto? È Demetrio! – e te la ridi. Da fuori istantaneamente rientri nella mia macchina, pigli al volo la bottiglia di birra e la scoli a canna. Questo Demetrio è uno dei tanti, ormai nella lista segreta che faccio nella mente, ne ho contati almeno cinque; da quando hai deciso di tagliare definitivamente col tuo Grande e Folle amore.
Non siamo venuti a rilassarci in un posto propriamente tranquillo, qui il Mostro-di-Firenze anni fa, colpì in una notte senza luna, mutilando gli organi genitali come in un macabro rituale, due ragazzi turisti, dando inizio al “cuore nero di Firenze”, quello che poi tutti ricorderanno come “il maniaco delle coppiette”. Per noi due invece ormai è diventato il nostro ritrovo Magico. I tramonti son sempre fouxia, tempestosi, lenti, che gli ultimi raggi laggiù alla collina fanno fare pennellate di viola ai pini della casa del prete. Le campane rimbombano, rimbombano e rimbombano, ci fanno sempre pensare al prete nascosto nel suo terreno di cespugli e olivi, che fa il guardone, e quel suono così religioso ci fa immancabilmente ridere. Non abbiamo mai capito perché tutte le volte ridiamo al suono delle campane. Si vocifera d’inverno, quando le foglie sono bagnate dalla brina, nella stradina sterrata non c’è neanche un’orma di passaggio di macchine, che abbiano avvistato una pantera nera con una coda lunga lunga. Naturalmente noi abbiamo creduto a questa storia e abbiamo fatto di questo luogo, il nostro posto fisso dove venirci a parlare di cose serie, in mezzo a grasse risate.
Nel frattempo una parte del mio geniale cervello architetta nuove strategie da assemblare al nostro rapporto, per migliorarlo, o addirittura per conquistarti, mentre la parte restante è perso dietro le implicazioni della nostra ultima conversazione. Qualche minuto prima dell’appuntamento con Demetrio, mi hai detto che dovrei smetterla di buttarmi merda addosso, che dovrei, tanto per cominciare, pensare positivo. Certo, qualche lato negativo ce l’ho anch’io, dici. E cominci ad elencare:
1) Non so scopare, sospetta impotenza.
2) Sono un lombrico privo di qualsiasi iniziativa.
3) Una vita di merda.
4) Sono un depresso cronico e contagioso.
5) Sono timido ed introverso.
6) Ti fisso come un maniaco.
7) Ti amo troppo e nel modo sbagliato, al punto che non ti senti affatto amata, anzi.
8) Sono distratto e stronzo.
9) Invento balle per apparire migliore, invano.
10) Geloso.
Però in compenso queste sono pinzillacchere, lievi imperfezioni nel contesto dei miei lati positivi:
1) Non ti picchio.
2) Non ti annoio (ma non sai spiegartene il motivo)
3) Ti amo comunque sia.
4) So ascoltare e con me puoi essere te stessa.
5) Sono buono e servizievole e sarei quindi un buon padre, un buon marito.
Stupita mente Geniale ti odio! Esco dalla vettura per respirare un po’ di nicotina solo. Per ripensare a quando ti incontrai la primissima volta. A quell’esatto momento, lontano 5 anni ma conservato come una zanzara paleolitica nella resina della mia mente appiccicosa. Entravo nel boschetto di molti miei pomeriggi in cerca, quando ancora a Bobolino pullulavano pusher e ombre nere ricche di varie ed eventuali dai cespugli. Attraversavo la strada con ancora quell’aria spensierata e la donna “che può uccidere” mi passò davanti.
Due ragazze sulla mia traiettoria, precedentemente stabilita su un gruppetto di ragazzi dai modi promettenti, un rapido incrociarsi di sguardi, un attimo e la mia retina assorbe immagini che non riesce a codificare, un attimo e sono già oltre, mi sento scottato, mi giro senza fermarmi per guardarle allontanarsi e proseguo, ma come un missile “poco intelligente” che ha perso il suo obbiettivo, comincio a seguire tracce casuali: giro attorno alla fontana melmosa e sporca, alle aiuole che d’estate quando fioriscono giustificano il nome “Bobolino” di quel posto, attraverso la strada e poi torno indietro di nuovo. Devo darle un altro sguardo, mi dico senza farmi notare, devo incrociarle ancora, sono laggiù in piedi, una accanto all’altra, che si guardano attorno indecise. Devo avvicinarmi mi dico e fermarmi a rispettosa distanza, ma abbastanza vicino da poterla guardare bene in faccia, perché non può essere così bella!
Ad un certo punto ci ritroviamo vicini, noi tre, e lei, proprio lei mi guarda e dice: – Scusa sai mica se c’è qualcuno? Oggi mi sembra un mortorio vero? -. È con queste parole che inizia la nostra storia, la nostra amicizia, o quello che è, la nostra strada che si protrarrà fino alla fine dei tempi, oltre alle pagine di carta, perché devo fisicamente mettermi qui a raccontare il nostro amore segreto e anche piuttosto platonico. Beh ci siamo conosciuti anche perché sapete, dicono che io abbia un ché di Bryan Adams. Dopo alcuni minuti di frasi impacciate ci troviamo a concordare che no, non c’è proprio nessuno.
– Tu hai la macchina? – mi chiedono.
– Beh sì, cioè non proprio, ho un furgone proprio lì – rispondo.
Cerco di dare loro l’impressione di essere solo seccato dall’assenza di venditori ambulanti e intento a valutare dove, a quell’ora del pomeriggio, sia possibile trovare qualcuno, Santo Spirito? I Cigni alla Fortezza? Santissima Annunziata? Cascine?
In realtà sono chiuso in quella bolla di tempo come la famosa zanzara nella goccia di resina di Crichton, paralizzato dalla necessità di fissarla, dall’esigenza di non fissarla, dalla speranza che non si allontanino con un “ciao” sorridente, un addio definitivo. Ma quello è un momento magico, uno dei pochi in cui nulla può andare storto e dopo pochi minuti le ritrovo sedute accanto a me, nel furgone, mentre parlano allegramente e armeggiano con la radio, fanno tutto loro: Conny pare valutarmi con i suoi occhietti furbi che le danno un’espressione ironica, e Mabel seria e scanzonata allo stesso tempo, Mabel che mi ha già conquistato di brutto.
Dopo un rapido giro, un rapido acquisto, cash in mano e tocchetto di fumo nell’altra, ci fermiamo da qualche parte vicino a Porta Romana e fumiamo un paio di cannette raccontandoci vicendevolmente questo e quello, le coordinate fondamentali. Per tutto il tempo io cerco di assorbire la sua bellezza, di metterne da parte il più possibile per l’inverno eterno che vivo.
Sicuro un cacchio quel posto! Le macchine ci sfrecciavano accanto come missili, le volanti dei poliziotti andavano lentissime e le guardie giurate camminavano lungo il marciapiede dove eravamo noi, era come se tutti quelli che avevano una divisa passassero di lì. E la Conny incurante di piccole paranoie alzava il volume a palla. E faceva sgridare a Guccini tutta Porta Romana coll’Avvelenata. Ma non bastava: doveva anche cantarla a squarciagola, mentre Mabel cercava di prendere il cannino che le volevo passare toccando le sue dita.
Il suo corpo era chiuso in un lungo cappotto dark da cui usciva come un sole il suo volto perfetto, capelli cortissimi, un piercing sulla narice destra, con la quale sembrava essere nata, occhi magnetici, grandi e scuri, labbra morbidamente rosse da cui partivano sorrisi che radevano, coventrizzavano città intere. Su queste città di uomini che la videro, lei camminava senza muoversi, con eleganza innata, nei suoi anfibi vissuti. Quando alla fine se ne andarono non mi restò che il loro profumo nell’abitacolo ed un foglietto stropicciato della carta stagnola delle Marlboro con i loro numeri di casa. Lentamente sparì anche il profumo e alla fine si volatilizzò anche il foglietto. Perso. Tornai a casa pensando che non le avrei mai più riviste.
Due giorni dopo ero ancora dello stesso avviso e invece le due piccole dark, con molta naturalezza si accesero una sigaretta e decisero di prendere in mano l’altro bigliettino stropicciato, quello con il mio numero e di telefonarmi, con l’aria di chi sta per commettere chissà quale casino strano. Beh oddio, alla padrona cicciona della pasticceria dove si erano infrattate per organizzare la fatidica chiamata, un coccolone le era venuto. Dato che lì dentro facendo schiamazzi, comprando di tutto, prendendo in giro chiunque, davano l’impressione di essere le classiche bullette, che poi scappano senza pagare. Ma loro erano così: giovanissime creature anarchiche e incoscienti.
Entrarono in quella pasticceria brulicante di persone alle prese con il primo aperitivo della sera, all’angolo tra Porta Romana e via Dei Serragli.
– Gli telefoniamo? – fece la Conny a Mabel. – Ma cosa gli si dice? Aiutami, gli parli te? Io non ce la faccio, davvero -. Mabel che conservava ancora un minimo di lucidità a dispetto di Beck’s e canne, disse subito di NO, visto che la cosa non le interessava direttamente, che se voleva rivedermi doveva farcela da sola: – Dai Conny che vuoi che sia! Non farti prendere dal panico, inizi dicendo “ciao come stai” poi aggiungi volendo “sai sono la tipa dell’altro giorno” e poi a seconda di quello che ti risponde lui continui, boh chiedigli di uscire e basta! -.
Così mi telefonarono. Non feci storie e fissammo all’istante! Fu così che dopo il solito paio di canne canoniche, ci trovammo a cenare al ristorante cinese in Piazza della Libertà. Lei si mise subito di fronte all’amica come se avesse già deciso le postazioni, onde evitare impicci e fraintendimenti, col suo eterno sorriso stampato in faccia e molto sicura di sé; la Conny invece mi si sedette accanto. Già la Conny, piccola creatura esile ed ingombrante allo stesso tempo, mi guardava con quei suoi occhietti languidi e vogliosi di non so bene che cosa. Fu Mabel a spezzare il ghiaccio dicendo: – Io sai sono fidanzata, diciamola tutta (rullo di tamburi), sono innamoratissima di un ragazzo! E tu che ci dici?-. Eh complimenti, dissi. “Porca puttana” pensai. A seguire vennero le nostre ordinazioni, gli inevitabili Involtini Primavera, l’immancabile Riso alla Cantonese, spaghetti fritti croccanti, nuvole di drago, Uova Dei Cent’anni, il pollo in agrodolce con funghi e bambù. La Conny a sorpresa prese anche una zuppa stramba superpiccante, dove dentro sembrava nuotassero dei pesci a coda lunga. Io ero di nuovo ipnotizzato, bloccato da quell’aria spontanea, vivace e artistica che davano a tutto il locale e la guardavo muoversi, annotando che era elegante anche alle prese con forchette e coltelli, mi piaceva guardarla mangiare e ascoltarla mentre continuava il suo racconto che era quasi un viaggio inebriante. Introdusse tra noi un’atmosfera piacevole, liberandoci dall’imbarazzo iniziale. Non era di certo una che stava zitta a cena, mentre la ragazzaccia tutta capelli fini neri davanti, la sfiorava con sguardi ammiccanti, come starle a dire in un gergo tutto loro, “Brava dai continua così”.
– Sai è la prima volta che sono innamorata, giuro, è una roba pazzesca che se non ti capita non lo puoi capire! –
– No no, ci credo, ci credo – bofonchiai col boccone in bocca, la fronte sudata, goffo, un filo di voce e realizzato, perché avevo beccato una creatura bellissima.
– Sì sì te ora non mi conosci bene caro, ma te lo può dire la Conny –
– Confermo, ehm ehm confermo… – sghignazzò l’amica.
– Indovina come si chiama? – d’improvviso gli occhi le s’illuminarono.
– Chi? –
– Come chi? Il mio uomo! –
– Ehm boh, te Conny pensi si può recuperare? No dicevo un pezzo di uova di cent’anni? – la Conny annuì con un leggero sorrisetto, forse un po’ gelosa dell’amica che stava vivendo una storia così importante.
– Cristian! – urlò. Eccola, lei, che cercava di mitizzare anche un nome normale, ma forse era il vino rosso a tappezzare le pareti intorno a noi d’armonia, musicalità, di risate spontanee, sguardi lucidi ubriachi.
– Insomma da quant’è che state insieme? –
– Beh di preciso non so, sai non tengo il conto io, boh un annetto ma credimi, è stato un anno vissuto! – Io non potevo fare a meno di osservarla mentre invece lei, lanciava occhiate d’intesa all’amica. E poi, e poi, dopo un leggero attimo di silenzio, in cui i pensierini prendevano certe pieghe, parte la confessione: – Psss… pesss vieni più vicino… ehm hai mai fatto uso di coca? -. La buttaron là abbassando radicalmente la voce, losche come non mai, io d’istinto mi girai indietro poi di lato e mi rigirai stando bene attento che nessuno stesse sbirciando quella nostra conversazione, tossendo un: -Coca/Cosa?-, citai anche Vasco chissà che non pigliavano al volo la battuta e me la davano tutte e due all’istante, rapite dall’ironia. Fa sempre breccia nelle donne l’ironia. E invece la Conny batté la manina sul tavolo semi scocciata.
– Ehm ehm beh no, sono solo un grande fedelissimo, affezionato amico dello spinello! Grazie per avermelo chiesto però. – Così ci si guardò tutti e tre, con la complicità di una razza a parte. Mabel mi confessò che era stato proprio Cristian a fargliela assaggiare e lei naturalmente l’aveva fatta provare alla Conny. Quello era il mio turno. Toccava a me assaggiare e ovviamente fu amore a prima vista!
– Già peccato che costa tanto –
– Già 150/200 mila lire –
– Menomale che noi alle volte la prendiamo a chiodo! Di ‘sti problemi non ne abbiamo –
– Sì il bello è che ci piomba dal soffitto sottoforma di grossi nuvoloni delle volte – (Parlucchiavano).
E durante quella serata fatta di odori cinesi, di vino “fiume lento nelle vene”, di Sakè bollente, di hashish e di bella musica, io riuscivo solo a pensare a Boudelaire, maledetto a quei livelli, che parlava sorseggiando nella mia testa come un perfetto conoscitore della materia a cui noi si stava facendo riferimento: “TU MI STRAZI O MIA BRUNA, COL TUO VISO CANZONATORE E POI POSI SUL MIO, UN OCCHIO DOLCE COME LA LUNA”.

Raccolta di corti e di sinapsi

“ARITMIA MECCANICA”

Esther, Clotilda, Matthew Brawn, Nikki, Tia Bass, Damien Dye. Esther che si passa la mano come fosse un uomo. Clotilda dagli occhi sbarazzini, dai capelli sopra gli occhi. Matthew Brawn in amore crudele perché quando ti ama ti uccide. Nikki si lascia stare. Tia Bass è qui a perditempo. Damien Dye?

Ancora nomi! Oh nomi, nomi, nomi, nomi vincitori nella mente.

<< Norman, Ali, Alfred Hest, Lorna, Debbie, Nicholas, l’attrice più bella che mi balla in testa è senza ombra di dubbio, Lorna. >>.

Questi sono stati tutti compagni di viaggio, acquisiti e non, lasciati e persi, e non. Siamo su questo treno da stamane, direzione Lugano. Esther ha incontrato Clotilda tra il recinto del terreno demaniale di suo nonno e la stradina adiacente, appena dopo esser cascata da cavallo. Amore a prima vista, così dicono. Il vento le frusciava fra i capelli e l’altra le aveva già chiappato il destino. E mentre si vanno a fumare una sigaretta nel piccolo bagnetto puteolente, non si fermano neanche per baciarsi. Fanno impazzire dalle risa, se ci penso, vanno là dentro per non disturbare, per tubare in pace. Matthew legge, si alza e si rimette giù in continuazione, gli hanno chiesto cos’è che ascolta nelle cuffiette, -“Non varcare” di un tipo che si chiama Stefano Rossi Crespi – ha detto, con quelle mezze rughe che gli tracciano il volto di una vita vissuta che più di lui non si sa. Alza il volume ad un certo livello e tra i vagoni si riescono ad udire queste frasi del cantautore : “ Ma non varcare il mio recinto…o sparerò. Non varcare il mio recinto o sparerò! “ poi fisarmonica a palla. Ci riempiamo gli occhi di lucciconi quasi tutti, siamo ridicoli, ognuno perso sulla rotta della malinconia, una rotta che non porta nulla di buono. Solo gli occhi più lucidi, più colpiti. Matthew sa cosa fa, ma non ci può fare niente, non si perdona e non si scusa, è la sua indole e non può certo farsela cambiare. Lui s’avvicina alla vita di un’altra e incondizionatamente gliela cambia. Oserei dire in meglio, ma ancora non lo sanno. Matthew dà tutto di sé, ti lascia talmente tante cose quando si ferma a parlare con te, che fai fatica poi a metterci ancora dell’altro dentro. E non ti rimane che impazzire. Perché ha cominciato a viaggiare all’età di 12 anni. E non lo può fermare nessuno. Neanche il figlio che ha messo al mondo in Sicilia. Neanche i nonni coi bisnonni indemoniati con la lupara. Matthew Brawn. Lo conosco da un bel botto di tempo, già, ma con lui mai niente…no, mai niente con lui. Ho sognato d’esser stata baciata e quant’altro, per la prima volta con lui, ma mica sono scema! Per fortuna questo non gliel’ho mai fatto fare. Tanto ci pensa da sé a dire solennemente – A me non me ne frega niente d’essere il primo…io voglio essere l’ultimo.- Ed io gli rispondo scherzando – Su fai il bravo!-.

Tia Bass è cicciottella ed un tantino innamorata dell’amore anziché del suo Damien. Lui è cotto, la stravuole, perché per lui non ci sono tante scorciatoie: il bianco è bianco, il verde rappresenta la campagna, il cielo l’estate, il grigio è grigio e Tia è sua. Tia Bass è del Sud America, sogna persone del cinema pronte ad aspettare soltanto lei, non gliene frega un beato niente di star qua con noi. È strafottente, guarda fuori dal finestrino spalancato, se ne sbatte se qui c’è gente che vuole dormire. O comprendere, o interagire. Damien prende una busta di plastica, razzola dentro, tira fuori un biscotto nero, tondo, pare buonissimo, glielo porge e lei lo prende senza guardarlo. Senza accarezzargli la mano. Lo fa con aritmia meccanica. Hanno sempre funzionato così le cose tra i due. Forse se qualcuno facesse entrare una ventata fresca, in quel loro rapporto, le cose non funzionerebbero più così tanto bene. Lui passa cibo e lei spilluzzica di continuo. Alé! Bon bon voyage!

Norman, Ali, Alfred Hest, Lorna, Debbie e Nicholas, sono dei personaggi, ma scesi molto prima. Hanno litigato con mezzo vagone qui. Il loro percorso s’è fermato a Ravenna, con Debbie urlante

– Oh gente andiamocene, magari giù troveremo più ospitalità di ‘sto posto precario! – ma non siamo sicuri che tutti quei Mausolei siano ben disposti ad accoglierli con fragilità e semplicità, come pensano loro. Tia e Damien sono alquanto borbottanti su questo punto. Convivenza in treno abbastanza stretta. La loro bellezza era la giovinezza. Pensavano di essere dei perfetti amici e generosi per giunta, se ci facevano sentire a tutto volume la loro musica, quindi quando hanno alzato lo stereo spumeggiante, e son partite le prime note soavi pop, qui tutti abbiamo cominciato a dare i numeri. C’è Tia che ancora non s’è ripresa, e me la sghignazzo, perché l’ho capita, lei è solo affetta da una gran perdita di sé stessa e per non farsene accorgere, la compensa col suo distacco. Fa finta che nulla la tocchi. Ma è tenera nei suoi vent’anni, perché è palese, nulla le scivola di dosso. È imbronciata e guarda fuori.

Ok zitti tutti, c’è Matthew che vuole prendere parola:

– Oh non prendetevela se ho detto quello che penso, per me non è così che gira il mondo! –

– No figurati, hai fatto bene – gridiamo in coro.

– Certo però che quella Lorna era proprio carina quando ballava eh…-

– Diciamo che farebbe girare la testa a parecchi uomini, sì, – dico io puntando la sua mano.

– Sì, comunque secondo me non sanno stare con la gente, con l’aria di quelli che hanno capito tutto della vita. Queste cose non le sopporto. Pretendono dagli altri cose e sempre cose, chiedono e chiedono, e loro per primi non sono disposti a dare niente. No dico io! Avete presente i discorsi che faceva Norman? –

– Sì, di come vorrebbe l’uomo? –

– Sì, sì, quei discorsi lì, che capito, lo vuole con la bella macchina, con un appartamento in centro, coi soldi, poi…cioè capisci? Poi ha aggiunto, pure bello! Pure bello lo vuole! No, ma dico, e tu? Tu ce l’hai la macchina? Che pretendi che un altro ce l’abbia? E i soldi ce l’hai? E poi quei discorsi sulla bellezza no cavolo, non ce la facevo più, e sei bello tu che vuoi un uomo bello? -.

– Che ne pensi di Nicholas? – gli fa Damien mentre passa ancora bom bom alla di lei attenzione.

– Di chi? –

– Di Nich…uhm dai come? Come faceva di nome? Quel coso lì, Nicholas! –

– Ah, ho capito, ho capito, quello sghiribizzo appena maggiorenne coi capelli dove gli saltavano visibilmente i pidocchi! –

– He he, lui lui! –

– Umm nulla, solo uno scroccone -.

Prima però, prima di scendere i bagagli dagli scomparti, prima del più bello, arrivano correndo come indiavolate, Esther e Clotilda dai capelli sopra gli occhi, dagli occhi sbarazzini. Queste ridono come pazze, si spingono l’un l’altra pare per nascondersi, son sbucate dal corridoio e ci stanno chiedendo in un linguaggio loro: – Nooo vi prego, vi prego, dovete venire fuori! Ahahah affacciatevi! Di là, di là, sulla destra, uhauha! Oddio tra poco ci spesano tutti qui! –.

Matthew balza su, bellino bellino su quelle sue gambotte sexy.

– Ma ch’è successo? Ma…che è…che c’è? – facciamo noi in un borbottio generale, affumicati da curiosità gatta.

Dalla punta NORD della nostra carrozza N° 12 riusciamo a scorgere i riccioloni e la panzona di una tipa isterica. Già la dice lunga quell’immagine, già ci fa ridere. Ma cerchiamo di trattenerci. Questa incomincia ad urlare con la sua voce obbrobriosa, squillante, sempre di più e sempre di più. Mezzo treno è esterrefatto, mezzo nostro vagone è ai suoi piedi.

– Fermate u’ trenu! – raglia – Unné il coso lì, u’ capu, u’ bigliettaiu! – Continua a ragliare in stretto siciliano. Intanto il treno ciuffetta e sfreccia come un dannato. CIUFF-CIUFF fa quest’attrezzo. E va. Ignaro ed inconsapevole corre corre, come se lo stesse rincorrendo il vento dietro.

– Aiutooo io ciaiu paura, io nu’ staiu’ tranquilla da cussì…-

– Ma signò si calmi, qual è il problema? – le chiedono le persone da laggiù.

– Non vedete a valiggia? È da mò che nuddu se la viene a pigliare! –

– Quale valigia. Signò faccia vedere…-

– Chissa duoco…sì, quella valigia non è né troppo grande né piccola…-.

Lì capiamo due cose: o siamo nella cacca o siamo su scherzi a parte. Nel frattempo si fa largo il bigliettaio, spingendosi e spintonando fra la folla oramai ammucchiata e sghignazzante.

– Allora che succede qui? – fa lui.

– E nulla “bigliettaio”, c’è una valigia che non è di nessuno, sembra…-

– Dov’è? Qual è? Mi faccia vedere! –

Intanto la signora comincia a sudare. Si appiattisce sulla parete del corridoio e ci punta incavolata nera. Noi smettiamo di sorridere tutto d’un botto. Lei cambia prospettiva, si gira verso quelli più vicini.

Incomincia a chiedere, come un tamburello sempre uguale, sempre lo stesso.

– Ma di cuie’ sta valiggia? Signora u’ sa lei? –

– No, no, io non le saprei dire…- risponde la signora.

– Che è sua signore? –

– Uhm…no, direi di no! – risponde uno.

– Ma allora è sua!? –

– Mhm no –

– Ma insomma, è sua ‘sta valigia? –

– No, no…non è mia…-

– È sua? No? Allora è sua…-

– No davvero, io ho solo queste due cose, non ne portavo valigie…-

– È sua? –

– No! –

– È sua ? –

– No…-

– È sua? –

– No…-. E vanno avanti per un bel botto di tempo così. Alla fine tutto il treno si domanda di chi sia quella valigia. Così il bigliettaio sente il macchinista, il macchinista sente il capotreno, il capotreno sente la polizia e la polizia gli dice di fermare il treno. Di arrestarlo subito, alla prima stazioncina. La prima stazioncina è per l’appunto Ferrara. Allora noi godiamo un po’ di più.

Ok, ci mettiamo tutti a confabulare fra di noi, c’è anche chi progetta una fuga dal finestrino. Chi si sta fumando l’ultima sigaretta, e per farla bene, se la sta aspirando proprio lì davanti a tutti, come a dire – Se proprio devo andare all’inferno, almeno che ci vada dopo l’ultima trasgressione! –.

Insomma fermano il treno, ZZz che inchiodata. Ci son già le pattuglie della polizia, vediamo dal finestrino anche un furgoncino, pare della finanza.

– Ok raga! Tutto apposto. Se ci va bene bene bene, al massimo siamo rovinati! -.

Salgono correndo, salgono loro e i cani poliziotto. Certi bestioni così. E pure io mi sento inquietante. Prelevano ‘sta valigia, la portano giù con un gesto furtivo ma schizzato allo stesso tempo.

– Oohhh – esclamiamo noi.

L’aprono e……….

Incominciano a tirar fuori canottierine della salute, via una, via due, via tre, poi scorgono mutandazze e pancere taglia 56 color beige, ne tirano fuori a coppia un bel po’, e all’improvviso la tipa tutta sicula sicula, coi riccioloni che c’aveva rotto la testa a tutti, inizia a lanciare segnali d’espressione non ben comprensibili.

– Oddio, ma quella è la mia robba! –.

Tirano fuori una maglia large bluette e lei fa: – Ma, ma, ma unné la mia maglia chissa? -, beccano un’altra maglietta a quadri e…- O madonna santissima! Quella è la mia maglietta! -. Tirano fuori altre cose mentre lei sbianca e singhiozza – O madonna, quella è la mia camicetta, quella è la mia canottiera, o santo cielo, le mie calze! La mia pancera!-

I poliziotti coi cani, cominciano a sospettar qualcosa, che son davanti ad un esempio lampante di buco nell’acqua. E siccome la valigia era stata fatta a strati, sotto sotto c’erano cose di tutt’altro odore. Tira di qua e tira dillà, escono fuori salsicce, salami grossi piccanti, e lei – Oh ma quello è il salame di zio Peppuzzo che mi resa pu’ viaggiu! -, poi agguantano una cassata siciliana enorme, ricotta salata, una busta con fichi e mostarda asciutta che ahimé, s’imbratta le mani pulite il poliziotto.

Si altera definitivamente – A signò, mi sa dire che cos’è questa? –

Lei – Oh… è la mia sottana quella, sì sì, la riconosco –

Lui impugna la busta e…- E questa mi sa dire se la riconosce? –

– È la busta dei fichi che mi resa mia madre…-

– Questi che sono? –

Lei fa una faccia esterrefatta – Son i salami miei, ehm, quelli –.

I cani cominciano a scodinzolare e ad abbaiare. Abbaiano, abbaiano, abbaiano tutti felici e contenti. I poliziotti non sanno più come fare, uno gli lancia in aria una salsiccia e via.

Noi ci schiantiamo dalle risa. C’è chi non si capacita, c’è chi dà capate ad un muretto, c’è chi ride con le lacrime, ci son io che mi sono spiattellata a terra e mi rotolo dalle risate. Oddio mi fa male anche la pancia. Dal treno fischiano e battono le mani. Il poliziotto dice: – Calma, calma, tutto apposto, nulla non è nulla, la valigia è della stessa signora! –

E tutti affacciati dai finestrini – Bravooo! Bravò! -.

Damien Dye si accorge subito che i ferraresi hanno capito tutto di come dovrebbe andare la vita. Che son gente in gamba. Lui che non gliene poteva fregar di meno, della situazione patetica di quella signora isterica, poi alla fin fine ha fatto solo una gran figuraccia e niente altro. Ha fatto fermare un treno, ha chiamato tutti all’ordine, ha fatto scomodare la polizia, per poi cascar dalle nuvole e dire “Ah ma la valigia è mia”! Bene a Damien che non gliene fregava niente, se n’è andato in giro lì per la stazione, per l’edicola, in un barettino a prendere un caffé. Ora è di ritorno e ci dice sorridendo con una soddisfazione immensa, che non ha visto passare neanche uno che fosse in macchina. Né un motociclista, né la ben che minima persona in nevrosi piena, col clacson al posto della bocca.

– Insomma raga, qui sembra d’essere a Pechino! Son tutti in bici! -.

E così sia. Se ne vanno i ferraresi, fischiettando dal barbiere o dal panettiere, sorridendosi a vicenda, canticchiando le loro cantilene preferite, in bicicletta. Sono tutti in forma i ferraresi.

Il nostro treno, quello che dobbiamo prendere per far capolino a Milano, fa ciuff ciuff dal binario 3. Corriamo giù per le scalette, corriamo a più non posso. Le ultime energie rimaste sono sempre lì a salvarci dagli intoppi.

Riusciamo a prendere al volo il nostro trenino schiaccia-pensieri. Va a Milano a tutta birra. Siamo con lo stomaco tappato per la voglia d’arrivo. Matthew si mette accanto a Tia e se la studia. Lei non cede neanche d’un passo al suo fascino. Lancia occhiate di salvataggio a Damien e Damien è troppo impegnato a guardare le belle tipe fuori nel corridoio, accanto alla fumaia.

– Ti va una sigaretta? – mi chiede, ed io rimando con un – No guarda ho smesso…- lui incredulo esclama – Ah, accidenti! Non lo sapevo! E da quando? –

– Dal mese scorso – rispondo fiera della mia forza.

Damien si alza e va da solo verso tutto quel bendiddio.
A questo punto Tia ha già preso lo walkman dal taschino di Matthew, le sue cuffiette e la sua musica. Ha fatto sue quel paio di trappole come a dire “tu mi hai portato via una cosa, io faccio altrettanto, stanne pure certo”. Ok va bene, alza il volume e le note di quell’armonica partono senza più freno.

<< Vorrei fare che per me, non esistesse altro che una stanza bianca, e circolare…>> parla il cantautore, Pino Marino, ed io lo sento tutto. Mi allieta lo stato d’animo. Mi calma un po’, così posso accucciarmi e appisolarmi e distaccarmi e isolarmi un secondo. Corre voce aldilà della nostra carrozza, la N° 2, che una famigliola si è trovata impicciata in un malaffare. Allora non resisto, balzo come una molla su, corro a sentire ch’è successo stavolta. La trappola peggiore da queste parti è la curiosità gatta. Siam tutti lì coi faccini trasformati in Lolite, gli occhi però come fanali nella notte di una volpe.

– Che succede? –

– Ch’è accaduto? –

– Che s’è sentito male qualcuno? –

– Che c’è scappato il morto? –

– Che ci fanno rifermare? -.

Ecco, queste le frasi ricorrenti inframmezzate dallo sgocciolio dei minuti. Invece c’è una mamma che piange e si picchia la faccia da sola. Pare desolata. La signora viene dalle calabrie ed è diretta a Milano. Si è caricata la responsabilità di viaggiare tutte quelle ore coi suoi figlioletti. Rispettivamente, in scala crescente di 4, di 6, di 10 anni. Bene, ‘sta qui andando al bagno si è portata dietro i figlioletti più piccoli, ed ha lasciato quello più grande a far la guardia alle loro borse, buste e valigie. Proprio quello che aspettavano due zingari, in meno di un nano secondo distraggono il pargolo e con uno spray lo addormentano.

– Oddiooo! Tutto mi rubarono! Tutto! E ora come faccio? Oh signore aiutami tu…- . Queste le lamentele. Queste e: – Pure la valigia con le robbe dei carusi m’hanno fatto sparì! Disgraziati! -.

Le hanno rubato dai soldi ai vestiti, dai vestiti ai gioielli, e non si sono fermati neppure davanti ai fazzoletti e allo Scottex! Praticamente giustifichiamo la sua collera. Il figlio di 10 anni ancora se la sta dormendo. Torniamo ai nostri posti non si sa mai. Esther si leva le scarpette e distende in avanti le gambe, noi notiamo i piedi gonfi e sudici. Magari manco la sua altra metà della mela ci tiene ad essere inebriata così da quel suo attimo di. Magari nessuno ci tiene. Ma Milano è vicina. Vicina di un’ora. Ci accomunano i formicolii ai piedi, nessuno si permetterebbe lo stesso un accenno di cedimento, l’orgoglio ci mangia vivi delle volte. Ci mangia sì, ma ci rende più freschi. Lasciamo ad altri l’espressioni da paresi facciale, dagli occhi liquidi in cui la linea della inespressività si rassomiglia a quella della passività. Le nostre pupille sono un tutt’uno col carbone indiavolato lungo il binario. Ci sentiamo vivi e divorati da questa meccanica facente sempre lo stesso verso, tuh–tuh-tumm – tuh-tuh-tumm…il timbro delle rotaie e delle scintille sul ferro. La musica più ineguagliabile secondo la fonte Matthew. Lo crediamo così, senza un perché o un per come. Questo maledetto singhiozzo di viaggio. I motivi validi per i conti nostri, ficcati a più non posso dentro di noi, resi talmente segreti da fare fatica a tirar fuori uno straccio di prova perché ci siam dovuti imbarcare in questo viaggio. Gli alibi sono sepolti nella fibrillazione del nostro sangue.

Eccoci qui a Milano, c’è un mormorio pazzesco e gente dappertutto. Non saprei dire che stile abbia di preciso questa stazione, un tocco di caos ecco, quello per forza, ma vabé comunque andiamo muniti di munizioni verso l’ufficio informazioni. Abbiamo quasi la tentazione di girare lì per le vie vicine e di vedercela per bene, questa città italiana multietnica!

– Oh oh gente! Lì c’è movimento! –

– Ok aspettate qui, io vado a vedé –

– Ma che sei scemo? Guarda che cricca c’è…-

– Andiamo direttamente alle macchinette a fare i biglietti per Lugano, non voglio farci notte qui –

– Matthew tu vuoi fare sempre danni eh…-

– Che ce poi fa! -.

Nel frattempo “gli sdentati” c’hanno fermato con la manina avanti chiedendoci degli spiccioli. In tredici minuti c’hanno bloccato in 10 pretendendo un euro per una telefonata.

Sul display dove abbiamo cliccato il biglietto fatto, l’orario segna le 23 e zero 6, è in partenza al binario 22. Corriamo corriamo corriamo.

Questo treno è lungo da morire e fa tuh-tuh-tumm più di tutti!
Ci posizioniamo ai nostri posti di combattimento, ognuno di noi con uno strano ghigno irritante in faccia. Da lontano sembra di sentire un tango. Allora tutti si chetano, non ghignano più.
Sono un’altra volta accanto al finestrino. In viaggio verso l’ignoto e nessuna accusa di stanchezza. Il finestrino si vede che è destinato a me, ma questa è un’altra storia e non devo dirla troppo in giro. È solo un’altra storia da non raccontare. Tutti silenziosi e il mio cranio parla, urla, fa eco, dà rimbombo nel metro quadro di questa carrozza. Nel buio me lo ingoio io.

Tutti bassi a leggere giornali e zitti. Esther e Clotilda si isolano nuovamente, basta che si diano dei colpetti mini sulle gambotte per eccitarsi o capirsi al volo. Non ho mai visto nessuno isolarsi tanto come due donne che stanno insieme. Eccole là, si alzano e se la filano in corridoio. Fanno le splendide, ridendo, avvinghiandosi, scherzando con le mani fuori davanti agli occhi indiscreti delle solite donnine suddiste e aldilà con la mentalità. Forse ci sono, ho capito, ho capito, loro pensano di essere con la mente più aperta di tutti solo perché hanno deciso d’essere lesbiche. Clotilda se ne sta per i fatti suoi con una mano appiccicata alla mela di Esther. Tia Bass ha già una fame da scoppiare, ma qui c’è Matthew che mi punta come se mi volesse baciare da un momento all’altro. Oramai non abbiamo più scuse per non schiacciare un pisolino. Sembra d’aver passato tutta una vita in treno.

– Io credo che per tutto il tempo non abbiamo scambiato neanche una frase! – dice inaspettatamente Tia. Agita quei ditini e fa cenni sconclusionati alle tipe fuori. Ci rimangono un po’ male e non hanno la battuta pronta. Inaspettatamente le sorprende così, si fa per dire, perché qui già ci si stava stupendo che non avesse sbottato per un qualsiasi assurdo motivo, molto prima. Almeno tra Ferrara e Milano. Insomma rimangono a bocca aperta Esther e Clotilda, allora Tia si prende più forza, si sente più sicura, si alza in piedi tutto d’un botto.

– Eh no cavolo, ora glielo dico di rientrare e di parlare con noi! Vediamo se almeno un discorso lo sanno spiccicare! Eh no cavolo, ora le prendo io e le ficco qui! -. Ahahah come me la rido, c’è Matthew a denti stretti che le sussurra versi del tipo “dai fai la buona…rimettiti giù…stai buona Tia…accuccia Tia… giù!”
Siamo arrivati a Lugano paradiso. Ora non dobbiamo far altro che avviarci al lago. Col cuore in gola chiediamo ad un taxista di portarci là. È notte, non vediamo una mazza, a parte le luci della città. Ma niente verde, niente natura, niente cielo, niente particolari. Scendiamo dal taxi e saltelliamo come dei bambini. Ci scegliamo un posticino tranquillo per passare la notte sotto le stelle. Abbiamo sacchi a pelo a sufficienza per dormire tutti a coppia. E ahimé m’è toccato quello con Matthew! Ci siamo dovuti accontentare di dormire insieme. È bello qui, perché per tutta la notte si è sentito soltanto il rumore dei pesci saltanti. E niente più. Matthew ed io abbiamo trovato una vecchia, vecchissima barchetta a remi abbandonata. Non ci sono più nemmeno i remi. Sembra di un marrone chiaro, con il buio della notte non riusciamo a distinguere bene i colori, ma a pelle abbiamo deciso di accomodarci lì dentro. È bello qui, perché nonostante la stanchezza fisica, non ti fa dormire per niente questo posto.
Appena svegli escono dai loro nascondigli, Esther, Clotilda, Matthew Brawn, Tia Bass e Damien Dye, con le guance abbrustolite dai primi raggi di sole. Adesso è chiaro: l’azzurro è la tinta dominante tra cielo e lago, fa da padrone con dignità che non si riesce a capire qual è il cielo e quale l’acqua, ma tutt’attorno c’è una cornice di verde. Incastonata bene e non credo ci sia un granché da dire. Si spiega da sola. Noi siamo venuti fino a qui per rinascere dai nostri polveroni. Adesso è chiaro a tutti.

Si fermano in un grande spazio, dove danno il loro profilo all’acqua di Lugano e le spalle alla montagna. Dove si sentono in pace e ridono e piangono e gridano a braccia aperte.
Poi c’è chi urla un nome: << Nikki! Nikki! Nikki! >>. Ve l’avevo detto che Nikki si lascia stare, perché sono io, di qua dalla barca, che prendo appunti e scrivo.

[ avevo vent’anni ]


Una volta tanto tempo fa, vi era una piccola scugnizza, danzatrice su fili elettrici, adesso vi sono solo terre lontane da raggiungere in Porsche Carrera, cappotta scoperchiata, niente stereo alto, niente sigarette nel cruscotto, niente lattine verdi smeraldo dietro a tintinnare, niente ripensamenti.

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"Mi manca il riposo, la dolce spensieratezza che fa della vita uno specchio dove tutti gli oggetti si dipingono un istante e sul quale tutto scivola." Alfred De Musset

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Cenere

"Non si parte - Riprendiamo le strade di qui, curvo sotto il mio vizio, un vizio che ha affondato al mio fianco le sue radici di sofferenze, fin dall'età della ragione - che sale al cielo, mi colpisce, mi rovescia, mi trascina" A.R. "Cattivo sangue"